giovedì 1 ottobre 2009

I viaggi dei veleni perduti nei meandri delle burocrazie di carta


I camion della Jelly Wax cominciarono ad arrivare alla chetichella nel porto di Massa Carrara nel gennaio del 1987. Decine di carichi, migliaia di fusti, tonnellate di rifiuti che si preparavano a lasciare l'Italia. Erano stati raccolti in giro per le industrie del nord già da qualche mese, in silenzio, senza troppa pubblicità. Centinaia di società dai nomi famosi si erano avvalse del servizio «chiavi in mano», affidando gli scarti velenosi a Giorgio Comerio, broker conosciuto nell'ambiente.
Nasce in Toscana, con questo lungo serpentone di Tir venuti giù dal nord la vicenda della Zanoobia, i cui 10.500 fusti un anno e mezzo dopo ritorneranno in patria. Respinti, dopo aver visto gli effetti terribili sulle popolazioni.
La lista verde di Massa Carrara aveva capito subito che il carico targato Jelly Wax era quantomeno sospetto. I camion arrivavano nel porto e trasbordavano i fusti sulla nave Lynx, battente bandiera maltese, ed era chiaro che il contenuto non era una merce qualsiasi. L'8 febbraio parte la denuncia al pretore di Massa Carrara, Lama. Tutto inutile, tutto archiviato, la nave Lynx l'11 febbraio viene lasciata partire. La destinazione è Gibuti, il piccolo stato sul corno d'Africa che aveva conquistato l'indipendenza dalla Francia dieci anni prima. Un territorio che confina con il nord della Somalia, a poche centinaia di chilometri dalla zona di Bosaso, il porto somalo ultima tappa delle inchieste di Ilaria Alpi.
Il trasporto verso il piccolo paese africano era stato concordato tra la Jelly Wax e la Intercontract SA, società svizzera rappresentata a Genova da Gianfranco Ambrosini. Sulla carta tutto sembrava in regola, con la garanzia di inviare i fusti a fantomatici impianti di smaltimento. Impianti che, secondo la denuncia dei verdi dell'epoca, in realtà non sarebbero mai esistiti. Qual era, dunque, la vera meta della Lynx?
La nave in realtà non arrivò sulla costa africana. La marina militare francese bloccò il vascello quando si stava avvicinando al Corno d'Africa, dopo essere stata messa in allerta dalle denunce italiane. Il meccanismo ideato dalla Jelly Wax e da Gianfranco Ambrosini si inceppò, grazie al clamore creato in Italia, ma ascoltato solo dagli altri paesi.
Renato Pent - amministratore della società milanese - si mise subito in contatto con altri broker. La nave era partita e i fusti dovevano sparire, la via dei veleni non poteva interrompersi. È una società di Panama, la Mercatil Lemport SA che riesce - in tempo record - a trovare il contatto giusto, la Ileadil di Caracas. La Lynx, a quel punto, cambia rotta, dirigendosi verso la spiaggia di Puerto Cabello, in Venezuela.
Raccontano le cronache locali dell'epoca che la nave fu tenuta sotto costante controllo aereo da parte delle forze militari Usa. C'era la paura - come si legge in un libro dell'autore venezuelano Edgardo Lander - che la nave buttasse tutto in mare, liberandosi di quel carico diventato improvvisamente pesantissimo. I pescatori raccontavano, in quei giorni del maggio del 1987, che dove passava la Lynx i pesci morivano, in una scia terrificante. Quando il cargo finalmente arriva a Puerto Cabello il sindacato dei portuali si rifiuta di avvicinarsi al carico, incrociando le braccia. La guardia civile, raccontano i giornali venezuelani, circondò poi i magazzini, in un vero e proprio stato d'assedio.
Passano dei giorni e la popolazione inizia a mobilitarsi. Alcuni parroci sfilano in strada con cartelli chiari e duri: «Non vogliamo che il Venezuela diventi la discarica dell'Europa». Si era sparsa poco prima la voce che una bambina - arrivata troppo vicino ai fusti - fosse morta dopo essere rimasta contaminata.
A Puerto Cabello si parlava di radioattività. Era la parola "nucleare" che racchiudeva in se quel pericolo vago, incontrollabile, silenzioso e invisibile. In realtà nessuno sapeva esattamente cosa vi fosse nei contenitori etichettati con i nomi del gotha della chimica europea. I testimoni raccontavano di pruriti, tossi improvvise, irritazioni degli occhi. E il carico della Lynx era il totem del pericolo venuto dal mare, che andava respinto, allontanato.
L'impresa Ileadil - registrata a Caracas come società di capitali - che si stava occupando del carico era quasi completamente italiana. Nelle visure camerali acquisite nel processo civile e nelle denunce presentate a Genova negli anni successivi appare lo stesso Renato Pent della Jelly Wax e il segretario di un ministro italiano. Una sorta di rappresentanza in loco di quella rete europea che aveva organizzato il viaggio. Le coperture non bastarono per far fronte, però, alla vera e propria rivolta popolare che a Puerto Cabello chiedeva l'immediata espulsione dei monnezzari italiani. La decisione del governo del Venezuela a quel punto divenne categorica, per evitare il proseguire delle rivolte: il governo italiano e la Jelly Wax devono riportare tutto in patria.
Cambia la motonave, non è più la Lynx, ma la greco-cipriota Makiri, che riparte verso l'Europa con il carico dei 10.500 fusti. Se per il Venezuela è una liberazione, la partenza della nave è l'inizio dell'ultima e complessa parte della storia dei veleni della Zanoobia.
La Makiri si ferma prima nel porto di Cagliari, dove cambia i documenti d'imbarco. Sul manifesto di bordo spariscono i rifiuti tossici e appare, magicamente, la dicitura generica «prodotti chimici». Dopo il maquillage la nave arriva nel porto di Tartous, in Siria. Basta poco alle autorità locali per accorgersi che i fusti non contengono semplici sostanze chimiche, ma rifiuti pericolosi. Nell'aprile del 1988 la Siria intima il rimpatrio immediato del carico, a spese della Jelly Wax. L'ultimo tratto da Tartous fino a Massa Carrara e poi a Genova viene compiuto dalla nave Zanoobia, che riporta in Italia definitivamente il carico di veleni.
Una storia - quella dei rifiuti arrivati a Genova nel maggio del 1988 - che ancora oggi attende il suo finale. Dei 10.500 fusti si è persa ogni traccia, perduti nei meandri delle burocrazie di carta.

di Andrea Palladino

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