venerdì 2 ottobre 2009

Il rapporto di psicotica diffidenza tra USA e Iran


La Francia e la Germania combatterono tre guerre in 70 anni, prima che emergesse la brillante idea di inserire il loro problema in qualcosa di più grande: l’Unione Europea. Gli Stati Uniti e l’Iran non sono scesi in guerra, ma hanno un rapporto di psicotica diffidenza. La risposta non può che essere la stessa: ampliare il contesto.

La rivelazione che l’Iran ha costruito in segreto un secondo impianto di arricchimento dell’uranio (vicino alla città santa di Qom (N.d.T.) ) non cambia l’equazione nucleare, se essa è misurata dalla capacità del paese di produrre una bomba. Nessun quantitativo di uranio è entrato in questa nuova struttura. L’eventuale capacità dell’Iran di produrre materiale fissile utilizzabile a scopo bellico, per non parlare di trasferirlo, rimane inalterata.

Ciò che è cambiato è la psicologia del programma nucleare iraniano. La sfiducia, già profonda, è ora incommensurabile.

Con un impianto di arricchimento dell’uranio a Natanz in grado di ospitare 54.000 centrifughe (ma poco più di 8.000 sono installate), e con la sua unica centrale nucleare ancora a singhiozzo, non sembra che vi siano 54.000 motivi, per l’Iran, per scavare in una montagna vicino alla città santa di Qom al fine di installare 3.000 centrifughe di più.

Teheran vuole un’opzione militare nucleare, anche se è nervosa – ed esitante – riguardo alla realtà.

Il “gemellaggio” tra Qom e il nucleare rivela la mentalità nucleare iraniana: il programma di arricchimento ha raggiunto uno status sacrale, come simbolo dell’indipendenza iraniana – un simbolo paragonabile alla nazionalizzazione del petrolio nel 1950.

(L’Iran sostiene che i suoi obblighi verso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) richiedono solo di dare notifica del nuovo impianto 180 giorni prima dell’introduzione di materiale nucleare. Le nazioni occidentali contestano questo fatto. Questi dettagli tecnici sono in ogni caso discutibili – e irrilevanti. Il nocciolo della questione è un tradimento della fiducia da parte di Teheran .)

L’effetto di Natanz e Qom è stato quello di rendere nuove sanzioni immediatamente più probabili. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha suggerito di introdurle nel mese di dicembre, in assenza di un “cambiamento di fondo”. Il presidente Obama – che si diverte a lasciare agli europei gli atteggiamenti di belligeranza – ha evitato la parola “sanzioni”, ma ha fatto del suo meglio per apparire risoluto.

Più significativi delle parole, tuttavia, sono stati i mancati pronunciamenti. L’ Iran sarebbe sobbalzato se Obama fosse stato affiancato dai leader di Germania, Russia e Cina. Questi tre paesi sono le principali fonti del commercio iraniano.

Il Cancelliere Angela Merkel non ha “trovato il tempo” (sebbene si sia “associata” ad Obama). La Russia ha espresso “seria preoccupazione”. La Cina ha bofonchiato qualcosa a proposito di “dialogo”. Si è trattato più di fiacchi contorsionismi che dell’espressione di chiare linee di demarcazione.

L’ho già detto in precedenza: le sanzioni non funzioneranno. Ray Takeyh, che ha lavorato sull’Iran con Dennis Ross al Dipartimento di Stato prima di perdere il suo posto il mese scorso e fare ritorno al Council on Foreign Relations, mi ha detto che le sanzioni sono “un’opzione che fa star bene”.

Sì, è bello fare qualcosa, ma non è necessariamente di aiuto. In questo caso, le sanzioni non lo saranno, per quattro motivi.

Uno: l’Iran è abituato alle sanzioni dopo aver convissuto con esse per anni, e ha in Dubai un passaggio sicuro per le merci, con una soprattassa gestibile. Due: la Russia e la Cina non potranno mai dare un appoggio alle sanzioni che non sia puramente di facciata. Tre: non si fa cadere un simbolo quasi sacro – l’energia nucleare – semplicemente tagliando la disponibilità di benzina. Quattro: le sanzioni alimentano il complesso di persecuzione su cui il regime iraniano prospera.

Un alto funzionario del ministero degli esteri tedesco ha detto la scorsa settimana a una delegazione dell’American Council on Germany: “L’efficienza delle sanzioni non viene realmente messa in discussione, perché se lo faceste, vi resterebbero soltanto due opzioni – un attacco militare o convivere con un Iran nucleare – e nessuno vuole arrivare fin lì. Quindi la risposta è: imponiamo ulteriori sanzioni! E ‘un dibattito disonesto”.

D’altra parte, la disonestà è un elemento essenziale del programma nucleare iraniano. Teheran ha dissimulato. Israele, che ha introdotto l’ambiguità nucleare nella regione, ha – ripetutamente – preannunciato che una bomba iraniana sarebbe stata pronta di lì a pochi anni, fin dai primi anni ‘90. Ed essa è invece ancora lontana di alcuni anni, secondo l’intelligence USA.

La scelta è realmente tra un attacco militare e la convivenza con un Iran nucleare. Ma che cos’è un “Iran nucleare”? E’ un Iran che è dotato di armi nucleari – uno sviluppo, questo, che sarebbe molto pericoloso – o un Iran con impianti di arricchimento monitorati dall’AIEA?

Personalmente, credo che un arricchimento monitorato sul suolo iraniano, in nome di ciò che Obama ha definito il “diritto dell’Iran al nucleare pacifico”, resti una possibile base per un accordo che blocchi la militarizzazione. Impedire l’arricchimento è ormai un’ipotesi che non può più essere presa in considerazione.

Affinché siano evitate sanzioni inutili, il mantra di William Burns, sottosegretario USA per gli affari politici, che sarà presente ai colloqui multilaterali con l’Iran che avranno inizio giovedì prossimo, deve essere: “Allargare la tela”.

Il regime iraniano è debole. La sua confusione è stata ancora una volta evidente la scorsa settimana: esso si sente addirittura minacciato da George Soros (il riferimento è ai timori del regime iraniano che il magnate americano George Soros possa finanziare una “rivoluzione di velluto” in Iran (N.d.T.) ). Fazioni importanti ora vedono una svolta americana come necessaria. Esse hanno una buona opinione di Burns.

Burns deve cercare di aprire negoziati bilaterali paralleli USA-Iran che coprano almeno le questioni seguenti: l’Afghanistan e l’Iraq (dove gli interessi spesso convergono), Hezbollah e Hamas (dove non convergono), i diritti umani, le attività iraniane congelate, le relazioni diplomatiche, i provvedimenti per la sicurezza regionale, la lotta al narcotraffico, la lotta contro al-Qaeda, i visti e la possibilità di viaggiare fra i due paesi.

Isolati, i negoziati sul nucleare falliranno. Integrati in un contesto più ampio, potrebbero aver successo. Il senso di umiliazione dell’Iran è radicato nel suo complesso nei confronti dell’America; il suo programma nucleare riguarda soprattutto il ristabilimento dell’orgoglio. Risolvere il complesso per contenere il programma. “Triangolare”. Pensare su vasta scala. Pensare all’UE, non a Versailles.


di Roger Cohen

Roger Cohen è un noto commentatore del New York Times e dell’International Herald Tribune; in precedenza aveva lavorato come corrispondente estero per l’agenzia Reuters, e poi per il Wall Street Journal.

Original Version: The U.S.-Iranian Triangle

Traduzione: http://www.medarabnews.com/


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