lunedì 5 ottobre 2009

La battaglia dei baraccati a Durban


La situazione è ancora molto tesa a Durban, dopo gli attacchi dello scorso fine settimana, nei quali hanno perso la vita almeno due persone, presso l'insediamento di Kennedy Road, sede del movimento sociale dei baraccati Abahlali.

La situazione è ancora molto tesa a Durban, dopo gli attacchi dello scorso fine settimana, nei quali hanno perso la vita almeno due persone, presso l’insediamento di Kennedy Road, sede principale del movimento sociale dei baraccati Abahlali baseMjondolo. Sabato scorso l’insediamento, nel quale vivono più di sette mila persone, è stato al centro di un attacco da parte di un gruppo di quaranta uomini armati. Secondo molti attivisti di Abahlali, dietro l’attacco ci sarebbero addirittura la polizia e l’African national congress. Circa un migliaio di persone rimangono ancora senza casa dopo aver perso il loro alloggio, alcuni perché hanno avuto la casa distrutta, altri perché hanno dovuto lasciare l’insediamento dopo essere stati più volte minacciati e aggrediti in quanto attivisti o simpatizzanti di Abahlali baseMjondolo. Molte famiglie sono alloggiate presso familiari e amici, altri invece sono senza un riparo. Il vescovo anglicano del KwaZulu-Natal, dopo aver scritto un duro comunicato di condanna per quello che è accaduto, sta organizzando iniziative di solidarità per gli sfollati. E’ stato aperto anche un conto bancario per aiutare chi ha perso casa, oggetti personali, proprietà.
Il movimento ha tenuto giovedì 1 ottobre un primo incontro in una località segreta nei dintorni di Durban. Molti degli attivisti di Abahlali vivono ancora nascosti per paura di ritorsioni e attacchi.
Il ruolo della polizia continua a restare molto ambiguo e discutibile. Nel distretto di Sydenham la polizia nega di conoscere le disposizioni che erano state decise dal comitato di sicurezza del Kennedy Road Development Committee [Krdc] per arginare la violenza [in particolare verso le donne] nell’insediamento. Fra queste, c’è la decisione di chiudere i bar all’interno della baraccopoli alle ore 22, per evitare problemi di violenza legati all’abuso di alcool, scelta questa giudicata strumentalmente «un coprifuoco inaccettabile» e una «violazione della libertà personale» da parte delle autorità circoscrizionali e municipali. La dichiarazioni degli uomini dlla polizia, però, risultano palesemente false, hanno spiegato gli attivisti di Abahlali, in quanto ci sono diversi testimoni, anche internazionali, che hanno assistito ad assemblee nelle quali queste e altre norme di «autogoverno» sono state illustrate alla comunità, alla presenza della polizia che aveva salutato positivamente queste disposizioni.
Intanto, un grande movimento di solidarietà con Abahlali sta esercitando in questi giorni un’importante pressione politica verso le autorità municipali e regionali. Quasi mille persone hanno firmato una lettera-petizione al presidente Zuma, dove si chiede di far chiarezza su quello che è accaduto e in cui si protesta per l’atteggiamento di polizia e autorità. Accademici e intellettuali ha scritto ai giornali e moltissime organizzazioni non governative, movimenti, leader religiosi e associazioni hanno protestato duramente [anche in altre città, tra cui Londra] per ciò che sembra essere un chiaro attacco politico a questo grande movimento sociale. La lista completa degli appelli per Abahlali, in continuo aggiornamento, si può trovare nel sito del movimento [www.abahlali.org], nel quale sono stati anche pubblicati diversi video su i giorni successivi agli attacchi.
Una notizia delle ultime ore ha confermato che gli otto attivisti del Kennedy Road Development Committee, arrestati fra domenica e lunedì, saranno processati il giorno 8 ottobre per le accuse di omicidio e aggressione, anche se in realtà gli attivisti di Krdc e Abahlali sono le vittime del violento attacco della scorsa settimana. Nessun’altro è stato fermato dalla polizia per le violenze di quella notte. Le autorità, per bocca del presidente della circoscrizione Yakoob Baig e dell’assessore provinciale Willies Mchunu, hanno detto, in una conferenza stampa, che ora l’insediamento è stato «liberato» da Abahlali e regnerà finalmente «l’armonia».


di Francesco Gastaldon

Link: http://carta.org/campagne/dal+mondo/18439

L'america latina e il nuovo saccheggio spagnolo


Non usa mezzi termini GreenPeace nell'ultima informativa pubblicata: le multinazionali spagnole impegnate in America Latina sono colpevoli di aver depredato l'ambiente. Nonostante l'apparente immagine trasparente che vogliono far credere di avere all'interno dei propri confini nazionali.
Infatti, è proprio fuori dall'Europa, soprattutto in America Latina, che le multinazionali spagnole danno il peggio.
Molti i settori presi in considerazione nelle quasi 110 pagine dell'informativa titolata: Los nuevos conquistadores. Multinacionales españolas en America Latina. Si passa dai danni causati dall'industria petrolifera a quella alberghiera passando per le più che importanti aziende di carbone. E proprio su questo tema si sofferma il rapporto. Secondo quanto dichiarato da GreenPeace, infatti, Union Fenosa e Iberdrola, due importanti aziende iberiche, sarebbero in procinto di ampliare i loro progetti di estrazione di carbone in Guatemala, rischiando di causare danni ambientali difficilmente riparabili.
Ma sono progetti che riguardano solo una determinata area, quella dei paesi cosiddetti poveri del centro e sud america. Sì, perchè nei progetti riguardanti paesi del vecchio continente le stesse aziende mettono in primo piano strategie di relative a fonti di energia rinnovabile.
Pagine fitte di dati e informazioni sulle attività delle multinazionali che stanno mettendo in serio pericolo l'ambiente dell'intero continente americano.
Il portavoce di GreenPeace, Mario Rodriguez, però, tiene a sottolineare che le multinazionali spagnole non hanno progetti più dannosi rispetto a altre di altre nazionalità. E cita due delle maggior multinazionali al mondo del settore petrolifero: Shell e Exxon ritenendo che "le attività di queste aziende non siano differenti da quelle di Repsol".
Un altro settore da tenere in considerazione secondo GreenPeace è quello dell'industria turistica. Chilometri di costa, soprattutto nei paesi dove il turismo è ancora una voce importante del Pil, come il Messico, distrutti e dati in pasto a colate di cemento. Foreste di mangrovie necessarie alla sopravvivenza dell'ambiente rase al suolo. Specie animali che corrono il serio pericolo di estinguersi. E tutto in nome del dio profitto. "Senza nemmeno restituire parte dei proventi alle comunità locali" dice Rodriguez che aggiunge: "Le imprese spagnole hanno distrutto prima le coste spagnole e adesso cercano di portare lo stesso modello anche in questa parte del mondo. E non ci viene nemmeno raccontato cosa stanno facendo lungo la Riviera Maya" zona molto frequentata dal turismo internazionale. Su tutti spicca il clamoroso caso di un hotel costruito nei pressi della famosa località turistica Cancun: il resort è sorto dopo aver completamente distrutto l'habitat della zona che comprendeva una vasta distesa di mangrovie e di animali. Da qui la decisione di GreenPeace di chiedere al governo di Madrid di non difendere le compagnie che hanno compiuto stragi ambientali.
Vane le scuse della compagnia, che ha edificato l'hotel, che da sempre ha sostenuto di aver costruito su un territorio già devastato da cicloni tropicali.
In ogni caso non è stata solo GreenPeace a puntare il dito contro le opere delle grandi multinazionali. Anche l'organizzazione non governativa Paz con Dignidad dopo un accurato studio ha reso noti dati molto interessanti. Pare infatti che le multinazionali spagnole investano solo l'1,2 percento dei loro guadagni in responsabilità sociale a scapito di un aumento dei guadagni che dal 2004 ha raggiunto il 156 percento.
Insomma, sembra che le multinazionali poco si preoccupino dei danni che causano e si comportino nello stesso modo dei conquistadores che misero in ginocchio l'intero continente secoli fa.

di Alessandro Grandi

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