martedì 6 ottobre 2009

1994-2009, dalla polvere all'altare


Sostiene di sentire la stessa puzza di bruciato del 1994. Intrisa di poteri forti, più o meno gli stessi che allora lo costrinsero a mollare. Ma se c'è una cosa in cui Silvio Berlusconi-2009 non c'entra nulla con Silvio Berlusconi-1994 è proprio la sua influenza su banche, grande industria, giornali e altrove. Che oggi ha piena, e allora si sognava.
«Patti chiari, amicizia lunga. Si mettano in testa che vogliamo comandare noi», ammonisce nell'estate del 1994 il vicepresidente del consiglio Pinuccio Tatarella. In quell'estate - un segno che sia la terza più calda del secolo? - Berlusconi è sì «sceso in campo» con la sua videocassetta di 9 minuti e 24 secondi, ha sì vinto le elezioni, ma di fatto non tocca palla (Milan a parte). A Mediobanca regna Enrico Cuccia, che disdegna il Cavaliere e lo tiene fuori dal cosiddetto «salotto buono» della finanza italiana. «Buono, direi anche ottimo», dice adesso la figlia Marina, fatta accomodare l’anno scorso nel consiglio di amministrazione della banca d'affari e incensata dalla rivista Forbes quale trentatreesima donna più potente del mondo, unica italiana sulle prime 100. Mentre oggi in Mediobanca comanda Cesare Geronzi, il più potente dei banchieri – forse anche prossimo presidente delle assicurazioni Generali, grande cassaforte italiana - con cui Berlusconi ha rapporti ottimi, e paritari.
«Le grandi chiese non ammettono mai il pastore evengelico che produce fedeli per conto proprio», diceva ancora Tatarella indicando tra le «chiese» anche la Fiat. Perché Gianni Agnelli è governativo per vocazione, ma per il Cavaliere resta una foto ingiallita sul comodino e nulla più. E anzi, quando l’Avvocato chiama, deve rispondere. Succede nel 2001, secondo governo Berlusconi: il ministro degli esteri viene deciso a Torino e non a Roma, è Renato Ruggiero, inner circle della corte torinese. Durerà però sette mesi, perché i tempi stanno cambiando e non c’è più nemmeno Cuccia. Cambiano talmente che oggi la Fiat è costretta a trattare con Berlusconi per ottenere nuovi aiuti statali. E siccome il presidente del consiglio compra Audi e non Maserati, si presume che qualche sconto gli venga fatto sui giornali controllati dalla Fiat, basta sfogliarli con un po’ di attenzione. Il Corriere della Sera è una ossessione del Cavaliere, prova più volte a sedersi su quest’altro salotto ma viene sempre respinto, anche se là dentro ha oggi più di una buona relazione, dagli uomini Fiat a Salvatore Ligresti, o all’uomo dell’Alitalia Corrado Passera di Intesa San Paolo. Cattiverie, certo, però nel novembre del 1994 è il giornalone milanese a recapitare a Berlusconi a Napoli, nel pieno di una conferenza mondiale dell’Onu, l’avviso di garanzia dei magistrati per concorso in corruzione. Ieri, per voltar pagina, sulla prima del Corsera campeggiava un Berlusconi statista che dall’elicottero controlla il disastro messinese. O quel titolo d’apertura della Stampa (Fiat 100%), «Nuove case come all’Aquila», notizia di fondo pagina perfino sul Giornale di famiglia.
«Lo snobbano», lamentava ancora Tatarella ai tempi, mica come adesso che quando arriva in Confindustria il Cavaliere riceve ovazioni. I rapporti con Emma Macegaglia non sono mica quelli con Luigi Abete d’antan, anche se ce ne ha messo del tempo Berlusconi a convincere l’imprenditoria italiana della sua bontà. C’è chi fa risalire la sua popolarità - la sua influenza - addirittura a quell’avviso di garanzia dei magistrati di Milano. E’ il 1994, la prima repubblica cade a pezzi e Mani Pulite avanza, arrivando fin dentro le segrete stanze anche della Fiat. Da quel momento Berlusconi cambia strategia, non accetta più il piano processuale e la butta in politica, tecnica supercollaudata che arriva ai nostri giorni, basta guardare la sua reazione al lodo Mondadori. Nel 1994 Berlusconi è così che risale, riuscendo a piazzare Mediaset in borsa nonostante le inchieste dei magistrati sulla sua Fininvest - è il 1996 - e da lì a salvare azienda e carriera e a tornare in cima.
Oggi la Confindustria è la sua casa e, già che c’è, mette un piedone anche dentro Il Sole 24 Ore. I vertici delle due principali banche del paese, Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno detto no ai Tremonti bond ma certo non possono vantare la stessa autonomia da Berlusconi che potevano vantare in quel 1994 i vertici delle due principali banche di allora, Credito Italiano e Banca Commerciale, messi lì dal solo Cuccia. Tatarella sarebbe contento: «Vogliamo comandare noi», ci sono riusciti.

di Francesco Paternò

Delta del Niger, i boys consegnano le armi al governo


Alla fine, in extremis, hanno deciso di deporre le armi. Tre leader combattenti «di peso» del Delta del Niger hanno accettato la proposta di amnistia del governo federale, la cui scadenza era prevista per la mezzanotte di domenica. Farah Dagogo, capo di una fazione del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) particolarmente attiva nello stato di Rivers, Ateke Tom, capo dei Niger Delta Vigilantes (Ndv), e Government Ekpemupolo, meglio noto come Tompolo, capo della Federazione delle comunità ijaw del Delta del Niger (Fndic), gruppo anch’esso affiliato al Mend, si sono arresi insieme ai loro combattenti e hanno consegnato le armi al governo.
Tompolo, definito anche il «generalissimo» e piuttosto influente nello stato del Delta, ha accettato l’amnistia dopo aver incontrato ad Abuja il presidente Umaru Musa Yar’Adua ed essere stato accolto al suo ritorno a Warri, capitale del Delta, da una folla immensa che innegiava a lui. «Io e la mia gente accettiamo l’offerta di amnistia. Lavorerò con il presidente perché i sogni di questo paese si realizzino», ha detto il capo ribelle all’uscita del suo incontro con il presidente.
L’offerta di amnistia, proclamata il 6 agosto scorso e attiva per un periodo di due mesi, prevede la non punibilità per le azioni commesse e il reinserimento dei combattenti nella società, con l’offerta di tirocini di formazione e posti di lavoro. Ma proprio su questo punto i pareri sono discordanti. Il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, ha detto che il suo gruppo rifiuta l’offerta perché «il disarmo è fraudolento, dal momento che non prende in considerazione le radici dei problemi del Delta».
Una considerazione condivisa in parte anche da altri gruppi, come il Niger Delta People's Volunteer Force (Ndpvf), guidato da Alhaji Dokubo-Asari, inattivo ormai da alcuni anni. A quanto racconta la Bbc, l’avvocato Festus Keyamo ha depositato una causa ad Abuja contro il governo per conto dell’ex gruppo ribelle, sostenendo che l’offerta di amnistia sarebbe illegale. «L’amnestia vuol dire: "vi perdoniamo". Ma non c’è nulla da perdonare se stai lottando per l’autodeterminazione del tuo popolo», ha detto Keyamo all’emittente britannica.
Il gruppo dirigente del Mend ha deciso di non accettare la proposta e ha nominato alcuni giorni fa un team di mediatori molto autorevole - di cui fa parte anche lo scrittore premio Nobel Wole Soyinka - per avviare un dialogo con il governo federale. «Il dialogo porterà a una risoluzione giusta e alla pace, al di là di questo processo di disarmo fraudolento», ha detto Henry Okah, il leader del Mend recentemente rilasciato dal carcere dopo un anno e mezzo di detenzione. Okah ha poi aggiunto che «la violenza è ben lungi dall’essere terminato».
A quanto sostiene il Mend, «tutti i comandanti sono stati sostituiti da comandanti sconosciuti a la prossima fase della nostra campagna comincerà presto». Ma non è chiaro che tipo di capacità d’azione abbia oggi il gruppo. I suoi principali leader - responsabili delle azioni che nei mesi e negli anni scorsi hanno compromesso la capacità estrattiva del gigante africano - hanno infatti aderito all’amnistia del governo. E con i capi si sono consegnati anche i boys, i soldati semplici che conducevano gli attacchi.
D’altra arte, è senz’altro vero quanto sostiene Okah. Che cioè l’offerta di amnistia non è per il momento supportata da proposte politiche serie per risolvere la questione del Delta. Il metodo utilizzato dal governo è quello della pura cooptazione dei combattenti, senza minimamente analizzare le richieste che da anni portano avanti i gruppi ribelli, in particolare un aumento del principio di derivazione (ossia la percentuale di profitti derivanti dall’estrazione del greggio che viene rigirata agli stati produttori del Delta, per il momento ferma al 13%) e una compensazione per i danni ambientali che l’estrazione produce.

di Stefano Liberti

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori