venerdì 9 ottobre 2009

Berlusconi dice, l'Italia sono io. Poveri italiani


L'altra sera, qui a Roma, sei persone sono state portate in commissariato e denunciate per aver urlato “In galera” al premier medesimo, in piazza Venezia.

Il reato che è stato loro contestato è quello previsto dall’articolo 290 del Codice penale: «Chiunque pubblicamente vilipende la Repubblica, le Assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo o la Corte Costituzionale o l’Ordine giudiziario, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni».

Molto divertente: tutto ciò... nello stesso giorno in cui Berlusconi ha violato ripetutamente il medesimo articolo, con quel che ha detto del capo dello Stato e della Corte costituzionale.

Divertente anche di più, se pensate che sempre nella stessa giornata il suo amico Bossi ha detto che a questo punto «bisogna fare la guerra», violando probabilmente l’adiacente articolo 286 («Chiunque commette un fatto diretto a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato è punito con l’ergastolo»).

Ovviamente io penso che non dovrebbe essere denunciato nessuno, né i sei di ieri, né Bossi, né il premier, e che ognuno dica quel che gli pare. Resta il fatto che i sei sono finiti in commissariato, B&B ovviamente no.

Mi viene in mente una roba di tanti anni fa, forse alcuni tra di voi erano ragazzini: nel novembre del 1994, quando il Corriere della Sera pubblicò la notizia che il premier aveva ricevuto un avviso di garanzia per corruzione, i due cronisti che firmarono l’articolo (Di Feo e Buccini) furono penalmente denunciati da Berlusconi per «attentato contro organi costituzionali» (articolo 289 del Codice Penale, pena prevista fino a cinque anni di galera).

Per aver pubblicato una notizia, ripeto.

Ovviamente l’indagine fu archiviata prima di arrivare a dibattimento, ma insomma, B. ci provò.

Non è che abbia iniziato ieri sera, ecco.

di ALESSANDRO GILIOLI

Link: Pressante

Le bugie di Angelino Alfano, ministro di facciata per una giustizia di facciata


Non c'è tregua. Da questa estate le agenzie rilanciano a raffica le dichiarazioni del ministro della giustizia Angelino Alfano e del premier Berlusconi sul tema della lotta alla mafia.

Lo scorso 2 luglio Angelino Alfano si vantava di aver varato “norme che costituiscono, per la prima volta dai tempi del giudice Falcone, un baluardo legislativo fondamentale per affondare il colpo definitivo a cosa nostra”. Il Guardasigilli spiegava poi che tali innovazioni avrebbero consentito a magistrati e investigatori “di dotarsi di strumenti straordinariamente efficaci, all'avanguardia fra le legislazioni mondiali in materia”.

Ma vediamo la realtà dei fatti: nel Ddl sulle intercettazioni varato da mesi e pronto per essere convertito in legge viene prospettato una vera e propria “contro-riforma” nel sistema giustizia, richiesta e pretesa espressamente dal presidente Berlusconi e realizzata dal ministro Alfano.
Basta leggerne solamente alcuni stralci per rendersi conto del divario tra finzione e realtà.
Saranno 3 giudici e non più uno a decidere se concedere le intercettazioni, e solo «quando si riscontrino gravi indizi di colpevolezza e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine», e questo provocherà un'evidente rallentamento (per non dire paralisi), nelle autorizzazioni a procedere, per la carenza effettiva dei giudici in Italia.
Per poter utilizzare le intercettazioni per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni (ad es. per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica, la diffusione di materiale pedopornografico) il Ddl sancisce che serviranno «evidenti indizi di colpevolezza».
La maggior parte dei magistrati ha illustrato la pericolosità della definizione “evidenti indizi di colpevolezza”, per quanto riguarda i reati di mafia (e non solo) la percentuale dei casi in cui un procedimento ha avuto come causa investigativa iniziale e terminale un reato di mafia è solamente del 40-50%. Mentre c'è tutta un'altra galassia di indagini che approdano all'ipotesi di mafia pur nascendo da altre ipotesi di reato.
Per i reati di mafia e terrorismo ci vorranno “sufficienti indizi di colpa”, ma anche in questo caso sarà una guerra sui termini che aprirà uno scontro tra accusa e difesa. A tutto vantaggio dei tempi per la prescrizione.
Sempre nel Ddl si legge che le registrazioni audiovisive saranno autorizzate solo se c’è il «fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo attività criminosa», si tratta di un'altra assurdità visto che per scoprire un'attività criminosa molto spesso si parte da scarni indizi che con il tempo ne rivelano la reale portata.
Il Ddl, inoltre, mette un limite di tempo, con annessa proroga qualora siano emersi nuovi elementi (30 giorni +15 e 40 + 20 per mafia) e qui siamo davvero al paradosso, lontani anni luce da quelle norme che Alfano definisce “un baluardo legislativo fondamentale per affondare il colpo definitivo a cosa nostra”.
Ci troviamo invece di fronte a norme che sottraggono al pm il controllo diretto della polizia giudiziaria e il potere di acquisizione diretta delle notizie di reato.
E' evidente che in questo modo il pubblico ministero diventerà una sorte di “avvocato della Polizia”, un soggetto appiattito su un altro soggetto, che è riconducibile al Governo attraverso i ministeri cui fanno capo i vari corpi che svolgono attività di polizia giudiziaria (Interno, Difesa o Finanze, secondo che si tratti di Polizia, Carabinieri o Fiamme Gialle).
Se da una parte il ministro della giustizia rivendica di aver inasprito il 41 bis aumentando a quattro anni la durata dei provvedimenti restrittivi per chi è accusato di reati di mafia, si continuano a verificare falle pericolosissime, vedi l’esempio di un boss del calibro di Piddu Madonia che dal 41 bis continuava ad impartire ordini. E soprattutto quando si parla di 41 bis, quasi trasversalmente, la politica non accetta di rimettere in discussione la riapertura delle carceri di Pianosa e dell'Asinara. Dove il principale obiettivo del 41 bis, cioè l’isolamento al fine di recidere il legame con la famiglia mafiosa, era reale ed effettivo.
Silvio Berlusconi ha più volte arringato la folla con piglio mussoliniano: “aumenteremo la difesa dei cittadini contro la criminalità singola e anche contro la criminalità organizzata, impiegando altri militari”. Per poi passare alla summa dell'egocentrismo: "Io vorrei passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia".
L'esercito è stato visto però presidiare solamente i siti destinati alle discariche dei rifiuti o quelli indicati per l'ampliamento delle basi americane in Italia; mentre per quanto riguarda la sicurezza nelle città si è tornati a parlare di “ronde” con conseguenti scontri fisici. I disordini di Massa Carrara di quest'estate all'interno della “ronda proletaria antifascista” promossa dall'Asp - Associazione solidarietà proletaria, insieme alla Federazione toscana del partito dei Carc -Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo, in risposta alla precedente ronda della SSS - Soccorso sociale e sicurezza, associazione fondata dalla destra locale che ha già svolto in città iniziative di pattugliamento, sono solo un esempio di come questa “gestione” della sicurezza può degenerare.
La maggioranza degli italiani disconosce i decreti di archiviazione di Firenze (1998) e di Caltanissetta (2002) per le stragi del '92 e del '93 nelle quali Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi vengono scagionati per mancanza di prove dalle accuse gravissime di essere complici di mafiosi “stragisti”, ma vengono altresì “segnati” in maniera indelebile per avere intrattenuto “rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto”. Una definizione che in un paese “civile” avrebbero impedito a chiunque di continuare la propria carriera politica.
E' evidente quindi perché Berlusconi sia allarmato per quei magistrati che continuano a indagare sul biennio stragista '92/'93. L'8 settembre scorso, intervenendo alla Fiera del Levante, aveva dichiarato di sapere che “ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94 e del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese”.
Il premier aveva poi definito queste nuove indagini dei magistrati “follia pura” e tre giorni dopo, nel pieno delle polemiche politiche a riguardo, Angelino Alfano affermava invece di essere d’accordo sulla riapertura delle indagini di mafia sulle stragi degli anni ‘90 qualora ci fossero stati nuovi elementi su cui indagare. Entrando poi nello specifico Alfano si diceva sicuro che “i magistrati lo faranno con zelo e coscienza e siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità”.
Ennesima schizofrenia istituzionale. Parole al vento di un ministro il cui cognome primeggia su un lodo che protegge lo stesso Premier da qualsiasi processo nonostante il suo co-imputato Mills sia stato condannato in I° grado a 4 anni e sei mesi per essere stato corrotto proprio da Berlusconi.
Osserviamo attentamente come funziona la giustizia nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune città simbolo nella lotta alla mafia come Palermo, Caltanissetta e Trapani. Nel capoluogo siciliano mancano 17 magistrati, a Caltanissetta dopo le denunce e i ripetuti appelli del procuratore Lari ne sono arrivati 4, si è quindi in parte tamponata l'emorragia senza però risolvere del tutto il problema visto che allo stato i buchi d'organico per una procura come quella di Caltanissetta sono comunque del 30-35 %.
Per non parlare della Dia nissena, oberata di lavoro nella collaborazione con la procura della Repubblica nelle indagini sulle stragi in primis, che può contare però su rinforzi di uomini e mezzi “a corrente alternata”.
Mancano nuovi sostituti procuratori che, salvo rare eccezioni, non chiedono più il trasferimento nelle “sedi disagiate” nonostante gli incentivi economici proposti dal ministro Alfano per coloro che sceglieranno sedi “di frontiera”.
Nella città di Trapani si stanno celebrando processi delicatissimi di mafia e politica mentre l'organico giudiziario si svuota inesorabilmente; in procura su un optimum di 11 magistrati (+ il procuratore capo e il procuratore aggiunto) vi lavorano in realtà 6 Pm, di cui 3 hanno già chiesto il trasferimento.
Secondo i dati riportati nel Libro Bianco sulla scopertura degli organici negli uffici di procurarealizzato da Md e pubblicati un paio di mesi fa sul quotidiano di informazione giuridica Diritto e Giustizi@, questi incentivi non risolvono definitivamente il problema. Al momento della stesura delLibro Bianco erano infatti solo 29 le disponibilità offerte da magistrati che attualmente svolgono funzioni di giudice, mentre 48 erano quelle rese da magistrati già assegnati a funzioni requirenti. Un'inezia di fronte alla gravità del problema.
A tuttoggi mancano all'appello gli uditori giudiziari, tagliati via in seguito all'articolo 13 comma 2 del D.Lgs 160/06, e cioè la norma che vieta di destinare alle procure i magistrati di prima nomina.
Non ci dimentichiamo che negli ultimi anni erano stati soprattutto i giovani a rinforzare gli uffici di frontiera: fra il 2002 e oggi, negli ultimi tre concorsi per uditori, su un totale di 1.047 magistrati reclutati, 618 sono stati destinati ad uffici giudiziari situati nelle quattro regioni meridionali a rischio; di questi 244 sono stati assegnati a uffici requirenti. Quindi pochissime nuove immissioni a fronte dell'età pensionabile che è salita da 72 a 75 anni.
Continuando a sfogliare i dati riportati nel Libro Bianco la situazione non migliora.
Alcuni esempi. Su un organico complessivo di 660 posti di pm in uffici di primo grado ne risultavano vacanti 127 (la maggior parte in Sicilia e Calabria, ma anche in Campania e Puglia). Con una scopertura dell'83 per cento dell'organico a Vibo Valentia.
Nel documento di Md viene citato anche il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia che poteva disporre solamente di 2 sostituti procuratori su 6, i quali venivano impiegati con tanto di straordinari anche sul versante della zona di Vittora (RG), considerata una vera e propria “polveriera”, terra di Stidda come Gela (EN).
Altro elemento disincentivante nel sistema giustizia resta quello del passaggio di funzioni.
Per passare da un ufficio giudicante a uno inquirente è necessario trasferirsi a una sede di un altro distretto e di un'altra regione (solo i giudici civili e del lavoro possono muoversi all'interno dell'ambito territoriale circondario-provincia), con evidenti problemi “logistici” per chi ci prova.
Sfogliando poi il Dossier Anm su situazione organico uffici giudiziari Calabri e Sicilia (2008) ci si rende conto che siamo di fronte ad una situazione già nota che via via si sta incancrenendo. Nell'incipit del documento si legge che “l'obiettivo del dossier è di denuncia delle allarmanti carenze di risorse umane destinate nei distretti calabresi e siciliani per l'esercizio della giurisdizione, ritenendo che solo attraverso questo indispensabile strumento di analisi e riflessione possano essere rappresentate le reali situazioni che rendono inefficiente il servizio garantito ai cittadini”.
Scorrendo alcuni numeri riportati nel documento dell'Anm dello scorso anno troviamo che la scopertura di organico per la Procura di Palermo era al 14%; per quanto riguarda Messina sotto del 15%; a Catania andava ancora peggio con il suo – 17,6%. A Gela la percentuale in negativo scendeva al 60%., fino ad arrivare ad Enna con una scopertura che arrivava al 75%.
Ma è la prospettiva futura indicata successivamente dai magistrati quella che preoccupa maggiormente: “Nel prossimo quinquennio – si legge nel dossier – la maggioranza dei piccoli e medi uffici requirenti cesseranno di contrastare in maniera efficace la criminalità locale per carenza di organico, e basti citare le Procure di Siracusa, Gela, Caltanissetta, Locri, Palmi”. Il quadro complessivo è scoraggiante. Dati su dati, percentuali in negativo, cifre che dovrebbero allarmare l'opinione pubblica che invece è costantemente drogata dalle dichiarazioni pubbliche, dal Premier in giù, sui “magistrati cancro della democrazia”, così come sui “magistrati antropologicamente diversi dalla razza umana”.
Gli estensori del documento concludevano amaramente la relazione nella convinzione che: “Una risposta ai cittadini ancora più adeguata potrebbe essere data se solo si decidesse di investire maggiormente nel settore giustizia, sia con maggiori risorse, e non effettuando tagli alle spese, sia attraverso gli ampliamenti degli organici, la copertura dei posti vacanti e soprattutto la possibilità dei destinare alle funzioni monocratiche giudicanti e requirenti anche i magistrati di prima nomina”.
Ma di questa “risposta adeguata” al momento non c'è traccia. E a distanza di un anno il peggioramento del sistema-giustizia è evidente, sotto tutti i punti di vista.
Il ministro dell'interno, per quanto riguarda la lotta alla mafia, ha affermato che “non c'è periodo più felice di questo”. Roberto Maroni continua a sciorinare i risultati delle ultime catture dei latitanti. Risultati che sicuramente ci sono e sono importantissimi.
Ma si tratta di catture che per lo più si devono all'impegno eccezionale di uomini delle forze dell'ordine sottopagati e molto spesso costretti a mettere di tasca propria i soldi per sostenere le spese per le operazioni nell’attesa, o forse meglio dire, nella speranza di accedere ai rimborsi.
Per Maroni “il modo ideale per colpire al cuore i gruppi criminali e terroristici consiste nello sviluppo degli strumenti volti a colpire i loro patrimoni anche al di fuori dei confini nazionali”. E fin qui ci può star bene, ma se non colpiamo quella “borghesia mafiosa” che da secoli tesse trame e affari con le organizzazioni criminali a nulla serviranno i sequestri e le operazioni antimafia.
E' decisamente molto più difficile colpire certi “santuari” del mondo imprenditoriale legati alla mafia e soprattutto non aiuta a fare carriera, anzi, ne facilita l'arretramento, con tanto di isolamento e magari anche delegittimazione. Gli ultimi sequestri di centinaia di milioni di euro riconducibili a imprenditori legati a Cosa Nostra (vedi alla voce: Tommaso “Masino” Coppola, facoltoso imprenditore condannato a 6 anni per associazione mafiosa) sono solo la punta dell'iceberg.
“A Trapani, terreno elettivo della mafia dei colletti bianchi - ha detto il Pm palermitano Roberto Scarpinato - Cosa Nostra si avvale della complicità di avvocati, ragionieri, esperti che studiano come annullare gli effetti dei provvedimenti adottati dalla magistratura, come gestire le 488. Oggi la mafia i soldi li fa con la testa e non con i muscoli - ha specificato Scarpinato – studiando l'ordinamento per perseguire il massimo dei profitti con il minimo sforzo”.
Continuando questo viaggio nelle contraddizioni e nei paradossi del nostro Paese basta osservare la “politica dei tagli” che a partire dalla giustizia sta colpendo la pubblica amministrazione e la scuola.
Se facciamo un passo indietro ci accorgiamo che non c'è nulla di nuovo, semplicemente siamo di fronte ad un'accelerazione del disfacimento giudiziario esteso ormai agli altri pilastri della nostra democrazia.
Nel mese di novembre dello scorso anno Angelino Alfano aveva fatto partire una circolare a tutte le Dda nella quale si imponeva di recuperare entro 72 ore tutti i dati tecnici relativi alle intercettazioni utilizzate nell'ultimo periodo. Una pazzia. Che costringeva i vari procuratori a interrompere il proprio lavoro per stilare in tempo record una sorta di lista da inviare entro il tempo consentito al ministero della giustizia.
Oggi quella stessa metodologia destabilizzante continua a replicarsi anche attraverso le ispezioni ministeriali (come quella del 31 marzo scorso ordinata per verificare eventuali irregolarità compiute dai magistrati inquirenti nella conduzione delle due inchieste “Cedis” e “La Fiorita” nelle quali era imputato l'attuale ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto).
Francesco Messineo, procuratore capo di Palermo, denuncia l'ammontare del debito di 27 milioni di euro da parte della sua procura a fronte delle “spese di giustizia”, intercettazioni in testa.
Le ditte fornitrici dei servizi reclamano i soldi minacciando di sospendere i servizi.
Ai magistrati viene richiesto di usare lo strumento delle intercettazioni “con parsimonia” nonostante sia un dato di fatto che si tratti di una delle armi più incisive nell'azione di contrasto alla mafia.
Nelle cancellerie delle procure del sud (e non solo) manca la carta, il toner per le stampanti; il parco macchine dei vari tribunali siciliani (e non solo) possiede veri e propri carrozzoni che si guastano in continuazione, i magistrati anticipano i soldi per la benzina per migliaia di euro e a volte restano pure a piedi.
Anche in questo caso la realtà si ribalta e il ministro della Pubblica amministrazione e innovazione Renato Brunetta definisce “l'Anm è un mostro” in quanto “i magistrati si sono montati la testa”.
E di fronte alla replica dell'Anm: "Brunetta non sa quello che dice piuttosto i processi vengono bloccati dalle leggi", Angelino Alfano viene in soccorso a Brunetta respingendo le accuse al mittente: "Dall'Anm parole esagerate".
Ma chi è che sta esagerando? Ormai chi travisa la realtà manipolandola a proprio piacimento non ha più limiti.
Nel frattempo la “politica dei tagli” prosegue il suo corso. In una città come Palermo l'organico dei vigili del fuoco è allo stremo con 30 unità per la sede centrale e un'ottantina circa in totale per coprire tutta la provincia. Ecco che allora si spiega come ogni qualvolta arrivi un acquazzone la città impazzisce con i sottopassaggi che si riempiono di acqua e fango e gli automobilisti restano delle ore ad attendere i soccorsi mentre i vigili del fuoco devono correre da un lato all'altro della città. Vigili che magari sono costretti a chiedere aiuto alle altre province siciliane.
L'ultimo nubifragio nel messinese che ha causato 23 morti accertati e 40 dispersi è una vergogna nazionale per un Paese “civile” e soprattutto dimostra l'assenza di volontà politica nel porre tra le priorità la sicurezza, a tutti i livelli, dei cittadini.
Per non parlare della spazzatura che sommerge, nel vero senso della parola, una città come Palermo o delle proteste dei precari della scuola. Solo in Sicilia sono 6.779 i precari della scuola, tra insegnanti e amministrativi, rimasti senza lavoro per via della riduzione delle ore formative, scattata con la riforma del ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini. Senza cattedra sono rimasti 5.198 insegnanti, mentre 1.581 sono gli ausiliari tecnici e gli amministrativi rimasti senza incarico. Un intero popolo che non riesce a vedere un futuro possibile.
Se rileggiamo il programma elettorale presentato per le ultime elezioni dal Popolo delle libertà, intitolato “7 Missioni per il futuro dell'Italia”, troviamo come “Terza Missione” quella per assicurare“Più sicurezza e più giustizia”. Cosa ne è stato di questa “missione”?
Solamente un anno fa poliziotti, agenti di custodia, forestali, carabinieri, finanzieri e rappresentanti di Esercito, Marina e Aeronautica si sono ritrovati insieme davanti a Palazzo Chigi, alla Camera, al Senato e davanti alle Prefetture di tutta Italia, per protestare contro i tagli di circa tre miliardi di euro in tre anni previsti dalla manovra di assestamento del governo: ventitré sindacati, più i Cocer delle Forze Armate, per la prima volta tutti assieme, in rappresentanza dei 500 mila operatori italiani della sicurezza e della difesa.
Nel 2008 Felice Romano, segretario del Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp), ha denunciato senza mezzi termini che “in tre anni l'organico complessivo di forze dell'ordine e di difesa sarà ridotto di 40 mila persone. Ci saranno problemi per la manutenzione dei mezzi, per la benzina, per l'acquisto di divise e di giubbotti antiproiettile, saranno bloccati gli straordinari".
Sempre un anno fa i rappresentanti dei sindacati delle forze di polizia e dei Cocer delle forze armate hanno spiegato che “ci saranno pesantissimi rischi di ricadute sul livello di sicurezza che potrà essere garantito, sia a causa dell'impossibilità di reintegrare il personale che andrà in pensione "coatta" (40.000 donne e uomini), nonostante già oggi ci sia grave carenza d'organico, sia a causa degli oltre 3 miliardi di risorse tolti dai bilanci delle Forze di polizia ed armate”.
Nello stesso periodo il segretario generale provinciale UilPs Calogero Mallia ha denunciato la sensazione di “abbandono” vissuta dagli agenti di scorta.
“Il reparto scorte – ha precisato Mallia in occasione della commemorazione del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta - necessita di rinnovarsi soprattutto negli strumenti da opporre alla lotta alla criminalità, in primis nei mezzi assegnati a questo reparto e attualmente in uso, che risultano ormai obsoleti basti pensare che il parco auto è in una situazione di precarietà cronicizzata, tanto che si verifica con più frequenza il rischio di un sinistro stradale o addirittura di rimanere in panne con l'auto di servizio". "Malgrado le difficoltà - ha poi aggiunto il segretario generale provinciale UilPs - i colleghi del Reparto scorte e di tanti colleghi impegnati in altri settori e specialità della polizia di Stato, espletano il loro lavoro con grande professionalità, nonostante le carenze organiche, di mezzi e di risorse, poiché sono spinti da grandi valori”. Per poi concludere con la convinzione che “per evitare nuove stragi bisogna intervenire investendo sulle risorse”.
E' passato solo un anno e fino a questo momento non c'è stato alcun intervento governativo decisivo mirato a risolvere definitivamente questi gravi problemi. Solamente proclami.
Di contraltare abbiamo invece una Cosa Nostra che reagisce benissimo alla crisi. Se puntiamo i riflettori sul rapporto Sos Impresa 2008 c'è poco da immaginare.
Nel rapporto di Confesercenti viene sancito che la mafia incassa 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l'ora, 160 mila euro al minuto.
Un dato che stride spietatamente con quanto elencato poc'anzi, sputato in faccia ai cittadini onesti e a tutti gli operatori di giustizia.
Il parlamento aumenta gli stipendi ai suoi politicanti, ma ogni volta è incapace di trovare il denaro per coprire il Fondo di solidarietà vittime attentati mafiosi (legge 512/99).
I parenti delle tante vittime di mafia si vedono costretti a fare scioperi della fame, a elemosinare ciò che gli spetta per curare i propri invalidi e per mantenere le proprie famiglie.
Dal 2001 ad oggi si sono succeduti governi di centro-destra, di centro-sinistra e poi ancora di centro-destra.
In nessun caso la lotta alla mafia è stata una priorità.
Non che avessimo alcuna illusione da parte di un premier pluri inquisito, il cui braccio destro è stato condannato in I° grado a 9 anni per mafia.
Dalla relazione presentata alcuni giorni fa dal presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, basata sull'ultimo rapporto del Censis, è emerso che almeno tredici milioni di italiani, pari al 22% della popolazione, vivono in comuni, questi sono 610, che hanno registrato infiltrazioni mafiose.
Dati forse anche prudenti che mettono il dito su una piaga vergognosa e aperta che il nostro Paese non riesce a risolvere e nemmeno a contenere da più di un secolo.
Torna alla mente Mussolini quando all’inizio del suo mandato dichiarava che “risolvere il problema del Mezzogiorno d’Italia è al sommo delle mie aspirazioni”. Dopo una decina d’anni preso atto che la questione era assai complessa e di non facile soluzione a causa anche della stretta commistione fra mafia e i signorotti del tempo di limitò a diminuirne l’importanza.
“La questione meridionale non è più all’ordine del giorno, perché l’abbiamo in gran parte risolta e la risolveremo completamente”.
Allo stesso modo Silvio Berlusconi, per dar sfogo alla sua mania di passare alla storia come colui che ha sconfitto la mafia, fra un po’ si limiterà a dire che non c’è più.

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Silvio, sei sotto processo,...anzi due!


Con la bocciatura per incostituzionalità del Lodo Alfano, le quattro più alte cariche dello Stato perdono quella sorta di "immunità temporanea" stabilita dal provvedimento legato al nome del Guardasigilli e Silvio Berlusconi torna ad essere un normale imputato nei processi che lo riguardano e che ora possono ripartire. Segnatamente quelli denominati "Mills" per corruzione in atti giudiziari e "Mediaset sui diritti tv" (reati societari nella compravendita di diritti tv). Un terzo procedimento, quello cosiddetto Mediatrade è ancora in fase di indagini preliminari e il pm Fabio De Pasquale starebbe lavorando per redigere l'avviso di chiusura delle indagini che, di norma, prelude alla richeista di rinvio a giudizio.

Il no della Consulta per violazione dell'art. 138 (sulla revisione della Costituzione e sulle leggi costituzionali) era la pronuncia più temuta dai legali di Berlusconi: comporta infatti una bocciatura totale del 'lodo' (considerandolo una vera e propria immunità) e afferma che la materia andava trattata con legge costituzionale e non ordinaria.

La Consulta ha citato anche l'art. 3 (principio di uguaglianza) stabilendo, dunque, che la questione, al di là del suo trattamento "costituzionale" configura anche una violazione a una parte della Carta fondamentale che non può essere facilmente modificata.

Il premier torna dunque sotto processo. E il governo, per sanare l'incostituzionalità, dovrebbe (ma, a quanto ha detto Alfano, non lo farà) ricorrere a un ddl costituzionale che richiede una doppia lettura da parte di ciascuna Camera e una maggioranza qualificata se si vuole evitare il referendum confermativo. In sostanza: quasi un anno di lavoro facendo correre il Parlamento a rotta di collo. I giudici di Milano potrebbero essere più veloci nell'arrivare a sentenza.

Fonte: http://www.repubblica.it/

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