venerdì 23 ottobre 2009

Verità e Giustizia sulle stragi: FORZA PAPELLO!


La polemica sulla trattativa tra mafia e istituzioni è tornata a riaccendere la voglia di chiedere verità e giustizia per le tante stragi e i tanti morti dei primi anni '90 ma le incertezze sulla volontà di poter far luce permangono tutte intere. Intanto da spettatori esterni, privi di informazioni che non siano quelle riciclate dai mezzi di comunicazione, possiamo solo attenerci ad alcuni fatti significativi, anch'essi soggetti a conferme o smentite. Il primo è, senza dubbio, la dichiarazione del Procuratore nazionale antimafia secondo cui la trattativa c'è stata e si è svolta in due fasi, mentre la strage di via D'Amelio avrebbe salvato la vita a molti politici, nel senso che – secondo alcuni – Borsellino era in coda all'elenco degli eliminandi politici ma poi sarebbe passato improvvisamente in testa. Il secondo è il «papello» con le sue richieste assurde e nella quasi totalità mai esaudite, per citarne alcune: il maxiprocesso non ha subìto alcuna revisione; il 41 bis è stato reso permanente; la legge Rognoni La Torre è stata sempre modificata in senso restrittivo; la legge sui pentiti è stata modificata introducendo un termine garantista di 180 giorni per riferire tutto ciò di cui il collaboratore è a conoscenza; alcuni superpenitenziari sono stati chiusi, ma ne sono rimasti altri; il regime dei sequestri e confische è stato inasprito con la applicazione disgiunta delle misure di prevenzione, la applicazione anche in caso di collaborazione e l'estensione agli eredi anche cinque anni dopo la morte del proposto.
Trattativa velleitaria, dunque, perché senza possibili sbocchi, ma per farla andare avanti bisognava eliminare Borsellino che sicuramente (su ciò non c'è dubbio) si sarebbe messo di traverso. Eliminato Borsellino, però, le stragi sono continuate.
Il terzo è che dopo via D'Amelio la mafia non torna a spulciare l'elenco dei politici ma prosegue, come detto, con altre stragi a Milano e, con obbiettivi «raffinati» in via dei Georgofili a Firenze e San Giovanni al Velabro a Roma, fino a quando si ferma. E si ferma perché, secondo me, scopre che quella strategia è perdente sia per i detenuti - per i quali non c'è nulla a fare sul piano processuale dato che i giudici non hanno nessuna intenzione di fermarsi - sia per quelli che sono fuori e i cui grandi affari – accumulazione, riciclaggio, investimenti, appalti, servizi, ecc. – sono minacciati dalla troppa attenzione nazionale e internazionale che si focalizza su una mafia stragista. Il cambio di strategia è vincente e, detenuti esclusi, con l'avvento del centrodestra per questa mafia fuori dal carcere (e per tanti altri settori che vivono di illegalità) si riapre il paradiso: promesse mantenute o in via di attuazione come la neutralizzazione della magistratura e del Csm, divisione delle carriere con l'inevitabile sottoposizione del pm all'esecutivo, azione penale affidata alla sola polizia giudiziaria, accorciamenti di prescrizione, processo penale prolungato sino all'inverosimile, impossibilità di usare in altri processi le sentenze passate in giudicato, sanatorie edilizie, scudi fiscali, intercettazioni impossibili, silenzio stampa sulle indagini e chi più ne ha più ne metta. Una manna, dunque, da mettere al riparo delle stragi e degli omicidi «illustri».
È su questa seconda fase che bisognerebbe ragionare più a lungo per capire come si stia strutturando un sistema di protezione che renderà impossibile lo sradicamento delle mafie.
Tornando alla trattativa e alla mancanza di volontà politica di far luce sulla stessa e sui tanti misteri che l'accompagnano, c'è da domandarsi che senso hanno servizi di intelligence silenti su una loro postazione nel Castello Utveggio (e della quale Borsellino era sicuro) o incapaci di scoprire alcunché, a partire dalla cassaforte svuotata di Dalla Chiesa per finire con la scomparsa dell'agenda di Borsellino e per non parlare delle stragi che, troppo semplicisticamente, sono state scaricate solo sulla mafia.
E, ancora, c'è da chiedersi che ritardo ha comportato nella lotta alla mafia la mancata perquisizione del covo di Riina, ferma restando l'archiviazione del caso o, del pari, l'utilizzazione di un pentito fasullo come Scarantino, ritenuto attendibile da pm e giudici. Potremo mai sapere, date queste premesse, se la trattativa ci sia stata o meno e chi erano gli inevitabili referenti politici così potenti, in un momento così carico di tensione popolare antimafia e con una classe politica del tutto delegittimata, da poter garantire una trattativa con Cosa nostra e cosa hanno ottenuto, loro da una parte e i mafiosi dall'altra, per far cessare le stragi, oltre le richieste inevase del «papello»? Se il Procuratore nazionale antimafia dice che c'è stata, queste domande dovranno pur avere una risposta. Se il generale Mori dice che non c'è stata allora bisogna pur spiegare il perché delle stragi e di quella di via D'Amelio in particolare, che potrebbe essere stata determinata anche, ma non solo, dal «pericolo» che Borsellino, al di là della trattativa, costituiva per la mafia, lui erede naturale di Falcone e prosecutore determinato della sua opera di contrasto.
Verranno queste risposte per far luce su una delle fasi più drammatiche della Repubblica?
Temo che la assoluta continuità tra i poteri forti della «prima» e «seconda» Repubblica porrà notevoli ostacoli ma spero che i magistrati continuino a provarci fino in fondo anche se non sempre possono darsi risposte giudiziarie a crimini politici.
di Giuseppe Di Lello

Zimbabwe: Mugabe-Tsvangirai, nubi minacciose all’orizzonte


A poco più di otto mesi dall’accordo di spartizione del potere in Zimbabwe tra il presidente Robert Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai, nubi minacciose si prospettano all’orizzonte dei rapporti tra i due storici rivali in un paese ormai da anni in piena crisi economica e sociale. Dopo la controversa elezione presidenziale dello scorso anno, l’allora presidente sudafricano, Thabo Mbeki, aveva mediato un fragile patto per un governo congiunto tra i due pesi massimi della politica dello Zimbabwe. Una tregua complicata che ha tuttavia prodotto in questi ultimi mesi qualche timido segnale di miglioramento, ma che appare ora messa seriamente in pericolo dall’ostilità dell’85enne presidente che guida il paese africano con il pugno di ferro da quasi trent’anni.

A far esplodere nuovamente la crisi politica in tutta la sua asprezza nel paese africano è stato l’ennesimo arresto subìto la settimana scorsa dal candidato di Tsvangirai alla carica di vice-ministro dell’Agricoltura, il possidente bianco Roy Bennett, accusato da tempo di possesso di armi da fuoco a scopo di compiere atti di terrorismo. Nonostante il rilascio dietro cauzione dopo qualche giorno, il suo partito - MDC (Movement for Democratic Change) - ha annunciato il boicottaggio delle prossime riunioni del governo di coalizione con i membri del partito di Mugabe, ZANU-PF (Zimbabwe African National Union-Patriotic Front). Quest’ultimo si era più volte rifiutato di confermare Bennet nel suo incarico finché sottoposto ad un procedimento legale, peraltro definito da tutti gli esponenti dell’opposizione come una farsa motivata da ragioni puramente politiche.

“È nostro diritto svincolarci da un partner politico disonesto e inaffidabile” ha affermato il primo ministro Tsvangirai nel corso di una conferenza stampa tenuta nella capitale, Harare. La mossa del principale partito che da un decennio si oppone al regime di Mugabe, però, è apparsa a più di un’osservatore contraddittoria e non priva di rischi. Tsvangirai, infatti, ha lasciato intendere che il suo partito rimarrà al governo, anche se interromperà ogni trattativa con il presidente e i suoi uomini che mantengono tuttora il controllo di alcuni ministeri chiave.

Secondo alcuni, l’annuncio del boicottaggio sarebbe da intendersi piuttosto come un invito ai paesi facenti parte della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC) - garanti dell’accordo tra Mugabe e Tsvangirai - per intervenire sul presidente e convincerlo a rispettare gli accordi per la condivisione del potere stipulati ormai oltre un anno fa. Il primo ministro dello Zimbabwe nei prossimi giorni illustrerà i problemi della sua coabitazione con Mugabe ad alcuni leader dell’organizzazione regionale sudafricana, tra cui i presidenti del Mozambico Armando Guebuza, del Sudafrica Jacob Zuma, dell’Angola José Eduardo dos Santos e del Congo Joseph Kabila, quest’ultimo presidente in carica dell’SADC.

La netta presa di posizione dell’ex sindacalista, più volte arrestato nell’ultimo decennio di opposizione al dominio di Mugabe, riflette d’altronde anche la crescente frustrazione di un partito che continua ad essere intimidito dall’apparato di potere presidenziale. Lo ZANU-PF controlla tuttora il sistema giudiziario del paese, che utilizza come strumento politico per sopprimere il dissenso e colpire gli oppositori, come nel caso di Roy Bennet. Ogni tentativo poi di liberare la stampa dallo stretto controllo del regime viene deliberatamente ostacolato, così come il percorso verso la stesura di una nuova Costituzione. Numerose candidature di membri dell’MDC a posti chiave del governo sarebbero inoltre impedite e la creazione di gruppi paramilitari armati verrebbe impiegata nel paese per terrorizzare oppositori e cittadini comuni.

Nelle elezioni presidenziali del marzo 2008, la vittoria di Morgan Tsvangirai non era stata sufficiente ad evitare una sfida di secondo turno con il presidente in carica dal 1987 (dal 1980 al 1987 Mugabe aveva ricoperto l’incarico di primo ministro). La tornata elettorale era stata seguita da polemiche circa i risultati - Tsvangirai aveva sostenuto di aver superato la soglia del 50% - e soprattutto da violenti scontri nel paese fomentati dai sostenitori dello ZANU-PF. Con l’inasprirsi del clima politico nel paese, il leader dell’MDC aveva finito con il ritirarsi dal ballottaggio, andato in scena solo alla fine di giugno, lasciando strada a Robert Mugabe. Dopo la reazione di condanna della comunità internazionale, a luglio erano iniziate le trattative per una soluzione pacifica del conflitto che avrebbero portato al già ricordato accordo di settembre e al governo di unità nazionale, insediatosi dopo molte difficoltà nel febbraio di quest’anno.

Pressato da più parti, Tsvangirai aveva cercato così di fare buon viso a cattivo gioco, accettando di collaborare con l’uomo che in passato aveva orchestrato almeno tre tentativi di assassinio nei suoi confronti. Le condizioni economiche dello Zimbabwe nel corso dello stallo politico in atto, erano intanto rapidamente deteriorate, con un tasso elevatissimo di disoccupazione e un’iperinflazione totalmente fuori controllo. I modesti progressi degli ultimi mesi sul fronte della situazione economica e la relativa serenità del clima politico, nonostante le persistenti incomprensioni tra i due partiti di governo, rischiano però ora di lasciare spazio a nuove tensioni e ad un riacutizzarsi della crisi.

Le bande armate legate allo ZANU-PF nelle campagne sembrano aver ripreso la loro attività intimidatoria, mentre i ministri di Mugabe minacciano apertamente di procedere con l’attività di governo senza Tsvangirai e l’MDC. Il partito del presidente potrebbe cioè agire nuovamente senza controllo, com’era già accaduto nei mesi trascorsi tra le elezioni presidenziali e l’accordo con l’opposizione, quando vennero fatte due nomine oggi al centro dello scontro politico, quella del governatore della Banca Centrale, Gideon Gono, e del Ministro della Giustizia, Johannes Tomana, entrambi fedelissimi di Mugabe. L’abbandono del gabinetto da parte dell’MDC d’altra parte non può che rallegrare il partito del presidente, fin dall’inizio in gran parte ostile all’accordo e al lavoro più o meno apertamente per farlo naufragare.

Ad affiancare Mugabe e il suo partito nel prossimo consiglio dei Ministri dovrebbe rimanere quanto meno il leader di una fazione dell’MDC, il vice primo ministro Arthur Mutambara. Per quanto riguarda invece le sorti dell’accordo di spartizione del potere, oltre all’eventuale presa di posizione dei vicini stati sudafricani, sarà da valutare attentamente il bilancio per il 2010 che il Ministro delle Finanze Tendai Biti, segretario dell’MDC, sarà chiamato a presentare entro il prossimo ottobre. In caso di un’ulteriore escalation del conflitto tra le due parti, Tsvangirai ha già annunciato di voler indire nuove elezioni sotto l’egida dell’SADC, dell’Unione Africana e dell’ONU.

Al di là dei toni molto aspri, alcuni giornali africani hanno rivelato un tentativo dello stesso Mugabe di ristabilire i contatti con il suo rivale. Sia pure tutt’altro che entusiasta di condividere il potere con l’uomo politico che lo ha strenuamente combattuto negli ultimi anni, l’autocrate dello Zimbabwe forse non sembra rappresentare attualmente la linea più intransigente all’interno del suo partito. Ciò lascia intravedere qualche spiraglio per resuscitare una cooperazione che rimane tuttavia estremamente complicata.

Un ulteriore passo indietro per la ex Rhodesia, d’altronde, renderebbe ancora più disastrosa la condizione degli oltre 12 milioni di abitanti di un paese che, dopo la conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna (1965) era rimasto per molti anni un modello di sviluppo nell’intero continente africano. Gli aiuti economici dall’occidente, infatti, continuano ad arrivare con il contagocce e nuovi e più ingenti interventi di assistenza rimangono vincolati ai progressi politici che la coabitazione tra Mugabe e Tsvangirai riuscirà auspicabilmente a conseguire nei prossimi mesi.

di Michele Paris

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