sabato 24 ottobre 2009

Bruno Vespa, un vampiro succhia soldi dei contribuenti al tempo della crisi


Che razza di Paese è il nostro? In cui un personaggio viscido, untuoso, giullare di corte, come Bruno Vespa guadagna un milione e mezzo di euro e di fronte alla crisi che vede in ginocchio centinaia di famiglie italiane osa anche lamentarsi?

Pagato con i nostri soldi per fare una trasmissione assurda, inutile, faziosa, ingannevole in cui viene allisciato il potente di turno, senza un contraddittorio o una domanda degna di essere chiamata tale.
Uno strazio di giornalismo che irretisce gli italiani con presunzioni di verità al limite della decenza, che non fa altro che uniformarsi e uniformare alle disposizioni del nostro dittatorucolo e della sua schiera di ossequianti.
Una vergogna davvero, un insulto alla gente onesta che vive sempre più lontana dall’arroganza del potere che non solo non si cura affatto dei sacrifici quotidiani dei cittadini ma ne sbeffeggia la dignità.
Vergogna!

di Giorgio Bongiovanni

Normalizzate le relazioni tra Armenia e Turchia? Parla una sopravvissuta del genocidio del 1915


Dopo mesi di trattative segrete, il 10 ottobre scorso è giunto infine l'annuncio che i due storici protocolli volti a stabilire e poi normalizzare le relazioni tra Armenia e Turchia sono stati firmati. Se ratificati dai parlamenti di Ankara e Yerevan, il confine tra i due Paesi - chiuso dalla Turchia nel 1993 a sostegno dell'Azerbaijan in guerra con l'Armenia per il Nagorno Karabakh – potrebbe essere riaperto nel giro di due mesi.

Come previsto, nonostante i potenziali benefici in termini di sviluppo economico e stabilità per una regione travagliata, i nazionalisti e altre forze politiche (inclusa la Diaspora) in Armenia, Azerbaijan e Turchia sono in rivolta.

Tuttavia in Armenia, nonostante il timore di proteste massicce, in particolare tenuto conto di quelle che avevano seguito le controverse elezioni presidenziali dell'anno scorso, fino ad ora si sono registrate reazioni modeste da quando, in agosto, i protocolli sono stati resi pubblici.

Il principale partito nazionalista, la Federazione Rivoluzionaria Armena - Dashnaktsutyun (ARF-D) ha addirittura revocato lo sciopero di 24 ore indetto davanti ai due principali edifici governativi nella centralissima piazza della Repubblica a Yerevan. La decisione dell'ARF-D è stata presa il giorno prima dello storico accordo, dopo che era riuscita a radunare solo 10.000 persone, o poco più, su di un tema ritenuto centrale non solo per l'identità etnica locale ma anche per l'ideologia del partito.

Una seconda manifestazione tenutasi venerdì, in diretta risposta alla partita di calcio tra Armenia e Turchia del mercoledì precedente, è risultata ancor meno riuscita. I principali esponenti del partito continuano ad affermare che l'opposizione ai protocolli crescerà con un effetto a valanga, ma solo 1.500 persone circa hanno partecipato alla protesta, nonostante questa fosse stata organizzata su una delle strade più trafficate del centro della capitale.

Parlando con Osservatorio Balcani e Caucaso e il Wall Street Journal un'ora prima della manifestazione, il ministro degli Esteri armeno Eduard Nalbandyan era apparso calmo e fiducioso, nonostante le richieste di dimissioni a lui indirizzate da un partito che fino a poco tempo prima faceva parte della coalizione di governo, e che ne era uscito proprio sulla questione della normalizzazione delle relazioni con la Turchia.

Secondo il primo presidente dell'Armenia, Levon Ter-Petrosyan, l'ARF-D non può essere preso seriamente almeno fino a quando non deciderà di concentrarsi sull'obiettivo della rimozione dal potere del presidente in carica, Serzh Sargsyan. Armen Rustamyan, leader dell'ARF-D, ha dichiarato di non avere ancora questo obiettivo: “Noi facciamo una domanda esplicita, che non è ancora una richiesta di dimissioni ma che potrebbe logicamente diventarlo”, ha infatti sostenuto nel corso della manifestazione di venerdì. La stessa linea è mantenuta da Giro Manoyan, capo dell'ufficio Hay Tahd (Causa Armena) del partito, un organo che ritiene che il riconoscimento come genocidio del massacro del 1915 di quasi un milione e mezzo di armeni nell'Impero Ottomano non sia negoziabile.

Gli ultimi sopravvissuti di quella tragedia sarebbero d'accordo con questa posizione. Parlando nel suo appartamento di Yerevan, la 99enne Yelena Abrahamyan, per esempio, si dice fermamente contraria all'apertura del confine fino a quando la Turchia non presenterà le proprie scuse. Non sembra nemmeno disposta a lasciarsi influenzare dalle rassicurazioni del governo, secondo cui l'istituzione di una commissione storica, come parte del processo di normalizzazione, non potrà portare ad una negazione di quello che molti storici e Paesi considerano come il primo genocidio del Ventesimo secolo. Anche diversi attivisti e nazionalisti in Armenia e all'interno della Diaspora si oppongono al riconoscimento del confine esistente. Al contrario, ritengono che la Turchia dovrebbe fare concessioni territoriali all'Armenia, nonostante sempre più turchi e kurdi abitino la zona.

E' molto difficile in questo momento valutare con precisione l'opinione della maggioranza degli armeni sulla questione. Molti ritengono che quanti si oppongono esplicitamente ai protocolli potrebbero trovarsi di fronte ad una strada tutta in salita. Questo è particolarmente vero per il Congresso Nazionale Armeno (ANC) di Ter-Petrosyan, fuori dal Parlamento, che potrebbe essere considerato incoerente se provasse a sfruttare in modo troppo evidente la firma dei protocolli per arrivare ad un cambio di governo. Tuttavia, la settimana scorsa, l'ANC ha in qualche modo radicalizzato la propria posizione dichiarando che condannava la firma dei protocolli come “immorale e inammissibile”. Ciò nonostante, né l'ARF-D né l'ANC sembrano voler collaborare per evitare che i protocolli vengano ratificati. Entrambi infatti si scontrano con un serio dilemma.

“Coloro che tradizionalmente hanno avuto una posizione favorevole al governo, ma sono noti per le proprie posizioni nazionaliste, si trovano in una situazione difficile“, scrive al riguardo il quotidiano Hraparak. “Se loro [l'ARF-D] accogliessero con favore la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, significherebbe il tradimento delle loro istanze secolari. Se rifiutassero, significherebbe tradire Serzh Sargsyan. Non meno difficile è la posizione di quelli che hanno sempre fatto opposizione, ma al tempo stesso hanno sempre parlato di democrazia e sviluppo, buone relazioni e apertura dei confini con i vicini […] Da qualsiasi parte la si guardi, il vincitore in questa situazione è Serzh Sargsyan.”

Un altro quotidiano dell'opposizione, più moderato, spiega la situazione in modo ancor più esplicito, collegandola in particolare a quella che sembra essere la speranza dell'opposizione extra parlamentare: sfruttare i timori [dell'opinione pubblica] rispetto ad un possibile processo parallelo volto a risolvere il conflitto del Nagorno Karabakh. Nalbandyan, però, è fermo nel sostenere che i protocolli turco-armeni e l'accordo di pace con l'Azerbaijan rimangono due processi distinti. La comunità internazionale, tuttavia, spera certamente che la normalizzazione delle relazioni con Ankara possa per lo meno aiutare la soluzione di un conflitto congelato dal momento del cessate il fuoco, nel 1994. Ironicamente, nonostante le affermazioni dell'opposizione, il sentimento anti turco – a causa dei protocolli - sembra invece in crescita nell'Azerbaijan.

“Prima Serzh Sargsyan stava con il partito della guerra, mentre Levon Ter-Petrosyan con quello della pace”, ha commentato in un editoriale Aravot, sottolineando come il conflitto sia usato spesso per scopi politici interni indipendentemente dalla situazione. “Ora sembrano essersi scambiati i ruoli. In realtà il vero sostenitore della pace è colui che prenderà in considerazione l'opinione della gente del Karabakh, e il più grande pacifista quello che sottrarrà il tema del Karabakh dall'agenda dello scontro politico in Armenia. Ci sono così tante cose [negative] che possono essere dette sulle autorità, che non c'è bisogno di inventarsi il tradimento del Karabakh da parte di Serzh Sargsyan.”

Accuse di questo tipo, inoltre, finiscono solo con il confondere la gente. Un tassista, interpellato da Osservatorio, ha dichiarato ad esempio di essere favorevole all'apertura del confine con la Turchia. Poi si è fermato, prima di riprendere: ”Dicono però che il governo abbia intenzione di ignorare il genocidio e firmare un accordo di pace con l'Azerbaijan. Non so più a chi credere. Alla fine è tutta politica e nessuno mi lascerà decidere nulla.” In un modo che fa crescere ancora di più la confusione, un vecchio attivista del movimento giovanileHima!, di Ter-Petrosyan, sta utilizzando Facebook per aizzare la gente contro gli accordi. Allo stesso tempo, tuttavia, ha rifiutato un'intervista con la BBC dichiarando di essere in realtà a favore dei protocolli.

Per il momento, con una società divisa e in parte disorientata, né l'opposizione extra-parlamentare di Ter-Petrosyan né l'ARF-D sembrano abbastanza forti per evitare che i protocolli armeno-turchi siano ratificati dall'Assemblea Nazionale Armena. Al contrario, tutti gli occhi sono puntati sulla Turchia, che dovrebbe presentare i protocolli al Parlamento nella giornata di oggi. In Armenia invece i protocolli dovranno prima essere inviati alla Corte Costituzionale, poi all'Ufficio di presidenza e solamente dopo all'Assemblea Nazionale. Una fonte diplomatica, che ha preferito restare anonima, ha dichiarato ad Osservatorio che una rapida ratifica da parte del Parlamento turco teoricamente porterebbe al verificarsi della stessa cosa in Armenia.

Mentre la tanto celebrata diplomazia calcistica continua a svolgere la propria parte sul terreno della politica anche altri, come l'uomo d'affari britannico-armeno Charles Masraff, rimangono speranzosi. Sebbene lo avesse programmato otto mesi fa e senza avere la minima idea che esistessero i protocolli, il matrimonio di suo figlio (etnicamente armeno) con la fidanzata turca è avvenuto per coincidenza lo stesso giorno che in Svizzera sono stati firmati gli accordi. La scorsa settimana, di ritorno dal matrimonio in Turchia, Masraff ha dato un party speciale nel suo locale a Yerevan, esattamente due giorni dopo la partita di calcio tra Armenia e Turchia, per celebrare entrambi gli eventi e inaugurare ciò che molti sperano essere un nuovo capitolo nelle relazioni tra i due Paesi. Solo il tempo chiarirà se questo ottimismo è giustificato.

Monaco buddista condannato per volantinaggio abusivo: esortava a votare per il PC


Incredibile ma vero, nel paese della mazzetta libera e detraibile dalle tasse, dove l’assoluto asservimento della magistratura al potere esecutivo alimenta da sempre uno dei sistemi più diffusi di corruzione e malversazione, un povero monaco buddista è stato condannato in via definitiva ad un’ammeda di 5.000 euro per aver “violato” la legge elettorale. Il monaco si chiama Yosei Arakawa, ha 62 anni e lo scorso agosto, durante la campagna elettorale, si era messo a distribuire dei volantini in cui incitava a votare per il candidato locale del PC. La polizia l’ha più volte fermato, in quanto in Giappone è vietato volantinare all’interno di edifici pubblici e privati, senza regolare autorizzazione. Dopo due mesi, la sentenza: 5 mila euro. “Semplicemente, non riesco a capire cosa ci sia di male, anzi di criminale, nel distribuire un volantino”, ha commentato il monaco, che ha comuque promesso di pagare.

di Pio D'Emilia

Veleni: adesso la gente parla, in Calabria


Adesso la gente parla, in Calabria. Trova il coraggio di alzare la testa e confidare alla magistratura quello che ha visto e taciuto per tanti anni sul traffico dei rifiuti tossici o radioattivi. La spinta finale è arrivata lo scorso 12 settembre, con la scoperta sui fondali cosentini di un mercantile carico di misteriosi bidoni. Dettaglio inquietante: a consentire l'individuazione della nave è stato l'ex boss della 'ndrangheta Francesco Fonti, che dal 2005 si autoaccusa di averla fatta sprofondare al largo di Cetraro con un carico di scorie nocive. «L'imbarcazione c'è, i bidoni anche, eppure nessuno si sta attivando per recuperarli», denuncia l'assessore regionale all'Ambiente Silvio Greco. Da qui parte la rivolta della popolazione. Che quando gira la testa, e guarda dal mare verso la collina, trova ulteriori cause di inquietudine. Nell'entroterra di Amantea, infatti, dietro la spiaggia di Formiciche dove nel 1990 si è arenata tra mille polemiche la motonave Rosso (il dubbio, mai provato, è che trasportasse pattumiera tossica, poi smaltita a terra), le statistiche indicano l'aumento delle patologie tumorali. Non a caso: tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d'Aiello, i tecnici hanno riscontrato picchi di radioattività (cava di Petrone) e presenza di sostanze altamente tossiche (località Foresta e fiume Oliva).

A questo punto la gente è furiosa, oltre che spaventata. E comincia a ribellarsi, sfidando i poteri mafio-massonici che regnano sulla costa tirrenica. Lo ha fatto, lo scorso 12 ottobre, Anna C., una contadina che ha svelato agli inquirenti il suo segreto: «Dopo lo spiaggiamento della motonave Rosso», ha dichiarato, «ho visto andando al lavoro in località Foresta, dentro una depressione sul lato destro della mulattiera lungo il fiume Oliva, alcune decine di fusti depositati».


Non si trattava di piccoli contenitori: ne è sicura, la donna, malgrado il tempo trascorso. Erano bidoni «di grosse dimensioni, con cerchi di rinforzo, in tutto tre per fusto: al centro e due all'estremità». Tutti di colore grigio e nuovi, buttati alla rinfusa, ad eccezione della prima fila dov'erano «bene allineati».

Un racconto che ha colpito, molto, gli uomini della Procura di Paola. Sia per la precisione del luogo e dei dettagli riferiti, sia perché la signora non era sola, quel giorno degli anni Novanta. Con lei, ha spiegato agli inquirenti, c'era l'amica Gilda C., la quale ha confermato in seguito ogni dettaglio. Di più: ha specificato che, accanto a quelle «decine di fusti», lei e la signora Anna hanno trovato una persona sconosciuta. Un uomo al quale si sono rivolte per capire cosa ci facesse, quella distesa di bidoni, vicino al fiume; e per tutta risposta si sono sentite dire che, all'interno dei bidoni, c'era «catrame per realizzare una strada». Quale, ancora oggi, nessuno è in grado di indicarlo.

Basterà l'esempio di queste testimonianze, a smuoverne altre? Ci saranno, al più presto, riscontri sul territorio? «Posso soltanto confermare che l'esasperazione sta sbloccando la memoria di molti cittadini», dice Bruno Giordano, procuratore capo a Paola. Ma ciò non significa che tutto fili liscio: al contrario traffico dei rifiuti, in Calabria le anomalie si stanno moltiplicando. A partire proprio da Foresta, dove le contadine hanno visto i bidoni. «Di recente, il comune di Serra d'Aiello ha avviato i rilievi per bonificare l'area», riferisce un tecnico. Ed ecco che, immediatamente, sono spuntate le stranezze. «Quando l'Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, ndr) ha ricevuto i risultati, ha scoperto che invece di inserire gli esiti delle analisi nella colonna "A", riservata alle zone verdi, qualcuno li aveva inseriti nella fascia "B": quella per aree industriali e commerciali, che ovviamente ha parametri più alti». Una maniera spiccia, secondo il tecnico, «per fingere che i valori fossero a norma». Mentre non lo sono: affatto. Inutile stupirsi, con tali premesse, se si dovrà penare per ottenere brandelli di verità. E altrettanto inutile è domandarsi, come sta facendo qualche magistrato, se la spaccatura delle indagini (parte mare alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, parte terra alla procura di Paola) rallenterà le verifiche. «L'importante è non mollare, non cedere all'amarezza e pretendere il massimo impegno dalle istituzioni», dice Granfranco Posa, portavoce del comitato civico Natale De Grazia (dedicato al capitano di corvetta morto, in circostanze sospette, mentre indagava sulle navi dei veleni). Per questo, sabato 24 ottobre, con il sostegno del Wwf e di altre associazioni ambientaliste, si svolgerà ad Amantea una manifestazione titolata "Riprendiamoci la vita, vogliamo una Calabria pulita!". E tra gli altri, a chiedere sul lungomare giustizia e trasparenza, ci sarà la ventinovenne Teresa Bruno, una studentessa di Economia sentita il 5 ottobre scorso dai magistrati di Paola. Una presenza tutt'altro che secondaria. Anche lei, infatti, nata e vissuta sulla collina accanto al fiume Oliva, ha visto qualcosa di anomalo nella campagna di Foresta. E lo racconta in esclusiva a "L'espresso", dopo averne parlato con il comitato De Grazia e Legambiente. «È successo tra il 1991 e il 1992», spiega: «Passeggiavo con mio padre e il mio fratellino lungo la briglia dell'Oliva, quando ho notato nella vegetazione una macchia blu». Erano «tre bidoni, sprofondati un paio di metri sotto il livello del terreno. «In quel periodo», ricorda Teresa e il padre conferma, «c'erano state forti piogge, per cui il fiume aveva scavato sotto la briglia e il terreno s'era fatto molle».

Difficile, dunque, capire se i fusti fossero spinti in superficie dalla potenza dell'acqua, o stessero sprofondando nella terra fradicia. «Allora», riconosce Teresa, «né io né mio padre abbiamo colto l'importanza di quell'episodio. Ora tutto è diverso. Adesso, dopo aver saputo dei traffici di rifiuti tossici, ci poniamo mille domande. Sperando, prima o poi, di avere qualche risposta.

di Riccardo Bocca

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