venerdì 6 novembre 2009

Gli indigeni Kayapó contro "la crescita accelerata" che sommergerà le terre amazzoni

(Vedi:

La resistenza dei popoli dell’Amazzonia contro le multinazionali (Documentario:"Il richiamo del fiume Madeira"))



Gli indigeni Kayapó hanno organizzato una nuova ondata di proteste contro un gigantesco progetto idroelettrico in via di realizzazione sullo Xingu, uno dei principali fiumi dell’Amazzonia. A partire dal 28 ottobre hanno manifestato per una intera settimana presso la comunità kayapó di Piaraçu.

Sul posto sono stati invitati rappresentanti del Ministero alle Miniere e all’Energia, e del Ministero dell’Ambiente. I Kayapó e altri popoli indigeni locali si oppongono alla costruzione della diga denunciando di non essere mai stati consultati in modo appropriato e nemmeno informati sul reale impatto che il progetto avrà sulle loro terre.

La diga devierà più dell’80% della portata del fiume Xingu, con un pesante impatto sulla sua fauna ittica e l’ecosistema della foresta per almeno 100 chilometri di rive abitate da popoli indigeni. Survival ha inoltrato formali proteste al governo.

I Kayapó hanno fortemente contestato Edison Lobão, Ministro alle Miniere e all’Energia, che recentemente avrebbe affermato che “forze demoniache” starebbero cercando di impedire la realizzazione delle grandi dighe idroelettriche del Brasile. “Queste parole sono abiette e offensive nei confronti nostri e di tutti coloro che difendono la Natura” ha commentato il leader Kayapó Megaron Txucarramae.

Belo Monte è una delle più grandi infrastrutture previste dal “Programma di crescita accelerata” varato dal governo. Già nel 1989 i Kayapó avevano organizzato una massiccia protesta contro la costruzione di una serie di dighe sullo Xingu. All’epoca riuscirono a fermare i finanziamenti della Banca Mondiale e a far accantonare il progetto.

Oggetto delle proteste dei popoli indigeni sono anche altre dighe previste su altri fiumi amazzonici. Un anno fa, gli Enawene Nawe misero a soqquadro un cantiere con l’obiettivo di impedire la realizzazione di decine di dighe lungo il fiume Juruena. Secondo gli indigeni, gli impianti idroelettrici distruggeranno i pesci da cui dipende la loro sopravvivenza.

Nell’Amazzonia occidentale, la diga di Santo Antônio sommergerà la terra in cui vivono almeno cinque gruppi di popoli che hanno vissuto fino ad ora senza contatti con l'esterno. La diga fa parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione di una serie di impianti sul fiume Madeira. Si pensa che uno di questi popoli isolati viva a soli 14 km di distanza dalla diga principale.

In una lettera indirizzata al Presidente Lula, i Kayapó spiegano chiaramente la loro posizione: “Noi non vogliamo che questa diga distrugga gli ecosistemi e la biodiversità che abbiamo curato per millenni e che possiamo continuare a preservare. Signor Presidente, la nostra preghiera è quella che vengano condotti studi adeguati e che venga aperto un dialogo con i popoli indigeni su quello che è lo scrigno ecologico dei nostri antenati....Vogliamo partecipare a questo processo senza essere considerati demoni impegnati a impedire il progresso della nazione”.

“È stato tenuto nascosto il reale impatto di queste dighe” ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Se i lavori dovessero procedere, verranno distrutti le vite, le terre e i mezzi di sussistenza di molte tribù. Non c’è risarcimento che possa compensare un danno di tale gravità, perchè verranno fatti a pezzi le vite e l’indipendenza di interi popoli.”


Survival

Link: A SUD

Il processo di integrazione dei paesi dei Balcani Occidentali nell'Unione Europea necessita di un nuovo slancio


Gli ultimi dodici mesi non sono stati semplici dal punto di vista delle politiche dell'Unione Europea sulla regione dei Balcani occidentali. La Slovenia ha bloccato le trattative per l'ammissione della Croazia per dieci mesi, la Grecia ha continuato a bloccare l'inizio della trattative con la Macedonia, e diversi altri paesi hanno tentato di mettere i bastoni fra le ruote al Kosovo nel suo cammino verso l'Europa. In tutta la regione, l'allontanarsi delle prospettive di ammissione ha rallentato la spinta ad attuare riforme politiche, economiche e sociali. L'UE deve ora ribadire il suo impegno nei confronti di questa regione, e rassicurare i suoi paesi che saranno i benvenuti nell'UE una volta che abbiano raggiunto i requisiti necessari per divenirne membri. E' un momento critico, caratterizzato da un'alta tensione economica! Allo stesso tempo, i governi, le élite politiche e i cittadini dei paesi dei Balcani occidentali devono nuovamente ribadire il loro impegno nei confronti di una transizione pacifica verso i valori europei. E perché questo impegno raggiunga il proprio obiettivo l’UE deve riconsiderare gli strumenti che ha messo a disposizione a supporto del processo di allargamento nei Balcani.

Questi due obiettivi sarebbero raggiunti più facilmente se la Svezia, che al momento ricopre la presidenza a rotazione dell’UE, organizzasse un vertice simile a quello di Salonicco del 2003. /Salonicco II/ offrirebbe l'opportunità ai membri e potenziali nuovi membri dell’UE di affrontare le questioni bilaterali in sospeso e assicurarsi che non interferiscano con il processo di allargamento. Potrebbero inoltre negoziare un piano per affrontare la crisi economica globale, oltre ad approvare una tabella di marcia concreta per l’integrazione europea, il tutto nel contesto di una cooperazione regionale più solida.

Come prova concreta che il processo di allargamento nei Balcani occidentali è ancora all’ordine del giorno, il vertice dovrebbe offrire lo stato di candidati ai due paesi che hanno presentato domanda per divenire membri – l’Albania e il Montenegro- e iniziare le trattative per l’ammissione della Macedonia, candidata sin dal 2005. La messa in atto degli Accordi di stabilizzazione ed associazione in Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia dovrebbe essere accelerata, con un programma chiaro volto ad offrire lo status di candidati a Bosnia Erzegovina e Serbia. L’UE deve promettere concretamente al Kosovo che le domande di ammissione saranno prese in seria considerazione una volta che i paesi abbiano attuato sufficienti riforme, senza pregiudizi da parte degli stati che non ne hanno ancora riconosciuto l’indipendenza. Dopotutto, l’UE sta continuando i negoziati per l’ammissione della Turchia nonostante diversi stati membri abbiano chiaramente espresso la propria opposizione al riguardo.

Il vertice dovrebbe inoltre fornire alla regione del Balcani occidentali un programma di avvio rapido per la preparazione all’ammissione, che offra ai paesi di questa regione accesso ad alcuni benefici selezionati riservati ai membri, a partire dal 2010. Questa iniziativa ribadirebbe che fanno effettivamente parte dell’Europa. Il vertice dovrebbe deliberare in favore dell’immediata rimozione della necessità di visto per gli studenti e accelerare il processo di approvazione di nuove regolamentazioni che offrano la possibilità di viaggiare senza visto a tutti i cittadini albanesi e della Bosnia Erzegovina. Inoltre, il vertice avrebbe il compito di mettere in atto le misure necessarie a mitigare gli effetti della crisi economica e ribadire l’importanza di rafforzare i programmi che promuovano l’inclusione e la coesione sociale. Ciò includerebbe: ridestinare le sovvenzioni di pre-accesso al sostegno al bilancio, richiedere che gli accordi per i prestiti da parte di istituzioni internazionali siano conformi alle priorità di accesso e pre-accesso, e garantire che l'UE venga rappresentata ad alto livello all'interno delle rappresentanze di queste istituzioni. La cooperazione regionale, anche su temi finanziari ed economici, dovrebbe ricoprire un ruolo prioritario.

Un impegno concreto verso il rafforzamento dei rapporti fra l'UE e i Balcani occidentali aiuterebbe entrambe le parti a capire che è necessario fare una scelta chiara: divenire parte dell'UE o rimanerne ai margini. Dopo la ratificazione del Trattato di Lisbona da parte di tutti i 27 membri, una formalità dopo la firma del presidente della Repubblica Ceca Vacláv Klaus il 3 novembre, l'UE sarà nella posizione di poter offrire ai Balcani una prospettiva politica ragionevole. I paesi di questa regione devono prendere sul serio le riforme per il bene dei propri cittadini e non solo al fine di soddisfare sulla carta i requisiti di un processo di accesso puramente tecnico. Allo stesso tempo, le singole dispute bilaterali non devono più bloccare i negoziati. Al contrario, un impegno più flessibile nei confronti dell'integrazione di questa regione deve essere messo in pratica, con un piano in cui i paesi dei Balcani occidentali giochino un ruolo rilevante nei dibattiti sul significato del progetto comune dell'Unione Europea.
di Christophe Solioz, Center for European Integration Strategies, Ginevra e Dr. Paul Stubbs, Ekonomski nstitut, Zagabria
Il testo è stato redatto in occasione della conferenza organizzata dalla Friedrich-Ebert-Stiftung dal titolo: “Are the European Union and the Western Balkans drifting apart?” che si terrà il 10 novembre 2009 a Bruxelles.

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