giovedì 12 novembre 2009

Valle del Sele 2009, lo sgombero canaglia del Governo dei padroni razzisti e ipocriti


Li aspettavamo di notte, sono arrivati alle 8 del mattino. Oltre 60 mezzi blindati e 650 uomini tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e perfino la forestale per procedere allo sgombero coatto dell’insediamento di immigrati marocchini a San Nicola Varco, 10 km da Eboli. Quasi millecento braccianti tra i venti e i quarant’anni che faticano dodici ore al giorno per venticinque euro - meno tre che trattiene il caporale. La colpa di questa comunità è di sopravvivere da oltre dieci anni in una struttura di proprietà regionale, costata miliardi di vecchie lire per la realizzazione di un mercato agroalimentare mai inaugurato. Una favela di lamiere e baracche sorte come funghi intorno alle carcasse di silos ed edifici. Pochissimi i bagni, ancor meno le docce.
San Nicola Varco è una straordinaria metafora dello sfruttamento: di fronte al ghetto si estendono a perdita d’occhio i campi e le serre delle multinazionali dell’agroalimentare, che questa manodopera sfruttano a piene mani.
Sarà per questo che le voci dello sgombero si rincorrono sin da ieri nel primo pomeriggio. E’ sembrato quasi che la Questura auspicasse la dispersione dei braccianti nel territorio. Non voleva la retata di quel 60% di immigrati irregolari che lì vivevano. Ma non per umanità: perché c’è da lavorare. Senza la manodopera marocchina si ferma l’agroindustria del Sele: ora è il tempo dei carciofi e c’è da tirar su quelle serre che ormai garantiscono raccolti a ciclo continuo, senza bisogno delle stagioni.
I lavoratori marocchini molto spesso non arrivano sui barconi, ma con un regolare visto d’ingresso. Vengono prima truffati e poi “clandestinizzati” in loco per sfruttarli al nero. E’ la stessa legge Bossi-Fini a suggerire la strada: l’unico modo per avere un visto è la chiamata nominale da parte delle aziende del settore. Che ovviamente non può che avvenire tramite intermediatori (caporali) della stessa nazionalità dei migranti. Paghi 5-6000 euro che si dividono azienda e caporale. Quando poi arrivi ed hai otto giorni per convertire il visto in permesso di soggiorno, l’azienda scompare. Conviene di più che ti riassuma clandestino e in nero. E’ una truffa che attraversa tutta l’Italia: lo scorso anno su 8000 domande verificate dalle prefetture, migliaia si riferivano ad aziende fittizie che non avevano nessuna possibilità di assumere.

Nell’operazione di oggi centocinquanta posti erano stati comunque “prenotati” nei CIE di Lamezia e Crotone. Alla fine le persone che la polizia trova nel campo sono circa duecento, quelle portate in questura per accertamenti sui documenti di soggiorno una quarantina. Li seguono gli avvocati della rete antirazzista, qualche sindacalista della Cgil, gli attivisti di Radio Vostok e InsuTv, ma al momento non si sa ancora nulla sulla loro sorte.
Di sgombero del ghetto si è cominciato a parlare più di un anno fa, quando il potentissimo (ex) assessore alle attività produttive, Andrea Cozzolino, ha reperito i finanziamenti per la realizzazione di un nuovo polo dell’agro-alimentare proprio in quella struttura. Un affare a molti zeri. E da oltre un anno si parla di progetti per ridislocare questa comunità che è diventata un caso simbolo, attraversata e raccontata da tv e giornali. Ma gli abitanti di San Nicola Varco tentennano, sono confusi, discutono, litigano anche. Ci si mettono pure i caporali, che temono di perdere la fonte di ricchezze “se te ne vai non sarai più pagato”. Così la maggior parte rimane a San Nicola, sbandata e dispersa nei campi, per vedere cosa succede.
Lo sgombero di oggi nasce da un provvedimento dell’autorità giudiziaria: un sequestro preventivo pare per ragioni di igiene e di tutela della salute. Dopo oltre un decennio. Ma ci sono altri attori che da tempo facevano pressione sul ghetto di San Nicola: proprio a fianco è nato il progetto per la realizzazione di un enorme Outlet commerciale, uno dei più grandi del mezzogiorno: il “Cilento Village”. Centinaia di migliaia di metri quadri e un investimento immobiliare da oltre 80 milioni di euro, per una struttura che promette un fatturato di circa 60 milioni e lavoro per 500 persone. Per gli italiani, si è precisa… Un’operazione in grande stile, anche nelle zone d’ombra: per esempio nel coinvolgimento dei fratelli Negri, legati a doppio filo attraverso un fitto castello di imprese a un commercialista stabiese ampiamente citato nelle relazioni dell’antimafia...
Nomi che ricorrono in operazioni simili e sinistre come la famosa costruzione, all’inizio degli anni ’90, di Città Mercato (poi centro Auchan) a Pompei, e poi dell’Ikea di Afragola -un'operazione esemplare in cui un bene confiscato dall’antimafia al clan perdente (dei Magliulo), viene rilevato da attori economici vicini al clan vincente (dei Moccia), ripulito e infine ceduto a Ikea, con una cospicua speculazione.
Sarà ovviamente un caso ma da quando è nato il progetto dell’Outlet si sono moltiplicati anche i guai del ghetto, con un incendio dopo l’altro in pochi mesi…

di Nicola Angrisano - InsuTv
Comparso su il manifesto

Colombia, la tortura come mezzo di intimidazione e persecuzione sociale


"Quasi un terzo delle vittime di tortura in Colombia sono minori, effetto collaterale di un conflitto dimenticato che ha fatto oltre 350mila morti e oltre 4 milioni di sfollati interni". È l'allarme lanciato dalla Coalición Colombiana contra la Tortura, un insieme di nove Ong in difesa dei diritti umani, fra cui anche una italiana, Terre des Hommes - Italia. Il suo centro a Bogotà, pensato proprio quale supporto psicologico a queste vittime silenti e disperate, ha già aiutato oltre 4.500 persone, molte dei quali bambini.

Il Rapporto 2009 sulla Tortura in Colombia elaborato dalla Coalición è stato appena consegnato al Comitato contro la Tortura delle Nazioni Unite, e denuncia con dati e storie agghiaccianti la sistematicità con cui ancora oggi viene utilizzata la pratica della tortura da tutti i gruppi armati coinvolti nel conflitto colombiano. Dall'esercito ai paramilitari passando per la guerriglia. Il periodo preso in esame va dal 2003 a oggi.
"La tortura, fisica e psicologica, è usata come mezzo di intimidazione e persecuzione sociale - spiegano da Terre des Hommes - e serve per sottomettere e controllare la popolazione civile, ottenere informazioni e confessioni forzate, reprimere le proteste. Spesso diventa parte integrante dell'addestramento di guerriglieri e soldati". E il coinvolgimento dei minorenni è norma. Negli ultimi cinque anni, le associazioni hanno raccolto oltre mille casi: oltre 300 riguardano bambini e ragazzi sotto i 18 anni. In perenne ascesa è la tortura psicologica, applicata per incrementare le fila dei combattenti. Qualunque sia la causa. E qualunque il ruolo. Dal combattimento al trasporto di armi, dal rifornimento delle truppe alla trasmissione di messaggi e informazioni, fino ad arrivare alla schiavitù sessuale per bambine o adolescenti. Tra i casi di violenza sessuale registrati dal rapporto quasi la metà sono a danno di minori. E chi resta incinta è costretta ad abortire. Questi casi, secondo quanto emerge dal rapporto, riguardano di norma non le Farc, né le Eln, bensì i paramilitari di destra, che vanno a braccetto con l'esercito governativo, molto spesso intercambiandosi la divisa. Ecco, questi gruppi paramilitari coinvolgono i minori anche nel narcotraffico, li sfruttano sessualmente inducendoli a prostituirsi per poi ricavarne denaro, e li costringono a reclutare altri minori. Secondo la Corte Costituzionale Colombiana, la violenza sessuale, così come lo sfruttamento e l'abuso sessuale è una pratica abituale, estesa e sistematica nel contesto del conflitto armato e degli spostamenti forzati. Non esistono purtroppo dati certi in materia, ma il 40 percento delle bambine arruolate nei gruppi armati avrebbe subito violenze.
Sono drammi quotidiani, questi, per ognuna di quella miriade di zone esposte al conflitto. Vivendo fianco a fianco con i gruppi armati ne diventano facile bersaglio. E le conseguenze sono drammatiche. Questa vicinanza diretta genera molte violazioni dei più elementari diritti dell'infanzia, creando un clima di perenne paura.
"Difficile riuscire a dare i dati esatti di questo fenomeno - precisano in un comunicato gli esperti di Terre des Hommes - ma si stima che nel 2009 in Colombia ci siano tra i 14mila e i 17mila combattenti e che uno su quattro sia minore d'età. L'età media dei bambini soldato è scesa da 13,8 anni nel 2002 agli 11,8 anni nel 2009, secondo i dati Unicef". E nonostante la legislazione colombiana vieti l'impiego di minori di anni 18 nell'esercito. Persino la Polizia Nazionale ha adoperato bambini di 12 anni con la funzione di informatori. I più vulnerabili sono proprio i bambini più poveri e quelli appartenenti alla popolazioni indigene, di cui si approfittano tutte le forze in campo.
Tra i drammi che minano l'infanzia in Colombia resta, ancora, il rapimento. Nel solo 2008, secondo l'Osservatorio Presidenziale, almeno 75 bambini sono stati sequestrati. Dal 1996 al 2008, se ne contano almeno 287. Neanche le scuole sono luoghi protetti: sebbene non vi siano dati certi sui numeri, molte testimonianze parlano di istituti tenuti sotto sequestro sia da parte dei gruppi di guerriglieri che dei paramilitari e dell'esercito nazionale. Secondo la Federazione Nazionale degli Insegnanti, almeno 15 insegnanti sono stati uccisi nel corso del 2008.
E che dire della pratica costante di torturare barbaramente o uccidere come cani chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di essere un informatore della parte avversa, o di non sostenere la causa? Si ripetono continuamente: esecuzioni sommarie, stragi, omicidi mirati. E questo, chiunque ci sia intorno: bambini in primis. Il rispetto non è concetto di queste zone. E i piccoli vengono su con la morte negli occhi e nella psiche. La ferita resta indelebile. "Per riprendersi sarebbero necessarie terapie adeguate, che quasi nessuno può permettersi - precisa la Ong italiana - La stragrande maggioranza delle vittime appartiene alla fascia più povera della società e l'unica via d'uscita sembra per loro quella di fuggire". Desplazarse, nei sobborghi, accalcati in casupole invivibili. Lo fanno continuamente, a frotte. Tanto che la Colombia, in quasi 50 anni di guerra, è diventata il paese con il più alto numero di rifugiati interni al mondo, seconda soltanto al Sudan. Si calcolano tra i 3 e i 5 milioni di deslpazados: la metà sono minorenni. Una cifra che nell'ultimo anno è aumentata del 25 percento. E tutto questo nonostante la propaganda governativa spacci la Colombia come il paese della sicurezza democratica, dove il paramilitarismo è un brutto incubo ormai passato, e la guerriglia è ridotta all'ombra di se stessa.

di Stella Spinelli

Link: PeaceReporter

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