venerdì 13 novembre 2009

Quanti sono in Italia quelli che ancora soffrono del "male autoritario"?


Stefano Cucchi, un giovane romano arrestato dai carabinieri in possesso di una quantità di droga sufficiente per farlo considerare uno spacciatore, è morto durante la detenzione. Di certo aveva sul viso e sul corpo il segno di percosse, di certo si sa che polizia e medici non gli hanno prestato le cure necessarie a salvargli la vita.

Secondo il sottosegretario Carlo Giovanardi, costretto poi a scusarsi, "se l’è voluta", come usa dire, prima rovinandosi la salute, poi violando la legge e infine, presumibilmente, offrendosi per il solo fatto di esistere all’ira e alla violenza degli "agenti dell’ordine", che in lui non potevano non vedere un intollerabile disordine.

Giustificati, a delitto avvenuto, da quanti come Giovanardi pensano di essere uomini d’ordine, per aver risposto a una provocazione. Sul caso sono state scritte pagine e pagine di moralità, di doglianze per la mancanza di pietà e di carità, e sull’oscurità che sempre circonda questi rapporti fra le forze dell’ordine e i cittadini. Ma vediamo di parlare del caso Cucchi da un punto di vista sociologico. Un cittadino come Stefano Cucchi rappresenta un pericolo per l’ordine sociale? E perché? Perché si droga e spaccia droga? Sì, ma perché lo fa con la decisiva aggravante di essere un poveraccio, visibilmente ammalato, menomato, tanto che non si sa bene se parte delle ferite visibili sul suo corpo se le sia procurate "cadendo dalle scale".

La vera colpa di Stefano Cucchi è di essere un ammalato, un rottame umano che vaga per la grande città. Nella stessa città una moltitudine di cittadini rispettosi dell’ordine e con posti di alta responsabilità sociale si drogano ma non spacciano, non cadono per le scale, non oppongono resistenza ai poliziotti.

Normalmente diresti che la differenza è inesistente, che tutti violano il dovere di essere socialmente responsabili, socialmente capaci di intendere e di volere, ma socialmente le cose stanno in modo radicalmente diverso: i cittadini non sono uguali davanti alla legge come dicono le costituzioni, la società si divide fra i ricchi di denaro e di conoscenze, cui è lecito truffare il prossimo con la finanza, con l’industria, con informazione, con la medicina, e con quasi tutte le umane professioni, e quelli che per truffe minori e moralmente tollerabili come il furto per fame, vengono lapidati come Cucchi.

Il dilemma sociale vero, quello che può decidere sulla libertà o sulla servitù della società futura è questo: democrazia autoritaria a favore dei ricchi e sapienti e a spese dei poveri e ignoranti, o democrazia dei diritti e dei doveri garantita dalle leggi? Il caso può fornire dei suggerimenti. In pratica come era possibile risolverlo evitando il tragico epilogo? I poliziotti che lo conoscevano potevano fare a meno di arrestarlo per la detenzione di una piccola quantità di droga proprio nei giorni in cui su tutti i giornali si legge che fanno uso di droga parecchi delegati del popolo al governo della nazione. Comportarsi insomma come con l’immigrazione irregolare delle badanti e degli operai, su cui si sono chiusi entrambi gli occhi perché faceva comodo sia al nostro benessere che alla nostra economia. Ma come non vedere che alla base di questi compromessi, di queste eccezioni alla severità e al rigore c’è una crescente pressione della parte povera e diseredata? E che questa crescente pressione potrebbe tradursi negli anni a venire, prima nella democrazia autoritaria già in corso e tacitamente approvata dalla maggioranza benestante del paese, e poi nella semplificazione feroce delle dittature nelle quali i poveri e riottosi venivano lasciati o fatti morire?

Come non vedere che a due decenni dalla caduta del muro di Berlino si profilano altri muri di separazioni coercitive? Il banchiere Cuccia era solito dire che le azioni della società "non si misurano a numeri, ma a peso". Ed è così, e di quasi tutto ciò che conta nella nostra vita: denaro come giustizia, salute, bellezza, libertà. La soluzione autoritaria e magari schiavista è la più semplice, la più risolutiva in apparenza. Simile alla celebre frase di Tacito: "E dove fanno il deserto lo chiamano pace". La dittatura nessuno la auspica e la vuole, a parole, ma in molti la preparano, giorno per giorno, approvando, spalleggiando ogni giorno ciò che svuota la democrazia, aggiungendovi ogni giorno qualcosa che la limita. Il passaggio dall’autoritarismo al terrore si annuncia in modi disparati, apparentemente disparati. Oggi è il drogato ucciso a percosse, domani il barbone bruciato vivo, la donna con le mani tagliate, che sembrano non lasciare traccia. Ma la lasciano, lasciano l’ostilità alle leggi, l’avversione ai diritti umani, l’ignoranza dei doveri. Per definire il colonialismo Mussolini diceva che era il nostro "mal d’Africa". Ma quanti sono in Italia quelli che ancora soffrono del "male autoritario"?

di GIORGIO BOCCA

da "Repubblica" 12 novembre 2009

Comparso su BELLACIAO

Kingsley's Crossing, la storia della volontà di un uomo di abbandonare tutto nella speranza di ritrovare una vita migliore all'estero


Kingsley è un ragazzo camerunese di 23 anni. Lavora come bagnino a Limbe in un albergo di lusso, impartendo lezioni di nuoto ai turisti europei. Un lavoro che gli frutta 50 euro al mese. Quanto basta per le spese di sostentamento e per l'affitto di un bilocale che condivide con i genitori e i fratelli.

"La maggior parte delle famiglie nel mio Paese vogliono che i loro figli vadano in Europa", racconta Kingsley. Perché è in Europa - il nuovo Eldorado - che gli emigrati africani possono aumentare il proprio salario riuscendo a provvedere anche per le famiglie lasciate a casa. E così nel maggio del 2004, Kingsley si decide a lasciare il Camerun per quella che definisce la propria "missione". Quello che segue è un viaggio estenuante di sei mesi attraverso mezza Africa.

Kingsley's Crossing è la storia della volontà di un uomo di abbandonare tutto - la propria famiglia, il proprio paese, i propri amici - nella speranza di ritrovare una vita migliore all'estero. Gli scatti del fotografo francese Olivier Jobard documentano quel viaggio.

Colombia: Uribe sa e approva la rete criminale DAS-Paramilitari


Rafael García, ex capo del settore informatico del DAS, la polizia politica colombiana direttamente alle dipendenze del presidente della Repubblica, condannato per infiltrazioni paramilitari, ha recentemente dichiarato dagli Stati Uniti che in collaborazione con Jorge Noguera Cote, anch'egli ex direttore della stessa agenzia ed ex console a Milano, ha trafficato cocaina con gli USA ed altri paesi. Ha inoltre aggiunto che Uribe conosceva ed approvava le relazioni con i gruppi paramilitari.

Rafael García ha chiarito che proprio all'interno del DAS si è formata una rete di narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco con la partecipazione dei paramilitari del Blocco Nord e del Fronte Contro-insorgente Wayuu, consolidatasi a partire dal 2003 e battezzata "il cartello delle 3 lettere", per via della sigla del DAS.

"Jorge Noguera andò in Messico con l'incarico di direttore del DAS; in realtà il viaggio (che era ufficiale e pagato dallo stato colombiano) aveva come reale proposito quello di stabilire alleanze con le organizzazioni narcotrafficanti dei fratelli Beltrán Leiva, cosa che effettivamente si è concretizzata,

ottenendo che le rapide lance per il trasporto della droga fossero ricevute in Messico da questa organizzazione, che si incaricava di portarla fino alla costa orientale degli Stati Uniti", ha affermato García, spiegando che il denaro era inviato dagli USA per mezzo di corrieri, ricevuti all'aereoporto El Dorado di Bogotá da funzionari del DAS che si occupavano di fargli passare i controlli doganali senza problemi.

García ha sottolineato che Alvaro Uribe sapeva perfettamente delle riunioni coi paramilitari e delle loro esigenze a livello regionale; inoltre "conosceva e approvava l'esistenza di questa rete illegale e le attività criminali a cui ci dedicavamo (a vantaggio dei paramilitari)". Ha inoltre rivelato di aver partecipato personalmente ad una riunione col narco-presidente, il quale "ci ha confermato l'ordine di consegnare le informazioni alle AUC (i paramilitari colombiani)".

Rafael García ha inoltre confermato l'esistenza di una cospirazione contro il Venezuela. "Nel 2003", afferma, "Noguera ha creato un gruppo speciale, clandestino, che aveva il compito d´infiltrarsi in Venezuela" e posizionare paramilitari nel paese. Alla riunione con Uribe è stato deciso di inviare truppe delle AUC nei dipartimenti alla frontiera col Venezuela, con lo scopo di combattere la guerriglia ed entrare in questo paese quando necessario; l'obiettivo era anche quello di utilizzare il territorio venezuelano per il trasporto di droga con l'aiuto dei paras.

La polizia politica, è ormai acclarato, è un importante strumento con il quale il governo colombiano (e l´oligarchia reazionaria di cui é fedele espressione) ha potuto svolgere le sue attività criminali legate ai paramilitari ed al narcotraffico; i suoi massimi dirigenti, nominati dal narco-presidente Uribe, sono oggi sotto inchiesta per aver spiato rappresentati dell'opposizione politica e sociale nel paese, per associazione a delinquere, legami con le AUC, omicidio e corruzione, per aver utilizzato denaro pubblico a scopo criminale e per aver versato denaro pubblico nelle casse dei paramilitari. I più fedeli servitori di Uribe all'interno del DAS, premiati nel tempo con incarichi politici e diplomatici, oggi sono in galera; ma se gli esecutori materiali forse pagheranno per i loro crimini, quanto dovremo aspettare per vedere i mandanti, e cioè la classe politica al governo del paese, Uribe in testa, in galera?

Notizie dell´ultima ora confermano quanto temevamo: Jorge Noguera, sotto processo, sta ricevendo un "trattamento di favore" (leggasi porta spalancata verso l´impunità) da parte della Corte Suprema di Giustizia, che ha annullato tre capi d´imputazione (tra cui “omicidio aggravato”) su quattro. È evidente che il suo padrino, Alvaro Uribe, sta giocando le sue carte per evitare una forte condanna a quello che aveva definito in tempi non sospetti "un bravo ragazzo". Di fatto, garantire una relativa o totale impunità a personaggi tenebrosi come Noguera ha lo scopo di sdoganare le scelte del narco-presidente e `bonificarne´ le responsabilità oggettive e soggettive.

Di fronte agli scempi infiniti della "giustizia" dello Stato colombiano, è del tutto evidente che solo un´autentica giustizia popolare potrà castigare in modo esemplare la torbida schiera di terroristi di Stato dal colletto bianco. A partire da Jorge Noguera, ed ovviamente dal suo mentore: Alvaro Uribe Vélez. Solo così le vittime dei crimini del terrorismo di Stato ed i loro familiari non verranno umiliati e calpestati eternamente.


Fonte: nuovacolombia

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