martedì 17 novembre 2009

Nicola Cosentino, la Camorra e il capitalismo armato


Tutti conoscono il nome d' “O' mericano”, in provincia di Caserta.

Il suo è uno di quei nomi che non si pronunciano così per strada. Nicola Cosentino politico di Casal di Principe è conosciuto in ogni angolo di Terra di Lavoro, dai monti del Matese al litoraleDomitio, da Sessa Aurunca a Maddaloni, passando per l'Agro Caleno. E si, l'Agro Caleno, un territorio formato da tanti piccoli paesi confinanti gli uni con gli altri: Sparanise, Calvi Risorta,Vitulazio, Pignataro Maggiore, comune dove alle provinciali del 2005 Cosentino ottenne un numero di consensi in proporzione addirittura maggiore rispetto a quelli presi a Casal di Prin

cipe, suo paese natale.

Ma procediamo per gradi. Oggi Nicola Cosentino è Sottosegretario di Stato all'Economia e alle Finanze nel Governo Berlusconi, una carica istituzionale importante che giunge dopo una brillante carriera politica iniziata, da giovanissimo, alla fine degli anni settanta. Dapprima diventa consigliere comunale in quella Casal di Principe che Roberto Saviano ha portato all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale con il suo best seller “Gomorra”, poi passa alla provincia come consigliere e, dall'83 all'85, all'età di soli 24 anni, è Assessore provinciale con delega ai servizi sociali. Sempre nell'85, alla nuova tornata elettorale, Cosentino viene nominato Assessore alla Pubblica Istruzione e, non c'è due senza tre, nel 1990 ricopre la carica di Assessore provinciale all'Agricoltura.
Secondo i magistrati che in questi giorni hanno richiesto misure cautelari nei suoi confronti, è a partire dagli anni '90 che Cosentino si avvale di consolidati rapporti con il clan dei casalesi per ricevere un consistente ritorno elettorale. Nel 1995 riportando il 31,50% dei voti di preferenza espressi nella sola Provincia di Caserta, viene eletto Consigliere Regionale della Campania e, l'anno dopo, finalmente, approda in Parlamento con i favolosi 35.560 voti riportati nel collegioCapua-Piedimonte Matese. Da allora è un susseguirsi di successi, è membro della Commissione Parlamentare per le questioni regionali e della Commissione Difesa ma, dalla fine degli anni novanta in poi, il suo impegno è per il partito a cui appartiene, Forza Italia, di cui diventa coordinatore per la Provincia di Caserta e, dopo aver ricevuto divina investitura direttamente dalle mani di Silvio Berlusconi, assume la carica di coordinatore Regionale nel giugno del 2005. Sotto la sua guida, Forza Italia fa un balzo di ben 16 punti percentuali: dall’11% dei consensi registrati nelle elezioni regionali dell’aprile 2005 al 27% delle politiche di appena un anno dopo. E diviene il primo partito della Campania.

Cosentino tesse, grazie agli incarichi ricevuti in questi anni, una fitta rete relazionale con politici, consiglieri, sindaci e amministratori di comuni grandi e piccoli, divenendo un vero e proprio Deus ex Machina della politica che conta, sia nel suo territorio d'origine e vero e proprio feudo, la provincia di Caserta, sia nel resto del territorio campano. Si dice che nulla si muova, soprattutto nel settore dei rifiuti, che non passi per la sua approvazione. Ma non è solo con la politica e con i suoi rappresentanti che Cosentino esprime le sue doti di politico navigato, conosce l'importanza dell'immagine e della comunicazione ed in molti raccontano di quelle sue frequenti visite alla redazione di un noto quotidiano casertano, accompagnato dal suo fedele ed immancabile autista “don Peppe”.

Tuttavia sono i rifiuti, a giudicare da quanto emerge dalle inchieste giudiziarie e dalle proverbiali malelingue dei casertani che “dal basso” hanno già emesso la propria personale sentenza, ad interessare l'attività dell'imprenditore casalese. La munnezza, nelle parole di molti pentiti, è oro. È oro perché smaltirla illegalmente rende enormi profitti, è oro perché i consorzi hanno a che fare con tutti i comuni, con le istituzioni e sono capaci di determinare equilibri importanti spostando rilevanti somme di denaro, è oro perché attraverso la gestione dei posti di lavoro legati alla filiera dello smaltimento, legale ed illegale, si ha la possibilità di tessere una solida e pervasiva rete clientelare. Soldi, voti e potere.

Un mix del genere mal si concilia con la litania della lotta tra Stato e Anti-Stato che si fronteggiano in una battaglia senza quartiere per la legalità. E lo sanno bene quanti, in provincia di Caserta ma non solo, hanno subìto la dura repressione poliziesca per aver osato opporsi ai progetti criminali generati da questo diabolico intreccio di potere. Lo sanno bene, ad esempio, gli abitanti di Santa Maria La Fossa, che hanno lottato contro l'ennesimo inceneritore made in Campania e targato FIBE, necessario a risolvere il problema rifiuti secondo Commissari Straordinari, Prefetti e Questori ed ora al centro delle dichiarazioni di Gaetano Vassallo.

Secondo il pentito che, insieme ad altri cinque, è bene ricordarlo, tira in ballo il sottosegretario Cosentino l’”individuazione dei terreni [avvenne] da parte della criminalità organizzata, [...] vi fu una forte pressione da parte di Michele e Sergio Orsi, insieme all’onorevole Cosentino e all’onorevole Landolfi (al tempo in cui Landolfi era alla commissione vigilanza RAI) e al sindaco di Santa Maria La Fossa, affinché si costruisse il termovalorizzatore dopo che era fallito il progetto di realizzare una discarica nello stesso posto. Era il periodo subito prima che fosse nominato Catenacci Commissario Straordinario per l’Emergenza Rifiuti in Campania[...]”. E pensare che Cosentino, l'onorevole Coronella ed il Sindaco di Santa Maria La Fossa, Abbate, andavano pure ai cortei contro l'eco-mostro, ma questa è un altra storia.

Michele e Sergio Orsi, entrambi DS, sono gli imprenditori che gestivano l'ECO4.

Quest'ultimo è stato per anni il braccio operativo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti del consorzio Ce4, consorzio che raggruppa 18 comuni dell'area casertana. L'Eco4 è stato oggetto di diverse inchieste che hanno coinvolto boss della camorra, politici (anche di rilievo nazionale, come il mondragonese onorevole Mario Landolfi di AN), imprenditori ed anche uno dei tanti sub commissari all'emergenza rifiuti che si sono susseguiti nel tempo, Claudio de Biasio. Nel 2006 i fratelli Orsi finiscono in manette, accusati di essere il tramite tra la camorra e la politica casertana. Uno dei due, Michele, decide di collaborare con i magistrati. Lo fa cominciando a parlare di un vero e proprio sistema clientelare basato su assunzioni chieste da politici e personalità di vario genere, tra cui spunta anche il Cardinale Sepe, oltre che di irregolarità nel sistema di smaltimento. Michele fa nomi illustri e il 1 giugno 2007, mentre si reca al bar per comprare delle bibite, un commando lo trivella di colpi in una piazza di Casal di Principe. Lo Stato non aveva ritenuto opportuno affidargli una scorta. Al funerale non c'erano rappresentanti istituzionali, a trasportare il feretro un carro funebre di un'azienda sottoposta a sequestro (poi dissequestrata) in un'inchiesta della Dda sul boss Francesco Bidognetti, «Cicciotto 'e mezzanotte», ras di Casale di Principe ora in carcere. Anche quando muori, in Terra di Lavoro, paghi la tangente.

Secondo il pentito Vassallo in realtà dietro il consorzio ECO4 ci sarebbe l'on. Cosentino: “quella società song’ io”, avrebbe affermato in uno dei tanti incontri tra i due. Ormai noto è l'episodio della busta gialla, busta contenente la tangente da 50mila euro che i fratelli Orsi, mensilmente, avrebbero dovuto versare al clan Bidognetti. Sempre secondo Vassallo, la tangente veniva consegnata direttamente nelle mani dell'onorevole di Casal di Principe, a casa sua.

Gaetano Vassallo, tesserato di Forza Italia, socio dell'Eco4 e referente, per sua stessa ammissione, del clan Bidognetti all'interno di tale struttura, è l'uomo che per vent'anni ha inondato la Campania di rifiuti di ogni genere. È uno di quei personaggi che ha permesso a decine, centinaia di aziende di tutta Italia di tagliare i costi per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi prodotti. In che modo? Sversandoli nei terreni della Campania Felix, nelle cave del casertano, devastando il litorale domitio, imbottendo ettari ed ettari di terreno coltivato di scorie, liquami emunnezza d'ogni sorta.

Inondando le discariche fatte per i rifiuti solidi urbani, il celeberrimo 'tal quale', di rifiuti speciali che non sarebbero mai dovuti finire li dentro. È chiaro allora, il motivo per cui le popolazioni campane da un certo punto in poi hanno cominciato a protestare contro un sistema che inquinava ed inquina la terra in maniera irreversibile, che trasforma la monnezza in oro, che fa schizzare il tasso di morti per tumore a livelli record in molti territori oramai al collasso. Ma risulta essere più chiaro anche il perché per più di 15 anni la gestione del ciclo dei rifiuti in Campania è avvenuto secondo logiche 'emergenziali', attraverso un commissariamento che con poteri speciali e molto poco trasparenti ha sollevato da ogni possibilità di controllo un settore che pare sia stato completamente gestito dalla camorra. Molte delle discariche abusive di cui parla Vassallo sono state direttamente o indirettamente legalizzate dallo Stato attraverso i Commissari di volta in volta succedutisi, in nome dell'emergenza, della salute pubblica e della legalità.

Vero eroe dei nostri tempi, mi verrebbe da dire, con un pizzico di umorismo noir, Gaetano Vassallo afferma di aver conosciuto il sottosegretario Cosentino prima della costituzione dell'Eco4 quando, su invito diretto di «Cicciotto 'e mezzanotte», alias Francesco Bidognetti boss di spicco del clan dei casalesi, si incontrò con il politico che, a dire suo e di altri pentiti, era stato prescelto dal clan come uomo da sostenere politicamente alle scadenze elettorali.

Vassallo, anche in questo caso, era l'uomo giusto nel momento giusto, una sorta di 'grande elettore’ che con le sue conoscenze e la famiglia allargata di cui faceva parte, forniva sistematico appoggio elettorale agli uomini indicati dal clan dei casalesi.

Il quadro che emerge, insomma, rappresenta un sistema di potere che si fonda su una stretta commistione tra criminalità organizzata e politica all'insegna del profitto. Montagne di soldi ricavati controllando l'intero sistema di smaltimento dei rifiuti, che andavano a finanziare investimenti e business sempre maggiori, specie in settori in cui l'appoggio delle istituzioni, per avere permessi e coperture legali, è fondamentale.

Una delle nuove frontiere del profitto assicurato è, per esempio, quella dell'energia.

Un recente caso giudiziario ha mostrato come, anche in questo settore, la corruzione e la longamanu dei clan si mescolano in un intrigo perverso. Parliamo del grande business delle centrali elettriche.

Il 28 Aprile del 2009 la Guardia di Finanza di Caserta esegue 23 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa, alla corruzione, alla rivelazione di segreti di ufficio ed alla realizzazione di falsità in atti pubblici. Oggetto dell'inchiesta è la realizzazione di una centrale a “Biomasse vergini” nel territorio del comune di Pignataro Maggiore, nell'AgroCaleno. La maggior parte degli indagati sono personaggi pubblici, la maggioranza legati al PD, che rivestono importanti cariche politiche, sia a livello provinciale che regionale: oltre a funzionari del Genio Civile di Caserta, assessori comunali e lo stesso sindaco PDL di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, tra gli indagati figurano anche Gianfranco Nappi, capo della segreteria politica di Bassolino,

l'assessore regionale Cozzolino e l'assessore con delega alle attività produttive della provincia di Caserta Capobianco. Secondo gli inquirenti, dietro la costruzione della centrale della “Biopower” ci sarebbe un complesso giro di tangenti. Quello che di inquietante emerge dalle intercettazioni è che con ogni probabilità il modus operandi per la realizzazione della centrale in oggetto fosse un vero è proprio sistema utilizzatoconsuetudinariamente per la attuazione di opere simili. Gli atti sono stati secretati, ma dalle indiscrezioni sembrerebbe che tale sistema possa aver riguardato la realizzazione di un altra, contestatissima, centrale elettrica stavolta a turbogas, entrata in funzione nel 2007 e realizzata sempre nell'Agro Caleno, nel vicino comune di Sparanise.

Sorta nell'area, ormai lottizzata, della ex Pozzi, una fabbrica di piena era fordista che occupava migliaia di lavoratori e che rappresentava il cuore non solo produttivo ed economico dell'area, la centrale termoelettrica di Sparanise è stato uno degli impianti più contestati e discussi realizzati in Campania negli ultimi anni. Eppure, nonostante le lotte della popolazione schiacciata tra la paura dei poteri forti e la preoccupazione per il proprio futuro, la centrale termoelettrica da 800 Megawatt è stata sostenuta da un impressionante schieramento bi-partisan. Ognuno ha fatto la sua parte, dal maresciallo dei carabinieri che intimoriva i giovani ambientalisti, agli uomini della DIGOS che si presentavano a bussare alle case degli agricoltori contrari, dal sindaco forzista d'allora Antonio Merola pronto a fornire il sito idoneo per un impianto del genere, fino all'assessore regionale DS Cozzolino che definì la centrale “un esempio di Campania positiva”.

Se come esempio di Campania positiva prendiamo un eco-mostro totalmente inutile che sorge in un luogo dove prima venivano impiegate migliaia di persone, se come modello di politica del territorio prendiamo un lembo di terra con un valore archeologico inestimabile sventrato dalla TAV, riempito di rifiuti e asfissiato dalle polveri sottili di mezzi pesanti e centrali, allora è alquanto evidente che ci troviamo sull'orlo del baratro.

Ma anche ora, con calma, procediamo per gradi. Per fortuna la storia non la fanno solo le Procure, la magistratura ed i giudici. Per fortuna, certe volte, la cronaca giudiziarie viene a valle di eventi molto più complessi di cui protagoniste sono le persone, i loro sogni, le loro lotte. E la storia della centrale termoelettrica di Sparanise fa parte di una più ampia storia che vede un gruppo di persone scegliere la strada dell'opposizione sociale, la strada dell'autonomia e dell'indipendenza praticate in un territorio che lascia poco spazio sia all'una che all'altra. Il centro sociale Tempo Rosso, occupato dal '99, nasce a PignataroMaggiore e da subito entra in rotta di collisione con l'apparato politico che fin qui abbiamo visto descritto, tutto intento ad assicurarsi che gli affari, quelli degli amici soprattutto, vadano a buon fine.

In un articolo del 2003, a firma di Roberto Saviano per conto de “Il Manifesto” le dichiarazioni degli attivisti di Tempo Rosso, anticipatrici di quanto emergerà molti anni dopo in una inchiesta ad opera del settimanale “L'Espresso”: «Noi siamo contrari ad un sud che per rilanciarsi economicamente diventi l'immondezzaio d'Italia. Serve energia e quindi edifichiamo centrali che genereranno enormi danni [...]. La centrale a nostro avviso serve solo a far rimpinguare le tasche di alcuni esponenti del centrodestra che sono i proprietari delle terre [...]». Ed è così che ritorniamo là dove eravamo partiti.

Sul finire degli anni novanta l'Immobiliare 6C, di proprietà della famiglia Cosentino, acquista ad un prezzo di favore parte dei terreni dell'area industriale ex Pozzi dalla SCR, società con capitali provenienti dalla Campania ma con sede legale a Roma. Il prezzo di vendita di tali terreni è talmente basso (310 milioni di lire) che, nonostante la SCR sia una società anonima, la circostanza ingenera forti sospetti che abbia un legame con la famiglia Cosentino. Ma questo è solo un indizio, occorre andare oltre per farsi un'opinione più precisa.

La SCR, nel 1999, aveva acquistato in verità la totalità dei terreni dell'area ex Pozzi disponibili, per più di 2 milioni di euro, e nel 2001 rivende ad un prezzo molto elevato ciò che le resta dopo la cessione alla 6C dei Cosentino. Ad acquistare, questa volta, è una municipalizzata, la AMI, azienda municipalizzata di Imola.

Quest'ultima, però, pone una precisa condizione: pagherà a patto che le autorità permetteranno la realizzazione di una centrale termoelettrica turbogas su quei terreni.

Il caso ha voluto che, pochi mesi prima che tale accordo fosse stato stipulato, il sindaco diSparanise, il forzista Antonio Merola notoriamente vicino a Cosentino, individua proprio quei terreni come idonei a costruire la centrale. Un raro esempio di lungimiranza della politica. L'affare è concluso, la Ami si fonde in Hera e, insieme alla SCR, nel 2004 mettono sul mercato il pacchetto di terreni ed autorizzazioni per la realizzazione dell'impianto. Il gruppo svizzero Eglcompra tutto. Dall'operazione la SCR guadagna complessivamente ben 10 milioni di euro e si garantisce un flusso di 1 milione di euro l'anno grazie all'ottenimento di una partecipazione che vale il 5% degli utili prodotti dalla vendita dell'energia. A questo punto, arriva un secondo indizio: indovinate da chi si fa rappresentare l'anonima SCR nel consiglio di amministrazione diHeraComm Med? Dall'imprenditore Giovanni Cosentino, fratello di Nicola.

Non sappiamo con certezza se in questa vicenda, oltre alla prontezza di riflessi della politica nell'assicurare il buon esito di affari che riguardano potentati economici legati a familiari dei politici stessi, vi sia anche un giro di tangenti. Quello che è certo è che il bene comune sembra essere sparito dall'agenda di amministratori del calibro di Merola. Così come resta evidente che, in tempi non sospetti, le denunce dei cittadini sono state ignorate e le autorità dello Stato, non solo quelle elettive e quindi politiche, si sono guardate bene non dico dall'intervenire ma finanche dall'assumere un atteggiamento imparziale.

Il caso dell'ex prefetto di Caserta Elena Maria Stasi, colei che fece avere il tanto agognato certificato antimafia all'Aversana Petroli, l'azienda madre della famiglia Cosentino, quella a cui erano diretti i serbatoi di gpl esplosi a Viareggio il giugno scorso, è emblematico a riguardo. Il certificato antimafia è indispensabile per permettere alle aziende di avere rapporti con la pubblica amministrazione. Ed analizzando la posizione dei titolari dell'azienda, i fratelli Cosentino, la Prefettura di Caserta, nel 1997, la nega all'Aversana Petroli: Giovanni, è sposato con la figlia del boss defunto Costantino Diana, Mario è sposato con Mirella Russo sorella di Giuseppe Russo, alias 'Peppe 'u Padrino', condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio e un terzo fratello, Antonio, è stato beccato nel 2005 in compagnia di un soggetto con precedenti per tentato omicidio, associazione mafiosa e tentata estorsione. Il Tar del Lazio, al quale i Cosentino presentano ricorso, conferma: “[...]ragionevolmente può dedursi che sussisteva il pericolo di infiltrazione mafiosa". Ma il nuovo prefetto, utilizzando una procedura usata molto raramente, sollecita il comitato per l'ordine e la sicurezza a riconsiderare il caso. L'Aversana Petroli ottiene il certificato antimafia senza il quale rischiava di vedere bloccata la propria espansione. Alle ultime elezioni Elena Maria Stasi viene candidata in un collegio blindato nelle liste del PDL e diviene Deputata con il sostegno esplicito del sottosegretario Cosentino.

L'ultima volta che ho sentito nominare l'onorevole è stato nello scorso mese di settembre. Era stato invitato dall'amministrazione comunale di Vitulazio a presenziare alla parata militare per l'inaugurazione del Circolo delle Forze Armate. Il nome ingombrante del sottosegretario campeggiava sui manifesti del comune insieme a quello di alte cariche delle forze dell'ordine pluridecorate e di impettiti generali. A molti un immagine del genere può sembrare stridente e contraddittoria, la maggior parte dei commentatori delle vicende politico-giudiziarie odierne non può fare a meno di incastrarsi nella logica del binomio Stato/anti-Stato. La verità è che il confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è viene stabilito dai potenti, dai rapporti di forza che si stabiliscono nella società.

Ciò che ci appare come l'anti-Stato è in realtà una forma di capitalismo armato che sfrutta ed opprime i deboli e va a braccetto con il potere costituito.

di Teo Lepore - Centro Sociale Tempo Rosso (Pignataro Maggiore – Caserta)

Comparso su Contropiano.org

La seguente inchiesta è stata pubblicata ed è reperibile anche su Facebook

"Elaborare un progetto costituente della sinistra". "E pensare come transitorio anche il Pd".


Incontriamo Fausto Bertinotti nel suo studio di presidente della Fondazione Camera dei deputati. Subito dopo l’elezione di Pierluigi Bersani alla guida del Pd volevamo fare qualche domanda a Bertinotti sul significato di quella novità e sui possibili riflessi nel rapporto tra Pd e sinistra radicale, ma lui ha preferito far passare qualche giorno. L'intervista c’è stata il 13 novembre e a questo punto ci è sembrato giusto partire da qualche considerazione sul ventennale del 1989, cosa che ha inevitabilmente reso più lunga la conversazione. Questa ne è la versione integrale:

Bertinotti, per iniziare vorrei chiederti non tanto una riflessione sul ventennale del 1989 quanto un commento sulle rievocazioni di questi giorni che forse sono state puramente celebrative. Hai letto o ascoltato qualche opinione dalla quale possiamo partire?
Potrei citare lo storico Hobsbawn secondo il quale, trascorsi vent'anni dalla caduta del Muro, il vincitore di allora è dentro una crisi che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il 1989 è anche questo: la più grande modernizzazione capitalistica - quella che doveva essere la più definitiva perché fondata sulla sconfitta dell'avversario storico - si rivela in realtà sconfitta anche lei perché portatrice di contraddizioni sostanzialmente ingovernabili: la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi di democrazia. Anche per questo colpisce la mancanza di un bilancio critico, a sinistra, dell'89. Di tutta la sinistra, viste le conseguenze della fine di quel mondo. Riguardando la caduta solo i comunisti, all'inizio poteva sembrare che le altre componenti del movimento operaio fossero immuni dalla crisi. Pensa alla socialdemocrazia che aveva fatto Bad Godesberg o al socialismo francese o al Labour che era persino velato di tendenze anticomuniste. E invece dobbiamo verificare che simul stabunt simul cadent. E' una gran catastrofe che la riflessione non la portino i comunisti e nemmeno i socialisti, né i socialdemocratici, né i laburisti. Perché non ragionare su questo vuol dire non ragionare su una parte importante della tua inutilità oggi in Europa. Tanto è vero che in altre parti del mondo la sinistra in qualche modo non figlia di questa storia è ben viva. Vedi il continente latino americano dove un ex capo dei tupamaros può diventare presidente della repubblica in Uruguay. O vedi Obama negli Stati uniti dove pur essendoci una storia di grandi lotte per il lavoro il movimento operaio di storia marxista non esiste. Che la sinistra non rifletta più su queste cose mi pare insopportabile.
Ragionando sulla sconfitta dopo le disastrose elezioni dell’anno scorso, tu scrivi di «aspettative tradite» e di «talenti dissipati» o non impiegati negli anni successivi al 1989 dalla sinistra anticapitalista italiana. Mi pare cioè che insisti sugli elementi positivi, di possibile apertura, contenuti nel crollo del Muro e persino nella Bolognina. E' così?
E’ così, c’erano questi «talenti» a disposizione nel 1989, ma era davvero molto difficile riuscire a impiegarli. Per una ragione fondamentale: la caduta dei regimi comunisti seguiva la sconfitta di un altro tentativo di scalata al cielo, quello del 1968-69. Bisognerebbe ragionare sul quarantennale, oltre che sul ventennale. La sconfitta del ’68-‘69 rendeva difficilissimo sviluppare un’ipotesi comunista liberata dalle ragioni del suo fallimento storico. Era crollato un muro di illiberalità ma prima era crollata anche l’ipotesi, per dirla con Gramsci, della rivoluzione in Occidente. Il combinato disposto è stata una spinta alla modernizzazione raccolta poi dalla globalizzazione. Riassumo: in quella sconfitta c’era un talento, ma bisognava saperlo estrarre e non era facile.
Riassumo ancora di più e domando: era possibile un’uscita da sinistra dalle macerie del Muro?
Sì, era possibile. Se non c’è stata è perché il Pci non era innocente. Né rispetto all’Urss né dal punto di vista della politica di trasformazione del paese. Non ci possiamo dimenticare che il movimento del ‘68-‘69 in Italia si era riferito criticamente al Pci e al sindacato. E il Pci non ha assunto la tematica liberatoria dei movimenti come revisione della sua strategia. Al contrario, ha assunto il tema delle compatibilità. Nel rapporto tra liberazione del lavoro e produttività si è scelto il secondo versante e tutte le politiche da un certo punto in poi sono state costruite sulla logica del patto tra i produttori. Che significa l’omissione del grande tema del mutamento economico e sociale. Dunque il Pci arriva al 1989 azzoppato nella possibilità di uscita da sinistra. Da un lato ha il vincolo di ferro con l’Urss e dall’altro il fatto che il suo inserimento nella società italiana è stato condotto prevalentemente dal versante della modernizzazione del paese. E non della sua trasformazione. In qualche modo il Pci aveva messo fuori dalla sua costruzione culturale e politica proprio le punte più anticapitalistiche che il movimento aveva messo in campo: la critica all’organizzazione del lavoro, alla neutralità della scienza, al potere e anche alla struttura partito. Per cui di fronte al crollo del muro il partito mette al centro della svolta non il tema dell’eguaglianza ma quello della libertà che è il più interno alla modernizzazione. Nel momento in cui cade il muro sembra che tutto il mondo diventi il regno della libertà. In una parte degli attori della svolta riconosco un elemento di illusione. Ne ho parlato tante volte con Occhetto che mi ha detto «la colpa è vostra», intendendo di Ingrao e di quelli che lo seguivano, «non mi avete dato una mano, la Bolognina poteva svoltare a sinistra o a destra e io volevo svoltare a sinistra, volevo togliere l’impedimento che c’era nel legame con l’Urss e nella tradizione comunista che ormai era diventata moderata e voi me l’avete impedito perché vi avete calcato sopra un segno di destra che in realtà non era obbligato». Secondo me Occhetto trascura un fatto essenziale, con la svolta ha dissipato la più grande risorsa del movimento operaio italiano: il suo popolo organizzato. Adesso noi vediamo qual era il valore del popolo comunista, in sé, indipendentemente da quale connessione aveva e con quale linea del partito. Adesso ci rendiamo conto quale potenziale conteneva quello che Pasolini chiamava «un paese nel paese». Legami umani, relazioni personali, senso di appartenenza: il valore della comunità scelta. Mettendo in discussione questo, la svolta in realtà mette in discussione l’ultimo elemento che era rimasto con una vocazione realmente «altra» rispetto alla società esistente. Non avevamo più la collocazione internazionale del comunismo nel mondo, non avevamo più un’idea di trasformazione del paese, rimaneva il popolo e la svolta ha disperso anche il popolo.
Da allora in avanti, da quando le sinistre sono diventate due, si è posto il problema del rapporto tra radicali e moderati. Rileggendo le ragioni della sconfitta, mi pare che una resti in ombra: la sinistra radicale in questi anni ha affidato solo alla tattica elettorale il suo rapporto con la sinistra moderata. Non è riuscita a immaginare una relazione, di qualsiasi tipo, in qualche modo strategica. Per cui si è andati dall’alleanza del 1994 alla rottura del 2008 passando attraverso di tutto: desistenze, rotture definitive, nuovi riavvicinamenti, alleanze di governo. Non è questo, da solo, un segno di inadeguatezza?
Non sono d’accordo, penso che la riflessione critica vada portata più sull’esperienza interna alla sinistra radicale che al modo in cui ha affrontato il tema delle alleanze elettorali. Il problema c’è stato e c’è, intendiamoci, e qualche volta lo abbiamo risolto con delle intuizioni brillanti se pensi alla desistenza, un colpo d’ala spregiudicato. Ma in fondo in Rifondazione comunista questa delle alleanze è sempre stata una questione importante ma in realtà minore. Qualche volta si è posta in maniera drammatica ma mai sul terreno della costruzione della strategia. In parte è stato così, se vuoi, perché era ed è un problema maledettamente difficile visto che in un sistema elettorale maggioritario o ti metti in alleanza a rischio di pregiudicare il progetto politico o fuori dall’alleanza a rischio di condannarti all’inutilità. Forse proprio perché era un problema difficile da risolvere era lasciato in secondo piano. Forse la pensavamo come soluzione indotta, e cioè: se riusciamo a crescere allora il problema dell’alleanza si risolve perché abbiamo la possibilità di condizionare un’alleanza riformatrice. Tutto questo è stato. Ad oggi la mia opinione è che questi tentativi avevano il piombo nelle ali. Lo dico oggi, non lo vedevo allora. Perché penso che l’alleanza di centrosinistra abbia un limite intrinseco: attribuisce sempre alla borghesia del paese un peso molto rilevante, un diritto di veto o addirittura un'egemonia. Lo penso di tutti i centrosinistra, anche di quello degli anni Sessanta con le dovute differenze. In altre parole l’alleanza di centrosinistra si è rivelata sempre interessante nel processo di modernizzazione del paese ma mai idonea ad affrontare il tema della trasformazione.
Riprendo la metafora, o la parabola, dei talenti: a sinistra si è peccato più di dissipazione o di conservazione?
Di tutte e due le cose. Abbiamo dissipato i nostri talenti con una propensione che identitaria è dire troppo, diciamo solipsistica. Ogni passaggio della politica è stato vissuto come come costitutivo di identità. Vorrei ricordare che le prime due rotture in Rifondazione sono avvenute su passaggi di governo, la prima con Dini e la seconda con Prodi. Questa dissipazione adesso raggiunge punti patologici. Per conto mio sono arrivato a una conclusione drammatica, non sono più sicuro che un processo democratico dentro il partito abbia in sé sufficiente collante di unità. Purtroppo devo prendere atto che l’orribile centralismo democratico del Pci è stato un antidoto alla spinta centrifuga. La sinistra radicale dal punto di vista della forma partito non ha innovato alcunché. Abbiamo fatto tante discussioni, siamo stati plurali e rispettosi del dissenso ma avevamo quella la stessa forma del partito, meno il centralismo democratico. Invece abbiamo conservato senza impiegare i nostri talenti quando dopo Genova nel 2001 potevamo mettere in discussione radicalmente la forma partito e tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in grado di raccogliere tutto ciò che maturava alla sinistra dei Ds prima e del Pd poi. A questo punto posso rispondere alla tua domanda di prima: non abbiamo risolto il rapporto con la sinistra moderata perché non abbiamo risolto il rapporto con i movimenti. Era la nostra unica chance di essere influenti sul Pd. Al punto in cui siamo oggi è completamente caduta l’ipotesi delle due sinistre. Quella che è andata avanti dopo la Bolognina, la divisione cioè tra coloro che hanno pensato che l’ultimo capitalismo globalizzato era il quadro generale dentro il quale muovere la politica e chi pensava invece che al capitalismo della globalizzazione dovesse essere mossa una critica radicale. Questo rapporto, io ho pensato, aveva delle caratteristiche di stabilità, mi è parso un assetto di lungo periodo. Ora penso che non è più così perché sono fallite entrambe le ipotesi. Noi stiamo qui a parlare della crisi della sinistra radicale, ma in tutta Europa è clamorosamente fallita la sinistra moderata.
Parliamo anche di quella, di Bersani che sembra molto preoccupato di recuperare quel rapporto con il popolo organizzato che hai citato prima. Ammesso che esista ancora, può riuscirci?
Per me nelle prime mosse di Pierluigi Bersani c’è un elemento chiaro e uno totalmente oscuro. Il primo è una propensione a uscire dalla fase in cui anche per lo schieramento di centrosinistra la politica è stata opinione e organizzazione dell’opinione ai fini del consenso. E i corpi della politica sono stati pensati come corpi leggeri e il partito è stato il partito del leader. L’Italia con il berlusconismo ha avuto la manifestazione più violenta e patologica di una tendenza che è tuttavia generale. A me sembra che questa idea cominci ad incrinarsi. Per esempio per la crisi che investe la credibilità di leadership regionali e locali molto consolidate: in qualche modo deve far pensare alla crisi di un modello. Lo dice anche il dibattito dentro il centrodestra dove non è più vero che c’è un uomo solo al comando; cominciano ad articolarsi delle posizioni che mostrano una sorta di potenziale oligarchia. Non c’è ancora nessuna messa in discussione della leadership di Berlusconi eppure lo vediamo costretto a continui vertici che ricordano il pentapartito. Bersani coglie il bisogno di uscire da questo ciclo proponendo un ritorno al classico. Cioè a un luogo e a un’organizzazione permanente, il partito. Sembra non volersi più affidare soltanto al messaggio televisivo e alla rapsodica messa in ordine di elementi che i sondaggi indicano come favorevoli. Coglie un elemento, la pressione di chi si sente disperatamente solo e teme così di essere condannato a perdere per sempre. Il fatto che nella sfida congressuale del Pd sia stato sconfitto il partito di Repubblica (il quotidiano ha fatto il tifo per Franceschini, ndr) è indicativo di quanto sia forte la pressione per tornare a costruire la politica come forza organizzata. E qui c’è il punto che mi è oscuro di Bersani: su quale ispirazione politica generale intende produrre questa costruzione. Lui dice: “Nella politica devono tornare forme pesanti e partecipate”. Bene. Poi dice ancora: “Deve tornare il lavoro”. Bene, mi pare un elemento importante di riconduzione della politica a un principio di realtà. Ma aggiungo subito: mi pare che contenga una profonda ambiguità. Perché dietro alla parola “lavoro” io leggo “economia”. E vedo sullo sfondo un’idea di patto tra produttori in cui i lavoratori con il loro punto di vista non ci sono mai. Malgrado tutto, malgrado l’accordo separato sul sistema contrattuale, malgrado il fatto che ai lavoratori venga impedito il voto sugli accordi, malgrado la politica della Confindustria. E’ un punto oscuro. Insieme all’autonomia della politica dai conflitti di interesse, dal Vaticano, dai poteri inquinati, il Pd sceglierà l’autonomia dall’impresa e dal mercato? Questa è la domanda chiave, io non so rispondere.
Se fosse possibile tentare una conclusione da questo ragionamento, non sarebbe consolante per la sinistra radicale. Che a questo punto, tu dici, non ha gli strumenti né la forza per costruirsi come partito ma che deve fronteggiare la concorrenza di un Pd che proprio sul versante della costruzione di una forza organizzata inizierà a tentare i suoi elettori. E’ così?
E’ così. Io non credo che oggi esista alcuna formazione né esistente né costruibile in grado di costituire la risposta alla crisi della sinistra. E proprio per questo la sinistra radicale dovrebbe tentare un’operazione molto ambiziosa. Lo dico con cautela perché so bene che le idee più intelligenti possono venire solo a chi si cimenta e io non mi cimento. L’operazione ambiziosa dovrebbe essere questa: pensarsi come transitori impegnandosi però come se si fosse di lungo periodo. Neanche il Pd è in grado di dare la soluzione alla crisi della sinistra, anzi direi piuttosto che è il problema. E’ parte del nostro problema. La sinistra radicale, tutta, dovrebbe essere a tal punto una spina nel fianco del Pd da lavorare per un Big Bang generale entro cui elaborare un progetto costituente della sinistra. Un nuovo inizio a sinistra che proponga un nuovo modello economico, sociale, ecologico e dei diritti. In una nuova sinistra ci potranno essere le componenti anticapitaliste, come quelle in cui mi sento di militare, e anche le componenti non anticapitaliste. Per arrivarci serve il Big Bang, per il Big Bang serve pensarsi come transitori. E pensare come transitorio anche il Pd.

di Andrea Fabozzi

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