sabato 21 novembre 2009

MEDIORIENTE: Per ora, ci sono solo parole. Pesanti, ma pur sempre solo parole


No, non è il processo di pace. Quello è fermo, immobile, e a quanto sembra nessuno ha realmente voglia di riaprirlo: né i diretti interessati, né - forse - i vari attori internazionali che stanno attorno ai protagonisti. E allora? Cosa succede di nuovo? Succedono, per ora, solo "parole", ma quelle "parole" hanno avuto il potere di smuovere, e di molto, le acque.

L'antefatto. Il premier Salam Fayyad parla, settimane fa, di uno Stato palestinese entro due anni. Pochi giorni fa, poi, cominciano a uscire, sempre da parte dell'Autorità Nazionale, dichiarazioni su dichiarazioni che hanno un solo tema. La Palestina potrebbe decidere unilateralmente di proclamarsi Stato. E di raccogliere, attorno all'autoproclamazione, il sostegno delle Nazioni Unite. Le dichiarazioni arrivano in concomitanza con il 15 novembre: per i palestinesi, è l'anniversario della dichiarazione d'indipendenza del 1988. Scuole e uffici chiusi, festa nazionale che anche Hamas a Gaza ha dovuto celebrare, dopo un iniziale tentativo di trasformarla, nelle scuole, in una giornata di studio sulla Palestina.

Non è la prima volta che i palestinesi agitano l'autoproclamazione dello Stato. Lo aveva fatto anche Yasser Arafat. Ma stavolta sembra diverso. La novità sta nell'atteggiamento fuori dal Medio Oriente. Perché stavolta, l'idea di uno Stato palestinese che si dichiara tale sulla Linea dell'armistizio del 1949, non è stata condannata a priori. Anzi, suscita - dietro le quinte - più di qualche reazione positiva. Fayyad ne ha anche parlato ieri ad alcuni congressisti americani a Ramallah, confermando la giustezza - secondo lui - dell'unilateralismo palestinese.

L'unilateralismo è l'accusa che arriva invece dall'altra parte della barricata. Da tutti i leader israeliani, che hanno riempito di dichiarazioni l'informazione dell'inizio di settimana. Tutti i leader, compreso Benjamin Netanyahu, che ha usato parole dure al Saban Forum a Gerusalemme. "There is no substitute for negotiations between Israel and the Palestinian Authority and any unilateral path will only unravel the framework of agreements between us and will only bring unilateral steps from Israel's side".

Verrebbe da pensare che sono stati proprio gli israeliani a usare l'unilateralismo come strumento per spingere il processo di pace entro una certa direzione. Con il disimpegno da Gaza nel 2005. Ma Netanyahu era contro il disimpegno deciso e voluto da Ariel Sharon. Netanyahu è stato sempre contro l'unilateralismo. Semmai, con un negoziato in cui il più forte è sempre e comunque Israele, ma mai fuori da un negoziato.

Il vero nodo dell'unilateralismo palestinese è un altro. Ed è questo altro che cambia le carte in tavola. La proclamazione dello Stato palestinese non solo riporta i confini del 1967 nel gioco reale, nonostante la presenza delle colonie israeliane in Cisgiordania e dentro Gerusalemme est. Mette soprattutto Israele in una posizione completamente diversa. Come mi ha detto un analista israeliano, il timore è proprio questo cambiamento di ruolo: Israele non è più l'unico Stato presente e riconosciuto in questo conflitto, accanto a una entità che ha quasi tutto di indefinito. Israele diviene uno Stato accanto a un altro Stato, la Palestina, e la questione delle colonie diviene un contenzioso territoriale, in cui l'occupante deve chiedere all'occupato di fare alcune concessioni.

Il cambiamento profondo è evidente. Tutto viene rimesso in discussione. Tutto, tranne l'unica cosa che era stata veramente messa in discussione nei fatti, negli scorsi decenni. E cioè la Linea Verde, che ritornerebbe in gioco come la linea di confine sulla quale discutere alla pari. Sarebbe una svolta. Ma per ora, ci sono solo parole. Pesanti, ma pur sempre solo parole.

di Paola Caridi - corrispondente di Lettera22 dal Medio Oriente

Link: invisiblearabs

"La Gelmini parla di merito? Lei di certo non può insegnarcelo"




“Non tagliateci le gambe. Salviamo la ricerca”. Lo slogan campeggia nell’aula A della facoltà di Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. Tutta l’Onda è in assemblea contro il ddl Gelmini sulla governance degli Atenei con dentro il tema del merito, la valutazione e il prestito d’onore e l’ingresso dei privati nelle Università. Il microfono passa di mano in mano: studenti, ricercatori precari, dottorandi, responsabili nazionali dei coodinamenti della scuola e della Federazione dei lavoratori della Conoscenza (Cgil). E la Gelmini e la sua riforma ne escono con le gambe rotte.

Il movimento dell’Onda è tutt’altro che morto. Presto l’attività di tutti gli Atenei verrà bloccata e la mobilitazione sarà lunga, fino a primavera. E’ questo che è scritto nella mozione approvata da tutte le università d’Italia. Già certe le prime date: il 2 dicembre, manifestazioni in tutti i territori. Mentre l’11 anche l’Onda sarà allo sciopero generale della Cgil a Roma contro i tagli previsti dalla legge 133 “ma non per far da passarella ad Epifani”, sottolineano a Scienze politiche.

Andrea è arrivato da Cagliari. Studia Ingegneria e ai colleghi campani dice: “Se voi a Napoli avete i Casalesi, noi a Cagliari abbiamo il Pdl”. E la platea si scioglie in un lungo applauso. “Non dobbiamo permettere di parlare di merito ad un ministro che non ha merito. Combattiamola smontando la sua riforma”, è l’invito dello studente.

Francesco, del coordinamento precari scuola, chiede la solidarietà per gli studenti medi in occupazione e propone per l’11 dicembre di “assaltare” tutti insieme il ministero dell’Istruzione. Arrabbiatissima è anche Valentina, ricercatrice precaria di medicina a Torino: “Combattere la governance che regala gli Atenei alla Confindustria”. E Vanessa, studentessa della Sapienza, sottolinea: “Il ddl Gelmini è reazionario. Vogliono toglierci la scelta di poter studiare. Sono stati tagliati interi settori dell’offerta formativa, la ricerca di base è scomparsa. Agli Atenei sono rimaste le briciole. Ci vuole subito la guerriglia delle intelligenze”.

Claudio di Bari raccoglie la proposta e la rigira così: “Facciamo un attacco ben studiato: smascheriamo e disveliamo tutti gli obiettivi della riforma. Se chiediamo solo il ritiro dei tagli della legge 133 facciamo il loro gioco, mentre non esiste il merito senza un welfare universale. Non c’è merito senza reddito”.

Gli interventi si suggono fino a sera. Gli universatari e i ricercatori fuori sede si fermano a Roma per il week-end. In calendario la stesura di un documento-mozione condiviso. E’ più che un tam tam. La Gelmini è avvisata. L’Onda è in movimento e non s’arresta.

di Maristella Iervasi

Link: l'Unità

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