domenica 22 novembre 2009

Processo Dell'Utri: Gaspare Spatuzza, l’ultimo grande pentito di Cosa Nostra, non ha alcun dubbio...


Spatuzza: Graviano parlava direttamente con Berlusconi e Dell’Utri

Negli anni bui delle bombe Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri si sarebbero incontrati direttamente con il boss stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano. Gaspare Spatuzza, l’ultimo grande pentito di Cosa Nostra, non ha alcun dubbio: “Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”. E di fronte all’insistenza dei pm sulla possibilità che il rapporto potesse essere in qualche modo mediato Spatuzza è ancora più categorico: “No, no! Non esiste! Non trattano con le mezze carte. Hanno avuto sempre nella vita i contatti diretti”. Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93 aggiungono ulteriori tasselli al quadro che chiama in causa il Presidente del Consiglio e il senatore Dell’Utri. L’uomo che Graviano, prosegue Spatuzza, chiamava “un paesano”, quindi “qualcosa di più di Berlusconi… Paesano lo posso considerare come una persona vicinissima a noi”.

Sono scottanti i documenti della procura fiorentina che ieri hanno fatto capolino al processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa contro il senatore del Pdl, a Palermo (condannato in primo grado a nove anni di reclusione). Quando il procuratore generale Antonino Gatto ha chiesto l’acquisizione di due corposi faldoni contenenti gli interrogatori di Spatuzza, ma anche di Cosimo Lo Nigro, Pietro Romeo, Ciaramitaro, Filippo e Giuseppe Graviano, nonché un confronto fra quest’ultimo e lo stesso Spatuzza. Oltre a diverse relazioni redatte dalla Dia di Roma e Firenze fra il 2008 e il 2009.
L’audizione di Spatuzza risale al 18 giugno scorso, quando il pentito racconta ai magistrati dell’incontro a due avvenuto nel gennaio del 1994 al bar Doney di via Veneto, a Roma, con un esultante Giuseppe Graviano. Che in quell’occasione avrebbe assicurato come grazie a Berlusconi e Dell’Utri “avevamo ottenuto quello che cercavamo”: “ci siamo messi il Paese nelle mani”. Graviano, insolitamente euforico, aveva inneggiato alla “serietà di queste persone”, altra cosa rispetto a questi “crasti dei socialisti”. E dal momento che “io non conoscevo Berlusconi – continua Spatuzza – chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”.
Erano gli anni delle stragi e a Roma i boss stavano pianificando l’ultimo grande attentato allo stadio Olimpico, fallito soltanto per un guasto al telecomando. L’obiettivo lo aveva scelto lo stesso Spatuzza, all’epoca braccio destro dei Graviano e per questo in grado di rivelare ai magistrati particolari fino ad ora sconosciuti. “Non posso sapere – spiega il pentito ai pm fiorentini – quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. La mia esperienza di queste vicende, ma è una mia deduzione, è che costoro che in un primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all’esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi abbiamo puntato tutto”.
Accuse pesanti, che il pentito potrà approfondire il prossimo 4 dicembre, quando sarà interrogato, a Torino, nell’ambito del processo contro il senatore Dell’Utri. E che in parte sono state confermate dal collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli, che lo scorso 5 novembre, risentito dalla procura di Palermo, avrebbe affermato, tra le altre cose, che “i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri”. Motivo per cui il pg Gatto ha già chiesto alla Corte che il Grigoli possa essere chiamato a testimoniare.
Nel frattempo a destare grande interesse sono però i contenuti dei confronti già realizzati a Firenze tra lo Spatuzza e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Niente attacchi, niente accuse di infamità da parte dei capimafia nei confronti del pentito, ma solo parole di profonda amicizia e rispetto. Un atteggiamento inedito e ancora tutto da decifrare dei boss di Cosa Nostra.
E se a “Giuseppe”, Spatuzza avrebbe soltanto chiesto di passare dalla parte della Giustizia, sentendosi rispondere: “Non ho niente da dire”, con “Filippo” il dialogo sarebbe stato più articolato. Quest’ultimo, infatti, avrebbe ammesso di aver intrapreso negli ultimi dieci anni un non meglio specificato “cammino di legalità” e a Spatuzza avrebbe detto: “Io non ho nulla contro la tua scelta, è bene che tu lo sappia. Tu hai fatto una scelta, va bene anche per me. Ora, quello che io ti dico, il nostro discorso, almeno inizialmente, non era un discorso opportunistico per ottenere qualcosa dallo Stato. Ma era per migliorare noi stessi e per dare un futuro ai nostri figli”.
Il confronto era stato disposto dai pm di Firenze per cercare una conferma di quel colloquio avvenuto tra i due nel carcere di Tolmezzo, durante il quale Graviano a Spatuzza avrebbe detto: “E’ bene far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare qualcosa, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Parole che Graviano oggi nega: dalla politica, dice, “io non mi aspetto nulla”. Ammettendo però che in carcere di “dissociazione” e di un’ipotetica “vita di legalità” avevano effettivamente parlato. Poi, tra una serie di continui “mi dispiace dovermi trovare in contraddizione con te”, “ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. Sono contento che tu abbia ritrovato la pace interiore”, e “non ho nulla contro di te, né contro la tua collaborazione”, il boss lancia un ulteriore messaggio: “Non ti dico che stai mentendo, ti dico che io le cose non le ho dette”. E già in molti si chiedono se il prossimo pentito eccellente potrebbe essere proprio lui.

di Monica Centofante

Link: antimafiaduemila.com


L'abbandono carcerario italiano



Circa un terzo dei detenuti che ogni anno muoiono nelle carceri italiane si toglie la vita. La percentuale dei suicidi dei prigionieri è da sempre molto più elevata rispetto a quella delle persone libere, ma il dato merita un'analisi. Nel 2009, al quindici novembre, i suicidi sono già 63, mentre nel 2008 erano stati in totale 46 e 45 nel 2007.

La cifra è in aumento e viene spontaneo chiedersi la motivazione. Secondo l'elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti sui dati del Ministero dell'Economia e delle Finanze la spesa per ogni singolo detenuto al primo gennaio 2007 era pari a 13.170 euro, per una popolazione penitenziaria di 39.005 detenuti. Nello stesso periodo del 2008 per ogni carcerato venivano spesi 10.732 euro, per un totale di 48.693 prigionieri. Al primo gennaio del 2009 la spesa pro capite si abbassa ulteriormente e raggiunge le 6.393 euro, 58.127 i detenuti rinchiusi nel carcere. Nel giro di soli tre anni, quindi, la cifra erogata dallo Stato per ogni singolo detenuto è andata dimezzandosi e nel 2010 toccherà le 6.257 euro. Il Centro Studi di Ristretti Orizzonti ha preso in considerazione le risorse economiche impiegate sui capitoli di spesa n.1761, relativi alle spese di ogni genere riguardanti il mantenimento, l'assistenza, la rieducazione ed il trasporto dei detenuti, e n. 1671 che comprendono quelle per acquisto di beni e servizi.

Scendendo nel dettaglio, si scopre che i tagli principali sono stati propri effettuati alle spese mediche. L'organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico dal 2007 al 2010 hanno subito una riduzione del 79 per cento, le spese di cura, comprese quelle di trasporto, di ricovero in ospedale o in luogo di cura e per protesi, esami specialistici, un taglio del 31,8 per cento. Ma il dato più allarmante è che per l'assistenza e il mantenimento di detenuti tossicodipendenti presso Comunità terapeutiche la riduzione è stata del 100 per cento. I detenuti sieropositivi non hanno praticamente possibilità di curarsi. A scendere sono stati anche i finanziamenti per l'assistenza e le attività di servizio sociale agli affidati al servizio sociale per adulti (-14,7 per cento) e quelli per lo svolgimento negli istituti di prevenzione e di pena delle attività scolastiche, culturali e sportive (-9,9 per cento). La rieducazione dei detenuti passa in secondo piano, nonostante da anni si cerchi di dimostrare che è proprio quello l'obiettivo dell'istituzione penitenziaria. Analizzando in maniera ancora più specifica la situazione carceraria si scopre che se nel 2007 il costo medio giornaliero di ogni detenuto era di 182 euro, la spesa media sanitaria giornaliera di 7,02 euro, la diaria per il vitto pari a 2.95 euro, nel 2009 i parametri di abbassano bruscamente: il costo medio giornaliero di ogni detenuto è di 148 euro e di 3,15 quello della diaria. La spesa media sanitaria giornaliera deve ancora essere calcolata. Costi eccessivamente esigui per una situazione dignitosa.

Nonostante l'aumento dei detenuti, i tagli al sistema carcerario testimoniano il progressivo deteriorarsi della situazione penitenziaria. Non c'è dunque da stupirsi se nelle carceri la violenza e i suicidi continuano a crescere, a scapito della rieducazione e di un possibile reinserimento dei detenuti nella società. Ipotizzare una crescita dell'edilizia carceraria, così come fa il ministro della Giustizia Alfano, non dovrebbe far dimenticare che lo stanziamento dei fondi dovrebbe riguardare prima di tutto la salute fisica e psichica dei detenuti.

Non è solo un problema di affollamento: i numeri pubblicati da Ristretti orizzonti denunciano la mancanza di una cultura, quella del garantismo più elementare di cui ci si riempe la bocca dietro i banchi del governo.

di Benedetta Guerriero

Link: PeaceReporter

Beni confiscati: "una proposta sfacciatamente mafiosa"


Dopo mesi e mesi di proteste, la maggioranza aveva promesso di trovare i soldi necessari per fronteggiare l’emergenza in cui si trovano le forze dell’ordine. Come è noto, manca praticamente tutto a chi ogni giorno rischia in prima persona per garantire al Paese sicurezza: benzina per le volanti, toner delle stampanti, turn over del personale, persino il materiale da cancelleria. Tutto. E come si pensa di trovarli questi soldi utili, necessari e urgenti? Facendo cassa con la vendita dei beni confiscati alle mafie. Sembra uno scherzo di cattivo gusto, invece, è l’ennesima, tragica, follia di questo governo.
Un clamoroso passo indietro: una legge ottenuta a partire dalle importanti intuizioni di Pio La Torre e portata avanti grazie alla raccolta firme che nel 1996 coinvolse un milione di cittadini, oggi rischia di essere spazzata via.
Al 30 giugno 2009 i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata (dal 1982 quando entra in vigore la legge Rognoni - La Torre) sono 8933. Di questi, 5407 sono stati destinati allo Stato o ai Comuni per finalità istituzionali e/o sociali, 313 sono usciti dalla gestione del Demanio per vari motivi (tra cui revoca della confisca, esecuzione immobiliare, espropriazione....), mentre 3213 sono ancora quelli da destinare. Le lungaggini burocratiche nell’assegnazione non possono però mettere in discussione questa legge, ma al contrario, devono spingerci a migliorarla per aumentarne l’efficacia.
Il sequestro, infatti, colpisce le mafie nel settore che più conta per loro, quello delle ricchezze e del giro di denaro. Assegnare a scopo sociale questi beni ha permesso la nascita e la crescita delle migliori esperienze di associazioni e movimenti antimafia, che hanno saputo trasformare quelli che prima erano luoghi di sofferenza, di privazione, in presidi di legalità, di cittadinanza e solidarietà. Da “beni mostri a beni nostri”, come ama ripetere Don Tonino Palmese, responsabile regionale di Libera Campania, che si batte ventiquattro ore al giorno, per restituire dignità e trasparenza alla nostra terra.
L’assurdità dell’articolo della Finanziaria è evidente: per dare soldi alla sicurezza si rivendono beni confiscati, con il rischio concreto che ad acquistarli nuovamente siano proprio i criminali che, come è noto, non hanno problemi di liquidità.
E’ già accaduto, infatti, che attraverso prestanome i criminali si presentino agli enti locali per chiedere l’assegnazione dei beni, ed è utile ricordare che in alcuni Comuni, tra le motivazioni inserite nel decreto di scioglimento, compare esattamente questa.
Tra non molto la finanziaria arriverà alla Camera: chiediamo alla maggioranza di ripensarci, di rivedere questa proposta assurda, e di difendere con i beni confiscati, la memoria di Pio La Torre e le tante esperienze di impegno volontario e appassionato che in questi anni hanno aiutato il nostro Paese a essere migliore.

di Pina Picierno

Link: Articolo 21.info

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