martedì 24 novembre 2009

Taranto, le dichiarazioni choc di Riva (il padrone dell'Ilva): quando l'arroganza non conosce limiti

Guarda il video dell'intervista ad E. Riva da parte di un giornalista di BS (Blu Star)
ed il correlativo servizio sulle dichiarazioni miserabilmente vergognose del "Patron" dell'ILVA

Taranto, le dichiarazioni choc di Riva
"I morti di tumore sono un'invenzione"
La battuta in un'intervista a una televisione locale. Gli ambientalisti: "Ora deve chiedere scusa"
Inutili le belle parole durante i tavoli con le istituzioni. Inutili le aperture di credito nei confronti delle associazioni ambientaliste e della politica. Emilio Riva ha sintetizzato in poche parole il suo pensiero sulla situazione di Taranto: "Il dibattito sui tumori in questa città - dice il patron dell'Ilva - è completamente inventato". La frase è dettata da Riva al giornalista Luigi Abbate di Bs Television, al termine della conferenza stampa che l'azienda ha tenuto sull'ambientalizzazione nei giorni scorsi. Appena conclusa la dichiarazione, si è avventato sul giornalista il responsabile per i rapporti istituzionali dell'Ilva, Girolamo Archinà, che ha strappato dalle mani del reporter il microfono e lo ha portato via. Le telecamere hanno però ripreso tutto. Ieri il filmato è finito su You Tube scatenando l'ira degli ambientalisti.
Da Alessandro Marescotti di Peacelink è arrivato il primo, durissimo, commento: "Di fronte a questi episodi - dice - la nostra associazione ritira ogni credito alle aperture di facciata della dirigenza Ilva al dialogo con le associazioni ambientaliste e con la società civile". Durissima anche Legambiente che con il presidente regionale, Francesco Tarantini e il direttore nazionale, Sebastiano Venneri, invita Riva a "chiedere immediatamente scusa alla gente di Taranto. Una tale arroganza non è più sopportabile". Sdegno tra la gente anche sui social network e nei forum. Intanto prosegue l'organizzazione per la grande manifestazione del 29 novembre.
 
di Giuliano Foschini

Dalla borgata di Brancaccio, alla periferia di Palermo, al Processo Mills: l’”utilizzatore finale” deve guardare a più fronti



L’insidia arriva dalla borgata di Brancaccio, alla periferia di Palermo. Qui sono nati e cresciuti Gaspare Spatuzza, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo, tutti con decine di omicidi sulle spalle. I pm di Firenze hanno trasmesso alla procura di Palermo i verbali dei loro interrogatori. Parlano dei contatti politici con Berlusconi e Dell’Utri nella stagione delle stragi. Raccontano le confidenze dei loro capi, i fratelli Graviano, che, latitanti, si erano trasferiti da Brancaccio a Milano per, lasciano intendere, coltivare i dettagli della trattativa con la nuova forza politica, Forza Italia. Nel 2004 Filippo Graviano confidò a Spatuzza: “Se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che cominciamo a parlare con i magistrati”. Spatuzza lo sta facendo.

Giuseppe Graviano dal carcere esprime “rispetto” per il suo ex killer ora pentito. Si mette quindi male per il Premier. I reati che potrebbero essere contestati non sono tra quelli compresi nel nuovo ddl sul “processo breve”, o meglio “estinto”, “morto”. Questa ennesima legge “ad personam”, in caso di approvazione, sarà efficace per il processo Mills, ma non certo per le imputazioni delle indagini di mafia che potrebbero arrivare da Firenze o Caltanissetta. Nonostante tutto si stanno verificando complicazioni proprio in seno al processo Mills.

Infatti il calendario per l'approvazione del “processo breve” non si presenta roseo per via degli incastri tra il ddl e la Finanziaria. È probabile che alla Camera non ci sarà l’approvazione prima di metà di febbraio. Non si può escludere una nuova soluzione. Secondo alcune indiscrezioni Berlusconi avrebbe illustrato al Guardasigilli l'ipotesi di ricorrere a un decreto legge. Alfano avrebbe risposto esponendo i suoi dubbi. Un retroscena che la presidenza del Consiglio smentisce repentinamente con una nota. L’”utilizzatore finale” si trova in una situazione complessa. Deve guardare a più fronti. Da una parte l’accelerazione del ddl per il “processo morto”, che gli consentirebbe l’impunità per i reati per cui è attualmente indagato. E qui sarebbe fatta. Dall’altro lato i problemi legati alla mafia.

Soluzioni? Secondo indiscrezioni, non si esclude che un nuovo "lodo Alfano" in salsa costituzionale possa essere presentato in una delle due camere del Parlamento, già entro giovedì. È molto probabile che il nuovo lodo sarà avanzato da un parlamentare, perché questa volta il Governo non vorrà assumersi la responsabilità e al tempo stesso vorrà favorire la convergenza delle opposizioni, in particolare dell'Udc. Il testo si adatterà alle indicazioni della Corte Costituzionale. Gasparri, capogruppo al Senato, si mostra già scettico: "Di quelli non mi fido. Pur di bocciarlo magari diranno che l'abbiamo approvato nel giorno sbagliato o che abbiamo commesso degli errori nella punteggiatura". Il problema non è di ortografia, grammatica, meteorologia, o di giorni fasti, dedicati nell’antica Roma alle attività pubbliche, o nefasti, dove erano proibite.

Il problema (o meglio, la nostra fortuna) si chiama Costituzione della Repubblica. E' chiaro, come previsto da Costituzione, che un testo ritenuto incostituzionale dalla Consulta non possa essere riproposto sotto forma di legge ordinaria (come, nonostante le previsioni costituzionali, fu fatto proprio col lodo Alfano in seguito all’incostituzionalità del Lodo Schifani, che trattava lo stesso argomento, l’immunità delle più alte cariche dello Stato). Nella sentenza della Corte, riferita al Lodo Alfano, si legge infatti che una delle cause di incostituzionalità è proprio l’articolo 138, sul rango di legge costituzionale. La proposta, dunque, avanzata di riproporre la norma sotto forma di legge costituzionale è in linea con le dichiarazioni della Consulta. Bene.

Una legge costituzionale deve essere approvata con procedimento aggravato. Doppia lettura Camera-Senato e approvazione a maggioranze qualificate. Se il progetto è approvato a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, non è consentito richiedere il referendum, e la legge viene senz’altro promulgata e pubblicata. Se invece l’approvazione è a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera è possibile, entro tre mesi richiedere un referendum costituzionale, in base all’esito del quale ci sarà la promulgazione e pubblicazione o il suo abbandono. Anche qui è plausibile, se non ovvio, che il governo segua le procedure costituzionali.

È chiaro come sia necessaria una grossa maggioranza per approvare senza referendum la legge. Berlusconi avrà bisogno anche dell’”opposizione” (cosa che non risulta così impossibile). Necessità che altrimenti porterebbe a un referendum non desiderato dal premier.Ma anche in caso di eventuale approvazione,con o senza referendum, è bene notare come la Corte Costituzionale, con la sentenza 1146 del 1988, abbia affermato la propria competenza a giudicare anche le leggi costituzionali in riferimento ai “principi supremi dell’ordinamento costituzionale”. Dunque, ritornerebbe il problema eguaglianza, sancito dall’articolo 3. Quel principio che proprio non va a giù a Berlusconi. Orwell docet: tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Chi?

di Nicola Lillo

Link: altrenotizie

Georgia, i profughi delle tre guerre



Sono migliaia ed hanno dovuto lasciare le loro case a seguito delle guerre intra-nazionali in Georgia. Come vivono oggi questi sfollati, dove hanno trovato rifugio? Quale il livello di integrazione con il resto della popolazione?
Una delle conseguenze più evidenti delle tre guerre in Abkhazia e Ossezia del Sud è la comparsa di un gran numero di profughi tra la popolazione georgiana di quelle regioni. 

I primi anni

Una prima ondata di profughi si ebbe nel 1990, agli albori cioè dell’indipendenza georgiana, durante la guerra in Ossezia del Sud. Il numero di profughi, per lo più di etnia georgiana e provenienti da Tskhinvali, era limitato a circa 2000 persone, mentre i villaggi georgiani in Ossezia del Sud sono rimasti sotto il controllo di Tbilisi fino all’agosto del 2008.

Ci sono stati anche sfollati dalla Georgia, o meglio ossetini che sotto il governo dell’allora presidente Gamsakhurdia furono costretti a fuggire da Tbilisi per andare in altri distretti del Paese.

In seguito alla destituzione del presidente Gamsakhurdia, ritornò in Georgia Eduard Shevardnadze che nel 1992 fu confermato come presidente del parlamento e capo di stato. Durante il suo mandato, le azioni contro la popolazione ossetina cessarono e vennero condannate come atti di inciviltà. Tuttavia, in quel momento la maggior parte della popolazione di etnia ossetina si era già trasferita a Valdikavkaz in Ossezia del Nord.

Di gran misura più complicata è stata la situazione dopo la guerra in Abkhazia.

Nella regione abkhaza vivevano circa 250.000 persone di etnia georgiana, circa il 45% della popolazione totale dell’ Abkhazia. A dicembre del 1993, nel momento in cui l’esercito georgiano abbandonò la de-facto indipendente Repubblica di Abkhazia, quasi tutti i 250.000 abitanti di etnia georgiana della regione furono costretti ad abbandonare il territorio e a rifugiarsi in zone interne della Repubblica di Georgia.

Si presentarono subito molti problemi. I profughi si rifugiarono ovunque trovassero un posto, in particolare in ospedali, alberghi, asili, edifici abbandonati, case di riposo. La situazione spesso non veniva accettata dai residenti locali e l'ostilità tra i profughi ed i residenti degenerò a tal punto che alcuni profughi arrivarono perfino a fare irruzione in edifici abitati.

Sorgeva inoltre un ulteriore problema per l'economia del Paese, poiché i rifugiati che si insediavano in edifici abbandonati, toglievano la possibilità di poter ristrutturare quei luoghi per adibirli a strutture ricettive turistiche.

Statistica

E’ difficile stabilire quanti siano esattamente gli sfollati in Georgia. In primo luogo, per una questione politica. Il governo centrale di Tbilisi è sempre stato interessato ad un incremento del numero effettivo per poter utilizzare tale dato per dimostrare l’avvenuta pulizia etnica a discapito della popolazione di etnia georgiana. Sempre più spesso si parla di circa 300-350.000 persone. Negli ultimi tempi si è cominciato a dire che nel numero sono compresi anche i profughi di etnia diversa, che abitavano in Abkhazia quali russi, armeni, greci, estoni e così via.

Questa affermazione non è però del tutto esatta, in quanto dall’Abkhazia sono andate via molte persone di altre nazionalità, ma lo hanno fatto volontariamente, in cerca di un nuovo lavoro e di nuove e migliori condizioni di vita e non sono di certo considerate dei profughi e nessuno impedisce loro di tornare, mentre invece non possono ritornare nelle proprie case in Abkhazia le persone di etnia georgiana.

In secondo luogo, le prime registrazioni di profughi vennero effettuate al tempo di Shevarnadze e i dati di allora non sono attendibili.

Al giorno d’oggi, il metodo di registrazione è di gran lunga migliorato ed è sicuramente più veritiero, anche se non ancora del tutto esatto: molti profughi non si sono registrati, altri sono emigrati all’estero.

Tutto sommato, possiamo stimare che su 250.000 profughi, circa 50.000 sono tornati in Abkhazia, nell’area di Gali. Pertanto, si contano oggi circa 200.000 profughi ufficiali, una parte dei quali vive ormai all’estero.

La maggior parte dei rifugiati sono registrati a Tbilisi, circa 40.000, e in Abkhazia, nell’area di Zugdidi vi sono circa 50.000 profughi.

La condizione dei rifugiati
 
La condizione dei rifugiati piano piano è cambiata con l’arrivo al potere del presidente Saakashvili. Per prima cosa, in un’ottica più commerciale, si è iniziato ad incentivare le persone a spostarsi dagli alberghi del centro di Tbilisi verso il Mar Nero. Gli investitori infatti provvedevano a fornire una compensazione, anche se minima, sufficiente a comprare appartamenti in zone periferiche.

Oggi circa 50.000 rifugiati dall’Abkhazia vivono in quelli che vengono chiamati ”Centri di alloggio collettivo”. Questi centri erano prima vecchie case di riposo, fabbriche abbandonate, vecchi edifici statali dei tempi sovietici… Di questi centri ne sono sorti 400.

E’ in corso un processo per la riassegnazione di tutte le proprietà consegnate ai rifugiati. Questi ricevono in proprietà dei locali abitabili ed in questo modo lo Stato risolve il problema dell’alloggio.

Il governo ha intenzione di costruire case per i rifugiati che vivono in case altrui ed allo stesso tempo dare una compensazione a chi già possiede un tetto sotto cui stare.

Purtroppo però al momento questa azione non è ancora stata attivamente intrapresa, poiché il governo è impegnato totalmente a risolvere la questione più grave dei rifugiati che vivono nei “Centri di alloggio collettivo”.

Stile di vita
Attualmente gli sfollati che vivono al di fuori dei Centri, si sono completamente integrati nella società locale. Il loro stile di vita ed interessi non si discostano significativamente da quelli degli altri cittadini georgiani. Ormai sono rare le lamentele da parte di cittadini di Tbilisi nei confronti dei rifugiati; si sono trasformate in semplici situazioni di disagio dovute alla convivenza con persone di etnie diverse provenienti da luoghi diversi.

Nelle grandi città, al di fuori dei Centri collettivi non vi sono strutture dedicate ai rifugiati, non esiste un partito che li sostenga. Le divergenze di pensiero all’interno del gruppo dei rifugiati, per esempio nei confronti del presidente Saakashvili, non si discostano dalle divergenze di opinione di tutti gli altri cittadini.

Non esistono praticamente nessun tipo di propaganda o di azioni indirizzate ai rifugiati, a parte la visita periodica presso i Centri collettivi da parte di funzionari e politici che promettono di provvedere ad aiuti sociali.

Tutto sommato, i rifugiati non subiscono particolari discriminazioni rispetto agli altri cittadini e con gli anni la loro integrazione si può dire si stia concludendo positivamente.

Contatti con l'Abkhazia

La maggior parte dei rifugiati ha mantenuto rapporti con i cittadini di etnia abkhaza. Rapporti che tuttavia non sono facili da mantenere poiché per la maggioranza dei georgiani è molto difficile potersi recare nella Repubblica abkhaza. Un'eccezione è però rappresentata dal distretto di Gali, che è sempre stato un distretto a sè, nel quale il 99% della popolazione è composto da cittadini di etnia georgiana. Gli abkhazi non hanno mai posto come loro obiettivo di prendere sotto il proprio controllo il distretto di Gali, anche se effettivamente con il caos della guerra civile del settembre 1993, il distretto cadde ufficialmente sotto il loro controllo.

Attualmente, nel distretto di Gali i cittadini georgiani continuano a vivere nelle loro case, anche se in una situazone di grave insicurezza. Non vengono infatti tutelati in alcun modo dall’autorità de-facto di Abkhazia e vige una situazione altamente caotica.

I soldati abkhazi, i soldati russi, i banditi georgiani e abkhazi, terrorizzarono quotidianamente gli abitanti di Gali, i quali, comunque, preferiscono rimanere nelle loro case in situazione di totale insicurezza, piuttosto che andarsene verso l'ignoto.


di Tengiz Ablotia

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