venerdì 27 novembre 2009

Messico, equipaggi antisommossa contro il Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME)




Lo “sciopero civico”, capeggiato da integranti e simpatizzanti del Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), dello scorso mercoledì (11), è finito con una repressione da parte della polizia. La manifestazione – contro la chiusura, da parte dello Stato, della compagnia elettrica Luz y Fuerza del Centro (LyFC) e la dimissione di 44 mila lavoratori, avvenuta lo scorso 10 ottobre- si è conclusa con diverse persone ferite e 10 arresti.

In conformità alle informazioni di Telesur, la Polizia Federale del Messico ha scagliato equipaggi antisommossa e gas lacrimogeni contro i manifestanti che si trovavano nelle strade del paese. Le persone trattenute e quattro veicoli sono stati portati al Ministero Pubblico Federale Tlalnepantla, Città del Messico.

I manifestanti richiedevano la deroga del decreto sulla chiusura della compagnia e l'allontanamento della Polizia Federale dagli stabilimenti della LyFC. Alle mobilitazioni hanno partecipato non solo gli elettricisti e i lavoratori della compagnia, ma anche organizzazioni sociali, donne, studenti e sindacalisti di varie regioni del paese.

Anche gli studenti dell'Università Autonoma del Messico (Unam) hanno promosso mobilitazioni in diversi luoghi. Secondo le informazioni di Kaos en la Red, gli universitari hanno organizzato scioperi all'interno di istituti superiori, Scuola di Scienze Umanistiche Azcapotzalco, Preparatoria 5 e Facoltà di Studi Superiori Acatlan.

Gli studenti dell'Università Autonoma Metropolitana hanno ricevuto opposizioni dai membri della Polizia Federale e dalla polizia del Distretto Federale per aver scioperato nell'edificio Xochimilco. Le mobilitazioni sono avvenute anche nella zona metropolitana di Città del Messico.

Nonostante il sostegno della popolazione messicana, il governo federale e le autorità locali hanno risposto alla dimostrazione con la repressione. Secondo le informazioni di Kaos en la Red, le manifestazioni hanno ricevuto almeno tre attacchi da parte delle truppe di Polizia Federale Preventiva (PFP) in tre distinte aree del centro Messico.

Secondo Kaos en la Red, nel Distretto Federale e nello Stato del Messico, le attività della Polizia includevano elicotteri e vari agenti del Corpo dei Granatieri.

Le repressioni sono avvenute anche sulle autostrade Messico-Puebla e Messico-Cuernavaca, dove gli agenti della PFP hanno lanciato gas lacrimogeni per respingere i manifestanti. La repressione più violenta è avvenuta sull'autostrada Messico- Querétaro, con gas lacrimogeni e aggressioni ai lavoratori.

di Adital
Traduzione di Ramona Capaldo
Link: A SUD

LA PROTESTA DEGLI AGRICOLTORI A ROMA: «Risposte contro la crisi o da qui non ci muoviamo»



Cinquantasei ore di marcia, 1200 chilometri ai trenta all'ora sulla cima dei loro trattori, una lunghissima marcia dalla Sicilia a Roma. Dieci giorni fa esatti, la prima manifestazione che ha chiamato a Roma agricoltori provenienti da quasi tutte le regioni centromeridionali. Da allora non si sono più mossi, dormono ospiti in una cooperativa agricola alle porte della capitale, e non hanno alcuna intenzione andarsene, come hanno ribadito ieri al presidio sotto il ministero delle politiche agricole, fino a quando dal governo non arriveranno risposte certe.
Risposte alla loro crisi, che è un'altra grande crisi, parallela a quella che tutti gli altri settori stanno attraversando. Nelle campagne italiane quel che sta detonando è un modello tenacemente costruito almeno negli ultimi quindici anni. Da quando l'Unione europea ha iniziato lo smantellamento della Pac (la politica agricola comune), per imboccare la strada delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. «La Pac aveva un sacco di problemi, ma il risultato è stato un disastro»», spiega Gianni Fabris che con Altragricoltura segue i comitati spontanei di agricoltori sorti un po' in tutto il mezzogiorno.
Oggi gli agricoltori dicono di essere giunti «al capolinea». Materialmente, indebitati fino al collo e con le banche che non esitano a pignorare terreni e macchinari, ma anche psicologicamente, uomini che «dopo anni di investimenti e sacrifici» non possono più garantire un futuro ai propri figli. Sono costretti a produrre sottocosto: «Prendi le patate. Ci costano 15 centesimi al chilo, le vendiamo a 8, e il cittadino al supermercato le paga 1 euro al chilo». Tanta è la sproporzione, e tale il rincaro dalla terra alla tavola, che gli ortaggi a volte non vale nemmeno la pena di raccoglierli, raccontano gli agricoltori. Così chili su chili di frutta e verdura restano nei campi a marcire o, quando già raccolti, finiscono al macero. «È la terra che buttiamo. Perchè tanti bambini muoiono di fame e noi siamo costretti a buttare i nostri prodotti?», hanno chiesto in occasione del vertice Fao a Roma. La risposta è stata un'altra domanda: «Perchè sulla vostra buona pizza italiana ci finiscono i pomodori cinesi?», ha chiesto un dirigente Fao agli agricoltori che durante il vertice hanno organizzato un sit in. «Perchè i nostri pomodori restano nei campi», gli hanno risposto.
Gli agricoltori sono convinti che quella del libero mercato sia tutta un'invenzione. Il mercato si è globalizzato, è vero, ma i metodi (e le regole) di coltivazione restano diverse paese per paese: «Ci impongono di coltivare in un certo modo, ma se gli agricoltori francesi fanno altrimenti, questo ha delle ricadute sui prezzi». Oggi a fare i prezzi, raccontano, è un 'cartello' di multinazionali. Dettano legge, e il diniego non è contemplato, perchè ci sono chili su chili di pomodori cinesi o siriani pronti ad arrivare sulle nostre tavole se dalle campagne italiane si decide che a quel prezzo non si vende. «In Italia è sufficiente lavorare qui un prodotto perchè diventi, automaticamente, italiano anche se è stato prodotto altrove», ragionavano ieri gli agricoltori radunati davanti al ministero delle politiche agricole. In altre parole: se entra un'automobile nel nostro paese deve essere certificata e omologata, una cassa di pomodori o di patate, invece no.
E dire che loro, piccoli e medi agricoltori per lo più, la loro frutta e verdura la «regalerebbero» anche. Non chiedono profitti, ma «sopravvivenza», e come spesso si sente ultimamente, «un lavoro, ti rendi conto, siamo qui per chiedere di lavorare». Non chiedono neppure di aumentare il prezzo alla produzione, ma che perlomeno sia il governo a sobbarcarsi della differenza. Anche perchè sommersi dai debiti come sono, non possono neppure utilizzare i fondi che l'Unione europea stanzia e che invece si potrebbero destinare alla sanatoria dei debiti.

Ieri, come anche nelle scorse settimane, la protesta è dilagata anche in Puglia: lunghe file di trattori hanno bloccato il traffico un po' ovunque. Al governo, nell'immediato, gli agricoltori chiedono «una moratoria delle ingiunzioni nei confronti delle aziende agricole e anche dei debiti Inps, alle regioni, alcune delle quali hanno già dichiarato lo stato di crisi per l'agricoltura, «un riordino dei prorpi strumenti d'intervento». Un miliardo di euro circa, dice Gianni Fabris, su cui il governo si è impegnato. Il 4 dicembre dovrebbe esserci una risposta, loro aspettano e per quel giorno hanno già organizzato una manifestazione.

di Sara Farolfi 

Link: il manifesto

Erano sulle tracce delle cosiddette "navi dei veleni", adesso ptrotestano sul tetto


Foto tratta da "www.nonsparateallaricerca.org"

Dal primo gennaio 200 precari dell'Ispra rischiano il posto
Dai tetti dell'Ispra di via Casalotti, a Roma, il mare non si vede proprio. Ma la trentina di ricercatori precari che da martedì mattina vi si è arrampicata su per protestare contro il piano licenziamenti, sa che il mare potrebbe sparire definitivamente dall'orizzonte della loro vita lavorativa. Sono oceanografi, biologi marini, geologi, chimici, esperti in scienze ambientali che da anni lavorano con contratti precari (co.co.co, assegni di ricerca, borse di studio, contratti occasionali a tempo determinato) per l'Icram, l'istituto per la ricerca applicata al mare, confluito poi per effetto della legge 133/08 nell'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, ente vigilato dal ministero dell'Ambiente tramite un commissario straordinario. Tra loro anche alcuni dei ricercatori che il 20 settembre partirono sulla nave oceanografica dell'Ispra Astrea e poi sulla Mare Oceano della Geolab - più attrezzata - per compiere rilievi al largo di Cetraro, in Calabria, sulle tracce delle cosiddette "navi dei veleni". Senza di loro nemmeno quell'operazione sarebbe stata possibile.
«Un mare di precari in un mare di guai», hanno scritto sullo striscione tirato giù dal tetto dove hanno deciso di trasferirsi almeno fino a quando qualcuno non dirà loro quale futuro li attende e cosa ne sarà dei loro lavori, destinati a naufragare come tutta la ricerca ambientale in Italia. Tra loro molti delegati sindacali dell'Usi Rdb Ricerca, perché la protesta è cominciata proprio con un'assemblea indetta dal sindacato di base. Dal primo gennaio prossimo, infatti, 200 precari storici dell'Icram verranno messi alla porta come è già avvenuto ad altri 250 loro colleghi nel giugno scorso, raggiungendo così complessivamente un taglio del 40% del personale in forze all'inizio del 2009. I ricercatori, che hanno trascorso già due notti all'addiaccio sul tetto dell'istituto muniti di brandine e sacchi a pelo, hanno chiesto almeno di incontrare il commissario straordinario dell'Ispra, ma del prefetto Vincenzo Grimaldi nessuna traccia.
La dieta dimagrante messa in atto dalla legge 133 e dal decreto Brunetta secondo i ricercatori «non è finalizzata al risparmio, ma allo smantellamento dell'ente pubblico in modo da poter controllare e indirizzare la ricerca scientifica secondo i bisogni dell'industria, e favorire gli istituti privati dove, non a caso, molti di noi vengono ricollocati con condizioni contrattuali addirittura peggiori di quelle attuali», spiega Michela Mannozzi, al lavoro precario da sei anni sul monitoraggio marino. D'altra parte i ricercatori del mare sono troppo specializzati per poter trovare lavoro nello stesso campo in Italia. Una vecchia storia, insomma, che segue il filo delle università trasformate in fondazioni e ricalca la notizia diffusa ieri dall'Invg secondo cui il monitoraggio dei terremoti, scippato agli scienziati, passerebbe alla Protezione civile. Ed infatti qualche giorno fa il ministero dell'Ambiente ha lanciato un bando di gara da oltre un milione di euro per la costruzione di una banca dati sulle diversità ambientali pur sapendo che, come scrive in una lettera inviata dal dirigente del Servizio tutela delle biodiversità, Paolo Gasparri, a Grimaldi, «l'Ispra ha già tutte le conoscenze e i mezzi necessari per realizzarla».
«Fanno i tagli senza nemmeno l'idea di una governance», lamenta Ezio Amato, dirigente tecnologico delle emergenze ambientali in mare, unico assunto tra gli inviati speciali a caccia delle "navi dei veleni". Il gruppo di Amato, per esempio, da gennaio si ridurrà da 13 a due ricercatori. «È impossibile - spiega - sostituire un ricercatore con competenze tanto dettagliate e particolari». «A differenza degli altri due enti che sono stati accorpati nell'Ispra - aggiunge Mannozzzi - l'Icram riceve pochissimi fondi ministeriali e le nostre ricerche sono finanziate soprattutto con fondi esterni: europei, regionali, degli enti portuali. Rinunciando a noi e ai nostri lavori, l'Ispra rinuncia anche ai soldi che con tante difficoltà avevamo trovato».

Gli scienziati del mare non hanno alcuna intenzione di mollare: «Chiediamo di trasformare tutti i contratti a tempo determinato, cosa possibile per ricercatori di "chiara fama", secondo l'articolo 5 del contratto nazionale». A scendere, almeno fino al primo dicembre, giorno in cui è previsto il primo tavolo di incontro tra commissario e sindacati, non ci pensano nemmeno.

di Eleonora Martini 

Link: il manifesto

Manganelli contro lavoro e lavoratori



Gli operai dell'Alcoa dei due stabilimenti italiani oggi hanno invaso il centro di Roma, molto determinati a difendere il loro posto di lavoro e il futuro di migliaia di famiglie. A rischio ci sono 720 operai diretti, a cui si aggiungono un centinaio di lavoratori delle aziende di manutenzione e circa un migliaio di operatori dell'indotto.Questa mattina, a partire dalle 10.30, in più di mille hanno sfilato da Piazza della Repubblica, dopo essere arrivati in tanti dallo stabilimento occupato di Portovesme, nel Sulcis sardo, ma anche da Fusina (Marghera). Dopo aver marciato molto lentamente ma anche molto rumorosamente dietro lo striscione "Energia e basta" hanno deciso di non proseguire sul percorso prestabilito (via Molise), ed in largo Santa Susanna hanno deviato in via Bissolati, forzando il cordone della polizia per spingersi fin sotto il Ministero dello Sviluppo Economico (il cui titolare Scajola però non si è fatto trovare visto che era all’estero…) e individuando anche la vicina ambasciata americana come luogo sotto il quale portare la protesta (visto che l'Alcoa è una multinazionale statunitense).Intorno alle 12,40, di fronte al tentativo di sfondamento del cordone di polizia da parte degli operai, le forze dell'ordine presenti in gran numero ed in assetto antisommossa hanno caricato, cercando di impedire che i lavoratori raggiungessero sedi che evidentemente non potevano avvicinare per ordini superiori. Ma alle manganellate gli operai hanno resistito, non disperdendosi e continuando a manifestare contro la prospettiva sempre più concreta della chiusura degli stabilimenti e della cassa integrazione. Ieri infatti l’azienda ha comunicato che questo provvedimento scatterà per tutti e 2000 dipendenti del gruppo dal prossimo 20 di dicembre. Bel regalo di Natale! Alla conferma della cassa integrazione da parte dell’azienda giunta durante la manifestazione gli operai, che manifestavano in alcuni casi insieme alle loro famiglie e accompagnati dai gonfaloni e dai sindaci di ben 23 comuni dell’Iglesiente, hanno risposto con un sonoro ‘buuuuh’ collettivo. “Noi la cassa integrazione non la vogliamo, non possiamo mantenere le nostre famiglie con la cassa integrazione. Vogliamo lavorare e guadagnarci il nostro stipendio lavorando onestamente” ha detto ai nostri microfoni Pierpaolo Gai, un lavoratore dell’Alcoa di Portovesme e delegato sindacale.«Le forze dell'Ordine non hanno effettuato alcun tipo di intervento repressivo né tantomeno fatto uso di manganelli, ma solo azioni di contenimento» hanno detto dalla Questura tramite un comunicato ufficiale, ma un operaio sardo di 40 anni è finito all'ospedale per le botte prese in testa durante gli scontri tra polizia e lavoratori. Lo hanno spiegato fonti sindacali che parlano di un «colpo alla tempia ricevuto durante la carica degli agenti in tenuta antisommossa nel momento in cui il corteo ha deviato dal percorso previsto». E a smentire la Questura di Roma ci sono parecchi video, tra i quali quello visibile a questo link http://www.youtube.com/watch?v=RsVM3_gCIgg nel quale si vedono distintamente alcuni celerini usare il loro manganello contro i lavoratori.Il lavoratore colpito alla testa è stato costretto a ricorrere alla cure mediche e, secondo quanto riferito dai manifestanti, l'autoambulanza è arrivata dopo circa 38 minuti di attesa. A quanto affermano i manifestanti, che hanno accolto l'ambulanza con un «vergogna», il «lavoratore ferito ha perso i sensi due volte».Al momento dello sfondamento del cordone di Polizia a Piazza Barberini i lavoratori imbestialiti dalle tante promesse non mantenute hanno letteralmente travolto agenti e sindacalisti che tentavano di convincerli a starsene buoni. Dopo aver appreso che il titolare del Ministero delle Attività Produttive Scajola non c’era e che probabilmente non gli sarebbe stato permesso di arrivare sotto Palazzo Chigi la rabbia è esplosa. Venerdì scorso, quando i lavoratori avevano occupato gli stabilimenti di Portovesme ‘trattenendo’ per alcune ore alcuni manager mentre tre colleghi salivano per protesta su una gru alta decine di metri, l’azienda e il governo avevano cercato di smontare la protesta facendo promesse presto rivelatesi false e infondate. Il che ha aumentato la tensione, tanto che lunedì un commando di lavoratori ha occupato per quattro ore la centrale dell’Enel di Portovesme impendendo lo scarico del combustibile fossile da una nave mentre proseguiva il blocco delle consegne dell’alluminio ai clienti della multinazionale USA.Dopo lo scontro operai-polizia la delegazione sindacale che già era stata ricevuta al ministero del lavoro ha interrotto le trattative per incontrare i manifestanti. Gli operai dell'Alcoa, ai quali è stato impedito di raggiungere Palazzo Chigi, si sono quindi spostati in presidio in piazza Barberini, mentre al ministero sono ripartire le trattative. Nella piazza hanno sfilato, come è consuetudine, il leader della CGIL Guglielmo Epifani e quello dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Ma i lavoratori non hanno accettato di buon grado di essere ‘sequestrati’ a Piazza Barberini senza avere l’opportunità di raggiungere in massa le sedi del governo: a lungo hanno gridato slogan, e poi ad un certo punto hanno cominciato a battere i loro caschi sul selciato, hanno usato fumogeni. Dopo di che alcuni gruppi di operai hanno di nuovo tentato di forzare i cordoni dei Celerini che circondavano tutta la piazza. Afferma la Questura in una sua nota: "I manifestanti hanno lanciato in più riprese alcune sedie di un bar della piazza e bottiglie contro gli uomini delle Forze dell'Ordine”.A metà pomeriggio dall’interno del Ministero arriva la notizia che l’azienda sarebbe stata convinta a rinunciare per ora alla cassa integrazione. ''C'e' l'accordo che prevede il ritiro della procedura di cassa integrazione prevista per i lavoratori Alcoa degli stabilimenti di Fusina in Veneto e Portovesme in Sardegna. Ci rivedremo per un primo confronto tra le parti al dicastero dello Sviluppo economico il prossimo 9 dicembre'' ha detto Mario Ghini, segretario nazionale della Uilm, dopo quasi sei ore di trattativa tra sindacati, amministratori regionali, azienda e governo. ''L'intesa - specifica Ghini - prevede l'istituzione di un tavolo permanente di natura tecnica per definire tutti gli strumenti utili all'approvvigionamento energetico a prezzi calmierati nel rispetto di quanto previsto dal decreto legge sulla competitività.” Il dirigente della Uil si dice soddisfatto, i lavoratori non si fidano e annunciano che torneranno di nuovo a Roma, ancora più numerosi, se l’azienda si rimangiasse l’impegno sottoscritto oggi come è già accaduto tante volte in passato.

di Marco Santopadre - Radio Città Aperta

Cerca nel Blog

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori