sabato 28 novembre 2009

I fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico


A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico, così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente. Chiamo così quella modalità di discorso pubblico che da almeno due secoli è tipica delle società che rispettano le libertà d’espressione e che si articola di solito nelle forme della controinformazione, cioè rivelare cose di cui il discorso pubblico ufficiale non parla, e della critica dell’ideologia, cioè la demistificazione delle ipocrisie, delle contraddizioni e delle parzialità di quella che il discorso pubblico ufficiale presenta come la verità. Le ragioni di questa crisi in Italia oggi non stanno certo nella mancanza di ingegni in grado di ottemperare a questo compito perché al contrario sono numerosi gli scrittori che hanno la preparazione culturale e il rigore morale necessari per svolgerlo, ma piuttosto in mutamenti della società tanto profondi quanto recenti. Dico subito che tra questi mutamenti non considero qui quello dell’apparato mediatico-televisivo perché il discorso critico è sempre stato recepito da piccole minoranze culturalmente e politicamente consapevoli, salvo in alcune circostanze storiche molto particolari, capaci però di tradurre in comportamenti e in risposte anche di massa i suggerimenti creativi che venivano da quello.

In particolare penso che siano due i fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico. In primo luogo il trionfo dell’individualismo, che si è accompagnato a quel fenomeno che i politici tipo Walter Veltroni chiamano fine delle ideologie, ha ridotto ai minimi termini o cancellato quel processo di politicizzazione dei cittadini che era la base etica e sociale del discorso critico. In pratica il discorso critico ha ragione di essere solo se ci si percepisce come parte di un corpo politico che compie scelte decisive per noi, quando la percezione dominante è, come accade oggi, quella di individui isolati che possono partecipare alla vita politica unicamente in veste di tifosi con il voto o con il televoto, non ha molto senso criticare il discorso ufficiale: se esso non piace, si può andare all’estero perché ci si vergogna di essere italiani o provare a cambiare se stessi con i fiori di Bach, visto che è impossibile cambiare il mondo, o entrare a far parte del popolo della notte. In questo senso è vero, tanto per fare un’osservazione alla maniera di Houellebecq, che nessuna epoca ha mai visto tanta libertà come questa, il problema è che la si paga con una radicale perdita di senso dell’esperienza.

L’altro fattore che ha determinato la crisi del discorso critico riguarda lo statuto della verità nel discorso ufficiale della nostra società e i rapporti di questa con il sapere e il potere. Infatti se il discorso ufficiale nel passato si è sempre presentato come la verità di una società, come la verità del potere, al quale il discorso critico opponeva un’altra verità nascosta che rivelava la menzogna del potere, oggi non è più così perché il discorso ufficiale non pretende di dire la verità, ma semplicemente di dire cose interessanti, utili e piacevoli ad ascoltarsi. A sua volta una trasformazione del genere è stata resa possibile da quella modificazione del sapere che Lyotard ha descritto nel suo ormai trentennale libro La condizione postmoderna (un libro dal destino curioso perché nato quasi come un’apologia di questa trasformazione è divenuto un utile strumento nelle mani di chi voglia riprendere il filo della critica): il sapere postmoderno non punta più a una validazione universale, cioè a cercare di scoprire la verità per usare un’espressione un po’ più sfacciata ma comprensibile, ma alla performatività delle conoscenze parziali, cioè a cercare di conoscere cose che siano utili e spendibili nell’immediato senza troppe domande sulla verità. Ora gran parte del sapere contemporaneo è figlio di questa trasformazione e quindi è indifferente alla verità, e pertanto è naturalmente omogeneo al nuovo tipo di discorso ufficiale fatto dal potere.

Di più, senza una tensione etica, cioè senza porsi una domanda radicale sulla verità, non è possibile nessun discorso critico. Ma se colui che ha il potere può tranquillamente vivere senza la verità perché l’ascolto e l’efficacia delle sue parole vengono per così dire da sé in virtù della posizione che occupa, colui che è escluso dal potere se non parla in nome della verità è come se non parlasse.

Non è una questione astratta questa, ma drammaticamente concreta: oggi l’agenda dei temi da dibattere, anche in ambienti che si vogliono d’opposizione, è scelto sulla base di una supposta efficacia e utilità comunicative: che il senato approvi il decreto legge che privatizza l’acqua pubblica non deve essere discusso perché non interesserebbe il grande pubblico, perché non avrebbe audience. E non è solo un problema di censura, di controllo dei media da parte di una sola persona o di quel gruppo di persone con forti interessi economici che si fanno chiamare sui giornali da loro posseduti “i mercati”, è come se quasi tutti avessero interiorizzato una concezione della democrazia da ufficio stampa, per la quale la libertà di parola coincide con la spendibilità della stessa nel commercio della comunicazione. E la vera democrazia muore perché essa non è un sistema di regole da confermare o da cambiare, ma è una pratica politica collettiva, che vive grazie alla critica.

di Giorgio Mascitelli

Fonte: NAZIONE INDIANA

L'ennesimo assalto all'Africa



I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia dall’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G .222 ex AMI sono stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti italiani Alenia. 
Grazie a chissà quale ennesimo segreto accordo nel nome della “lotta al terrorismo” e della difesa degli oleodotti petroliferi sulla rotta Asia-Occidente, aerei militari italiani giungeranno via Stati Uniti ad un paese in guerra da otto anni e con un governo delegittimato dalla recente farsa elettorale. E ciò, bypassando i controlli e le autorizzazioni previste dalla legge n. 185 del 1990, che disciplina il commercio delle armi italiane, vietando le esportazioni a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di “accertate gravi violazioni delle convenzioni sui diritti umani”. La triangolazione potrebbe però aprire scenari interessanti per il complesso militare industriale, specie in vista della coproduzione di una versione più aggiornata del velivolo da trasporto C-27. Si tratta dello “J Spartan”, in grado di superare i 500 Km/h di velocità e di volare con un’autonomia di 5.930 Km a 500 Km/h .
Nel 2005, Alenia-Finmeccanica, congiuntamente ai colossi statunitensi L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce, Honeywell e Dowty, ha costituito la joint venture Gmas - Global Military Aircraft Systems, candidandosi come principale contractor del programma “Joint Cargo Aircraft” per l’ammodernamento dei mezzi di trasporto militare USA. Il modello offerto al Pentagono, appunto il C-27J, stando alle industrie produttrici, consentirà “molteplici missioni tra le quali il trasporto di truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il pattugliamento marittimo, la ricerca e il soccorso (Sar)”. Con il velivolo, inoltre, verrebbe assicurata “un’elevata efficienza operativa, un’estrema flessibilità d’impiego, le migliori prestazioni per i velivoli della sua categoria in tutte le condizioni operative e caratteristiche uniche d’interoperatività con gli aerei da trasporto di classe superiore in servizio con le forze aeree della NATO”.
La trattativa tra il consorzio italo-statunitense e il Dipartimento della difesa è stata seguita passo dopo passo dall’allora governo Prodi e si è sbloccata positivamente proprio nei mesi in cui si è concretizzata l’offerta del vecchio scalo “Dal Molin” di Vicenza quale base avanzata delle truppe d’élite aviotrasportate dell’US Army. Nel giugno 2007, in occasione della visita in Italia del presidente Gorge Bush, l’esercito e l’aeronautica militare USA hanno annunciato di volere acquistare sino a 145 velivoli C-27J, con un’opzione per altri 62 velivoli entro dieci anni. Nei piani delle aziende, l’assemblaggio dei C-27J si realizzerebbe negli stabilimenti L-3/Boeing di Waco (Texas) e in quelli di Alenia Aeronautica di Pomigliano (Napoli) e Torino-Caselle. Valore stimato della commessa, tra i sei e i sette miliardi di dollari.
A raffreddare gli entusiasmi è arrivata però poi la decisione dell’amministrazione USA di ridurre il programma a soli 38 aerei da trasporto; sino ad oggi, però, gli ordini veri e propri da parte de Joint Cargo Aircraft Program Office ammontano a 13 C-27J, per una spesa di “appena” 400 milioni di dollari. A rendere meno cupo l’orizzonte per la joint venture, l’interesse espresso dal Comando per le Operazioni Speciali dell’aeronautica militare USA per una versione modificata del velivolo da usare come “cannoniera volante” (nome in codice, AC-27J Stinger II). Fonti USA riferiscono inoltre che le triangolazioni degli C-27 potrebbero avere un seguito in Ghana. Quattro velivoli starebbero per essere acquistati dal Pentagono alla L-3 Communications Integrated Systems per poi essere rivenduti alle forze aeree del paese dell’Africa occidentale. Sembra poi che la produzione dei C-27J “ghanesi” verrebbe sub-appaltata all’Alenia Aeronautica. Chissà che commesse e fatturati non crescano allora secondo le stime auspicate dai manager Finmeccanica al tempo in cui il governo di Roma si piegava agli scellerati programmi USA di militarizzazione del territorio italiano: oltre al “Dal Molin” di Vicenza, il potenziamento delle infrastrutture di Aviano, Camp Darby, Napoli, Sigonella e Niscemi.

di Ama Biney

Link: Contropiano

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