mercoledì 2 dicembre 2009

Obama, l'ignobel per la pace


"Come comandante in campo, ho deciso di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan nel vitale interesse della nostra nazione. (...) Sono convinto che la nostra sicurezza è a rischio in Afghanistan e Pakistan. Quello è l'epicentro dell'estremismo violento praticato da Al Qaeda. E' da laggiù che noi siamo stati attaccati l'11 settembre ed da laggiù che, mentre parlo, nuovi attacchi vengono pianificati. Questo non è un pericolo immaginario, una minaccia ipotetica: nei mesi scorsi abbiamo catturato all'interno dei nostri confini dei terroristi inviati dalla regione di confine tra Afghanistan e Pakistan per compiere atti terroristici. (...) Gli americani sono stati vittime di attentati abominevoli provenienti dall'Afghanistan e sono tuttora il bersaglio di questi stessi estremisti che stanno complottando lungo il confine afgano. Abbandonare quell'area adesso significherebbe creare un rischio inaccettabile di nuovi attacchi contro il nostro paese e i nostri alleati".

"In Afghanistan per impedire nuovi 11 Settembre". Obama ha detto quello che avrebbe detto Bush. Il discorso pronunciato a West Point dal premio Nobel per la pace poteva essere benissimo pronunciato dal presidente guerrafondaio che lo ha preceduto. Stesse parole, stessi concetti, stessa visione politica, stessa propaganda basata su falsità.
Il presidente Barack, dopo aver già raddoppiato nel giro di un anno il numero dei soldati Usa schierati in Afghanistan (erano 32mila quando arrivò alla Casa Bianca, sono 68mila oggi), ora manda al fronte altri 30mila giovani americani, li manda a uccidere e morire. Per cosa? Per difendere l'America dai terroristi di Al Qaeda che stanno laggiù, che da laggiù hanno colpito l'11 settembre e che laggiù stanno preparando nuovi attacchi contro l'America, come dimostrerebbe l'arresto a settembre di tre immigrati afgani che vivevano a Denver e New York, accusati di progettare un attentato alla Gran Central Station di Manhattan.

L'Afghanistan non rappresenta una minaccia per gli Usa. A parte i dubbi sulla fondatezza dei nuovi allarmi terrorismo americani (i tre afgani, che vivevano da anni negli Stati Uniti, sono stati arrestati nell'ambito di una stravagante operazione antiterrorismo dei servizi segreti britannici - Operation Pathway - che ha portato all'arresto anche di diversi studenti immigrati pachistani, poi rilasciati senza accuse), merita ricordare che l'associazione ‘Afghanistan-11 settembre', con cui sia Bush che Obama giustificano la guerra, è una falsità. Nessuno degli attentatori dell'11 settembre era afgano (c'erano sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani.); la base operativa dove i terroristi si sono addestrati per gli attentati non era in Afghanistan ma negli Stati Uniti (dove sono stati fatti entrare con visti falsi della Cia); la responsabilità di Osama bin Laden, che si nascondeva in Afghanistan, non è mai stata dimostrata (l'Fbi, ad oggi, afferma di non avere una sola prova valida del coinvolgimento dello sceicco negli attentati in quanto i video e i messaggi di Osama non sono ritenuti credibili); dopo l'11 settembre 2001 nemmeno un afgano è stato mai coinvolto in vicende o inchieste di terrorismo internazionale; gli insorti afgani che oggi combattono le truppe d'occupazione alleate non sostengono il ‘jihad globale' di Al Qaeda: combattono solo per la liberazione del loro paese.

Il vero pericolo per l'Occidente è continuare la guerra. Continuare a giustificare la guerra d'occupazione in Afghanistan con la necessità di difendere gli Stati Uniti da nuovi attacchi terroristici è falso perché l'Afghanistan non rappresenta una minaccia per il popolo americano ne per i suoi alleati.
Al contrario, continuare l'occupazione militare dell'Afghanistan (sostenendo un regime fantoccio illegittimo e corrotto) e ordinare addirittura un'escalation militare che porterà più guerra, più violenza, più morti e più sofferenza, non farà altro che fomentare i sentimenti antiamericani e antioccidentali nel mondo islamico, accrescere la popolarità dell'estremismo jihadista e quindi, in ultima analisi, aumentare concretamente il rischio di attentati terroristici contro obiettivi statunitensi e occidentali.
La vera minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e dei suo alleati è rappresentata dalla guerra in Afghanistan di Obama, come prima dalla guerra in Iraq di Bush, poiché queste costituiscono la migliore cassa di risonanza della propaganda antiameircana e antioccidentale dello jihadismo terrorista.

I valori americani per giustificare una guerra che quei valori calpesta. L'aggressione militare, l'invasione, l'occupazione, le stragi di civili, i crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro il popolo afgano, rappresentano una flagrante violazione di quei valori occidentali che l'America sostiene di voler difendere e diffondere nel mondo: libertà, autodeterminazione, rispetto per la vita e per la dignità delle persone, rifiuto della violenza.
Nel suo discorso a West Point, Obama ha definito la guerra in Afghanistan "un test per la nostra società libera e per la leadership americana nel mondo. (...) La nostra forza risiede nei nostri valori. (...) Deve essere chiaro a ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che vive sotto le oscure nubi della tirannia che l'America difenderà i loro diritti umani, la libertà, la giustizia, le opportunità e la dignità dei popoli. Questo è quello che siamo. Questa è la fonte morale del potere dell'America".
Agli uomini, le donne e i bambini afgani che da otto anni vivono e muoiono sotto le bombe americane non è molto chiaro. Magari glielo spiegheranno i 30mila nuovi soldati statunitensi inviati da Bush, pardon, da Obama.

di Enrico Piovesana

Fonte: PeaceReporter

Honduras, le elezioni golpiste


Il candidato dell'opposizione conservatrice Porfirio Lobo avrebbe vinto le elezioni presidenziali di ieri in Honduras, in un voto che vede gli Usa in disaccordo con i governi di sinistra dell'America Latina. Con più di metà delle schede scrutinate, Lobo, un ricco latifondista, ha ottenuto il 55% dei voti, e il suo rivale Elvin Santos del Partito Liberale al governo avrebbe riconosciuto la sconfitta.


Le elezioni seguono l'impasse che sta paralizzando il Paese da ormai cinque mesi, quando l'esercito honduregno ha rovesciato il presidente di sinistra Manuel Zelaya a giugno costringendolo all'esilio.

Mentre Washington probabilmente riconoscerà il risultato del voto, i leader di sinistra di Brasile, Argentina, Venezuela e degli altri paesi latinoamericani sostengono invece che le elezioni non siano valide perché sono appoggiate dai golpisti e potrebbero mettere fine alle speranze di un ritorno di Zelaya al potere per completare il suo mandato, che scade a gennaio.

Il Fronte nazionale della resistenza, che sostiene il presidente deposto Manuel Zelaya, ha ribadito ancora ieri al Tribunale supremo elettorale la richiesta di sospendere il voto. Zelaya e' sempre rifugiato all'ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, mentre Roberto Micheletti che ha preso il suo posto dopo il golpe, si e' ritirato dal potere fino al 2 dicembre, fino al dopo elezioni. Molte le associazioni locali e Ong hanno denunciato un clima di paura e intimidazione in previsione delle elezioni.

Una cinquantina tra poliziotti e soldati hanno compiuto un blitz nella sede di un'organizzazione non governativa di contadini, accusata di volersi opporre alle elezioni che si svolgono oggi in Honduras. Nell'operazione sono stati sequestrati quattro computer. Miguel Alonso, direttore del programma Red Comal, che commercializza prodotti agricoli nel centro dell'Honduras, ha detto che i soldati e gli agenti "avevano l'ordine di cercare armi e materiale". Secondo Alonso nei computer sequestrati esistevano prove e testimonianze su violazioni dei diritti umani e sulle condizioni di vita della popolazione dopo il colpo di stato che ha rovesciato il presidente Manuel Zelaya alla fine del giugno scorso.

Manuel Zelaya, il deposto presidente, ha ribadito che queste elezioni sono “una frode” ed ha chiesto l’astensione ai suoi sostenitori attraverso il canale televisivo Telesur invitandoli a non andare a votare.

Zelaya che è rimasto nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa da quando è tornato clandestinamente in Honduras, il 21 settembre, ha insistito sul fatto che il paese è “militarizzato” e che viene impedito sia lui che ai suoi seguaci di esercitare il diritto di voto. “Siamo circondati da soldati”, ha detto. Micheletti, nel frattempo, ha insistito: “Nessun incidente in tutto il paese, la popolazione honduregna ha ignorato la paura che hanno cercato di infondere” ed ha lanciato un appello al popolo di andare a votare.

Fonti: Reuters, RaiNews24

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