venerdì 4 dicembre 2009

Le due cooperative milanesi dell'eroe di Dell'Utri e Berlusconi


Per Marcello Dell'Utri è «un eroe», morto in carcere pur di non accusare ingiustamente lui e Berlusconi. Per i magistrati, invece, era un boss di Cosa nostra, trafficante di eroina già nel 1980 e mandante di omicidi anche nei primi anni '90. Sembra una storia del passato, quella di Vittorio Mangano, il pregiudicato palermitano che a metà degli anni Settanta lavorò e abitò per lunghi mesi con la sua famiglia nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore. Un vecchio affare di mafia che continua a contrapporre le verità comprovate da giudici come Giovanni Falcone e l'innocentismo di Berlusconi e Dell'Utri, che è tornato a definirlo «eroico» anche pochi giorni fa.

Ora, però, c'è una nuova ondata di indagini che riporta in prima linea il clan di Mangano. Una svolta che non nasce dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, chiamato a deporre in appello dopo la condanna a nove anni inflitta a Dell'Utri in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Le nuove inchieste riguardano i boss di oggi. E chiamano in causa gli eredi del padrino morto nove anni fa. I suoi parenti più stretti.

Loredana Mangano, la figlia maggiore di Vittorio, è cresciuta al Nord, ma ha sposato un siciliano doc, Enrico di Grusa, arrestato il 17 giugno '98, dopo quattro mesi di clandestinità a Milano, e condannato per mafia e droga. Ora anche suo fratello, Alessandro Di Grusa, è stato condannato a 12 anni. Il tribunale di Palermo, pochi giorni fa, lo ha dichiarato colpevole di aver favorito la latitanza di Giovanni Nicchi, un boss che a soli 28 anni è considerato dai pm «l'astro nascente di Cosa nostra». Alleato con le storiche famiglie italo-americane, le stesse con cui Vittorio Mangano gestiva i traffici di eroina della «Pizza connection», Nicchi ha tentato una clamorosa scalata alla Cupola, scontrandosi con i Lo Piccolo. Tuttora è nella lista dei 30 latitanti più pericolosi. E ora si scopre che si era nascosto a Milano. Protetto dal cognato di Loredana Mangano.

A parlare di Nicchi sono almeno tre nuovi pentiti, ma la condanna di Di Grusa si fonda anche su riscontri fotografici. Tutto parte dalla spettacolare rapina del 2008 alla gioielleria Damiani di Milano. I capi della banda sono siciliani. E a un arrestato la polizia sequestra le foto di una festa con Nicchi a Milano. Qui, secondo i pentiti, il latitante ha incontrato, oltre al cognato, alcuni dipendenti di Loredana Mangano. Con le sorelle Cinzia e Marina e con la madre Maria Anna Imbrociano, infatti, la figlia di Vittorio Mangano controlla due cooperative, la Cgs New Group e la Csi Milano, con sede in via Romilli. Nel 2008 hanno incassato 3 milioni con appalti di ortofrutta, pulizia e trasporto merci. Gli uffici sono disegnati da un architetto alla moda.

La filiale di Palermo, gestita da Marina Mangano, è allo stesso indirizzo da cui il padre, 29 anni fa, parlava di cavalli con Dell'Utri. Il sito Internet è ricco di citazioni sulla qualità dei «prodotti bio» e la «professionalità del personale». Come direttore tecnico della Cgs figura però Daniele Formisano, cugino delle sorelle Mangano, assunto dopo aver scontato una condanna per 300 chili di droga. Fino all'anno scorso la Cgs aveva sede in viale Ortles 16, allo stesso indirizzo di una cooperativa omonima, liquidata da un ex collaboratore, Giuseppe Porto. Un uomo dai mille contatti. Dieci anni fa era il braccio destro di un amico di Dell'Utri: un imprenditore messinese condannato per corruzione. Nei mesi scorsi incontrava un manager calabrese ora a processo per la cocaina all'Ortomercato. Ma la polizia ha riconosciuto Porto anche nella foto degli amici siciliani che nel 2000 portavano la bara ai funerali di Vittorio Mangano.

di Paolo Biondani

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