domenica 6 dicembre 2009

Cattura latitanti e rivelazioni pentiti: è una guerra di mafia


Arrestati contemporaneamente due di rango di , a Gianni Nicchi e a Milano Gaetano Fidanzati. Sulle tracce di Nicchi, sfuggito alla cattura dopo l’operazione Gotha di tre anni fa, c’era da più di un anno la squadra Catturandi della poliziadel capoluogo siciliano, mentre Fidanzati, che era ricercato da solo un anno anche se la sua “potenzialità” di uomo d’onore era conosciuta fin dagli anni ‘70, è stato tratto in arresto dalla squadra mobile di Milano. Un ottimo risultato da aggiungere alla recente cattura dell’emergente boss di AltofonteDomenico Raccuglia. E soprattutto per quel gruppo di élite della Catturandi di Palermo, che dopo la cattura di Bernardo Provenzano più di tre anni fa era stata tenuta, in maniera incomprensibile, “fuori dal giro”, in secondo piano, affidando la maggior parte delle indagini suilatitanti a uffici diversi.

Un grande successo, quindi. Ma c’è un aspetto in queste due operazioni che lascia perplessi. I tempi. Coincidenti con le accuse in aula a Dell’Utri e Berlusconi da parte del pentito Gaspare Spatuzza e con lo svolgersi della manifestazione No B Day, Un aspetto che avremmo volentieri tralasciato se il premier Silvio Berlusconi non si fosse afrettato a rilasciare questa dichiarazione: «Credo sia una notizia che fa piacere a tutti gli italiani nel buon senso dei quali e nella loro capacità di giudizio non ho mai dubitato». E fa bene, il premier, a non dubitare nella nostra capacità di giudizio: le coincidenze strane le vediamo ancora.

di Pietro Orsatti

Fonte: orsatti.info

Giulietto Chiesa: “L'Italia è governata dalla criminalità organizzata"


Pordenone. “L'Italia è governata dalla criminalità organizzata perché alla testa di questo Paese c'è un signore che, violando le leggi, si è proposto di sovvertire la Costituzione”.
FUNIMA DAY 2009. LA DIRETTA WEB - Guarda


Lo ha dichiarato il giornalista Giulietto Chiesa nel corso del convegno “I piani del potere”, in corso a Pordenone e organizzato dalle associazioni “Il Sicomoro” e “Funima International”. “Il signor Berlusconi – ha proseguito Chiesa – è già un fuorilegge, un eversore e un corruttore come è già stato riconosciuto dalla legge italiana. Basti pensare che il suo avvocato Mills è stato condannato per corruzione, mentre il corruttore è rimasto lì, a capo del Governo italiano”. Berlusconi, ha sottolineato ancora il giornalista, “ha al suo fianco un uomo come Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e che collabora con lui sin dall'inizio”. E nonostante tutto questo “non sente il bisogno di dimettersi”.
Al convegno, al quale partecipano circa 500 persone, sono presenti il direttore di Antimafia Duemila Giorgio Bongiovanni, il presidente dell'associazione Funima Raul Abel Bagatello e il presidente del coordinamento Cipsi Guido Barbera. Modera l'incontro la caporedattrice di Antimafia Duemila Anna Petrozzi.

Messina Denaro, il capo di una Cosa Nostra diversa, nuova


Trapani. Matteo Messina Denaro, 47 anni compiuti ad aprile, latitante da 16 anni, capo mafia intanto perchè «erede» di sangue del «patriarca» del Belice, Francesco Messina Denaro, ma anche perchè è stato capace di diventare «icona» adorata.

La «testa dell’acqua» lo chiamano spesso i suoi complici, «adorato come un dio», soprannominato «olio» o «Diabolik». È il capo assoluto di Cosa nostra trapanese, le catture dei latitanti palermitani, Lo Piccolo, Raccuglia e adesso Nicchi secondo alcuni gli hanno fatto salire gli scalini del comando mafioso in Sicilia, ma il ragionamento non sembra corretto perchè lui «capo» c’era già da prima, è al comando di una Cosa nostra diversa, nuova, che non è quella palermitana che vive del «pizzo» ma è quella che a Trapani e non da ora è diventata impresa, gestisce e acquisisce fondi pubblici, interloquisce con la politica. È la mafia che all’occorrenza sa anche diventare «militare», Matteo Messina Denaro sparava già quando ancora Nicchi, per parlare dell’ultimo latitante catturato, andava a scuola. È il capo di una mafia che in provincia di Trapani è rimasta granitica nella sua organizzazione, con 4 mandamenti operativi, Trapani, Alcamo, Mazara e Castelvetrano, che non ha conosciuto il frantumarsi della mafia palermitana.
Uomo attivo Messina Denaro. Dopo avere partecipato alle stragi del ’93, è stato uno degli uomini di quella «trattativa» della quale oggi parla Ciancimino jr, ma è stato sicuramente uomo di una «trattativa» più recente, finita dimenticata, ma che è stata accertata, quella che passava, gestita dai servizi segreti, per le mani di un ex sindaco di Castelvetrano, Tonino Vaccarino, che colloquiava con il giovane super boss attraverso «pizzini» molti finiti sequestrati. Vaccarino per questa corrispondenza è stato indagato e poi prosciolto dopo che il Sisde disse che ai pm di Palermo che il suo ruolo era quello di fare l’«infiltrato».
La «mafia» di Messina Denaro è un’altra, è accorta, nasconde i «pizzini» e quando gli uomini d’onore debbono parlarsi evitano le auto e le abitazioni, parlano in aperta campagna o in mezzo ai camion come succedeva tra Grigoli, il «re» del commercio e Filippo Guattadauro, cognato del boss. È una mafia che non chiede il «pizzo» perchè ha le imprese che acquisiscono commesse e finanziamenti pubblici, è Cosa nostra che gestisce i centri commerciali, Messina Denaro ne aveva promesso uno per Bernardo Provenzano, «il guadagno è facile e certo» gli aveva assicurato. In un «pizzino» di quelli trovati a Vaccarino il super boss parla per esempio di una stazione di servizio da aprire sull’autostrada A 29 e svela che non ha alcuna difficoltà a parlare con i funzionari dell’Anas. È la mafia che si è trovata nella gestione degli impianti eolici, nella realizzazione di residence turistici, nella filiera della produzione olearia, una organizzazione che ha avuto uomini che dal carcere «convocano» sindaci al cospetto dei loro «emissari». La mafia trapanese di Messina Denaro è più particolare da colpire perchè non compie i delitti tipici dell’organizzazione, omicidi e racket, ma altri reati, corruzione, turbative d’asta, false fatturazioni, subappalti, che sono quelli rispetto ai quali la società continua a disconoscerne la matrice mafiosa o per ignavia o per complicità. Messina Denaro ha dalla sua il fatto che alcuni dei suoi pensieri sembrano essere quelli di politici di oggi, scrive nei «pizzini» contro l’ergastolo ed il 41 bis, parla dei magistrati come dei persecutori e Torquemada.
Le indagini che riguardano la sua cattura sono condotte da un «pool» di investigatori, messo apposta in piedi da tempo dal ministero dell’Interno, ci sono le squadre mobili di Trapani e Palermo e lo Sco.

di Rino Giacalone

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