venerdì 18 dicembre 2009

Yoani Sánchez, come inserirsi nel commercio della dissidenza e vivere giorni felici a Cuba


Il 7 novembre 2009, i mezzi occidentali hanno dedicato ampi spazi alla blogger cubana Yoani Sánchez (vedere il suo sito internet). La notizia proveniente da La Habana sull'alterco tra la dissidente e le autorità cubane ha fatto il giro del mondo e ha eclissato il resto dell'attualità. [1]
La Sánchez ha raccontato dettagliatamente la sua sventura nel suo blog e sulla stampa. Così, ha affermato che era stata arrestata in compagnia di tre amici da "tre robusti sconosciuti" in un "pomeriggio carico di botte, grida e insulti". [2]
Ha spiegato, quindi, la sua storia che assomiglia a un autentico calvario:

"Gli stessi 'aggressori' hanno chiamato una pattuglia che ha portato via me e altri due che mi accompagnavano […]. mi sono rifiutata di salire sulla brillante Geely ed […] è arrivata una raffica di colpi, spintoni, mi hanno caricato con la testa in giù e hanno cercato di infilarmi in macchina. Mi sono aggrappata alla portiera… colpi sulle nocche… sono riuscita a togliergli una carta che uno di essi teneva in tasca e me la sono messa in bocca. Un'altra raffica di colpi affinché restituissi loro il documento.
Dentro c'era già Orlando, immobilizzato con una mossa di karatè che lo teneva con la testa incollata al pavimento. Uno mi ha messo il ginocchio sul petto e l'altro, dal sedile anteriore mi picchiava nella zona dei reni e mi batteva la testa affinché aprissi la bocca e lasciassi andare la carta. Per un momento, ho sentito che non sarei mai uscita da quell'auto. 'Fino a qui sei arrivata Yoani', 'sono finite le pagliacciate' ha detto quello che era seduto di fianco all'autista e che mi tirava i capelli. Nel sedile di dietro aveva luogo un singolare spettacolo: le mie gambe verso l'alto, il mio viso arrossato dalla pressione e il corpo dolorante, di fianco c'era Orlando malridotto da un professionista delle bastonate. A questo, sono solo riuscita per caso a afferrargli i testicoli – attraverso i pantaloni - in un atto di disperazione. Ho affondato le unghie, pensando che avrebbe continuato a schiacciarmi il petto fino all'ultimo respiro. 'Ammazzami dai' gli ho gridato, con l'ultimo fiato che mi rimaneva e quello che stava davanti ha ammonito il più giovane 'Lasciala respirare'.
Ascoltavo Orlando ansimare e i colpi continuavano a cadere su di noi, ho preso in considerazione di aprire la portiera e buttarmi fuori, ma non c'era una maniglia da usare da dentro. Eravamo alla loro mercé e sentire la voce di Orlando mi dava coraggio. In seguito, egli mi ha detto che gli succedeva la stessa cosa con le mie parole strozzate… che gli dicevano 'Yoani è ancora viva'. Ci hanno lasciati annientati e doloranti sulla strada della Timba, una donna si è avvicinata ' Che cosa vi succede?'… 'Un sequestro', ho azzardato a dire.
Piangiamo abbracciati in mezzo al marciapiede, pensavo a Teo, per Dio come gli spiego tutte queste traversie. Come posso dirgli che vivo in un paese dove succede questo, come posso guardarlo e raccontargli che a sua madre, per il fatto di scrivere in un blog e mettere le sue opinioni in kilobyte, l'hanno violentata in piena strada. Come descrivergli il viso dispotico di quelli che ci hanno fatto salire a forza su quell'auto, il piacere che si notava in loro nel picchiarci, nel tirarmi su la gonna e trascinarmi seminuda fino all'auto. "[3]
Gli Stati Uniti (dove Yosvanis Valle, un cittadino cubano di 34 anni, era stato giustiziato 48 ore prima, portando a 42 il numero di esecuzioni dell'anno 2009 [4]) hanno dichiarato la sua profonda preoccupazione, attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Nelly. "Continueremo a interessarci della salute di Yoani Sánchez e del suo accesso alle cure mediche". [5]

1. Contraddizioni
Le parole di Yoani Sánchez sono terrificanti e suscitano immediatamente la simpatia e la comprensione del lettore verso la vittima. Ciò nonostante, è inevitabile segnalare alcune contraddizioni che gettano un'ombra sulla credibilità da tale racconto.
Il 9 novembre 2009, tre giorni dopo la sua disavventura, Yoani Sánchez ha ricevuto nella sua casa la stampa straniera per raccontare l'incidente. Prima sorpresa per i giornalisti, riferita dal corrispondente della BBC a La Habana Fernando Ravsberg: nonostante "i colpi e gli spintoni", i "colpi sulle nocche", la nuova "raffica di colpi", il "ginocchio sul [suo] petto", i colpi "ai reni e […] alla testa", "i capelli" tirati, il "viso arrossato per la pressione e il corpo indolenzito", "i colpi [che] continuavano a cadere e "tutti queste traversie" che ha evocato la blogger cubana, [6] Ravsberg ha notato che la Sánchez "non ha ematomi, segni o cicatrici". [7]
Le immagini del canale statunitense CNN, che pure ha intervistato la blogger, confermano le parole del giornalista britannico. Inoltre, il corrispondente della CNN prende precauzioni verbali e insiste nella sofferenza "apparente" della Sánchez (usa una stampella per muoversi) [8] Secondo l'Agenzia France Presse che racconta la storia chiarendo con attenzione che si tratta della versione della Sánchez con il titolo "Cuba: la blogger Yoani Sánchez dice essere stata percossa e fermata brevemente", la blogger "non è stata ferita". [9]
Interrogata al riguardo dalla BBC, Yoani Sánchez cerca di spiegare questa contraddizione. Secondo lei, i segni e gli ematomi sul viso e nel corpo sono realmente esistiti, ma sono spariti. "Per tutto il fine settimana ho avuto lo zigomo e il sopracciglio infiammati". Tutti i segni sono spariti… il lunedì mattina con l'arrivo del primo giornalista straniero. Invece, ematomi e "vari segni" rimangono, afferma, ma… "soprattutto sulle natiche, purtroppo non posso mostrarli", ha spiegato. [10]
La Sánchez non ha precisato le ragioni per le quali non si è degnata di fotografare gli ematomi e i segni immediatamente dopo l'incidente, quando erano visibili, la qual cosa avrebbe costituito una prova irrefutabile della violenza della polizia contro di lei. Quanto ai capelli strappati, questo fatto non è assolutamente visibile nelle foto e nei video, la sua spiegazione è semplice: "Ho perso molti capelli ma in questa abbondante chioma non si nota". [11]
Nel suo blog e in un'intervista alla radio, la Sánchez parla di "sequestro nel peggiore stile della camorra siciliana", dando l'impressione di essere stata fermata per varie ore. [12] Orbene, nella sua intervista alla BBC, quando il giornalista insiste e chiede precisazioni, la blogger confessa che in realtà l'incidente è durato in totale 25 minuti. D'altra parte, la Sánchez afferma che il fermo è successo alla piena luce del giorno, di fronte a una fermata di autobus piena di gente.
Ciò nonostante, la stampa occidentale non è riuscita a trovare un solo testimone, neanche anonimo, per confermare le parole della blogger e documentare così la veridicità delle sue affermazioni. [13] Analogamente, nessuna delle persone che accompagnavano Yoani Sánchez ha voluto rispondere alle richieste di interviste dei media occidentali, indirizzandoli verso la blogger, incaricata di parlare a nome di tutti.
D'altra parte, sembra sorprendente e illogico che le autorità di La Habana abbiano deciso di maltrattare pubblicamente una dissidente tanto `mediatica' come Yoani Sánchez, sapendo con assoluta certezza che un simile atto avrebbe scatenato immediatamente un scandalo internazionale. A priori, esistono altri mezzi molto più efficaci e discreti per intimorire gli oppositori.
Infine, la Sánchez cade in nuove contraddizioni quando cerca di chiarire alcuni lati oscuri della sua testimonianza. Così, ha spiegato che la sua resistenza sarebbe dovuta al fatto che gli agenti, in borghese, "non avevano mostrato nulla che li identificasse come autorità, mi sarei comportata in modo diverso se fossero stati in uniforme. Ho chiesto loro che facessero venire un poliziotto, hanno chiamato ed è arrivata una pattuglia di polizia che si è portata via le altre due ragazze e ha lasciato Orlando e me nelle mani degli altri". [14] Quindi, nel suo blog, assicura che la polizia è arrivata all'inizio del controllo, ma ciò non le avrebbe impedito di resistere a quello che somiglia sempre di più a un controllo di identità fatto da poliziotti in borghese che a un linciaggio pubblico.
Insomma, nessun elemento permette di confermare le parole di Yoani Sánchez, non è disponibile nessun'altra testimonianza, nemmeno quelle delle persone che l'accompagnavano. Allora bisogna fidarsi solo della versione della blogger, che è piena di contraddizioni. In presenza di questi elementi, è impossibile non mettere in dubbio le affermazioni della famosa blogger cubana.
È necessario fare un paragone. La stampa occidentale ha concesso, in appena 72 ore, più spazio a Yoani Sánchez e al suo incidente con le autorità che a tutti i crimini che ha commesso (più di un centinaio di assassini, altrettanti di casi di sparizioni e innumerevoli atti di tortura e di violenza) la dittatura militare che il golpista Roberto Micheletti dirige dal 27 giugno 2009. Decisamente, la Sánchez non è una semplice blogger critica di un sistema come lei stessa afferma.

2. Il fenomeno Yoani Sánchez
Yoani María Sánchez Cordero è un'abitante di La Habana nata nel 1975, apparentemente laureata in Filologia dall'anno 2000, come annuncia nel suo blog. Sussiste un dubbio al riguardo perché durante il suo soggiorno in Svizzera due anni dopo, quando si iscrisse presso le autorità consolari, dichiarò un livello "preuniversitario" come dimostrano gli archivi del consolato della Repubblica di Cuba a Berna. [15] Così, dopo avere lavorato nel campo editoriale e fatto lezioni di spagnolo ai turisti, decise di abbandonare il paese in compagnia di suo figlio. Il 26 agosto 2002, dopo essersi sposata con un tedesco chiamato Karl G., di fronte alla "delusione e l'asfissia economica" che regnava a Cuba, emigrò in Svizzera con un "permesso di viaggio all'estero" valido per undici mesi. [16]
Curiosamente, scopriamo che dopo essere fuggita da "un'immensa prigione con muri ideologici" [17], per riprendere le parole che usa per riferirsi al suo paese di nascita, decise, due anni dopo, durante l'estate 2004, di lasciare il paradiso svizzero - una delle nazioni più ricche del mondo - per tornare alla "barca che fa acqua al punto da naufragare" come qualifica metaforicamente l'Isola. [18] Di fronte a questa nuova contraddizione, la Sánchez spiega che ha scelto di tornare nel paese dove regnano "le urla del despota", [19] dove "Esseri delle ombre, che come vampiri si alimentano della nostra allegria umana, ci inoculano la paura tramite i colpi, le minacce, il ricatto", [20] "per motivi familiari e contro l'opinione di conoscenti e amici". [21]
Quando si legge il blog di Yoani Sánchez, dove la realtà cubana viene descritta in modo apocalittico e tragico, uno ha l'impressione che il purgatorio, in confronto, sia uno stabilimento balneare, e che solo il caldo asfissiante dell'anticamera dell'inferno dia un'idea di quello che vivono quotidianamente i cubani. Non appare nessun aspetto positivo della società cubana. Si raccontano solo aberrazioni, ingiustizie, contraddizioni, difficoltà. Quindi, il lettore ha difficoltà a capire perché una giovane cubana abbia deciso di lasciare la ricchissima Svizzera per ritornare a vivere in quello lei paragona all'inferno di Dante dove "le tasche si svuotavano, la frustrazione cresceva e la paura regnava". [22] Nel suo blog, i commenti dei suoi sostenitori stranieri fioriscono al riguardo: "Non capisco il tuo ritorno Perché non hai dato un futuro migliore a tuo figlio?", "Cara amica vorrei sapere il motivo per il quale hai deciso di ritornare a Cuba". [23]
Per converso, alcuni dei suoi compatrioti che vivono nell'estero, delusi dal sistema di vita occidentale, le comunicano anche il loro desiderio di tornare a vivere a Cuba: "Ritornerò, vivo a Miami da 7 anni […] e a volte mi chiedo anche se sia valsa la pena dell'esilio fisico", "Mi manca la mia gente […] . Un giorno o l'altro lo farò, ritornerò a casa con mio marito tedesco - un altro matto che è d'accordo di richiedere la residenza là", "Perché sei tornata?…solitudine, nostalgia, rimpianto del passato. [Dopo, riferendosi al mondo occidentale] facce strane, gente triste e arrabbiata con il resto dell'umanità senza sapere perché, politici ugualmente corrotti e molti giorni grigi. Non è necessario che spieghi niente. Da 14 anni non ci sono soli nella mia mappa del tempo", "Ho inoltrato [l'informazione] a mio papà che vive fuori da Cuba, che ha in progetto di ritornare". [24] Una delle due, o Yoani è fuori di testa per aver deciso di lasciare la Perla d'Europa e ritornare a Cuba, o la vita nell'Isola non è tanto drammatica come lei la descrive.
In un intervento nel suo blog nel luglio 2007, Yoani ha raccontato dettagliatamente l'aneddoto del suo ritorno a Cuba. "Tre anni fa […] a Zurigo […], ho deciso di ritornare e restare nel mio paese", ha annunciato, sottolineando che si trattava di "una semplice storia del ritorno di un emigrante al suo luogo di origine". "Comprammo biglietti di andata e ritorno" per Cuba. Quindi la Sánchez ha deciso di rimanere nel paese e di non ritornare in Svizzera. "I miei amici hanno creduto che stessi facendo loro uno scherzo, mia mamma si e rifiutata di accettare che sua figlia non vivesse più nella Svizzera del latte e del cioccolato". Il 12 agosto 2004, la Sánchez si presentò all'ufficio di immigrazione provinciale di La Habana per spiegare il suo caso. "Tremenda sorpresa quando mi dissero, chiedi chi è l'ultimo della fila di quelli 'che tornano' […] . Cosicché trovai, all'improvviso, altri 'matti' come me, ognuno con la sua atroce storia di ritorno". [25]

In effetti, il caso della Sánchez è lungi dall'essere un caso isolato, come illustrano questo aneddoto e i commenti lasciati nel suo blog. Un numero sempre maggiore di cubani che hanno scelto di emigrare all'estero, dopo avere affrontato numerose difficoltà di adattamento e aver scoperto che l' "El Dorado" occidentale non brillava tanto quanto avevano immaginato e che i privilegi dei quali godevano in casa non esistevano da nessun'altra parte, decidono di ritornare a vivere a Cuba.
Invece, Yoani Sánchez omette di raccontare le vere ragioni che l'hanno indotta a ritornare a Cuba, oltre i motivi familiari che ha citato (motivi che sua madre apparentemente non ha condiviso, visto la sua sorpresa). Le autorità cubane le hanno concesso un trattamento di favore per ragioni umanitarie, permettendole di recuperare il suo status di residente permanente a Cuba, malgrado fosse stata più di 11 mesi fuori del paese.
In realtà, il soggiorno in Svizzera fu lungi dall'essere tanto idilliaco come aveva previsto. La Sánchez scoprì un sistema di vita occidentale completamente diverso da quello al quale era abituata a Cuba, dove, nonostante le difficoltà e le vicissitudini quotidiane, tutti i cittadini dispongono di un'alimentazione relativamente equilibrata malgrado la libreta de abastecimiento e le carenze, di accesso all'attenzione medica e all'educazione, alla cultura e al tempo libero gratuito, di un'abitazione e di un ambiente sicuro (la criminalità è molto bassa nell'Isola). Cuba è forse l'unico paese del mondo dove è possibile vivere senza lavorare (la qual cosa non è sempre positiva). In Svizzera, la Sánchez ha avuto enormi difficoltà per trovare un lavoro e vivere decentemente e, disperata, ha deciso di ritornare al paese e spiegare le ragioni di ciò alle autorità. Secondo queste, la Sánchez avrebbe supplicato piangendo i servizi di immigrazione che le concedessero una dispensa speciale per la revoca del suo status migratorio, e glielo hanno concesso. [26]
Yoani Sánchez ha deciso di occultare accuratamente questa realtà.

3. la ciberdissidenza
Nell'aprile 2007, Yoani Sánchez decise di far parte dell'universo dell'opposizione a Cuba fondando il suo blog Generación Y. Dimenticandosi della magnanimità delle autorità verso di lei quando era ritornata a Cuba nel 2004, diventa così un'acerrima detrattrice del Governo di La Habana. Le sue critiche sono aspre, poco sfumate e a senso unico. Presenta un panorama apocalittico della realtà cubana e accusa le autorità di essere responsabili di tutti i mali. Non evoca mai, nemmeno un solo istante, il particolare contesto geopolitico nel quale si trova Cuba dal 1959. Esistono centinaia di blog a Cuba.
Vari di essi denunciano in maniera incisiva alcune aberrazioni della società cubana. Ma la messa a fuoco è molto più sfumata e l'informazione meno parziale. Tuttavia la stampa occidentale ha scelto il blog manicheo della Sánchez. [27]
Secondo la blogger, a Cuba, "sono naufragati il processo, il sistema, le aspettative, le illusioni. [È un] naufragio [totale]", prima di concludere con questa metafora lapidaria: "la barca è affondata". Per lei, è evidente che Cuba deve cambiare orientamento e governo: è necessario "cambiare il timoniere e tutto l'equipaggio" 28] a fine di elaborare "un capitalismo sui generis". [29]
La Sánchez è una persona sagace che ha compreso perfettamente che poteva prosperare rapidamente con questo tipo di discorso apprezzato dalla stampa occidentale. Ha negoziato un tacito accordo con le multinazionali della comunicazione e dell'informazione. Poiché, affinché la stampa occidentale conceda lo status di "blogger indipendente" e per godere di un certo spazio mediatico, è imprescindibile pronunciarsi contro il sistema e contro il governo ed esigere un cambiamento radicale e più concretamente il ritorno a un capitalismo d'impresa privata, e non limitarsi a denunciare alcune aberrazioni del sistema.
Come corroborare l'affermazione di collusione tra la Sánchez e le potenze mediatiche? Alla luce dei fatti. Appena alcune settimane dopo la nascita del suo blog, la stampa occidentale lanciò una straordinaria campagna di promozione al riguardo, presentandola come la blogger che osava sfidare al regime e le limitazioni alla libertà di espressione. Un'altra volta, i mezzi occidentali non si sono resi conto delle proprie contraddizioni. Da una parte, non smettono di ripetere che è assolutamente impossibile per qualunque cubano fare un discorso eterodosso nell'Isola che è proibito esporre la minima critica sul governo o perfino allontanarsi dalla linea ufficiale, a rischio di finire in prigione. D'altra parte, lodano l'ingegno di Yoani Sánchez la cui principale attività è criticare le politiche governative, con una libertà di tono che farebbe impallidire di invidia gli oppositori del mondo intero, senza che le autorità la disturbino. [30]
Così, dopo appena un anno di esistenza, mentre esistono decine di blog più antichi e non meno interessanti di quello della Sánchez, il 4 aprile 2008, la blogger cubana ha ottenuto il Premio di Giornalismo Ortega e Gasset, di 15.000 euro, concesso dal giornale spagnolo El País. Di solito, questo premio viene concesso a prestigiosi giornalisti o scrittori con una lunga carriera letteraria. È la prima volta che lo ottiene una persona con il profilo della Sánchez. [31] Analogamente, la blogger cubana è stata selezionata tra le 100 persone più influenti del mondo dalla rivista Time (2008), in compagnia di George W. Bush, Hu Jintao e il Dalai Lama. [32]
Il suo blog è stato inserito nella lista dei 25 migliori blog del mondo dalla catena CNN e dalla rivista Time (2008) e ha vinto anche il premio spagnolo Bitacoras.com così come il The Bob's (2008). [33] Il 30 novembre 2008, il giornale spagnolo El País l'ha inclusa nella sua lista delle 100 personalità ispano-americane più influenti dell'anno (lista nella quale non appaiono né Fidel Castro, né Raúl Castro). [34] La rivista Foreign Policy ha fatto di meglio nel dicembre 2008, includendola tra i 10 intellettuali più importanti dell'anno. [35] La rivista messicana Gato Pardo ha fatto la stessa cosa nel 2008. [36] La prestigiosa università statunitense di Columbia le ha concesso il premio María Moors Cabot. [37] E l'elenco è lungo. [38]
Ciò nonostante, Yoani Sánchez, come riconosce con franchezza: "La rivista Time mi ha messo nella sua lista di persone influenti del 2008 insieme a novantanove persone famose. Me che non sono mai salita su un palco, né su una tribuna e che i miei i vicini non sanno se `Yoani' si iscrive con `h' nel mezzo o con `s' finale. (…) Adesso mi manca solo la vanità di immaginare che gli altri iscritti si stiano domandando 'chi è questa sconosciuta blogger cubana che ci accompagna'?." [39]
Senza volerlo, la Sánchez ha messo la rivista Time di fronte a un'enorme contraddizione: Come può una blogger sconosciuta ai suoi stessi vicini essere compresa tra le 100 personalità più influenti del mondo? È innegabile che qui, includendo la Sánchez, la rivista statunitense ha privilegiato i criteri politici e ideologici, il che proietta un'ombra sulla credibilità della classificazione. Questo vale anche per le altre classifiche.

Le condizioni di vita di Yoani Sánchez
Ennesima contraddizione. La stampa occidentale, raccontando le parole della Sánchez, non smette di ripetere che i cubani non hanno accesso ad Internet, senza spiegare come la blogger possa scrivere quotidianamente nel suo blog da Cuba. Grande è stata la sorpresa dei 200 giornalisti internazionali accreditati per la Fiera Internazionale del Turismo a Cuba, quel mercoledì 6 maggio 2009, quando hanno scorto Yoani Sánchez tranquillamente installata nell'atrio del più lussuoso complesso turistico dell'Isola, l'Hotel Nacional, entrare in Internet, quando il prezzo della connessione è proibitivo persino per un turista straniero. [40]
Due domande sorgono, inevitabili: Come può Yoani Sánchez collegarsi a Internet a Cuba quando la stampa occidentale non smette di ripetere che non ha accesso ad esso? Da dove viene il denaro che le permette di avere un tenore di vita che nessun altro cubano può permettersi, quando ufficialmente non dispone di nessuna fonte di entrate?
Nel 2009, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha ordinato la chiusura di oltre ottanta siti Internet relazionati con Cuba che fomentavano il commercio e violavano così la legislazione sulle sanzioni economiche. Curiosamente, il sito di Yoani Sánchez è stato chiuso mentre propone l'acquisto del suo libro in italiano, oltre tutto tramite Paypal, sistema che nessun cubano che vive a Cuba può utilizzare a causa delle sanzioni economiche (che proibiscono, tra l'altro, il commercio elettronico). Allo stesso modo, la Sánchez dispone di un Copyright per il suo blog "© 2009 Generación Y - All Rights Reserved". Nessun altro blogger cubano può fare la stessa cosa per le leggi del blocco. Come si spiega questo fatto unico? [41]
Anche altre domande hanno bisogno di una risposta. Chi c'è dietro il sito della Sánchez desdecuba.net il cui server è ospitato in Germania dall'impresa Cronos AG Regensburg (che ospita anche siti Internet di estrema destra), e registrato sotto il nome di Josef Biechele? Si scopre anche che la Sánchez ha fatto la registrazione del suo dominio mediante l'impresa statunitense GoDady la cui principale caratteristica è l'anonimato. La usa anche il Pentagono per registrare siti con tutta la discrezione necessaria. Come può Yoani Sánchez, una blogger cubana che vive a Cuba, registrare il suo sito mediante un'impresa statunitense quando la legislazione sulle sanzioni economiche lo proibisce formalmente? [42]
D'altra parte, il sito Generción Y di Yoani Sánchez è estremamente sofisticato, con entrate per Facebook e Twitter. Inoltre, riceve 14 milioni di visite al mese ed è l'unico che è disponibile in non meno di…18 lingue (inglese, francese, spagnolo, italiano, tedesco, portoghese, russo, sloveno, polacco, cinese, giapponese, lituano, ceco, bulgaro, olandese, finlandese, ungherese, coreano e greco). Nessun altro sito del mondo, perfino quelli delle più importanti istituzioni internazionali come per esempio le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'OCSE o l'Unione Europea, dispone di tante versioni linguistiche. Nemmeno il sito del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti né quello della CIA dispongono di una tale varietà. [43]
Un altro aspetto sorprendente. Il sito che alloggia il blog della Sánchez dispone di una larghezza di banda che è 60 volte superiore a quello di cui dispone Cuba per tutti i suoi utenti di Internet! Altre domande sorgono inevitabilmente al riguardo: chi amministra quelle pagine in 18 lingue? Chi paga gli amministratori? Quanto? Chi paga i traduttori che lavorano quotidianamente sul sito della Sánchez? Quanto? Inoltre, la gestione di un flusso di più di 14 milioni di visite mensili costa enormemente. Chi paga tutto questo? [44]
Yoani Sánchez ha perfettamente il diritto di esprimersi liberamente e di emettere critiche virulente verso le autorità di La Habana – e non si priva di farlo - sulle difficoltà quotidiane reali a Cuba. Non può né deve essere criticata per questo. Invece, commette una grave ipocrisia intellettuale quando si presenta come una semplice blogger e afferma che il suo unico obiettivo è esercitare onestamente il suo dovere di cittadina.
Il suo accanimento meticoloso per oscurare sistematicamente la realtà, evocare solo gli aspetti negativi, decontestualizzare le problematiche, ignorare metodicamente l'ambiente geopolitico nel quale si trova Cuba, particolarmente nella sua relazione con gli Stati Uniti e l'imposizione implacabile di sanzioni economiche che condizionano la vita di tutti i cubani, ricorrere a bugie come è stato facilmente verificabile nel caso della presunta "aggressione", tendono a squalificarla. Il suo ruolo è innanzitutto quello di corteggiare una certa compagine fermamente opposta al processo rivoluzionario cubano e non quello di rappresentare fedelmente la realtà cubana nella sua complessità.
Un altro fatto unico: il presidente statunitense Barack Obama ha risposto a un'intervista di Yoani Sánchez. Così, mentre gli Stati Uniti affondano sempre di più in una crisi economica senza precedenti, mentre la battaglia a favore della riforma del sistema sanitario diventa sempre più difficile e i temi afgano e iracheno sono sempre più caldi, nonostante l'agenda straordinariamente fitta della presidenza, il tema estremamente sensibile delle sette basi militari statunitensi installate in Colombia che suscitano la riprovazione continentale, il colpo di Stato in Honduras nel quale Washington è gravemente implicata, le centinaia di richieste di interviste dei mezzi di stampa più importanti del mondo in attesa, Barack Obama ha lasciato da parte tutto questo per rispondere alle domande della blogger cubana. [45]
Nella sua intervista, in nessun momento la Sánchez ha chiesto la fine delle sanzioni economiche che colpiscono tutti i settori della società cubana iniziando dai più vulnerabili (donne, bambini e anziani) che costituiscono il principale ostacolo allo sviluppo del paese e che sono respinte dall'l'immensa maggioranza della comunità internazionale (187 paesi nel voto nelle Nazioni Unite in ottobre di 2009) per il loro carattere anacronistico, crudele e inefficace. Al contrario, riprende esattamente la retorica di Washington al riguardo: "La propaganda politica ci dice che viviamo in un luogo assediato, di un David di fronte a Golia e del `vorace nemico'o che sta per lanciarsi su noi".
Le sanzioni economiche, che lei qualifica come semplici "restrizioni commerciali", sono "tanto inutili e anacronistiche", [46] non perché hanno conseguenze drammatiche per la popolazione cubana, bensì perché sono "usate come giustificazione allo stesso modo per i danni alla produzione che per reprimere quelli che pensano in modo diverso". [47] Si tratta esattamente degli stessi argomenti evocati dalla rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite in ottobre del 2009 per giustificare il mantenimento dello stato d'assedio che Washington impone a Cuba dal 1960, senza spiegare perché 187 paesi del mondo si prestano ogni anno da 18 anni a quello che lei qualifica come "propaganda politica". [48]
Alla luce di questi elementi, risulta impossibile che Yoani Sánchez sia una semplice blogger che denuncia le difficoltà di un sistema. Potenti interessi si nascondono dietro la cortina di fumo che costituisce Generación Y che rappresenta una formidabile arma nella guerra mediatica che gli Stati Uniti fanno contro Cuba. Yoani Sánchez ha compreso perfettamente che l'obbedienza ai potenti si ricompensa generosamente (più di 100.000 dollari in totale). [49]
Ha scelto inserirsi nel commercio della dissidenza e vivere giorni felici a Cuba.

di Salim Lamrani

L'affare dei rifiuti in Sicilia


Con l’avvio delle nuove gare per gli inceneritori, viene rilanciato un affare di proporzioni enormi, destinato a influire notevolmente sugli assetti del potere...

...siciliano nei prossimi decenni. Le concertazioni fra Palermo e Roma. Il quadro degli interessi in causa.

L’accelerazione impressa dalle sedi regionali nella partita dei rifiuti è sintomatica. È arrivata per certi versi imprevista, dopo anni di gioco apparentemente fermo, a seguito della decisione assunta nel 2006 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di annullare le aggiudicazioni dei quattro mega inceneritori, avvenute nel 2003. Si è cercato di prendere tempo, per rimettere ordine nell’affare, che ha visto in campo cordate economiche di spessore, eterogenee ma bene amalgamate. Si è interloquito con le società interessate per concordare il rimborso dei danni, stabiliti in ultimo nella cifra, iperbolica, di 200 milioni di euro. Adesso è arrivato l’annuncio delle nuove gare, mosse paradossalmente dagli alti burocrati che hanno organizzato le precedenti: dai medesimi quindi che sono stati censurati dalla UE per le irregolarità rilevate nella vicenda. Come è nelle consuetudini, esistono ipoteche, parole date, assetti da cui non è agevole prescindere. Si registra comunque un aggiornamento, non da poco: gli inceneritori da realizzare saranno tre, a Bellolampo, Augusta e Campofranco. Si è deciso quindi di rinunciare al quarto, che sarebbe dovuto sorgere a Paternò, in area etnea. Le responsabilità sono state fatte ricadere sulla compagine aggiudicataria Sicil Power, che secondo l’avvocato Felice Crosta, presidente dell’Arra, avrebbe indugiato troppo dinanzi alle richieste della parte pubblica. In realtà tutto lascia ritenere che si sia trattato di un primo rendiconto, nell’intimo della maggioranza e delle aree economiche di riferimento, mentre si opera per disincentivare la protesta che ha percorso l’isola dagli inizi del decennio.

Si è fatto il possibile, evidentemente, per rispettare i termini imposti dalla Ue, perché non si perdessero i contributi, per diverse centinaia di milioni di euro, che la medesima ha destinato al piano rifiuti dell’isola. In quanto sta avvenendo si scorge nondimeno un ulteriore tempismo, che richiede una definizione. Tutto riparte dopo l’anno zero dell’emergenza di Napoli, a margine quindi di una rivolta sedata, ma probabilmente solo differita, che ha permesso di saggiare comunque un preciso modello di democrazia autoritaria, sostenuto da leggi ad hoc e da un particolare piglio sul terreno, tipicamente militare. Tutto riparte altresì quando l’allarme rifiuti è già al rosso non solo in Sicilia ma in numerose aree della penisola: quando s’impone quindi una risposta conclusiva, a livello generale, che, come nel caso di Napoli, si possa spendere dalla prospettiva del consenso. In tali sequenze si possono ravvisare allora delle logiche, che comunque vanno poste in relazione con alcuni dati di fatto, ma soprattutto con una serie di numeri.

In Italia funzionano 52 inceneritori, che trattano ogni anno circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti: il 15 per cento di quelli complessivi. In Sicilia ne sorgeranno appunto tre, che, come previsto nei bandi di gara del 2003 e in quelli odierni, fatto salvo ovviamente l’impianto di Paternò, cui si è rinunciato, saranno capaci di trattare 1,86 milioni di tonnellate di rifiuti, pari quindi a quasi la metà di quelli che vengono inceneriti lungo tutta la penisola. In particolare: l’impianto di Bellolampo avrà una capacità di lavorazione di 780 mila tonnellate di rifiuti annui; quello di Campofranco, di 680 mila; quello di Augusta, di 400 mila. Si tratta di numeri significativi. I tre inceneritori siciliani risulteranno infatti fra i più grandi dell’intera Europa, insieme con quello di Brescia, che tratta 750 mila tonnellate di rifiuti, e con quello di Rotterdam, che ne lavora 700 mila. I conti tuttavia non tornano, tanto più se si considera che i rifiuti siciliani da termovalorizzare, al netto cioè di quelli da riciclare attraverso la raccolta differenziata e altro, non dovrebbero superare, secondo le stime ottimali, le 600 mila tonnellate. È beninteso nell’interesse delle società aggiudicatarie far lavorare gli impianti il più possibile. Ma a redigere i bandi di gara è stato e rimane un soggetto pubblico, tenuto al rispetto dell’interesse generale, delle leggi italiane, delle direttive europee, e che, comunque, non può prescindere, oggi, da taluni orientamenti del governo nazionale.

In sostanza, i numeri bastano a dire che già nel 2003, quando il governo Berlusconi poteva godere dell’osservanza stretta di Salvatore Cuffaro, presidente della giunta regionale, si aveva un’idea composita dei mega impianti che erano stati studiati per la Sicilia. E se non fosse intervenuta la Ue, quando Romano Prodi aveva riguadagnato il governo, l’operazione rifiuti, nei modi in cui era stata congegnata, sarebbe oggi alla svolta conclusiva, a dispetto delle problematiche ambientali e dell’interesse delle popolazioni. Con l’avvento dell’autonomista Raffaele Lombardo il gioco si è fatto più mosso. Le cronache vanno registrando sussulti di un qualche rilievo nel seno stesso della maggioranza. Ben si comprende tuttavia che se ieri l’affare accendeva motivazioni forti, oggi diventa imprescindibile, sullo sfondo di un potere politico che, dopo Napoli appunto, sempre più va lanciandosi in politiche che per decenni la comune sensibilità aveva reso impraticabili. Il proposito delle centrali nucleari costituisce del resto l’emblema di un modo d’essere.

Esistono in realtà le premesse perché la linea dei termovalorizzatori, a partire dalla Campania, dove sono in costruzione quattro impianti, passi con ampiezza, a dispetto delle restrizioni sancite in sede comunitaria. In particolare, tutto è stato fatto, in un anno di governo, perché l’affare risulti allettante. Se il ministro dell’Ambiente del governo Prodi, a seguito di una procedura d’infrazione dell’Unione Europea, aveva annullato infatti il “Cip6”, nel quadro dei contributi concessi alla produzione di energie rinnovabili, il ripristino e la maggiorazione del medesimo, nei mesi scorsi, offre alle imprese del campo ulteriori sicurezze. In aggiunta, con la finanziaria 2009, tale contributo viene esteso a tutti gli impianti autorizzati, inclusi quelli che indugiano ancora sulla carta.

In tale quadro, l’affare siciliano insiste a recare comunque caratteri distinti. Alcuni dati recenti della Campania, epicentro dell’emergenza italiana, lo comprovano. Gl’inceneritori che stanno sorgendo ad Acerra, Napoli, Salerno e Santa Maria La Fossa, potranno trattare, insieme, rifiuti per un massimo annuo di un milione e 200 mila tonnellate. I tre siciliani, come si diceva, potranno lavorarne poco meno di due milioni. Questo significa allora che l’isola è destinata a far fronte alle emergenze che sempre più si paventano in altre aree del paese? Alla luce di tutto, propositi del genere sono più che supponibili. Se tutto andrà in porto, non potranno mancare, in ogni caso, le occasioni e le ragioni per far lavorare gli inceneritori a pieno regime. Sulla base di logiche che non hanno alcun riscontro in altri paesi del mondo, si prevede infatti che possano essere trattati nell’isola fino all’85 per cento dei rifiuti siciliani, con esiti ovvi. A fronte dei progressi tecnologici, di cui pure si prende atto, la nocività dei termovalorizzatori viene riconosciuta a tutti i livelli, a partire dalla Ue, che suggerisce impianti di dimensioni piccole e medie, tanto più in prossimità degli abitati. Viene ritenuto esemplare in tal senso quello di Vienna, allocato nel quartiere periferico di Spittelau, che può trattare fino a 250 mila tonnellate di rifiuti. Sono ipotizzabili allora i danni che potranno derivare dagli inceneritori siciliani: da quello di Campofranco che, tre volte più grande di quello viennese, dovrebbe sorgere ad appena un chilometro dall’abitato, a quello di Augusta che, uguale per dimensioni all’impianto di Parigi, non potrà che aggravare, come denunciano da anni le popolazioni, lo stato di un’area già fortemente colpita dalle scorie petrolchimiche. Ma tutto questo rimane ininfluente.

Il secondo tempo della partita siciliana significa ovviamente tante cose. Dalla prospettiva propriamente politica, è in gioco il potere. Sul terreno dei rifiuti, oltre che delle risorse idriche e delle energie, andranno facendosi infatti gli assetti regionali dei prossimi decenni. L’affare è destinato altresì a pesare sul contratto che va ridefinendosi fra Palermo e Roma, fra l’interesse autonomistico in versione Lombardo e quello di un potere centrale che intende mettere mano alla Costituzione come mai in passato. La presenza insistente del presidente regionale presso le sedi governative, danno peraltro conto di affinità sostanziali, di una interlocuzione produttiva. È comunque sul piano degli interessi materiali che si condensa maggiormente il senso dell’affare. La posta in palio rimane senza precedenti: circa 5 miliardi di euro in un ventennio, fra fondi governativi e comunitari. In via ufficiale, ovviamente, ogni decisione è aperta. Ma nei fatti, è realmente così? È possibile che si prescinda del tutto dai solchi tracciati dalle gare del 2003?

Sin dagli esordi, la storia ha presentato un profilo mosso. Come era prevedibile, è sceso in campo il top dell’industria italiana dell’energia. Senza difficoltà gli appalti degli inceneritori di Bellolampo, Campofranco e Augusta sono andati infatti a tre gruppi d’imprese, rispettivamente Pea, Platani e Tifeo, guidati da società del gruppo Falck. Nel secondo si è inserita altresì, con una quota di riguardo, Enel Produzione. E la cosa darebbe poco da riflettere se non fosse per il piglio particolare con cui tale società veniva amministrata, allora, da Antonino Craparotta, destinato a finire in disgrazia per l’emergere di una storia di capitali extracontabili, alla volta di paesi arabi. Ancora senza alcun ostacolo, come da consuetudine, la quarta aggiudicazione, per l’impianto di Paternò, è andata a Sicil Power, un raggruppamento di diversa caratura, guidato da Waste Italia: quello che adesso, significativamente, con la rinuncia all’inceneritore etneo, sembra essere finito fuori gioco. Sono comunque altre presenze, discrete e nondimeno importanti, a rivelare i toni della vicenda.

Il posizionamento rapido della famiglia Pisante, presente nelle cronache giudiziarie sin dai tempi di “Mani pulite”, e del gruppo Gulino di Enna nelle quattro compagini aggiudicatarie, attraverso la Emit e l’Altecoen, è al riguardo paradigmatico. Come tale è stato percepito del resto, sin dai primi tempi, da alcune procure, che hanno lanciato l’allarme inceneritori, e dalla stessa Corte dei Conti siciliana, intervenuta sul caso con perentorietà. A gare concluse, sono emersi, come è noto, degli inconvenienti, che hanno costretto l’imprenditore ennese, reduce con i Pisante della vicenda di MessinAmbiente, finita in scandalo, a farsi da parte, con la cessione di quote che gli hanno fruttato diversi milioni di euro. I termini della questione rimangono però intatti. Si è aperta una contrattazione. Interessi di varia portata sono diventati compatibili. È stato tenuto debitamente conto delle tradizioni. Il gruppo pugliese infine, senza alcun pregiudizio, è rimasto in gioco. Tutto questo costituisce però solo un aspetto della storia. Si sono avuti infatti ingressi ancor più discreti, per certi versi invisibili, al confine comunque fra l’economia e la politica. È il caso della Pianimpianti: nota società di Milano amministrata dal calabrese Roberto Mercuri.

Attiva in numerose aree della penisola e all’estero nell’impiantistica per l’ambiente, tale impresa ha potuto godere di un inserimento strategico nel sistema degli appalti calabresi: in quelli dei depuratori in particolare, che hanno mosso circa 800 milioni di euro. Ha manifestato altresì dei punti di contatto oggettivi con l’Udc, essendone stato vice presidente l’ex parlamentare parmigiano Franco Bonferroni, amico di Pier Ferdinando Casini, ma soprattutto legatissimo a Lorenzo Cesa, attuale segretario nazionale del partito. Per tali ragioni, ritenuta cardinale negli intrecci fra politica e affari in Italia, è finita al centro di indagini giudiziarie complesse, condotte dal sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock e, soprattutto, da Luigi De Magistris. Nell’atto di accusa del sostituto di Catanzaro vengono passati in rassegna fatti specifici, alcuni di non poco conto: dal sequestro di 3,8 milioni di euro al fratello e al padre di Roberto Mercuri su un treno diretto in Lussemburgo, al versamento di 370 mila euro che la Pianimpianti avrebbe fatto alla Global Media, ritenuta, attraverso Cesa, il polmone finanziario dell’Udc. Un teste, riferendosi agli appalti dei depuratori in senso lato, ha detto inoltre del sistema in uso delle tangenti, stabilite nella misura dal 3 al 7 per cento, equamente divise fra la Calabria e Roma. In conclusione, l’accusa ha presentato la società di Mercuri come la “cassaforte” di una associazione finalizzata all’illecito, ma l’inchiesta, che come è noto è passata di mano, è stata largamente archiviata.

Cosa c’entra però tutto questo con gli inceneritori in Sicilia? In apparenza nulla. Pianimpianti, nei raggruppamenti guidati dal gruppo Falk, reca una presenza del tutto simbolica, con quote dello 0,1 per cento. Nell’affare ha guadagnato in realtà un rilievo sostanziale per quanto è avvenuto, in via assolutamente privata, dopo le aggiudicazioni del 2003. Le società Pea, Platani e Tifeo, l’1 luglio 2005 hanno commissionato infatti proprio all’impresa di Mercuri, in associazione con la Lurgi di Francoforte, la fornitura, chiavi in mano, dei tre inceneritori, per un importo complessivo di mezzo miliardo di euro, che costituisce, a conti fatti, la fetta più grossa, più immediata, quindi più tangibile, dell’intera posta in palio. È il caso di sottolineare in ultimo che pure il sodalizio Pianimpianti-Lurgi è connotato da un iter mosso, antecedente e successivo alla firma dei contratti con Actelios-Elettroambiente. Le due società sono finite sotto inchiesta nel 2005 per un giro di tangenti connesse alla costruzione dei due termovalorizzatori di Colleferro. Compaiono altresì nell’inchiesta Cash cow, ancora in corso, che nella medesima area laziale ha coinvolto, fra gli altri, decine di politici.

A questo punto, dal momento che sono state disposte nuove gare, si tratta di capire cosa potrà avvenire delle intese sottoscritte a partire dal 2003. Di certo, le società aggiudicatarie hanno guadagnato una posizione favorevole. Da titolari dei cantieri, hanno ripreso a beneficiare infatti del “Cip6”, malgrado il blocco di ogni attività dal 2007. Otterranno infine il mega risarcimento che reclamavano, di 200 milioni di euro appunto, pur avendo effettuato nei tre siti lavori esigui, solo di recinzione e movimento terra. Dopo la firma dell’accordo, regna quindi un curioso ottimismo. Prova ne è che i titoli Falck hanno avuto in Borsa rialzi del tutto anomali, lontanissimi dai trend dell’attuale recessione. Ma quali giochi vanno facendosi? La cifra della penale, che evoca un calcolo complesso, di certo costituirà un forte deterrente alla partecipazione di nuove compagini. Nel caso in cui la gara dovesse andare a vuoto, l’affidamento diretto agli attuali concessionari, a trattativa privata, potrebbe essere quindi un esito “inevitabile”. Ed è la stessa Falck a dare conto di intese in tal senso con l’Agenzia regionale, nella relazione semestrale del giugno 2008. Per motivi di opportunità potrebbe prevalere tuttavia una seconda soluzione: il ritorno in gara, direttamente o in forma mimetica, delle imprese già aggiudicatarie, che finirebbero per pagare a sé stesse la penale, per il ripristino dei patti. In ambedue i casi, come è evidente, risulterebbe eluso il pronunciamento della Corte di Giustizia Ue.

Le prove delle telefonate di Dell'Utri ai mafiosi


''Ho evidenze di telefonate di Dell'Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all'origine della fondazione di Forza Italia.


Ho dei dati inconfutabili che dimostrano come alcuni appartenenti di spicco a Cosa Nostra abbiano preso parte alla genesi del partito in Sicilia oltre che essere direttamente collegati ai soggetti che hanno compiuto le stragi del'93". E' quanto ha rivelato Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio in onda su You Tube. "Alcuni telefoni legati a fondatori dei club di Misilmeri e di Brancaccio, che si riunivano all'hotel San Paolo di Palermo costruito per conto dei Graviano e ad oggi confiscato alla mafia, sono stati utilizzati - ha detto il consulente - per chiamare mafiosi, stragisti, altri soggetti ora pentiti e condannati all'ergastolo, anche per contattare a casa il presidente Silvio Berlusconi. Queste per me sono prove che dimostrano in modo indiscutibile il legame tra chi ha provveduto alla fondazione del partito in Sicilia e chi, a Milano o Roma, ha tirato le fila con i mafiosi. E Dell'Utri - conclude Genchi - é il soggetto che avvicina il Cavaliere a Palermo. Con lui non c'é stato solo un rapporto imprenditoriale ma da loro dipende l'intera genesi politica del partito". Genchi aggiunge nella intervista che "la mente di Cosa Nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del '92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone''. "I rapporti oltreoceano sono stati la prima cosa che ho evidenziato nelle mie relazioni e nelle mie consulenze proprio alla vigilia dell'attentato di Via D'Amelio. Mi riferisco a delle chiamate fatte negli States nell'estate del '92 che furono il punto di coordinamento e di controllo dell'attività stragista in Italia. Il cervello è sempre stato la, la dove c'era Buscetta". Nella intervista Genchi non esclude la possibilità di "una nuova stagione di stragi, soprattutto se le trattative tra Cosa Nostra, i suoi referenti e le istituzioni dovessero 'saltare'". "Al momento - spiega Genchi - ritengo che un simile scenario tuttavia sia improbabile ma, visto il clima di tensione che si é creato in Italia, tutto è possibile. Il passaggio che stiamo vivendo è molto difficile, ci sono grossi scontri che non sono certamente quelli tra maggioranza e opposizione visto che spesso votano in accordo, come nel caso di Cosentino. Quindi, nel momento in cui le lotte non sono più in Parlamento, privato completamente di ogni funzione, è possibile che accada tutto e il contrario di tutto". "Lo Stato - conclude perentorio Genchi - non prevede attentati di mafia perché Cosa Nostra è messa bene ed è già tutelata dal Governo".

Fonte: ANSA

Kosovo: Le vittime assenti


Con un lungo cappotto pesante e un cappello da cow-boy calcato sulla testa, Mustafa Radoniqi è in piedi accanto alla porta a vetri del suo studio di avvocato, non lontano dal Tribunale Centrale di Peja. Non molto tempo fa, Radoniqi è uscito trionfante da quello stesso tribunale, dopo aver vinto una causa a favore di una cittadina serba di Peja, nel Kosovo occidentale, che reclamava i propri diritti di proprietà su un appartamento. L’abitazione era rimasta vuota nel 1999, quando, alla fine della guerra, la legittima proprietaria Slavka Rajicic fuggì a Belgrado. Nel 2001 l’appartamento della Rajicic fu venduto illegalmente, servendosi di documenti falsi.

“I truffatori hanno stampato una falsa autorizzazione a vendere l'appartamento a Bijelo Polje (località del Montenegro orientale), appartamento poi comperato da una persona originaria di un villaggio nei dintorni di Peja trasferitasi recentemente in città”, spiega Radoniqi. Il tribunale ha deciso di annullare il contratto di acquisto, stipulato nel 2001, causa contraffazione. “I primi dubbi sono sorti in merito alla località nella quale erano stati rilasciati i documenti per la compravendita: perché l'autorizzazione era stata emessa così lontano dal luogo in cui il vero proprietario risiede oggi?”. L’esperienza di Radoniqi in quest’ambito gli ha fruttato molti clienti anche fuori dal Kosovo; l'avvocato definisce i propri assistiti come vittime del grave stato di illegalità in cui versa il neonato stato kosovaro.

Molte abitazioni nella regione di Peja sono state abbandonate dai serbi in fuga alla fine della guerra, nel 1999. Poco tempo dopo, molte di queste abitazioni sono state occupate da kosovari di etnia albanese rientrati in una città in gran parte distrutta. La regione di Peja è stata una delle più colpite dal conflitto: circa 8mila abitazioni sono state distrutte, privando di una casa migliaia di persone.

Qualche anno dopo l’emergenza umanitaria è cessata e gli sfollati di etnia albanese hanno fatto ritorno alle proprie case. Alcuni hanno però continuato ad occupare le case rimaste vuote, approfittando della temporanea assenza di autorità legale nella zona. Altri hanno deciso di sfruttare la confusione generale in cui versava il paese per appropriarsi indebitamente di unità immobiliari di cui non erano proprietari, o addirittura per venderle servendosi di documenti falsi.

Secondo quanto riportato da uno studio del Dipartimento OSCE per i Diritti del Singolo e delle Comunità, nella sola regione di Peja si sono accertati 40 casi di compravendite immobiliari illecite, effettuate con documenti falsi. Sempre secondo lo studio dell’OSCE, pubblicato nell’agosto del 2009, gli stessi acquirenti sono spesso vittime ignare dei truffatori, che li tengono all’oscuro circa la vera natura del contratto di compravendita.

I nuovi proprietari, solitamente kosovari di etnia albanese, sono stati raggirati in modo diverso. Dopo avere acquistato una casa da quello che si sarebbe poi rivelato un falso proprietario, con presentazione di autorizzazioni falsificate e timbro del tribunale contraffatto, molti compratori scoprono in un secondo momento che la loro casa era già stata venduta in precedenza a uno o addirittura più acquirenti.

In Kosovo chi acquista una casa tende a non registrare l'atto di compravendita negli archivi del comune, una pratica di cui i truffatori hanno approfittato. “A rendere il problema ancora più grave è una legge speciale promulgata negli anni '90 dalle autorità serbe, che proibiva la compravendita di immobili tra albanesi e serbi”, sostiene l’avvocato Mehmet Berisha, che si occupa di cause e controversie legate alle proprietà immobiliari da quattro anni, collaborando con diverse agenzie immobiliari.

“Le compravendite avvenute in quel periodo tra serbi e albanesi non venivano registrate in tribunale, perché la legge stessa scoraggiava tali operazioni. Il fine ultimo di questa strategia era evitare l'emigrazione di kosovari di etnia serba dalla regione, secondo le direttive della politica nazionale dettata da Belgrado”, spiega Berisha. L'avvocato ha aggiunto che questa situazione ha contribuito a rendere ancora più delicata la situazione immobiliare della regione nel dopo-guerra.

I residenti di Peja hanno contribuito a creare ulteriore confusione, non assumendosi piena responsabilità civile sulle proprietà immobiliari. “Dopo la guerra chi ha acquistato una casa non è stato obbligato a registrare la compravendita al catasto comunale. Molti acquirenti non hanno mai registrato l'immobile acquistato, pensando di risparmiare un po' di denaro. Ma i benefici che ne hanno tratto sono nulli rispetto ai danni causati dall'aver tenuto nascosto il passaggio di proprietà, rendendo impossibile capire chi ne è il reale proprietario”, aggiunge Berisha.

Occorre poi considerare che i documenti di proprietà di case e terreni spesso sono stati portati via dai serbi in fuga da Peja. Prima della guerra, circa il 15% dei 110mila abitanti di Peja era costituito da cittadini di etnia serba e montenegrina, che oggi sono sfollati prevalentemente in Serbia e Montenegro. Per appropriarsi delle loro case e delle loro terre i truffatori attivi a Peja si accordano con sodali in Serbia che li aiutano a ottenere documenti falsi.

Secondo quanto riportato dal rapporto OSCE, la maggioranza dei documenti contraffatti utilizzati per le compravendite truffaldine provengono da Bar, Berane, Podgorica, Rozaje e Ulcinj in Montenegro, ma anche da Belgrado, Kragujevac, e Smederevo in Serbia.

Un altro avvocato, che vuole mantenere l’anonimato, ammette che le istituzioni e le autorità pubbliche preposte ai passaggi di proprietà immobiliare sono in parte responsabili della situazione e non hanno mai seriamente provato ad arginare il fenomeno. “I pubblici ufficiali addetti alla registrazione di compravendite immobiliari hanno 'chiuso un occhio' sui documenti contraffatti e contrassegnati da falsi sigilli”, sostiene il legale, che si è occupato personalmente di diverse compravendite sospette.

Anche Mehmet Berisha punta il dito contro le istituzioni pubbliche: “Con le mazzette, la corruzione e le minacce fisiche si ottiene sempre ciò che si vuole, e diversi pubblici ufficiali hanno ceduto”, sostiene Berisha.

Le speranze sono ora riposte nei giudici della missione europea EULEX, che dovrebbero aiutare i funzionari locali a gestire il sovraccarico di pratiche legali da affrontare. All’inizio dell’anno è stato nominato un giudice incaricato di gestire esclusivamente le pratiche legate alle compravendite immobiliari, dando la priorità ai casi in cui le vittime sono di nazionalità serba. Secondo stime non ufficiali, finora sono stati risolti circa 30 casi.

Un altro organismo creato per assistere i tribunali locali è la Kosovo Property Agency (KPA). L’Agenzia si occupa delle controversie sugli immobili sorte durante e a causa del conflitto del 1998-1999; inoltre, la KPA continua a fornire assistenza anche dopo che i legittimi proprietari hanno ri-acquisito i diritti di proprietà sulla loro casa.

“L’Agenzia ha un registro di case in affitto che comprende 3618 unità immobiliari: in questo modo, i legittimi proprietari ricevono un'entrata dalla propria abitazione, in attesa di decidere se tornare ad abitarci o utilizzarla in un altro modo”, afferma Kreshnik Sylejmani, addetto stampa della KPA.

Il diritto al rispetto dei beni di proprietà è sancito dalla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali. Secondo quanto riportato dal rapporto OSCE denominato “Trasferimenti Fraudolenti di Proprietà”, a vedersi negato questo diritto da compravendite immobiliari illecite sono solitamente sfollati di etnia serba.

Tali compravendite immobiliari fraudolente costituiscono uno dei principali motivi per cui migliaia di sfollati serbi non possono fare ritorno alle proprie case. Il Danish Refugee Council (DRC) è un’organizzazione che si occupa di queste problematiche e organizza il ritorno volontario dei profughi. "Il nostro approccio potrebbe essere definito 'ritorno sostenibile'", afferma Gramen Taraku, responsabile della sede del DRC a Peja.

“Innanzitutto, analizziamo le reali possibilità che i profughi si ricostruiscano una nuova vita, reintegrandosi appieno nella comunità di origine. Il ritorno viene gestito in collaborazione con il comune, la polizia, la KFOR e altri soggetti attivi nella comunità di provenienza". La DRC inoltre fornisce assistenza ai profughi che si recano nel proprio luogo di origine per riavere i propri documenti, e aiuta chi desidera tornare a casa a riallacciare i rapporti con la comunità di appartenenza.

Complessivamente, i serbi che hanno fatto ritorno alla regione di Peja sono circa 700; di questi, soltanto 30 famiglie sono tornate ad abitare nella cittadina stessa.

Vera Lazovic, dell'Ufficio Comunale per il Ritorno dei Profughi di Peja, fa parte di una di queste famiglie. “Nessuno ha diritto di sfruttare la proprietà altrui in maniera illecita, indipendentemente dall'uso che il legittimo proprietario decide di fare (o non fare) della propria casa o del proprio terreno", afferma la Lazovic.

Il numero delle compravendite "fraudolente" ha recentemente registrato un calo: ciò è avvenuto non solo perché le istituzioni hanno iniziato a combattere il fenomeno in maniera più efficace, ma anche a causa del calo nella domanda di proprietà e case. Il vero e proprio “boom” di compravendite, registrato negli anni dell’immediato dopoguerra e testimoniato dai numerosi avvocati e agenti immobiliari attivi nel settore, è infatti oggi in gran parte scemato.

I responsabili delle compravendite immobiliari illecite sono oggi a piede libero. Quando vengono arrestati, i truffatori scontano pene leggerissime, nonostante il Codice Penale del Kosovo definisca la produzione di documenti falsi un reato. Il rapporto OSCE riporta inoltre che gli stessi individui e le stesse agenzie immobiliari che, dal 2000 in poi, si sono resi colpevoli di compravendite illecite hanno ripetutamente reiterato gli stessi reati, e continuano a farlo.

L'aut aut di Vendola a Bersani


Come fa il Pd a imbarcare Raffaele Lombardo in Sicilia e a scaricare Nichi Vendola in Puglia? Parte così - col lancio di un pesante guanto di sfida al Partito democratico - «Sinistra, ecologia e libertà», la nuova formazione politica nata dall'incontro tra il Movimento della sinistra di Vendola, la Sinistra democratica di Claudio Fava e Fabio Mussi e quella parte dei Verdi fuorisciti dal partito dopo l'ultimo congresso.
Siamo certi, si domanda Fava nel corso della presentazione della prima Assemblea nazionale che si terrà sabato e domenica prossimi a Roma, di parlare lo stesso linguaggio e di condividere la medesima cifra politica? E' duro da digerire l'appoggio che il Partito democratico si appresta a dare al governatore siciliano, all'uomo che vanta il sostegno di personaggi come Stefano Miccichè e Marcello dell'Utri, all'accanito fautore del ponte sullo stretto. E ancor più duro è accettare i continui ostacoli che il Pd frappone alla candidatura di Vendola adducendo ragioni più strumentali (la vittoria alle regionali) che politiche (la costruzione di un'alternativa alla destra). Casi isolati, si dirà, e invece no perché è l'alleanza col Pd sul tutto il territorio nazionale a essere messa in discussione.
«Io non faccio passi indietro - dichiara Vendola - decida il Pd se sostenermi o no e la mia vicenda è emblematica dello stato confusionale del centrosinistra di cui sono il candidato 'naturale'. Questo dato di realtà e di natura può essere mutato col solo metodo delle primarie». E proprio ieri il governatore pugliese ha incontrato Pierluigi Bersani, un colloquio cordiale conclusosi però con un nulla di fatto: al segretario del Pd che gli ha esposte le ragioni che rendono importante la «tessitura di una tela più larga per l'alternativa al governo di destra», Vendola ha risposto con un secco: «A quella tela lavoro da sempre». E mentre Bersani si è preso tempo per riflettare, Vendola è partito senza indugi con la sua campagna elettorale: «Se la politica procede per sortilegi, per esempio con la sparizione di Vendola e l'apparizione di un altro candidato, si tratta di cattiva politica. Quanto alle «tele più larghe', credo che una vera e grande alleanza possa nascere solo dal patto tra un progetto politico e il popolo. Qualsiasi altra alleanza genera gattopardi e se vincono i gattopardi le forze del cambiamento vengono sconfitte».
Di fronte all'aut all'aut di Vendola e tenendo conto dell'appoggio di cui gode da parte della quasi totalità del Pd pugliese, il Partito democratico «potrebbe» ora anche decidere di tirarsi indietro rinunciando alla tanto agognata alleanza con l'Udc che, a sua volta, «potrebbe» anche decidere di «correre da solo».

di Iaia Vantaggiato

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