martedì 22 dicembre 2009

Prosperini, l'assessorato regionale trasformato in suk eritreo


Ecco la confessione dell'imprenditore che ha pagato un milione di euro all'assessore lombardo per vendere otto pescherecci al regime africano: tangenti del 5 per cento finite sul conto svizzero del politico del Pdl. L'accordo con gli eritrei siglato nell'ufficio di Prosperini al Pirellone in un clima da suk.

L'assessorato regionale trasformato in suk eritreo. Con i rappresentanti di un feroce regime dittatoriale africano che trattano affari milionari dentro l'ufficio del leader lombardo della corrente 'Nordestra', che intanto cavalca il razzismo facendo incetta di spot elettorali e interviste anti-immigrati nelle tv locali foraggiate dal suo assessorato. E fuori dalla porta, una fila di imprenditori italiani che sperano di guadagnare appalti d'oro in Eritrea, uno degli Stati più poveri del mondo, grazie alle raccomandazioni a pagamento del politico lombardo, ora in carcere per altre tangenti.

Le accuse di corruzione che mercoledì notte hanno portato in cella Pier Gianni Prosperini (tra cui spiccano la presunta tangente di 230 mila euro pagatagli estero su estero dall'imprenditore televisivo Raimondo Lagostena Bassi e i 200 mila euro di fondi pubblici dirottati alle tv amiche per pagarsi decine di comparsate elettorali) sono soltanto il primo capitolo di un'inchiesta molto più ampia. Motivando le 'esigenze cautelari' che impongono di tenere in carcere l'assessore al Turismo, sicurezza, sport e giovani della giunta Formigoni, il gip Andrea Ghinetti scrive, tra l'altro, che negli ultimi mesi la procura ha avviato altre indagini, delicatissime, per il reato di "corruzione di funzionari di Stati esteri". Il giudice si limita a precisare che per queste tangenti internazionali sono indagati "Prosperini ed altri" e che il pm Paolo Storari e il procuratore aggiunto Alfredo Robledo hanno già interrogato diversi "testimoni e coindagati".

Tra le deposizioni richiamate nell'ordinanza d'arresto, la più importante è la sofferta confessione di un industriale italiano, l'amministratore della "Cantieri Navali Vittoria", un'azienda affermata che fabbrica navi di ogni tipo e dimensione. Quando l'imprenditore viene interrogato, i magistrati milanesi hanno già scoperto che la sua azienda ha pagato fatture per almeno 800 mila euro a una società-schermo: la classica off-shore intestata a un fiduciario svizzero, Domenico Scarfò. Che davanti ai magistrati elvetici ha già ammesso di essere stato usato come intermediario-prestanome per far arrivare i soldi sul conto svizzero dell'assessore lombardo.

Lo stesso deposito all'Ubs di Lugano dove nel 2008 erano finiti i 230 mila euro versati da Lagostena sempre dalla Svizzera, attraverso una triangolazione con una off-shore chiamata "Kenana". E' la stessa Ubs, nella propria documentazione anti-riciclaggio, a indicare formalmente Pier Gianni Prosperini come «beneficiario economico» del conto svizzero di destinazione finale. All'inizio dell'interrogatorio, l'industriale nautico, comprensibilmente restio ad ammettere di aver pagato un politico italiano, cerca di difendersi parlando di una regolare "mediazione internazionale" per vendere 8 modernissimi pescherecci al regime eritreo. Quindi i magistrati e i finanzieri del nucleo di polizia tributaria gli mostrano i documenti che dimostrano il passaggio dei suoi soldi da un'off-shore all'altra (Htk, Finley Service, Chamonix, Willow Overseas): altre quattro società-paravento, intestate al solito fiduciario, che si limitano a far girare i soldi delle fatture, fino all'accredito finale sul conto svizzero di Prosperini.

Quando si sente comunicare che Scarfò ha già ammesso di aver prestato anche quelle off-shore a Prosperini per mascherare la provenienza dei soldi, l'industriale vuota il sacco. E racconta di aver dovuto versare, in totale, circa un milione di euro, tra il 2004 e l 2008, su richiesta dello stesso Prosperini, che aveva preteso di intascare "esattamente il 5 per cento" del valore complessivo dell'affare. Lo stesso imprenditore racconta che Prosperini si era presentato personalmente nel suo cantiere nautico, nel 2004, accompagnato da un codazzo di funzionari eritrei. Il suo discorso era stato molto chiaro: se l'imprenditore voleva vendere quegli otto pescherecci all'Eritrea, doveva pagare la "mediazione" a Prosperini.

In nero, naturalmente, attraverso le false fatture intestate alle off-shore indicate dallo stesso politico lombardo. Per formalizzare l'accordo, nel 2005 l'imprenditore è stato convocato a Milano, nell'ufficio di Prosperini al Pirellone. Qui, con sua grande sorpresa, ha scoperto che nella stanza dell'assessore erano letteralmente accampati i rappresentanti del governo eritreo. Siglati i contratti in un clima da suk, l'industriale ha salutato con un certo imbarazzo il politico anti-immigrati e i suoi amici africani. E quando è uscito dall'ufficio, ha visto che, fuori dalla porta, c'erano in attesa un grossista di camion e una mezza dozzina di altri imprenditori italiani. Tutti in coda per fare affari in Eritrea grazie al mediatore Prosperini.


di Paolo Biondani
Fonte: L'espresso

Finmeccanica e l''insostenibile' rapporto di sostenibilità


Ogni attività umana giuridicamente rilevante ai sensi del presente codice (d.lgs. n. 152/2006 - n.d.r.) deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future.

E' questo che si legge nell'art. art. 3-quater del "codice dell'ambiente" nella sua attuale formulazione e che invito a rileggere qualora non si sia ben compreso. Si tratta di un principio importante: significa che le generazioni attuali dovrebbero astenersi dall'intraprendere attività che minano la qualità della vita delle generazioni future.

Invitato, probabilmente perché inserito in qualche database di qualche gruppo di studio sulla rendicontazione sociale, a fine novembre ho partecipato alla presentazione del rapporto di sostenibilità della Finmeccanica presso l'Università del Sacro Cuore a Milano.
La presentazione è stata molto interessante, tutta tesa a mostrare il volto green della Finmeccanica ad una platea costituita da molti studenti universitari in una sala sold out.
Gli interventi che si sono succeduti erano tesi a mostrare quanto stia aumentando l'interesse verso i temi legati alla sostenibilità, soprattutto da parte delle società di rating aziendali, le cui valutazioni guidano le scelte degli investitori.
In realtà questo è vero: uno dei parametri che un investitore deve prendere a base è quello della "continuità aziendale" cioè della capacità dell'azienda a continuare la propria attività, anche senza recare danno ai terzi, ipotesi che farebbe venir meno la redditività dell'investimento.

Terminata la presentazione, il moderatore invita a proporre domande. Alzo la mano, mi danno un microfono, mi presento come "tecnico", perché nel lavoro che svolgo mi confronto spesso con temi di rendicontazione sociale.
Contesto ai relatori la completezza del rapporto. Eppure sono più di 140 pagine... cosa manca ad un rapporto di questo peso?
La mappa degli stakeholder è incompleta: manca il riferimento allo stakeholder finale della produzione aziendale.
Ma prima di entrare nel vivo, è meglio, per i non addetti ai lavori, sapere cos'è (o meglio: chi è) uno stakeholder: si può tradurre il termine inglese con "portatore di interessi", cioè quella persona che è coinvolta, per varie ragioni, dal e nel processo produttivo aziendale. Sono perciò stakeholder i clienti, i fornitori, i dipendenti, lo Stato, la comunità che vive attorno agli stabilimenti ecc..
Affermare che la mappatura degli stakeholder è incompleta, tecnicamente significa che il bilancio/rapporto non è completo perché non prende in considerazione, nel bene o nel male una categoria di soggetti che è interessata dall'attività dell'impresa.
Per un'impresa la cui produzione è pressocché rivolta ai sistemi di armamento, parlare deglistakeholder finali di riferimento sarebbe parlare delle persone che, prima o poi, sperimentano quei sistemi di armamento sulla propria pelle.
Non si tratta di un approccio ideologico alla questione.
E' semplicemente un dato oggettivo.

Le mie osservazioni si sono spinte oltre perché nel rapporto si parla diffusamente di una serie di precauzioni prese nell'ambito del sistema di governo (governance) della società, affinché tutto il processo decisionale sia costantemente sotto controllo affinché sia scongiurato il pericolo di attività illegali o eticamente non corrette.
In realtà non appare chiaro il rapporto che c'è tra la Finmeccanica e la controllata americana DRS Technologies che è uno dei primi partner del Pentagono, laddove invece è chiaro che la casa madre italiana avrà difficile accesso ai progetti "classificati" e sviluppati dalla controllata americana. E quindi la domanda è: fin dove arriva il controllo della casa madre italiana?

L'altra osservazione si riallaccia alla prima: se gli elicotteri da attacco A129 della Agusta-Westland sono rivenduti alla Turchia che ne produrrà anche in proprio una versione a proprio uso e consumo, siamo proprio sicuri che prima o poi non li userà nell'ambito del conflitto con i curdi? Ecco che la prima osservazione ritorna perentoriamente in scena: i curdi sono un esempio di stakeholder finali di riferimento.

La risposta di Umberto Malusà, direttore della comunicazione della Finmeccanica non è convincente: dello stakeholder di riferimento dice poco o nulla, ma spiega invece che esistono delle procedure stabilite a tutela dei segreti militari e che sono rigidamente seguite proprio per la delicatezza del tipo di produzione dell'impresa. Comprensibile la risposta, ma proprio perché vi sono dei segreti militari, non è chiaro fin dove possa arrivare il controllo della casa madre sulla controllata. Il problema è tutto lì e quindi se nel rapporto si dice che la casa madre controlla ogni processo decisionale, si dice una cosa non del tutto vera.
Sulla questione degli elicotteri ceduti alla Turchia, Malusà invoca la legge 185/1990, cioè la legge che in Italia regola la produzione e il commercio delle armi e dei sistemi di armamento.

Ma la questione che risulta irrisolta è che, se prendiamo quanto è affermato nel d.lgs. 152/2006, TUTTA la produzione dell'industria delle armi è esattamente contraria al concetto di sostenibilità, poiché le generazioni attuali traggono vantaggi da un'attività svolta che però mina alla base il benessere delle generazioni future. Ne sanno qualcosa proprio i curdi ma anche tutte quelle popolazioni che in modo o nell'altro sono coinvolte in un conflitto.
Anche se un sistema d'arma è costruito con intenti difensivi, tale sistema è e resta comunque un'arma che, se utilizzata, è destinata a distruggere obiettivi che spesso sono costituiti da persone. Cioè quegli stakeholder finali di riferimento dei quali, come ho affermato prima, nulla si dice nel rapporto.
Semplificando il tutto, si può affermare che anche se si dimostra che la produzione di sistemi d'armamento avviene secondo criteri del "do more with less - fai di più con meno" e quindi risparmiando energia e materie prime, ciò che si ottiene è sempre un qualcosa che è destinato, incontrovertibilmente, a minare il benessere delle generazioni future.
Ma prima ancora delle generazioni future, occorrerebbe considerare che è la guerra, anche se non combattuta con armi nucleari, ad essere insostenibile dal pianeta Terra. Basti pensare all'estensione dei territori resi improduttivi perché infestati da residuati bellici, all'avvelenamento da nano-particelle.
Si può giungere ad un'ulteriore semplificazione: parlare di rapporto di sostenibilità in un'impresa che produce armamenti è un ossimoro, una contraddizione in termini.
E' proprio un peccato che tante energie e risorse siano spese per un'operazione di greenwashing.
Ed è stato un peccato che nessuno studente abbia detto qualcosa sul tema. Come dire... è mancato il senso critico che un tecnico dovrebbe sempre avere a disposizione.

di Gianpaolo Concari

Fonte: PeaceReporter

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