venerdì 25 dicembre 2009

Honduras, Natale con il golpe e la dittatura


L'Honduras è piegato da una dittatura, legittimata da elezioni fasulle, volute e gestite da una giunta golpista, che il 28 giugno 2009 ha rovesciato il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya, con un colpo di stato militare che ha seminato repressione e violenza. Eppure, dopo impacciati tentativi di mediazione internazionale, la decisione emersa da urne disertate dal 60 percento degli elettori e da tutti i deputati d'opposizione, tiratisi indietro per gridare al mondo la gravità della farsa, sono state avallate da Stati Uniti e suoi paesi satellite, fra cui l'Italia. Che hanno salutato Porfirio Lobo come il presidente della nuova democrazia honduregna. Peccato che il presidente cacciato dal colpo di stato, Manuel Zelaya, che la maggioranza degli honduregni riuniti dietro il Fronte di resistenza al golpe considera l'unico legittimo, resti rinchiuso nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, alla faccia del ritorno alla legalità. E nel frattempo la repressione violenta dell'esercito continua, mietendo vittime.
A tirare le fila, i soliti noti dell'oligarchia economica del paese, legati a doppio filo ai falchi Usa, disseminati con poche distinzioni a destra e a manca, tra repubblicani e democratici. Che, nonostante la condanna unanime dei paesi progressisti latinoamericani, legittimano l'illegalità, brindando al fantasma della democrazia. Ma gli honduregni non ci stanno. E, non solo vogliono Zelaya al potere, non riconoscendo Lobo e dintorni, ma pretendono che il paese arrivi a un'assemblea costituente, che riformi alle radici un paese agonizzante.
Riproponiamo la voce di Betty Matamoros, responsabile del settore internazionale del Frente contra el golpe en Honduras, che abbiamo incontrato per capire implicazioni e retroscena di un golpe tutt'ora vivo e vegeto.

di Stella Spinelli

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe"


Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

di Pier Paolo Pasolini

Fonte: Contropiano.org

Stato-Mafia: troppi aspetti oscuri


Colpita duramente l’ala militare ma ci sono troppi aspetti oscuri sulle connessioni tra pezzi degli apparati dello Stato e alcuni latitanti, soprattutto Provenzano.

Il decennio si conclude con una notizia, ripresa da pochissime testate giornalistiche e largamente sottovalutata, che fa tremare le vene ai polsi. Fra i pizzini e i documenti sequestrati al boss di Cosa nostra Domenico Raccuglia a Calatafimi il 15 novembre scorso, durante la sua cattura avvenuta dopo 13 anni di latitanza, c’è traccia della preparazione di un attentato. Non un omicidio qualunque, un regolamento di conti, ma un attentato di alto livello con tanto di autobomba. Per uccidere “un pezzo grosso? Rivali? Oppure figure della magistratura o della politica? Addirittura l’Espresso ha ipotizzato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Evidente che un’operazione del genere non potesse che essere coordinata e decisa insieme a quelli che sono a tutti gli effetti i vertici dell’organizzazione mafiosa, ovvero il trapanese Matteo Messina Denaro e l’agrigentino Giuseppe Falsone. Raccuglia, uomo di fiducia di Giovanni Brusca e di Leoluca Bagarella, salito al rango di capo grazie alla propria cautela e alla propria spietatezza, e poi Denaro e Falsone, uomini della stagione delle stragi. Che questi personaggi volessero riaprire una stagione stragista a 17 anni da quelle del 1992-93 dimostra due fatti: che nonostante l’“immersione” (l’invisibilità dell’organizzazione teorizzata e messa in pratica da Bernardo Provenzano), Cosa nostra ha mantenuto in piedi la sua struttura militare; e che i successi dello Stato verso l’ala militare e i boss latitanti grazie alle tante catture a partire dall’operazione “Gotha” del 2006 hanno rimesso in moto la paura, l’esigenza del conflitto diretto, della violenza come risposta alla legalità.

La trattativa

Messaggio chiaro, quello che volevano mandare i boss all’Italia. E che questa scoperta, il progetto di un nuovo attentato “eccellente”, arrivi proprio quando si stanno riaprendo le indagini sulle stragi del 1992-93 è anche indicativo di un nuovo clima, di una nuova tensione che, da latente e irrisolta, riemerge. Come riemerge, del resto, anche la vicenda della trattativa fra Stato e mafia, la quale, apprendiamo, non è mai terminata, è diventata elemento dinamico e progressivo, si è evoluta. Nonostante i grandi successi della polizia e della magistratura nella cattura di gran parte di quella che è stata la mafia stragista. Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di altri testi (fra cui il fratello Giovanni) e di collaboratori di giustizia in questo ultimo anno, hanno cominciato ad alzare il velo su una fase oscura, forse mai veramente conclusasi, della nostra Repubblica. Scoprire, oggi, che non solo la trattativa ci fu, ma che venne condotta da pezzi importanti dello Stato da un lato e da Bernardo Provenzano dall’altro, lui, uno dei protagonisti indiscussi, da quello che emerge, e che alla fine fossero a conoscenza del processo in atto ben più che pochi “pezzettini” marginali, come appare dagli improvvisi ritorni di memoria di tanti esponenti politici e funzionari dello Stato di allora: tutto questo lascia, oggi, molto più allarmati di quello che una democrazia si possa permettere.

Allarmati, più di quanto ci si potesse aspettare prima che iniziasse la pioggia di dichiarazioni, da Ciancimino a Spatuzza. Perché anche su queste catture ci sono tanti interrogativi irrisolti, in particolare sul mancato arresto a Mezzojuso nel 1995 di Bernardo Provenzano, o meglio il mancato intervento dei Ros (Reparto operativo speciale dei carabinieri) per cui sono sotto processo a Palermo il generale Mario Mori (per un periodo anche capo del Sismi) e il colonnello Obinu.

L’enigma Ros

Gli stessi Ros guidati oggi dal generale Giampaolo Ganzer, attualmente indagato per associazione a delinquere, e, nonostante la gravità dell’accusa, tuttora in carica. Il generale Ganzer e alcuni suoi uomini sono imputati a Milano per traffico di droga. Una vicenda che non sembrava poter avere un riscontro processuale. Istruito all’inizio dal pm di Brescia Fabio Salamone, il fascicolo aveva infatti conosciuto un gioco al rimbalzo durato anni tra procure della Repubblica per approdare in Cassazione ed essere quindi assegnato a Milano. Sono almeno venti i militari, tra ufficiali e sottufficiali, che avrebbero sistematicamente violato le norme che disciplinano le operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti in proprio. E non solo. Arresti, obbligatori, di latitanti sarebbero stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all’autorità giudiziaria che comunque sembra avere anch’essa le sue belle responsabilità per mancato intervento. E poi i soldi, tanti. Centinaia di milioni di lire di denaro contante frutto di sequestri durante le operazioni sarebbero stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. Le accuse dei pm milanesi al generale Ganzer sono terribili. Addirittura la Procura di Milano annota: il gruppo aveva connotazioni di «associazione per delinquere armata». Tutta questa vicenda, se non in qualche raro caso, non è arrivata sulle pagine dei giornali. Ma se la inseriamo in quello che sta emergendo oggi, con gli intrecci degli anni 90 fra pezzi dello Stato ed entità esterne, quando guardiamo al processo Mori-Obinu a Palermo, quando constatiamo quante corrispondenze ci siano fra gruppi e persone e funzioni in casi come quelli delle “centrali” di spionaggio in Telecom con Tavaroli e oggi in Wind con Cirafici, la preoccupazione diventa inevitabilmente allarme.

Sarà un caso, ma sia Giuliano Tavaroli sia Salvatore Cirafici prima di diventare responsabili della sicurezza rispettivamente di Telecom e di Wind erano anche loro dei carabinieri. Come sarà anche casuale che uno dei protagonisti della nuova vicenda relativa alla “centrale”, il maggiore Enrico Maria Grazioli, sia un carabiniere anche lui, e che sia indagato per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento. Grazioli, inoltre, era spinto da Cirafici a entrare nell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) come suo uomo di fiducia e prima di essere indagato ricopriva, al tempo delle indagini “Why Not” e “Poseidone” condotte dall’ex pm Luigi De Magistris, l’incarico di comandante del Nucleo investigativo di Catanzaro. Dice della sua attività in quel periodo il maggiore Grazioli: «Il timore paventato da Cirafici – racconta oggi agli inquirenti – era determinato dal fatto che aveva, a cagione del suo ruolo presso la Wind, la disponibilità di schede telefoniche non intestate e non riconducibili ad alcuno; erano quindi delle schede “coperte”». Schede che Cirafici aveva «date per l’uso – aggiunge – anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano». Lo stesso Grazioli partecipò, per giunta, al sequestro del cosiddetto “archivio Genchi”, dove, a quanto risulta dalla cronaca giudiziaria di questi giorni con lo scandalo della security Wind, vi erano dati e riscontri su attività che lo riguardavano direttamente.

Dopo Provenzano

La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Per capire l’enormità della scoperta, basti leggere cosa scrive Matteo Messina Denaro a un tal Svetonio (Svetonio è Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, arruolato dai servizi per fare da esca al latitante e tendergli una trappola): «Se lo avessi davanti gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe – si legge nella lettera in mano agli inquirenti -. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano (…). D’altronde non avevo a che fare con una persona inesperta ed ero tranquillo anche perché io non ho lettere conservate di alcuno. Quando mi arriva una lettera, anche di familiari, rispondo nel minor tempo possibile e subito brucio quella che mi è arrivata. Tutto mi potevo immaginare, ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta. E forse ci sono le copie di quello che lui diceva a me, ma questa è solo un’ipotesi. Ormai c’è tutto da aspettarsi; siccome usava la carta carbone, può anche darsi che si faceva le copie di quello che scriveva a me e se le conservava, ma ripeto, questa è solo una mia ipotesi poiché ormai mi aspetto di tutto».

Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche dei Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Catturandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Racconta un membro della squadra: «Per garantirsi la libertà il latitante spende enormi quantità di denaro. La sua pericolosità risiede anche in questo. Attorno a lui si concentra questa enorme macchina di produzione illecita di denaro. Per catturarli bisogna spendere altrettanto, se non di più. È matematico». Spendere di più? Si apprende in questi mesi che agli uomini della Catturandi non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo.

Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis. C’è poco da gioire scoprendo che gli uomini della mobile per catturare Raccuglia si sono trovati a utilizzare risorse di altri reparti, ralentando indagini di altri settori, per benzina e spese di trasferta in provincia di Trapani ed eseguire l’arresto di un boss che, lo ripetiamo, aveva una capacità militare impressionante, in grado perfino di fare una strage con un’autobomba a Palermo.

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

Fonte: orsatti.info

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