lunedì 28 dicembre 2009

2009 - Annus horribilis: il medioevo dei diritti tra razzismo, pacchetto sicurezza e respingimenti


L’anno che va chiudendosi merita di essere raccontato, fissato negli annali dei nostri pensieri, perché sono tante, troppe, le novità che lo hanno caratterizzato ed i segni indelebili di scelte folli che sono una eredità pesante per il nostro futuro.

Un anno orribile in un decennio altrettanto malefico in cui, con l’introduzione della legge Turco Napolitano fino al pacchetto sicurezza dell’ultimo agosto, è stata disegnata la forma di governo (o meglio, i tentativi di controllo e mala gestione) dei fenomeni migratori nel nostro paese: processi secolari, inarrestabili, complessi e variabili, che si confrontano quotidianamente con tentativi più o meno posticci di gestione, di management, di avversione. Ma soprattutto vite di uomini e donne, comprese quelle nostre, che sono costrette a subire le conseguenze di leggi ingiuste, che producono scenari di invivibilità generalizzata.

Prima il testo unico del ’98, poi la legge Bossi Fini del 2002 avevano abbondantemente tracciato il solco, ma ciò che quest’anno è accaduto ha sicuramente accentuato i caratteri peggiori di una legislazione già tremendamente ingiusta e di una politica che sull’immigrazione ha scelto di giocare la pericolosa partita del consenso.

Già nei primi mesi dell’anno abbiamo affrontato il dibattito sulla cancellazione del divieto di segnalazione da parte del personale sanitario nei confronti degli stranieri senza permesso di soggiorno, che ci aveva in qualche modo introdotti in una dimensione in cui apparivano chiare la crudeltà e la volontà di superare il limite, anche quello della ragione, da parte del legislatore. Poi la questione ancora irrisolta dei presidi-spia, ha confermato tutta la precarietà delle garanzie messe su carta da tutte le convenzioni e le dichiarazioni internazionali che mai purtroppo hanno però trovato forme e dispositivi in grado di trasformarle in vincoli materiali.

E poi i respingimenti, la battaglia del mare, la guerra spettacolare quanto illegale della frontiera Sud, la "riconsegna" di uomini e donne in fuga alla Libia delle torture, messa in campo violando ogni tipo di obbligo in materia di asilo e di diritto internazionale, accompagnata dai respingimenti silenziosi, ma altrettanto illegittimi, portati alla luce anche dalle inchieste del Progetto Melting Pot Europa, effettuati nei porti dell’Adriatico.
Un tassello fondamentale per comprendere la crudeltà, l’arbitrarietà e la brutalità delle attuali politiche di controllo dell’immigrazione.

Ma l’anno in corso è stato soprattutto segnato dall’approvazione del pacchetto sicurezza, del reato di ingresso e soggiorno irregolare, insieme ad una serie di norme disumane nei confronti degli irregolari e altrettanto barbare nei confronti di chi un permesso ce l’ha, ma oggi più di prima è messo nella condizione di perderlo in ogni istante.

Questa traccia, questo sfondo spietatamente disegnato all’interno di uno scenario di crisi economica che accentua le divisioni e inasprisce le tensioni, anche e soprattutto all’interno dello stesso corpo sociale, è stata poi la base su cui hanno trovato fondamenta molti tra i tanti episodi e avvenimenti che hanno caratterizzato l’anno in corso.
Il white christmas o i parcheggi gratuiti per i soli italiani, le ordinanze e le delibere discriminatorie messe in campo da comuni e provincie, gli autobus gabbia anti-clandestini, i cori razzisti negli stadi, i pestaggi nelle notti dei quartieri o quelli alla luce del sole dei ritrovi leghisti, sono segni piuttosto inequivocabili di un presente carico di tensione.

L’immigrazione è scontro, lo è perché sempre i processi di mutamento, di confronto tra identità, di impoverimento e di precarizzazione producono fratture che non conoscono ricette facili per essere ricomposte. Ma all’interno di questo scenario contemporaneo non sentivamo certo il bisogno di queste tristi ingiuste e spietate leggi che ci ha regalato il 2009.

Fonte: Meltingpot.org

Paparcuri e l'archivio di Falcone


Diciassette anni dopo, i misteri che avvolgono la morte di Giovanni Falcone sono ancora dentro i suoi computer, quelli che furono trovati manomessi al ministero della Giustizia, all'indomani della strage di Capaci. Oggi, un testimone davvero particolare racconta a Repubblica Palermo che prima di lasciare Palermo il giudice si era fatto predisporre una copia delle memorie dei suoi computer: vennero sistemate in un centinaio di floppy-disk. Ma solo ottanta ne sono stati trovati dopo la strage, nell'ufficio di Falcone in via Arenula. E nessuno, prima di oggi, sospettava che ce ne fossero altri.


Il testimone racconta pure che il giudice utilizzava una piccola scheda Ram, un'estensione di memoria, con il suo palmare Casio, il minicomputer che qualcuno tentò di cancellare dopo l'esplosione di Capaci. E neanche la scheda si è mai trovata. Forse, tra i floppy e la ram-card c'era il diario segreto di Falcone, di cui hanno parlato...

alcuni suoi colleghi e la giornalista Liana Milella, a cui il magistrato aveva consegnato due pagine di appunti. Ora sappiamo per certo che qualcuno trafugò delle prove dall'ufficio di Falcone al ministero della Giustizia.

Ha il volto stanco l'uomo che parla per la prima volta di Falcone e della sua fissazione per i computer. È Giovanni Paparcuri, ha 53 anni, è l'autista sopravvissuto alla strage del giudice Chinnici che Falcone e Borsellino vollero accanto, nel 1985, per informatizzare il maxiprocesso: «Ho resistito al tritolo della mafia - racconta - poi, per anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra. Successivamente, ho creato una banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti. Ora ho deciso di andare in pensione perché da qualche anno ormai sembra che il mio lavoro non interessi più il ministero della Giustizia, che preferisce pagare profumatamente alcune ditte esterne per gestire la banca dati dell'antimafia». Paparcuri è amareggiato: «Mi mandano in pensione, il 31 dicembre, con la qualifica di commesso».

Nessuno dei magistrati che nel tempo si sono occupati delle indagini per la strage di Capaci ha mai chiamato Paparcuri a testimoniare. Anche lui si stupisce. Eppure, il racconto di uno dei più stretti collaboratori di Falcone e Borsellino si sarebbe potuto rivelare importantissimo per l´avvio dell'inchiesta, quando i consulenti dei pm, Genchi e Petrini, segnalarono alcune manomissioni nei file di Falcone.

Nella stanza di Paparcuri c'è aria di smobilitazione. Ma i magistrati della Direzione antimafia cercano ancora il commesso-esperto informatico per una verifica dentro la banca dati. «Ho preso la mia decisione - dice lui - l'amministrazione della giustizia mi ha deluso. Continuo ad attendere il risarcimento per quello che ho subito nel 1983».

Adesso, Paparcuri sta dando le ultime consegne ai colleghi più giovani, perché la banca dati non si fermi neanche un istante. Ma sarà un'altra cosa senza il suo ideatore, che a lungo è stato il custode di un pezzo di memoria di Giovanni Falcone. Paparcuri stringe fra le mani i libri che il magistrato gli regalò prima di partire per Roma. «Tre anni fa - racconta - sono tornato a sfogliarli e ho trovato un biglietto della dottoressa Morvillo. Diceva: "Giovanni amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore". Firmato: Francesca». Paparcuri guarda fisso quel cartoncino: «Un giorno il giudice Falcone mi disse che dovevo andare in un noto negozio di elettronica, a trovare un suo amico fidato, per potenziare il databank Casio. Io, naturalmente, non so cosa ci fosse dentro i suoi computer - spiega Paparcuri - però so per certo che su quei cento dischetti ho scritto io le etichette. In quei cento dischetti c'era l'archivio di Giovanni Falcone».

di SALVO PALAZZOLO

Fonte: Pressante.com

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