martedì 29 dicembre 2009

L’Europa, la Germania e il proletariato tedesco


Sono sempre meno gli illusi che vedono nell’Unione Europea la soluzione di tutti i problemi. Ma s’inganna anche chi vede i difetti di questa gigantesca costruzione, ma si attende ancora qualche vantaggio. Vede la pesantezza dell’apparato burocratico, la struttura oligarchica, il parlamento senza poteri, la cui esistenza è octroyée, concessa, non più dal re, ma dal capitale finanziario. Vede il peggioramento delle legislazioni sociali, con un livellamento verso il basso, e il servilismo verso le multinazionali, esemplificato dall’accettazione dei prodotti OGM (organismi geneticamente modificati), contro la volontà della stragrande maggioranza della popolazione. Ma pensa che l’Unione Europea almeno preservi i paesi europei dalla guerra e dall’ascesa di regimi totalitari.

Nessuna struttura federale o confederale ha mai evitato le guerre. Non solo ci sono solo gli esempi ottocenteschi della guerra del Sonderburg in Svizzera o di quella di secessione americana. Abbiamo visto il crollo dell’Unione Sovietica (che ben poco aveva a che fare ormai con l’organismo rivoluzionario dei tempi di Lenin), con la guerra cecena, la distruzione della Jugoslavia, su cui pesarono anche i finanziamenti e i “doni” di armi della ex DDR, concessi dalla Germania unita (con le benedizioni di Wojtyla) alla Croazia.

Quando sorge un problema internazionale importante, l’Europa si divide in due o più parti. Allorché Germania e Francia dimostrarono scarso entusiasmo per la guerra irachena, gli USA fecero leva sulla nuova Europa, da contrapporre alla vecchia, non abbastanza succube ai comandi di Washington. La diplomazia ha poi riattaccato il vaso rotto col mastice della più trita retorica europeista e atlantica, ma nulla vieta di pensare che, in una situazione più incandescente, certe liti possano avere soluzioni militari. I recenti eventi georgiani, con le regioni di Ossezia del sud e Abkhazia, insegnano, almeno a chi desidera capire, che uno stato plurietnico può sempre andare a pezzi. Abbiamo eccezioni come la Svizzera, ma perché la convivenza di popoli diversi possa divenire la regola, occorre abbattere il capitalismo.

Questi contrasti tra potenze non hanno impedito ai paesi “critici” dell’avventura irachena di precipitarsi, insieme con gli amici dell’America, all’asta del petrolio di Bagdad. Le russe Lukoil e Gazprom, la cinese Cnpc, Petronas, Total, Shell, Exxon Mobil, British Petroleum, la statunitense Occidental Petroleum Corporation e la sudcoreana Kogas. E l’ENI, vessillo dell’imperialismo italiano. Uno spettacolo edificante. Alla faccia di chi vede in Russia e Cina, o nell’Europa unita un freno all’imperialismo americano. Si spartiscono le spoglie dell’Iraq, come i soldati romani, all’ombra della croce, si giocavano a dadi le vesti di Cristo.

Il nazionalismo non è superato negli stati plurinazionali, federazioni, confederazioni, ecc., prende solo forme diverse. Nell’Unione Europea, inoltre, fiorisce il più volgare regionalismo, localismo, comunalismo, parrocchialismo, di cui la Lega è una degna rappresentante, e di cui il paese dei balocchi, la Padania, è il modello fantasy. Si brandisce il crocifisso come arma impropria per colpire gli immigrati musulmani.

Inutile pensare che l’Europa preservi dai regimi autoritari. Fascismo e nazismo affermavano apertamente il loro dispotismo, oggi si può fare la stessa politica in nome della democrazia. Si condanna a parole la discriminazione etnica, ma la si pratica verso gli immigranti, e si inneggia ad Israele che realizza l’Apartheid e affama i palestinesi. Nei paesi baltici si discriminano le minoranze russe e si rivalutano i nazisti. L’esempio viene dall’alto. Nel 1984 Reagan, accompagnato da Kohl, a Bitburg depose una corona di fiori su una tomba di SS.

Per l’Italia, ci fu chi s’illuse che l’Europa mettesse un limite alle cosiddette riforme di Berlusconi, fermasse la xenofobia della Lega, o le pesanti intromissioni del Vaticano.

In realtà, ci fu chi individuò i caratteri reazionari del federalismo europeo fin dalla gestazione. In un articolo del 1950, Amadeo Bordiga, dopo un’ampia analisi storica della natura antimarxista del federalismo, disse che il movimento federalista europeo mascherava un’organizzazione di guerra a comando extraeuropeo e che nello stesso tempo era una garanzia, mediante un sistema di polizie, contro il sorgere di comuni rosse a Parigi, a Milano, a Bruxelles o a Monaco.

Soprattutto si trattava di mettere in catene il formidabile proletariato tedesco, la cui vittoria era la condizione essenziale della rivoluzione europea. Per Lenin, Trotsky, lo stesso Bordiga e tutta l’Internazionale Comunista, la rivoluzione russa avrebbe potuto avanzare ulteriormente e diffondersi solo se ci fosse stata la vittoria proletaria in Germania. In seguito, la teoria del socialismo in un solo paese sostituì all’internazionalismo proletario lo sciovinismo grande russo. Lenin, con l’occhio fisso alla Luxemburg e a Liebknecht, lavorò per l’opposizione alla guerra e la fraternizzazione tra i soldati dei fronti contrapposti, e vide un pericolo mortale ogni cedimento al nazionalismo imperialista. Tornato in Russia, indignato per i cedimenti della Pravda verso i menscevichi, il governo provvisorio e la guerra, definì Stalin uno “sciovinista cosacco”. Bella espressione! Come si attaglia perfettamente ai militaristi di oggi, da La Russa a D’Alema e a Bush Terzo Obama, premio Nobel per la pace eterna!

Sempre Bordiga chiarì che la divisione della Germania in 4 zone d’occupazione non aveva lo scopo di impedire il ritorno del nazismo, ma di scongiurare un’ondata di lotte proletarie, come quelle che nel primo dopoguerra portarono milioni di operai in piazza sotto la guida di Rosa e di Karl, di Leviné, di Jogisches, e di cento altri grandi agitatori e propagandisti, e che fecero tremare l’Europa borghese.

Se il Patto atlantico aveva lo scopo, come disse Lord Ismay, primo segretario generale dell’Alleanza, di «tenere i russi fuori, l’America dentro, e la Germania sotto», il federalismo europeo aveva una funzione analoga, creare un involucro nel quale l’economia tedesca potesse svilupparsi, a patto della rinuncia ad essere un protagonista della politica mondiale. Non a caso si definì la Germania un gigante economico e un nano politico.

Il nazismo era indissolubilmente legato alla grande industria e alla finanza, tedesca e americana. Tra gli amici del nazismo troviamo Ford, il nonno di Bush, la IBM, che si incaricò della schedatura degli ebrei, come dimostra Edwin Black nell’ormai classico “L’IBM e l’olocausto”. La Coca Cola produsse in Germania la Fanta, la General Motors, il cui presidente definì la Germania nazista “il miracolo del XX secolo”, lucrò somme enormi con la Opel. Quando Colonia fu rasa al suolo, la fabbrica della Opel rimase un’oasi di pace, e destino analogo toccò alla stragrande maggioranza delle fabbriche a capitale americano. A volte, invece della fabbrica, si bombardavano le baracche degli operai. Lo slogan rivoluzionario “Guerra ai castelli, pace alle capanne” capovolto. Quando la guerra finì, il capitale americano si riprese le sue fabbriche pressoché intatte.

Alla fine della guerra, c’era tra la popolazione la consapevolezza dei legami tra il capitale e il nazismo, e persino la destrissima CDU (Unione Cristiano Democratica) era costretta a tuonare contro il capitale. Poi si crearono spiegazioni fittizie, vere e proprie leggende metropolitane, per cui gli orrori del nazismo e della guerra vennero spiegati con la pazzia di Hitler, o con la nascita di una organizzazione criminale, o col carattere peculiare del popolo tedesco. I grandi industriali e finanzieri, tedeschi e americani, ma non solo, e i leader che avevano trescato con fascismo e nazismo, si mutarono in antifascisti con effetto retroattivo, e si criminalizzò il popolo tedesco, e persino il suo proletariato. Eppure, l’elenco dei tedeschi vittime del nazismo è impressionante. Già nei primi tempi furono comminati 600.000 anni di galera. Dal 1933 al 1938 ci furono 12.000 condanne a morte. Nel 1939 c’erano 302.562 detenuti politici e 2 milioni registrati dalla Gestapo. Nel 1942 vi furono 10 condanne a morte ogni giorno, e al processo di Berlino del 1943 310 condanne capitali.

Con la guerra fredda, si sostenne che la divisione della Germania era voluta dall’URSS. Stalin ha gravissime colpe, ma non questa. Voleva una Germania unita e disarmata, che provvedesse al risarcimento degli enormi danni di guerra. In realtà, tutto questo era impossibile, perché, ha calcolato lo storico Clive Ponting, la guerra rappresentò 25 anni di PIL perduto.

Gli Stati Uniti non volevano che la Germania pagasse, se lo avesse fatto, non avrebbe potuto assorbire le importazioni americane. La IBM, le filiali della General Motors e della Coca Cola temevano di essere costrette a contribuire al risarcimento, quindi si misero a gridare che non bisognava finanziare il comunismo. Le industrie a proprietà americana erano quasi tutte nella parte occidentale, quindi non ci si rimetteva se si lasciava l’est alla Russia. L’URSS ebbe dalla Germania occidentale solo 600.000 milioni di dollari circa, soprattutto in macchinari, ma la piccola Germania orientale dovette pagare circa 4 miliardi e mezzo di dollari, e questa moneta valeva assai più di oggi. La somma del risarcimento delle due Germania, tuttavia, non superò il 4% dei danni effettivamente subiti dall’URSS.

Ufficialmente, gli Stati Uniti non chiesero risarcimento, ma prima di lasciare ai russi certe zone della Turingia e della Sassonia, vi fecero una razzia epocale, rapendo anche un grande numero di scienziati e di tecnici, che furono portati nella Germania occidentale.

Il bottino USA in tutta la Germania è enorme: brevetti e informazioni tecniche a non finire, riguardanti il procedimento per estrarre la benzina dal carbone, il tunnel del vento, la gomma sintetica, il registratore a nastro, tecniche di sviluppo fotografiche, di ottica, ceramiche e chimica, microscopi elettronici, condensatori elettrici, il procedimento per estensione a freddo dell’acciaio, solo per indicarne alcuni. Si portarono via von Braun e gli scienziati che avevano fabbricato le V2, le antenate dei moderni missili.

Asportarono anche l’oro rubato dalle SS agli ebrei, almeno quello che non era finito in Svizzera.

Con i guadagni di queste enormi rapine, che facevano impallidire tutte le gesta di pirati, avventurieri, conquistadores dei secoli passati, le banche e le imprese americane potevano permettersi di finanziare la ripresa tedesca. Non regalavano niente, al contrario di ciò che sosteneva la propaganda del “mondo libero”. Le imprese a controllo americano sciolsero i consigli operai, i “liberatori” rimisero in sella direttori e borgomastri deposti perché fascisti. Sparirono monumenti, lapidi, vie intestate alle vittime dei nazisti, e a Berlino Ovest una strada fu intestato a John Foster Dulles, amico dei fascisti da vecchia data. Alla chiesa furono conservati i privilegi concessi dal concordato col governo nazista, ad esempio la tassa ecclesiastica raccolta dallo stato.

I due tronconi della Germania iniziarono una corsa all’accumulazione del capitale tra le più rapide di tutti i tempi. Il saggio di profitto era alto, perché le distruzioni della guerra avevano svalorizzato i macchinari. Era come ripartire da zero, per quanto riguarda l’accumulazione, però con una manodopera specializzata a prezzi bassi, e un mercato che aveva bisogno di tutto. E’ noto che le guerre ringiovaniscono il capitalismo. Non è un caso se i paesi dell’Asse, gravemente devastati dalla guerra, ebbero un boom strepitoso.

Se in occidente le ricchezze rubate in Germania riapparvero sotto forma di investimenti americani, la piccola Germania orientale dovette ricostruire i capitali con sforzi enormi, e pagare anche le indennità di guerra. Questo spiega in parte il lungo permanere del lavoro a cottimo, la pesante pressione politica, le fughe in occidente, l’insurrezione del 1953, la costruzione del muro.

Al momento dell’unificazione, la Germania orientale subì un altro brutale saccheggio, perché molte industrie furono svendute o chiuse, e una disoccupazione massiccia si sviluppò in quelle zone, costituendo così un’armata di riserva che contribuì a frenare l’ascesa salariale nella parte occidentale.

Tutti gli “amici” del popolo tedesco si rivelarono contrari all’unificazione. Gorbaciov disse che era intollerabile l’unificazione e l’uscita dal patto di Varsavia, poi dovette addolcire i toni. Per gli USA, Baker disse che una cosa era la libera circolazione delle persone, un’altra l’unificazione, il più creativo Giscard D’Estaing disse che bisognava unire i tedeschi, non la Germania, contrario anche Andreotti, Mitterand parlò di fallimento del comunismo, e disse che i tedeschi dovevano capire che, essendo scosso l’equilibrio, se non si creava un nuovo ordine, la situazione poteva diventare pericolosa.

Dei documenti che il Foreign Office di Londra ha reso pubblici, dieci anni prima del previsto, il Süddeutsche Zeitung del 5 settembre ha visionato in anticipo le carte del periodo dall'aprile 1989 al novembre 1990, e scrive "l'accettazione di una moneta unica europea da parte della Germania fu il prezzo che Mitterrand esigé, e ottenne, da Kohl per l'unificazione".

Ancora una volta, l’Unione Europea si confermava uno strumento per imbrigliare e controllare lo sviluppo tedesco. Ma gli espedienti possono essere utili fino a un certo punto. Anche se l’integrazione tra le due economie ebbe un costo enorme, sopportato soprattutto dai lavoratori, e anche se la stampa economica britannica definì la Germania “l’uomo malato” - espressione che nell’ottocento era usata per indicare il decadente impero turco - questo paese ebbe una ripresa brillante, divenne il primo esportatore mondiale, davanti alla stessa Cina, e la crisi dimostrò che l’espressione “uomo malato” si attagliava più facilmente all’Inghilterra. Joseph Halevi ha osservato che, quando la paura per la crisi colpì l’Europa, l’assicurazione che i paesi dell’euro sarebbero intervenuti se uno di loro fosse stato in difficoltà non venne dalla UE, ma dal ministro delle finanze tedesco di allora, Peer Steinbrück. Nei momenti di difficoltà, si vede quale paese realmente è forte. Ma la crisi è tale che neppure la roccaforte tedesca la potrà superare indenne. E il tipo di aiuto offerto ai paesi più deboli comporta lacrime e sangue per questi ultimi.

Si profilano poi contrasti con gli Stati Uniti: l’accordo GM-Magna è saltato, dopo che il governo tedesco ha sborsato un miliardo di dollari per salvare GM dal fallimento. La condotta degli affari della finanza e dell’industria americana è sempre più inaffidabile. Intanto, a farne le spese sono gli operai tedeschi della Opel, che rischiano il posto di lavoro, proprio come quelli di Termini Imerese. “Prendi i soldi e scappa”, è il titolo di un articolo di Programma comunista, che vi vede l’inizio di una guerra commerciale tra USA e Germania. E invita i lavoratori a non arruolarsi nella difesa della cosiddetta economia nazionale, dietro cui si nasconde sempre il capitale, ma a difendere il proprio interesse di classe.

Un articolo di Ellen Brown individua nella Grecia il primo paese che sfida Bruxelles e rifiuta la cura da sanguisughe di una deflazione dei salari. Un piano di austerità in una situazione grave come quella greca porterebbe senz’altro a una ribellione sociale. Non è neppure possibile ricorrere alla svalutazione, perché la Grecia ha come moneta l’euro. All’Islanda, invece, si prescrive l’ingresso nell’unione e la sottoscrizione di un accordo per risarcire i depositanti olandesi e britannici che hanno perso i loro soldi nel crollo di IceSave, controllata dalla maggiore banca privata islandese. E’ un ricatto, che metterebbe le risorse del paese e la stessa popolazione alla mercé della finanza europea. Alla Lettonia hanno richiesto di tagliare la spesa del 38 per cento quest’anno nel settore pubblico e di aumentare le tasse per ridurre il deficit di bilancio. I precedenti tagli di circa l’11% hanno provocato il crollo della produzione. Brown cita anche Marshall Auerback, che denuncia l’atteggiamento dei paesi europei più ricchi verso le zone ex sovietiche: “l’Occidente le ha viste come delle ostriche economiche da frantumare riempiendole di debiti allo scopo di ricavarne interessi e guadagni in conto capitale, lasciandole poi solo delle conchiglie vuote”. E questa sarebbe la solidarietà europea? La UE è un’associazione tra usurai e vittime dell’usura.

Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph propone per la Grecia di reintrodurre una propria valuta, svalutarla, trasformare il debito interno in euro in valuta locale, e rinegoziare i contratti con l’estero.

La ribellione alla UE e al Fondo Monetario Internazionale avanza.

I vincoli europei e la moneta unica si rivelano sempre più un ostacolo per paesi che hanno livelli di sviluppo assai diverso e differenti velocità di crescita. Un primo tentativo di legare fra loro le monete d’Europa, il cosiddetto serpente monetario, è fallito miseramente sotto i colpi della speculazione, che ha colpito soprattutto Gran Bretagna e Italia. L’Argentina, quando legò la propria moneta al dollaro, aprì la via al disastro economico, e la ripresa dello sviluppo avvenne solo quando rifiutò i ricatti e le pressioni del FMI e della finanza internazionale.

Ormai la UE è sempre più chiaramente un ostacolo per tutti, Germania compresa. Le modalità di disgregazione possono essere diverse. Si può cercare di salvare la forma, ricominciando a parlare di Europa a più velocità, e permettendo ai paesi più deboli di uscire dall’euro. Alcuni paesi, invece, (Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, ecc.) sono così integrati nell’economia tedesca, che si può parlare di Anschluss (annessione) economico. Comunque l’illusione dei paesi più deboli d’Europa di poter disporre di una moneta forte, in grado di sostituire il dollaro sui mercati internazionali, sta svanendo rapidamente. Se questa moneta resisterà, sarà riservata ai paesi dall’economia più solida, gli altri saranno costretti ad uscirne, e faranno pagare il prezzo alle proprie classi sfruttate, mediante la svalutazione.

I lavoratori non hanno interesse ad appoggiare i loro governi, né quando questi cercano di integrarsi maggiormente in questa galera di popoli che è la UE, né quando agitano la bandiera nazionale.

La borghesia può essere nazionalista, o cosmopolita, ma è sempre contro la classe operaia.

L’unica via per i lavoratori è l’internazionalismo, e quel legame stretto che è impossibile per le borghesie nazionali, che hanno interessi divergenti - salvo quello comune della repressione e del controllo politico e militare delle masse – è invece possibile tra i lavoratori, se non si lasciano deviare dalle falsificazioni della borghesia, che trova mille pretesti per schierare i lavoratori gli uni contro gli altri.

Il proletariato potenzialmente più forte si trova in Germania, e da decenni è il sorvegliato speciale. Tutti i trucchi e lenocini sono stati impiegati per cancellare la sua memoria storica, per controllarlo e asservirlo. Ma la sua ripresa potrà cambiare il clima politico, a livello europeo e forse mondiale. Probabilmente, come altre volte, sarà il gallo rosso proletario di Francia a risvegliare col suo grido il gigante operaio tedesco

di Michele Basso

Fonte: sotto le bandiere del marxismo

Testi e articoli utilizzati:

Jacques R. Pauwels, “Il mito della guerra Buona. Gli USA e la Seconda Guerra Mondiale”

Giuliana Sgrena: “ Bagdad vuole entrare tra i grandi del greggio”, Il Manifesto, 13 dicembre 2009.

Amadeo Bordiga:” United States of Europa”, in Prometeo, n. 14. “Vae victis, Germania”, in “Programma Comunista” n. 11, giugno 1960, rintracciabile in internet in “Libreria internazionale della sinistra comunista”.

“Spinte e controspinte all’unificazione della Germania” Il Programma Comunista, n.1 e 2, 1990.

“La Germania fu costretta ad accettare l'euro” ComeDonChisciotte Set 21, 2009,

Joseph Halevi: “Crisi, il debito pubblico alla resa dei conti. Titoli greci: spazzatura come i subprime USA”, Il Manifesto.

“Prendi i soldi e scappa. Ovvero l”affare GM-Opel”, Il programma comunista, n.6, 2009.

Ellen Brown “Grecia, Islanda e Lettonia potrebbero guidare la rivolta contro UE e FMI”, L’articolo contiene anche citazioni da Daily Telegraph.. In ComeDonChisciotte, 20 dicembre 2009

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