venerdì 29 gennaio 2010

SMEMORATI



Come si sa, il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita dal Parlamento italiano con la legge 211 del 20 luglio 2000, in ottemperanza alla proposta internazionale di dedicare il 27 gennaio alla commemorazione delle vittime dell'Olocausto. La scelta della data rievoca il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, rivelando al mondo intero l'orrore del genocidio nazista.

Il ricordo della Shoah è celebrato da molte nazioni e dall'ONU in ossequio alla risoluzione 60/7 del 1° novembre 2005. Il concetto di olocausto, dal greco holos, "completo", e kaustos, "rogo", come nelle offerte sacrificali, venne introdotto alla fine del XX secolo per indicare il tentativo nazista di eliminare i gruppi di persone "indesiderabili": Ebrei ed altre etnie come Rom e Sinti, cioè gli zingari, comunisti, omosessuali, disabili e malati di mente, Testimoni di Geova, russi, polacchi ed altre popolazioni di origine slava.

Il vocabolo Shoah, che in lingua ebraica significa "distruzione", o "desolazione", o "calamità", nell’accezione di una sciagura improvvisa e inattesa, è un’altra versione usata per indicare l'Olocausto. Molti Rom usano l’espressione Porajmos, ”grande divoramento”, o Samudaripen, ”genocidio”, per definire lo sterminio nazista. Sommando agli Ebrei queste categorie di persone il numero delle vittime del nazismo è stimabile tra i 10 e i 14 milioni di civili, e fino a 4 milioni di prigionieri di guerra.

Oggi il termine “olocausto” è usato anche per esprimere altri genocidi, avvenuti prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, e designare qualsiasi strage volontaria e pianificata di vite umane, come quella causata da un conflitto atomico, da cui discende la voce "olocausto nucleare". Talvolta la nozione di “olocausto” serve per descrivere il genocidio armeno e quello ellenico, che provocò lo sterminio di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923.

Tuttavia, con questo articolo mi preme resuscitare la memoria di altre terribili esperienze storiche in cui furono consumati orrendi eccidi di massa troppo spesso ignorati o dimenticati dai mass-media e dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco in modo particolare allo sterminio perpetrato contro gli Indiani d’America e a quello contro i “Pellerossa” del nostro Sud, i briganti e i contadini ribelli del Regno delle Due Sicilie.

Dopo la scoperta del Nuovo Mondo ad opera di Cristoforo Colombo nel 1492, quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da un milione di Pellerossa riuniti in 400 tribù e circa 300 famiglie linguistiche. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, praticarono una spietata caccia ai bisonti, il cui numero calò drasticamente rischiando l’estinzione. I cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce ed altro. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito statunitense che per espandersi all'interno del Nord America cacciò i nativi dalle loro terre attuando veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa furono letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio.

Oggi i nativi nordamericani non formano più una nazione, essendo stati espropriati della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è progressivamente integrata nella civiltà bianca, mentre un'altra parte vive ghettizzata in centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino comune, anche se in momenti e con dinamiche diverse, associa i Pellerossa ai Meridionali d'Italia. Questi furono definiti “Briganti”, vennero trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini e anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma i Meridionali erano cittadini di uno Stato molto ricco.

Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d'Europa. Nessuno venne in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere fino all'ultimo sugli spalti di Gaeta, sino alla capitolazione.

I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (facoltativo nel Regno delle Due Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe inizio la rivolta dei Briganti Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a discapito dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse popolari e contadine, deluse e tradite dalle false promesse concesse dall’“eroico” pirata, mercenario e massone, Giuseppe Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni, non intendo assolutamente comparare il fenomeno del Brigantaggio meridionale post-unitario alla Resistenza partigiana del 1943-1945. Per varie ragioni, anzitutto perché nel primo caso si trattò di una vile e barbara aggressione militare, di una guerra di rapina e di conquista che ebbe una durata molto più lunga della guerra civile tra fascisti e antifascisti: l’intero decennio dal 1860 al 1870.

I briganti meridionali furono costretti ad ingaggiare un’aspra e strenua resistenza che ha provocato eccidi spaventosi, in cui vennero trucidati centinaia di migliaia di contadini e di briganti, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero e proprio genocidio perpetrato contro le popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusasi tragicamente, dando luogo al fenomeno dell’emigrazione di massa dei contadini meridionali. Un esodo di proporzioni bibliche, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine e in ogni angolo del pianeta, hanno messo radici ovunque, facendo la fortuna di numerose nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Brasile, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Australia, e così via.

Se si intende equiparare ad altre esperienze storiche la triste vicenda del brigantaggio e la feroce repressione sofferta dal popolo meridionale, credo che l’accostamento più giusto sia quello con la storia dei Pellerossa e le guerre indiane combattute nello stesso periodo, vale a dire verso la fine del XIX secolo. Guerre sanguinose che hanno causato stragi e delitti raccapriccianti contro i nativi nordamericani. Un genocidio ignorato o dimenticato, come quello consumato a discapito del popolo dell’Italia meridionale.

Nel contempo condivido solo in minima parte il giudizio, forse oltremodo drastico e perentorio, probabilmente unilaterale, che attiene al carattere anacronistico, codino e antiprogressista, delle ragioni storiche, politiche e sociali, che furono all’origine della lotta di resistenza combattuta dai briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre retrivo e conservatore. E’ in parte vero che dietro le imprese e le azioni di guerriglia compiute dai briganti si riparavano gli interessi di un blocco reazionario, filo-borbonico, sanfedista e filo-clericale. Tuttavia, inviterei ad approfondire le motivazioni e le spinte che animarono la strenua resistenza dei briganti contro gli invasori sabaudi.

Non intendo annoiare i lettori con le cifre sui numerosi primati detenuti dalla monarchia borbonica e dal Regno delle Due Sicilie in ampi settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e via discorrendo, né mi sembra opportuno esternare sciocchi sentimenti di nostalgia verso una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, quindi verso un passato di barbarie e oscurantismo, ingiustizia ed oppressione, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali del nostro Sud. Ma un dato è certo: la dinastia sabauda era senza dubbio più rozza, retriva e ignorante, meno moderna e progredita di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato molto più ricco e avanzato del Regno dei Savoia, tant’è vero che costituiva un boccone appetibile per le maggiori potenze europee del tempo, Francia e Inghilterra in testa. Questo è un tema estremamente vasto, complesso e controverso, che esige un approfondimento adeguato.

Concludo con una rapida chiosa circa le presunte tendenze progressiste incarnate nei processi di creazione e unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e nella costruzione dell’odierno Stato europeo. Non mi pare che tali processi abbiano spinto e assicurato un autentico progresso sociale, ideale, morale e civile, ma hanno favorito uno sviluppo prettamente economico ad esclusivo vantaggio delle classi dominanti e possidenti. Intendo dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, non coincide con l’integrazione dei popoli e delle culture, siano esse locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente progressiste e rivoluzionarie, devono puntare a raggiungere il secondo traguardo.

di Lucio Garofalo

lunedì 25 gennaio 2010

Fidel Castro: "Ad Haiti inviamo medici e non soldati!"


50.000 vittime. Questo, per ora, il bilancio del terremoto che ha colpito Haiti il 12 gennaio. Intanto più di 600.000 sfollati sono assiepati in oltre 500 campi di fortuna, nella capitale e in varie zone del paese.
“Haiti è un prodotto del sistema coloniale, capitalista e imperialista imposto al mondo. –Scriveva Fidel Castro sabato scorso- Sia la schiavitù sia la povertà sono state imposte a Haiti dall’esterno. Il terribile sisma è avvenuto dopo il vertice di Copenhagen in cui sono stati calpestati i diritti più elementari di 192 Stati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.” “Lì – continua Fidel – come in gran parte dell’Africa e in altre aree del Terzo Mondo, è indispensabile creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile. In soli 40 anni l’umanità arriverà a più di 9 mila milioni di abitanti e dovrà affrontare la sfida di un cambiamento climatico che gli scienziati definiscono ormai come inevitabile.”
“Nel mezzo della tragedia haitiana – conclude Fidel- senza che nessuno sappia il perché, migliaia di soldati degli Stati Uniti, truppe aviotrasportate della 82a divisione e altre forze militari, hanno occupato il territorio di Haiti. E né le Nazioni Unite né il Governo degli Stati Uniti hanno dato una spiegazione all’opinione pubblica mondiale. … Questi fatti, dal mio punto di vista, contribuiranno a complicare e a rendere più caotica la cooperazione internazionale.”
Intanto, più di 20 paesi e organismi internazionali si incontrano in Canada in una riunione dei ‘Paesi amici’ di Haiti. Venezuela, Nicaragua e Bolivia non partecipano all’incontro. E se le organizzazioni non governative rivolgono l’appello a “cogliere il momento” e trasformare la tragedia in un’opportunità per incidere sulla popolazione haitiana che non ha mai ricevuto assistenza medica o diritto all’educazione, viene da chiedersi dove siano state finora.
“Inviamo medici e non soldati” conclude il suo intervento Fidel Castro, ma non è a questo che sono abituati i cosiddetti grandi della Terra.

di Grazia Orsati - Radio Città Aperta

Valanga Nichi


E' un plebiscito per il governatore uscente: circa il 73 percento dei circa 200mila votanti (quasi il triplo rispetto alle primarie del 2005) alle primarie pugliesi hanno optato per Nichi Vendola. Un voto che premia i cinque anni del laboratorio pugliese e che impone un grosso punto interrogativo sul futuro della strategia d'alemiana. "Oggi con questo risultato la Puglia ha il diritto di essere il laboratorio della buona politica". Con queste parole Nichi Vendola affiancato da Francesco Boccia, ha annunciato la sua vittoria alle primarie del centrosinistra.

Taranto, che è il Comune più grande che abbia sinora finito la conta, ha registrato - secondo i dati del comitato vendoliano - una percentuale del 65 per Vendola, contro il 35 del suo sfidante Boccia. Anche a Bari, dove è sindaco il presidente del Pd Michele Emiliano, i primi dati sono a vantaggio del governatore uscente. In provincia di Foggia, in 28 Comuni su 57, si registrano 4097 voti in favore di Vendola, meno di tremila per Boccia. Ma il dato più emblematico arriva da Gallipoli. Persino il collegio storico di Massimo D'Alema ha voltato le spalle al candidato scelto dai democratici: Boccia ha avuto 204 voti, Vendola 684.

"Abbiamo tutti quanti il medesimo obiettivo e tutti quanti spenderemo parole atteggiamenti percorsi per rendere questa alleanza la più larga possibile". Vendola festeggia la vittoria e parla con i giornalisti. "Il profilo riformatore di una alleanza - ha aggiunto - non può che essere arricchito da pluralità di culture".
Il tema, secondo Vendola, "è quello di un compromesso con le forze che si riconoscono a sinistra e coloro che si considerano moderati. Domani mattina - ha aggiunto - partirà un film che molti non si aspettano, che non è un film fatto di rendiconti e di risentimenti: è accaduto un fatto che ha valore per tutti, è accaduto un fatto democratico - ha detto - che rafforza il centrosinistra e da' a tutto il centrosinistra la forza di rivolgersi ai settori più larghi della società pugliese per dire: facciamo un patto, una alleanza insieme per difendere la possibilità di tenere una speranza in questa Italia così cupa, una speranza a difesa del Mezzogiorno d'Italia, a difesa della democrazia".

Come preannunciato, Francesco Boccia si dimostra leale nella sconfitta: "I pugliesi si sono espressi e i numeri sono evidenti, non lasciano spazio ad interpretazioni, toccherà ora al presidente Vendola fare tutti gli sforzi possibili per costruire una coalizione che noi del Pd continuiamo a chiamare alternativa", è il commento a caldo dello sconfitto.
Per Boccia, che ha sempre insistito sulla necessita di allargare la coalizione di centrosinistra a tutte le forze dell'opposizione parlamentare, "da domani mattina questo dovrà essere l'impegno di tutte le forze politiche che hanno a cuore questa prospettiva". "Per quanto mi riguarda - ha detto - io sono convinto che tutti i partiti lavoreranno in questa direzione". "Al presidente Vendola - ha concluso - l'onere di costruire una alternativa che a mio avviso resta l'unica speranza che abbiamo per sconfiggere il centrodestra non solo in Puglia ma anche in Italia nei prossimi anni" .

Salta il laboratorio riformista fortemente voluto da D'Alema e Bersani per varare una nuova stagione di convergenze tra Pd e Udc. Si apre da oggi uno scenario completamente nuovo e in salita: per il Pd, che evidentemente deve costruire un'unità interna ed una nuova connessione con la sua base che ad oggi non esiste, e che deve riscrivere i parametri della sua proposta politica per il paese, e strada in salita anche per l'Udc che con il voto pugliese si vede sfilare sotto il naso una delle regioni chiave della sua politica dei ‘due forni'.
Per ora Casini non commenta Dovremo attendere ancora qualche ora, fino alla conferenza stampa già convocata per la mattinata di oggi.

Il primo a congratularsi con Vendola è Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista e portavoce della Federazione della Sinistra: "La vittoria da parte di Nichi Vendola nelle primarie pugliesi, ci dice come la sinistra unita possa vincere sui ricatti centristi", dice Ferrero. "Questa vittoria va inoltre letta unitamente all'ottimo risultato di Gian Franco Bettin a Venezia. Non male per forze politiche che sono oggi fuori dal parlamento. Voglio sperare che la ritrovata unità che ha reso possibile la vittoria di Vendola e l'ottimo risultato di Bettin possa essere estesa in tutta Italia".

di Red

Fonte: Aprileonline

lunedì 18 gennaio 2010

Haiti, riflessioni intorno a un dramma nel dramma che si ripete


Nella mappa la zona dell'aeroporto della capitale haitiana

Coordinamento degli aiuti. Un'autorità super partes a cui tutti possano guardare c'è ma è come se non ci fosse: una chimera che ha senso logico ma che resta un'utopia. A ogni paese piace il fai da te: riflessioni intorno a un dramma nel dramma che si ripete.
In caso di catastrofe naturale una delle grandi domande è sempre la stessa: chi coordina le attività delle migliaia di squadre di solidarietà, l'arrivo dei materiali, i quattrini che la solidarietà internazionale mette in campo? Una questione che si ripresenta a ogni emergenza specie quando la catastrofe richiama, per numero di morti, presenza di turisti occidentali o per qualsiasi altro motivo, l'attenzione di giornali e Tv. Ad Haiti, come dovunque, il coordinamento una testa ce l'ha. O meglio l'avrebbe: si chiama UN Disaster and Assessment Coordination (Undac) team delle Nazioni unite che entra in funzione immediatamente e che qualche esperienza alle spalle ce l'ha.
“Undac entra in funzione subito per poi essere sostituita da Ocha, l'Ufficio per gli affari umanitari dalle Nazioni unite il cui mandato riguarda proprio questo compito”, spiega Gianni Rufini un esperto di aiuto umanitario responsabile dei master di cooperazione internazionale all'Ispi di Milano. Ma se Undac si è messa subito in funzione, attivando un centro all'aeroporto della capitale haitiana, ciò non vuol dire che riesca a guidare, coordinare, indirizzare tutti gli aiuti promessi o già in corso. “Il problema è che quando ci sono molti quattrini di mezzo, come in questo caso, il coordinamento ne risente – dice Rufini – in un'equazione ormai nota: più soldi ci sono, meno coordinamento si ottiene”. Perché? “Perché sembra meno necessario in quanto non c'è bisogno di ottimizzare i costi. Inoltre in questi casi la visibilità genera il desiderio in ogni paese di far emergere la propria bandiera”, che sparirebbe sotto il cappello di un unico coordinamento. Una vecchia storia.
Se la prende con l'esposizione mediatica anche Piero Calvi Parisetti, un consulente dell'Onu esperto di aiuto umanitario: “I giornali polemizzano sul too little to late (troppo poco troppo tardi). Ma come si fa a fare polemiche di questo genere? Il coordinamento è un fatto complicato”. Tecnico ovviamente ma anche politico. Il buon cuore internazionale risente di molti fattori, primo fra tutti l'esposizione mediatica. “Lo tusnami – dice Calvi Parisetti – ne è un esempio evidente. La presenza di turisti occidentali aumentò l'attenzione del mondo facendo dello tsunami l'emergenza più finanziata della storia. Se poi questo sia stato efficace resta da dimostrarsi”. I teorici dell'aiuto umanitario sono dunque sempre cauti e al contempo prigionieri di un dilemma: se i media tacciono nessuno si occupa di quel sisma o di quell'alluvione. Se parlano troppo si lamentano del too little too late e complicano le cose.
Il sisma di Haiti, che si presta molto ad diventare uno spettacolo mediatico sembra un esempio del secondo tipo: tutti han messo mano al portafoglio, tutti vogliono esserci. E dunque tutti sono molto restii a rispondere a un unico coordinamento, comunque in difficoltà in un paese con un governo civile debole e le cui strutture – logistiche, informatiche, di comunicazione – sono collassate. “Le cose comunque – aggiunge Rufini guardando al bicchiere mezzo pieno - tendono a migliorare: l'Unione europea ad esempio ha istituito ad Haiti un coordinamento delle protezioni civili che è un passo importante. Ma le regole dell'umanitario dicono anche che non esiste un obbligo a sottostare a un certo cappello”. L'autonomia e la neutralità dell'umanitario – le regole auree che ne formano i principi base – diventano così persino una scusa per bypassare le Nazioni unite, cui dovrebbe competere di fatto la gestione dell'immenso flusso d'aiuto che, nel giro di qualche giorno, si riverserà su Haiti: personale, risorse, mezzi, denaro.
Un'autorità super partes a cui tutti possano guardare dunque c'è ma è come se non ci fosse: una chimera che ha senso logico ma che resta un'utopia. L'appello lanciato ieri dall'Onu per un finanziamento di 550 milioni di euro probabilmente andrà a buon fine. Ma non è detto che questo fermi la macchina della solidarietà che si è messa in piedi e in cui ognuno vuol fare la sua parte.

Ad Haiti infine c'è un problema in più: in ogni paese c'è un ufficio dell'Onu a cui fanno riferimento le varie agenzie, dal Wfp all'Unicef, o le Ong internazionali che già lavorano sul territorio. Ma nella capitale la maggior parte degli uffici locali, dal quartier generale delle Nazioni unite alla stanzetta della più piccola Ong, sono stati distrutti, danneggiati o sono impraticabili. Tutto il coordinamento che di solito è in piedi in un paese -e che dunque si attiva subito in caso di emergenza secondo uno schema ben preciso – è stato semi spazzato via. Ad Haiti anche i soccorritori hanno bisogno di soccorso.

di Emanuele Giordana

Fonte: Lettera 22

Uscito su il riformista

domenica 17 gennaio 2010

Dopo diciotto anni, l’altro giorno è partito un treno da Belgrado a Sarajevo



La riapertura della linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo, interrotta all’inizio della guerra. Dopo 18 anni, una locomotiva ha trainato tre vagoni: uno delle ferrovie della Republika Srpska, uno della Federazione di Bosnia Erzegovina e il terzo della Serbia. Sul convoglio c'erano 15 passeggeri
Mi ritenevo una persona adulta, una donna emancipata. Eppure, come l’ultima deficiente, portavo i miei vestiti sporchi una volta al mese a Sarajevo, perché la mia mammina me li lavasse. Da maggio all’inizio d’ottobre viaggiavo con l’aereo, poi con il treno perché la nebbia o la neve in Bosnia rendevano incerto il viaggio aereo.

All’epoca tra Sarajevo e Belgrado circolavano tre treni al giorno, più uno notturno. Mi ero imbarcata, come al solito, su quello notturno, che partiva da Belgrado intorno a mezzanotte. Quella volta, a parte il solito bagaglio sporco, portavo una grande valigia piena di libri in russo che mia sorella mandava da Mosca a Sarajevo per metterli al sicuro.

Ben chiusa a chiave nello scompartimento mi addormentavo cullata dal vagone letto. Il viaggio durava circa sette ore e la mattina presto si arrivava a Sarajevo. Quella volta, però, mi ero svegliata con la sensazione che fosse troppo presto per essere arrivati alla meta. Dall’esterno s’udivano voci diverse da quelle pronunciate dai conducenti e dai conduttori dei treni notturni che, solitamente, parlano a voce bassa per rispetto dei passeggeri. Ho sbirciato da dietro la tendina del finestrino: eravamo fermi in mezzo alla campagna. Dopo ho saputo che eravamo vicino a Vinkovci, un nodo ferroviario a circa due ore da Belgrado, sul territorio dell’allora repubblica jugoslava della Croazia. Fuori c’erano tanti uomini armati. Malgrado indossassero delle uniformi, non sembravano militari regolari. Disordinati, con le camice sbottonate, camminavano ciondolando come ubriachi trascinandosi dietro le loro cinture, alcuni stavano seduti per terra. Attorno al binario c’erano tantissime bottiglie di birra vuote. Gridavano e imprecavano. Mi assicurai che la porta del mio scompartimento fosse ben chiusa e aspettai. Gli uomini erano gli ZENG, ovvero paramilitari croati, unità formate dalle autorità croate.

Bussando alla porta, qualcuno con voce rabbiosa mi chiese di aprire. Puuuf, una ventata di alcool mi assalì. Quello mi chiese di fargli vedere la carta di identità. “Hmmm”, bisbiglia e domanda dove sia mio marito. “Non ho marito”, rispondo. “Ha ha ha”, ride e commenta: “Non mi dire che alla tua età non sei ancora sposata!” Poi domanda cosa trasporto nella valigia grande. “Libri”, rispondo. “Apri, vediamo”, ordina. Quello prende un libro, lo gira, lo apre e lo guarda capovolto. Non sa leggere il cirillico. “Pfui, leggi serbo!”, mi dice con una smorfia sul viso che dovrebbe mostrare la sua ripugnanza. ”È russo”, rispondo con disprezzo. ”È la stessa m…”, dice quello, butta il libro sul letto e se ne va.

Dopo un po’ il treno riparte, passa il ponte sul fiume Sava ed entra in Bosnia. A Doboj, ci svegliano di nuovo. Questa volta le voci sono dei ferrovieri, i quali, gentili e preoccupati, ci chiedono di prendere i nostri bagagli e di lasciare il treno. La ferrovia è interrotta.

Nella notte buia, sotto le luci fioche di una piccola stazione nella provincia più profonda, la gente trascinava valige e borsoni lungo i binari, le madri portavano i bambini semi addormentati, qualcuno aiutava un vecchio o una donna. Tutto accadeva senza parole, neanche i bambini piangevano, si udiva solo il rumore dei passi e dei bagagli trascinati. Nessuno protestava per quello che ci stavano facendo. Il silenzio era la parola chiave. Zitti accettavamo quello che ci ordinavano, ci spostavamo senza opporci, aprivamo loro le nostre porte senza ribellarci, ascoltavamo quando loro mentivano. Noi, la gente comune, eravamo più numerosi, eppure ubbidivamo a quelli che ci toglievano, uno dopo l’altro, tutti i nostri diritti. Quello che ci facevano non aveva niente a che fare né con l’etnia né con la religione. Semplicemente stracciavano i nostri diritti umani e civili.

Un breve tratto di strada lo percorremmo con gli autobus, poi ci fecero salire su di un treno, un convoglio che era giunto con altri passeggeri da Sarajevo, e che si era fermato dall’altra parte della ferrovia interrotta.

Per il resto del viaggio non si chiuse occhio. Zitti e preoccupati fissammo i nostri sguardi fuori dai finestrini. Nel buio di una notte umida e nebbiosa, una notte bosniaca, cercavamo una spiegazione ragionevole per quello che ci stava accadendo.

La linea ferroviaria era stata interrotta, e per diciotto lunghi anni i treni non circolarono più tra Belgrado e Sarajevo. Dopo s’interruppero altre ferrovie, altre strade, cessarono collegamenti, i rapporti si estinsero. Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finché la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio.

La ferrovia aveva rappresentato l’immagine dello sviluppo nella Jugoslavia socialista più di qualsiasi altra cosa. Le tappe più importanti della vita di questo Paese si possono ripercorrere tramite la costruzione delle sue tratte ferroviarie. La prima vittoria dell’uomo nuovo socialista (così ufficialmente si definivano le nuove conquiste della società) fu la costruzione di ferrovia Brčko-Banovići. Quella leggendaria ferrovia fu costruita nel 1947 in soli sei mesi di lavoro e contava 220 chilometri, una tempistica che, ancora oggi, è un record mondiale. Ci lavorarono le brigate dei giovani volontari da tutta la Jugoslavia e molti anche dall’estero. Si decise di fare quel tratto perché nell’immediato dopoguerra c’era bisogno di trasportare il carbone dalle miniere di Banovići verso le grande città e i centri industriali.

A quell’epoca il treno rappresentava l’unico mezzo per i grandi trasferimenti della popolazione. Dalle regioni povere come la Lika, in Croazia, e l’Erzegovina, le autorità jugoslave traslocarono interi villaggi in Vojvodina, in quella pianura vasta e fertile. I coloni, così chiamavano quelli che arrivavano in Vojvodina, entravano nelle case vuote dei cosiddetti folksdojčer, la minoranza tedesca che ci viveva prima. Dopo la Seconda guerra mondiale, i folksdojčer furono accusati di collaborazionismo con i nazisti, e circa trecentomila di loro dovettero lasciare la Jugoslavia. Su quell’evento fu fatto un film, “Vlak bez voznog reda” (Il treno senza orario), un’opera epica che ci istruiva sulla storia eroica del popolo jugoslavo.

Successivamente ci spostavamo con i treni per ragioni ben diverse, non per andare “trbuhom za kruhom”, cioè alla ricerca di lavoro e pane, ma per imparare. La Jugoslavia era una nazione giovane e l’educazione era un vincolo categorico. Ogni giorno i treni portavano migliaia di giovani verso i centri universitari. Anche quello venne immortalato. Il poeta serbo Vlado Divjak scrisse una bellissima poesia su una piccola stazione ferroviaria nella Bosnia centrale, Podlugovi. Narra di una ragazza con i capelli biondi, che portava il berretto sulla testa e che ogni tanto lo toglieva per ripulirlo dalla neve. Tutto succedeva tra i treni che ci portavano o ci strappavano l’amore. Quei versi vennero musicati e la canzone “Podlugovi”, che canta Zdravko Čolić, ancora oggi ci fa nostalgia e, se nel mezzo c’è pure un bicchiere di vino, capitano anche le lacrime.

Un’altra canzone è “Selma” del mitico gruppo rock “Bijelo Dugme” (“Bottone bianco”). Nei suoi versi ci sono le parole “treno”, “valigia”, ”finestrino”, e neanche una volta si menziona la parola “amore”. Eppure la considero tra le canzoni più sentimentali in assoluto. Selma se ne va e lui, nel momento dell’addio, invece di dirle tutte quello che desiderava sull’amore, riesce a pronunciare un’unica frase banale: ”Selma, non sporgerti dal finestrino”. È veramente da tagliarsi le vene, come definivamo le canzoni struggenti.

Arsen Dedić, il popolare cantautore zagrebese, cantava “Brzim preko Bosne” (“Con il rapido attraverso la Bosnia”). Erano gli anni settanta e ottanta quando, felici e spensierati, ci attaccavamo ai treni che a tutta forza ci portavano verso Sud, al mare. In quei convogli, a prescindere da quanto fossero lunghi, non ci stavamo mai tutti. Nei mesi di luglio e agosto assomigliavano ai treni indiani, pieni di gente dentro e fuori. Le nostre vacanze cominciavano già con l’incarrozzamento. Come nei film, pieni di luoghi comuni, c’era sempre la chitarra, la bottiglia di vino, e si cantava seduti per terra nei corridoi.

La ferrovia tra Sarajevo e Belgrado era una delle tre linee principali: da Belgrado verso Zagabria, Lubiana e poi l’Europa. L’altra da Belgrado a Sud, verso Skopje e la Grecia, oppure via Sofia verso Istanbul e il Medio Oriente.

Una volta usavamo il treno anche per esportare il nostro “avere”, e per scambiarlo per l’“apparire”. Tre o quattro treni arrivavano ogni giorno a Trieste dalla Jugoslavia, insieme con centinaia di autobus pieni di gente che non vedeva l’ora di spendere i propri risparmi per comperare vestiti.

Con l’amico Toni ho viaggiato in treno una notte d’aprile per comprare a Trieste solo un paio di stivali. Con gli altri passeggeri abbiamo chiacchierato e condiviso i nostri panini e le bibite. Glieli offrivamo con tanto di “prego... un assaggino... si... grazie... è buono... chi l’ha fatto... la prego, ancora un boccone”. Ma dopo un paio di ore quelli avevano tirato fuori le loro cibarie. Mangiavano senza offrirci nulla. Toni e io facevamo finta di niente, fissavamo nel buio fuori dal finestrino vergognandoci per la scorrettezza di quegli sconosciuti.

Negli altri Paesi il defunto si sposta su una limousine oppure su carri cerimoniali trainati da cavalli. Invece da noi, quando morì il presidente Tito, l’ultimo viaggio l’ha fatto con il suo treno blu, così si chiamava ufficialmente il convoglio con il quale si spostava per il Paese. Le sue spoglie furono trasportate da Lubiana a Belgrado in treno, un viaggio lungo circa settecento chilometri. Quello che ricordo dalle immagini trasmesse in televisione non è tanto la gente che si radunava lungo i binari per salutare, per l’ultima volta, l’amato presidente, ma l’imponente locomotiva che trascinava il treno senza fermarsi. Rallentava un po’ dove c’era gente e rilasciava un fischio forte e risoluto, come a voler sottolineare che la morte è una cosa certa e inevitabile e che il destino non si può né mutare, né fermare.

Dopo diciotto anni, l’altro giorno è partito un treno da Belgrado a Sarajevo. C’era poca gente, il convoglio era corto, tre vagoni trascurati, sembrava un treno locale che si trascina più per inerzia che per effettivo bisogno. Dentro rari passeggeri, principalmente anziani, senza quella tipica febbre dei viaggiatori. Nei loro sguardi non c’era eccitazione ma preoccupazione. Sui loro volti ho riconosciuto l’espressione che mi ricordava quella notte nella quale la ferrovia fu interrotta. Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate.

di Azra Nuhefendić

Fonte: ossevatorio balcani

NO AL VERGOGNOSO MURO D’ACCIAIO SI ALL’APERTURA PERMANENTE DEL VALICO DI RAFAH SI ALLA RIMOZIONE DELL’EMBARGO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE


Nel momento in cui Israele continua ad ignorare tutte le convenzioni internazionali, costruire insediamenti e praticare i suoi crimini contro il popolo palestinese, il regime egiziano tira fuori un nuovo scandalo mostrando la sua resa, il suo asservimento e sottomissione ai dettami dell'alleanza americano-sionista. Infatti, e solo dopo un silenzio sospettoso, il regime ha iniziato la costruzione del muro d’acciaio profondo decine di metri lungo il confine egiziano con Gaza, una costruzione accompagnata dal blackout dei media ufficiali sui finanziamenti degli Stati Uniti per il muro e i necessari dispositivi elettronici. In seguito, ha ammesso di aver dato il via ai lavori con il pretesto della chiusura del tunnel per evitare il contrabbando e per proteggere la sicurezza nazionale dell'Egitto e per esercitare il suo diritto di sovranità sul proprio territorio, ma il vero motivo è quello di eseguire gli ordini americano-sionisti e tutelare la sicurezza di Israele.

Mentre noi dichiariamo il nostro rifiuto inequivocabile a questo muro, confermiamo la nostra posizione che nasce da una reale comprensione patriottica della questione della sovranità nazionale, le esigenze di sicurezza nazionale egiziane e la necessità di sostenere il popolo palestinese nella sua lotta per la liberazione del Paese e riconquistare i propri legittimi diritti.


Inoltre, ci sono una serie di fatti che vanno ricordati:

1 - Il motivo principale che causa le sofferenze del popolo palestinese assediato è l'occupazione israeliana sostenuta dagli Usa, ma che le divisioni inter-palestinesi, la cui la responsabilità ricade su Al-Fatah e Hamas, aggravano in modo diretto, in particolare l’atteggiamento di Hamas che rifiuta di concludere l’accordo di riconciliazione palestinese, mentre cerca di imporre il suo dominio completo sulla Striscia e sui valichi, disinteressandosi degli interessi superiori del popolo palestinese. Tuttavia, la posizione complice del regime egiziano, la sua debolezza nell’opporsi ai diktat degli Stati Uniti e di Israele, il suo continuo rifiuto di aprire il valico di Rafah in modo permanente, il suo avvio dei lavori per la costruzione del muro della vergogna e la sua follia di rifiutare di facilitare il passaggio dei convogli di aiuti internazionali "Viva Gaza" e "Libertà per Gaza", tutto questo pone il regime egiziano oggettivamente - a prescindere dalla volontà - nella stessa trincea con i nemici del popolo egiziano e palestinese.

2 - La sicurezza nazionale egiziana deve essere basata sugli interessi strategici dell’Egitto tuttavia é necessario distinguere tra il campo dei nemici e il campo degli alleati. Le frontiere dell'Egitto con la Palestina devono essere viste partendo dal presupposto che il nemico principale dei popoli egiziano e palestinese è Israele. Inoltre, l'esistenza dell’autorità di Hamas a Gaza e il regime autoritario in Egitto sono realtà transitorie dal punto di vista della prospettiva storica. Il muro è un grave ostacolo per la continuità della comunicazione tra i due popoli ed è un impedimento per la continuità della lotta contro i loro veri nemici. La storia ci insegna che la sicurezza nazionale dell'Egitto è sempre stata basata principalmente sul garantire la porta orientale dell’Egitto.

3 - Nonostante siamo d'accordo in merito al diritto dello Stato egiziano di rivendicare la piena sovranità sul proprio territorio e confini sicuri, in quanto è un diritto sacrosanto, c’è da sottolineare però che la sovranità dell’Egitto sul Sinai è ancora incompleta a causa degli accordi di pace di Camp David con Israele. La prova più evidente di ciò è il rifiuto di Israele e degli Stati Uniti della richiesta presentata dal governo egiziano di aumentare il numero delle proprie forze di sicurezza, per rendere sicuri i confini, mentre dall’altra parte loro (Israele e USA) hanno insistito per la costruzione del muro della vergogna e il governo egiziano ha eseguito. In questo contesto, occorre ricordare i punti che riguardano l’accordo di sicurezza firmato tra Bush e Livni, in seguito all’aggressione a Gaza, per stringere l’assedio al popolo palestinese da ogni parte (terra, mare e aria), con il pretesto di prevenire il contrabbando di armi di Hamas.

Per tutti questi motivi riteniamo che il muro d’acciaio contribuisca a rafforzare l'assedio contro il popolo palestinese, il quale verrà intrappolato - dopo la fine della sua costruzione - tra due muri (il muro di separazione costruito da Israele e il muro d’acciaio costruito dall’Egitto), con delle conseguenze negative sull’immagine dell’Egitto e degli arabi dinanzi all’opinione pubblica mondiale. Per questo, chiediamo la cessazione immediata della costruzione del muro e sottolineiamo la necessità urgente di continuare la pressione popolare affinché venga tolto l'assedio a Gaza e aperto il valico di Rafah, in modo permanente, per garantire le necessità principali del popolo palestinese. Inoltre sollecitiamo che venga firmata rapidamente la riconciliazione inter-palestinese, con l’obiettivo di far cessare l'occupazione israeliana, come unica via per contrastare il contrabbando e garantire sicurezza dei confini.

NO AL VERGOGNOSO MURO D’ACCIAIO
SI ALL’APERTURA PERMANENTE DEL VALICO DI RAFAH
SI ALLA RIMOZIONE DELL’EMBARGO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE

Documento del Partito Comunista di Egitto
da P.C. di Egitto - http://egyptian.wordpress.com/ anche in www.solidnet.org
Traduzione dall'arabo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Comparso su Contropiano

sabato 16 gennaio 2010

Quando Rosarno era in Francia e gli immigrati eravamo noi


Per sfuggire alla miseria erano giunti in quella terra straniera. Avevano passato i confini in tanti, spesso clandestinamente. E pur di lavorare avevano accettato una paga assai più bassa rispetto a quella degli abitanti della zona, che – tra l’altro – disdegnavano quel lavoro, considerato troppo duro e mal retribuito. Lavoravano in condizioni penose. Alcuni “abitavano” in ripari di fortuna, capanni col tetto di frasche. Tantissimi dormivano all’aperto, come capitava. Venivano tollerati a stento da chi viveva lì. Li consideravano ladri, sporchi, magnaccia e fannulloni. Per giunta le loro paghe scarse non finivano nelle casse dei negozi locali, perché cercavano di mandare tutto quello che potevano alle famiglie lontane. La rabbia esplose con un pretesto non del tutto chiaro. Fatto sta che una mattina la gente del posto attaccò i capanni che ospitavano gli immigrati: così iniziò una gigantesca caccia allo straniero, che devastò la cittadina e tutta la zona circostante.
È il racconto degli scontri di Rosarno, in Calabria, magari così come potrebbe essere scritto tra qualche anno? Macché. Sembra. È un’altra storia: risale al 1893, più o meno l’epoca in cui vissero i bisnonni degli ultracinquantenni dei giorni nostri. Però è anche la “stessa” storia. Diversi i protagonisti. Le vittime della caccia all’uomo cominciata il 17 agosto di 117 anni fa furono gli italiani immigrati nella zona di Aigues-Mortes, cittadina della Camargue nel Sud della Francia. Erano lì per lavorare nelle saline. L’esito fu ben più terribile di quello calabrese. Il bilancio finale delle vittime tra gli operai italiani, linciati da una folla inferocita, non è mai stato accertato: nove secondo le stime ufficiali francesi. Il Times di Londra parlò di almeno 50 morti. Secondo altre fonti arrivarono addirittura al centinaio. Una rivolta xenofoba che pochi ricordano oggi, raccontata tra l’altro in un bel libro di Enzo Barnabà: Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893 (Infinito, 2008).
Gli italiani, allora, erano chiamati dai francesi “Christos” o “Macaronis”. Erano emigranti stagionali, arrivati dal vicino Piemonte e da altre regioni per fare i braccianti. In Italia l’agricoltura era in crisi. I prezzi dei prodotti tipici dell’economia contadina erano aumentati. In Piemonte, poi, i vigneti erano decimati da malattie come fillossera, iodio, peronospora. Il lavoro era scarso e pagato pochissimo. Così non restava che emigrare. Il ricercatore piemontese Alessandro Alemanno scrive che «il lavoro in salina era duro, scarsamente remunerato, e si svolgeva in un ambiente paludoso, dove sempre erano in agguato le febbri malariche… Da secoli l’estrazione del sale era occupazione riservata quasi esclusivamente agli ex galeotti, ma proprio nel 1893 la Compagnia delle saline aveva assoldato 600 italiani». Scrive lo storico francese Jean-Claude Hocquet: «Tutti questi operai lavoravano in condizioni penose, esposti tutto il giorno a un sole ardente, con gli occhi bruciati dal bagliore accecante dei cristalli di sale che scintillavano al sole, senza altra ombra dove riposare gli occhi che non fosse quella del cappello a larghe falde, coi corpi che gocciolavano di sudore, coperti di graffiature, scorticati dal canestro di vimini, mal protetti da una tela di sacco gettata sulla spalla, con le mani tagliate dai cristalli di sale, calzando zoccoli di legno guarniti di paglia».

Eppure il settimanale Mémorial d'Aix allora scriveva: «Gli italiani cominciano ad esagerare con le loro pretese: presto ci tratteranno come un paese conquistato». Poi: «Generalmente sono di dubbia moralità, [fra loro] il tasso di criminalità è elevato: del 20%, mentre nei nostri non è che del 5%». Sul quotidiano Le Jour si chiedeva al Governo d’Oltralpe di proteggere i francesi «da questa merce nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano». È passato oltre un secolo da quei tragici avvenimenti. Però – leggendo quelle valutazioni - sembra di scorrere commenti o di ascoltare dichiarazioni concepiti nell’Italia dei nostri giorni, durante i fatti di Rosarno e in occasione di precedenti casi di intolleranza. Anche ad Aigues-Mortes ci fu chi – tra i francesi – cercò di evitare la tragedia: è il caso di un prete. Pure in quel caso amministratori pubblici e politici avevano fatto da sponda all’odio xenofobo crescente per cercare di raccogliere consensi elettorali.
Dietro quella strage di fine Ottocento, certo, c’era un groviglio di tensioni locali, nazionali e internazionali che contribuirono ad alimentare l’intolleranza (il libro di Barnabà ne offre il quadro). Così come dietro gli scontri in Calabria c’è una situazione molto complessa, incluso il ruolo non secondario svolto dalle cosche della ’ndrangheta. Parlare del contesto in cui questi fenomeni maturano e si consumano richiederebbe molto spazio; per giunta la storia dell’emigrazione italiana nel mondo è costellata di altri eventi che dovrebbero indurci a riflettere sull’immigrazione in Italia. Tuttavia è chiaro che la barbarie è dietro l’angolo. E che il ruolo di vittime e carnefici è intercambiabile. Forse la storia – visto quel che continua a succedere – non riesce davvero ad essere “maestra di vita”. In ogni caso sapere chi siamo e da dove veniamo può servirci, per lo meno ad essere consapevoli dei nostri errori: «La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso… - canta Francesco De Gregori - La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano».

di Marco Brando

Fonte: RadioCittaperta

giovedì 14 gennaio 2010

Haiti: "La situazione era drammatica, ora è tragica"



"La situazione è drammatica, tragica. Port au Prince è stata completamente devastata. Il palazzo presidenziale, la cattedrale, i vari ministeri sono crollati. Noi abbiamo la certezza che le nostre strutture a Port de Paix (nord del Paese) hanno retto e bambini e personale sono sani e salvi. Ma c'è stata una grande paura" dice Massimiliano Salierno uno dei responsabili di Anpil, associazione che si occupa dei bambini meno fortunati di Haiti. Dal nord del paese ci hanno confermato che è impossibile comunicare via telefono" aggiunge Salierno. "Anche gli haitiani che possono farlo si affidano ad internet per mettersi in contatto tra loro all'interno del Paese" conclude.
"Via mail abbiamo dialogato con Jacquelin Louis, responsabile della scuola di Tendron sulla Tortuga. L'isola della Tortuga è stata fortunatamente risparmiata dalla devastazione che ha invece colpito Port au Prince. I bambini stanno bene. Solo tanto spavento".
"La mia casa è distrutta. Fortunatamente io e la famiglia possiamo stare da amici. A noi è andata bene mentre il paese, e soprattutto la capitale Port au Prince, le cose vanno molto male. E' tutto distrutto. Ci saranno sicuramente molte centinaia di morti" racconta Roberto Stephenson, fotografo italiano che da molti anni vive a Port au Prince.

L'ambasciatore haitiano presso l'Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha dichiarato che i morti causati dal sisma potrebbero essere decine di migliaia.
Le notizie che giungono da Haiti sono terribili. Anche le sedi della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite, Minustah sono parzialmente crollate. Diversi caschi blu, le notizie dicono almeno 4 e tutti id origine giordana, sarebbero morti. Fonti non confermate fanno sapere che diversi caschi blu filippini sarebbero intrappolati fra le macerie della loro caserma a Port au Prince.

Cittadini haitiani che vivono nella repubblica Dominicana raccontano di un terremoto potentissimo che ha fatto oscillare per decine di secondi i palazzi più alti. La popolazione si è riversata nelle strade impaurita. Nicolas Sergileffe ha raccontato al telefono con PeaceReporter: "Quello che so di Haiti l'ho visto su Internet. Le comunicazioni con l'atra parte dell'isola di Hispaniola sono interrotte. Non so come sentire i miei parenti. Sto decidendo in queste ore di partire e andare di persona a controllare la situazione". Intanto l'aeroporto internazionale di Port au Prince sembra essere tornato operativo.

di Alessandro Grandi

Fonte: PeaceReporter

mercoledì 13 gennaio 2010

Rosarno, quattro giorni di ordinaria follia


Calati juncu ca l'acqua passa. Abbassati giunco, l'acqua passerà. Cosi hanno fatto le ‘ndrine calabresi durante la ‘Seconda Rivolta dei migranti' contro la ‘ndrangheta questo gennaio 2010.
Hanno aspettato che arrivassero 1.500 poliziotti a fermare la caccia all'uomo nero in stile Alabama partita venerdì 8 e adesso si sono ‘'ripresi la città'' (così il Comitato dei cittadini, capeggiato dall'ex consigliere comunale Ventre, imprenditore dalle mille attività, parecchie contigue a certe famiglie che contano).

La pax mafiosa è stata ristabilita. La ribellione degli africani agli spari continui (non sono cominciati giovedì 7, vanno avanti da cinque anni, oltre ai due feriti dell'11 dicembre 2008) e alla bottiglie lanciate dai motorini in corsa, non poteva essere tollerata da chi controlla capillarmente il territorio.
E coloro che sostituiscono uno Stato assente, hanno anche pensato bene di mandare via la manodopera in eccedenza, quei nivuri che non si piegavano alle vessazioni mafiose, accorsi in massa dopo aver perso il lavoro nelle fabbriche del Nord (su oltre 300 deportati dal ghetto Rognetta si sono sfogati con noi almeno in 50, di cui una ventina ripiegati sulla Calabria da Sassuolo, Monza, Lumezzane, Vicenza e altri distretti in crisi), ma che non servivano più visto che arance e mandarini devono restare sui rami; "Per me possono marcire i purtualli (dal turco portokal)!" ripetevano i contadini in questi giorni. Un litro di succo d'arancia brasiliano al porto di Gioja viene sdoganato per un euro e 50. Ai produttori calabresi realizzarlo costa 1,70 euro. Fate due conti. Rendono di più i rimborsi europei.

Ferire, non uccidere. Cacciare i neri, tenere i migranti docili. Cerchiamo di fare il punto a come si è arrivati a questa strage di Aigues Mortes in salsa piccante calabrese. Il morto non c'è stato, ma perché non lo volevano le ‘ndrine. Gli inquirenti della Procura di Palmi hanno spiegato, a microfoni spenti e lontano dalle telecamere del Tg1 di Minzolini: "Gli agguati intimidatori di giovedì 7 a 3 immigrati, i 4 feriti di venerdì e gli ultimi due spari contro i guineani di sabato sono stati fatti con lo stesso fucile, caricato ora a piombini ora a proiettili". La stessa mano. E con la stessa modalità: colpire braccia e gambe. Gambizzare, non uccidere. Se te ne vai, non ti ammazzo, se rimani fatti i fattitòi, era il messaggio dei Pesce e Bellocco, ‘gnuri incontrastati di queste terre. Anche i raid punitivi organizzati da cotrari (picciotti nel dialetto edmeo) in ronde di 30 e 40 avevano una strategia precisa: miravano solo ai nivuri e ignoravano cinesi, ucraini, bulgari e maghrebini. Nessun cronista se n'è accorto, ma durante la rivolta solo tre negozi erano aperti in città: quelli dei cinesi.
La Triade da tempo (sospettano dalla Procura di Locri) ha stretto patti con le ‘Ndrine, e fioriscono anche sul versante jonico della Calabria le aziende di proprietà orientale. "Questi sono brutti tempi per noi", mormorava Kolya, che viene da Kiev, venerdì mattina, assistendo ai linciaggi impediti dalla polizia di Stato; "non mi fate parlare, io vivo qua da 8 anni e ci devo stare tutto l'anno", mormorava Ruben da Bahia Blanca, Argentina. "Noi arabi anche veniamo presi a bottigliate, ma non reagiamo. I fratelli neri invece si voltano e attaccano briga", spiegavano Ahmed e Ibrahim, dalle campagne di Casablanca, mentre assistevano ai pestaggi. Vivono a Rosarno da 3 anni; nessuno li ha degnati di uno sguardo. Le ‘Ndrine volevano cacciare solo i Nivuri, ma "Ora non dite che siamo razzisti!" tuona uno degli animatori del comitato di autodifesa, Nicola Paparatti: "Qua in Chiesa abbiamo pure la Madonna Nera!". E don Pino Varrà, il parroco, da due Natali (dalla Prima Rivolta dei migranti alla Ndrangheta nel dicembre 2008) mette nel presepe, notte del 24, un Gesù Bambino nero. Non pare che il messaggio sia stato colto dai fedeli rosarnesi. Altri scontri sono stati evitati ieri per un pelo: i collettivi cosentini capeggiati da Francesco Caruso volevano marciare su Rosarno per creare un ‘presidio antirazzista'. Dal centro sociale Cartella di Reggio, che conosce il territorio e dà assistenza legale da anni ai migranti, sono riusciti a dissuaderli: "Se mettete piede in paese, i rosarnesi non vi lasciano un osso sano. Compagni, questa settimana servirà all'analisi, per ora niente azione".

Promesse non mantenute, bugie mediatiche. "Rimossi i ghetti della vergogna", titolano oggi Corriere e Repubblica online. Ma quali ghetti? Ieri alla ex fabbrica per la raffinazione del bergamotto ‘Rognetta' sono state azionate le ruspe dei vigili del Fuoco alle 11. A beneficio delle telecamere del Tg1 e del Tg5. Abbattute le foresterie dell'ex fabbrica, dove non dormiva nessuno. Rimane in piedi il corpo della fabbrica dove dormivano in 400, nelle tende in alluminio donate dalla regione Calabria dopo la prima rivolta, per non far dormire i migranti in baracche di plastica nera. Spente le telecamere,le ruspe si sono ritirate. Promessa per oggi la distruzione della ex Opera Sila, il secondo ghetto, ex oleificio per la raffinazione dell'olio lampante (quello da illuminazione) finanziato dalla Cee e mai aperto: l'imprenditore emiliano che ha preso i contributi europei è scomparso dopo l'inaugurazione. Non verrà abbattuto nulla, verranno solo cementati gli accessi, come già successo alla ex cartiera, dove Peacereporterera accorsa dopo l'incendio del luglio scorso che aveva minacciato di uccidere 300 migranti senza lavoro.

Soldi mai visti I pochi bagni chimici nelle due strutture menzionate, e quelle penose baracche di lamiera che ieri restavano silenti con i pochi poveri oggetti abbandonati da burkinabe maliani e senegalesi in fuga, sono stati finanziati con 50mila euro regionali. Il ministro dell'interno Maroni ne aveva promessi 200mila nel febbraio 2009 per fronteggiare l'emergenza e creare delle strutture umane: vennero battezzati fondi P.o.r. per non far apparire che i soldi finissero agli extracomunitari. Un acronimo per far rientrare gli stanziamenti in alcune misure di sicurezza. Poca parte di quei fondi sono stati spesi: non si capisce come distribuirli tra regione e i comuni di Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. Qui si trovano i tre ghetti degli stranieri; i comuni citati da oltre 15 mesi sono commissariati per infiltrazioni (si fa per dire) delle ndrine, insieme con altri 6 amministrazioni della Piana: Gioja, Taurianova, tutti i paesi più grossi. Il terzo centro era uno di quelli che funzionava meno peggio:le Colline in contrada Marotta a Rizziconi, 15 chilometri da Rosarno. I migranti da 15 anni occupavano due casolari appartenenti sulla carta a due sorelle del clan Albanese, famiglia che domina a Cittanova. I beni erano sotto sequestro giudiziario, gli africani ci dormivano indisturbati. Il comune in luglio aveva addirittura messo acqua corrente e luce. "Ma dopo un mese non arrivava più ne luce né acqua: non avevano soldi per le bollette!" spiega Rocco Lucisano della Caritas di Rizziconi, venuto a dare assistenza agli ultimi 30 migranti rimasti in paese finché non riscuoteranno le spettanze per le ultime due settimane di lavoro. Sono nascosti da domenica tra gli uliveti; se oggi non riceveranno i soldi, i celerini hanno ordine di deportarli a forza verso i centri di accoglienza di Crotone e Bari, dove sono già arrivati in 1.300. "Che peccato vedere partire i ragazzi - mormora il pensionato 60enne Rocco - anche la notte di Natale con la Caritas avevamo mangiato qua con loro: venti volontari della parrocchia di san Martino e mille pasti distribuiti".
Maroni aveva promesso che nessuno dei clandestini sarebbe stato espulso, il centro Migranti di Gioja assicurava sabato che "non si stanno identificando i 300 deportati a Crotone venerdì notte". Il ministro leghista aveva addirittura promesso a "tutti un permesso di soggiorno sanitario", per ripagarli dei tentati omicidi. Oggi ha già cambiato, idea, si va verso l'espulsione.

Gli africani ci salveranno dalle ‘Ndrine E la residenza era già stata promessa a due africani ( una carta di soggiorno definitiva): un ivoriano e un ghanese, colpiti l'11 dicembre 2008 da colpi di kalashnikov esplosi da una auto in corsa, non avevano scelto il silenzio omertoso. Si erano messi subito in coda alla questura di Gioja Tauro per denunciare con un centinaio di altri migranti, estranei alla cultura della non collaborazione ch'i sbirri. "Gli africani salveranno Rosarno'' titolava un suo libro il blogger Antonello Mangano dopo quei fatti. Per la prima volta, in Calabria una intimidazione mafiosa veniva accertata e punita, oltre il muro dell'omertà. Arrestato Andrea Fortugno, un bulletto 20enne con precedenti penali, in maggio arrivava una sentenza di detenzione in primo grado. Venerdì scorso, mentre il comitato civico assediava il comune per chiedere di deportare i migranti, qualcuno appendeva un cartello "Andrea Fortugno è innocente!". Ai due africani, nonostante tre richieste di carta di soggiorno ex articolo 18 della legge Bossi Fini (collaborazione con la giustizia, un sistema pensato per invogliare le prostitute a denunciare gli sfruttatori, spiega l'avvocatessa Anna Foti della rete Migranti) l'ex prefetto di Reggio Musolino ha sempre negato i permessi definitivi.

Ronde senegalesi contro i calabresi casomai! "Le ronde, se mai si faranno qua, le affidiamo ai senegalesi per tenere lontani gli ndranghetisti" spiegava il sindaco di Caulonia Ilario Amendolia, quando la Lega Nord voleva affidare la sicurezza ai cittadini. Stigliano, Riace e Caulonia sono tre paesini della provincia reggina sulla costa jonica, 80 chilometri da Rosarno, dove i sindaci da anni sanno sfruttare i fondi europei per integrare i rifugiati politici eritrei e curdi a 20 euro al giorno, un terzo di quanto costa tenere un immigrato in un Cpt. "Dopo questa rivolta contro lo strapotere mafioso, bisognerebbe affidare ai senegalesi la difesa della nostra terra in nome della legalità", ha scritto sul quotidiano ‘Calabria Ora' il direttore Paolo Pollichieni, "avreste dovuto vedere la faccia di un vecchio patriarca del clan Pesce sul balcone di casa ad imbracciare la lupara per respingere l'assedio dei migranti giovedì, per la prima volta tenuto a fronteggiar un assalto". "
Qui sulla Jonica adesso vareremo delle ronde, ma le affidiamo ai nostri rifugiati etiopi e curdi per proteggere calabresi e migranti dai mafiosi", ha provocato di fronte ai cronisti Mimmo Lucano, il sindaco di Riace che 15 anni or sono pensò di affidare le case abbandonate dai calabresi emigrati ai rifugiati africani; nel suo curriculum due intimidazioni a colpi di lupara sul portone, auto bruciate.

U preHettu! Vulimu u PreHettu!" Nella Piana hanno parlata greca proto-ionica. Pronunciano ancora la Fi aspirata, (diversa dalla Fi labiale) poi scomparsa dall'alfabeto delle lingue ellenico-joniche successive a Omero. Ogni Effe viene ingoiata con suono retro linguale, come il suono aspirato delle lingue arabe. I 200 invasati del comitato Civico che venerdì volevano "riprendersi la città", asserragliavano il Comune per imporre la loro volontà al commissario prefettizio (il consiglio comunale è stato sciolto) Domenico Bagnato. "U PreHettu, ‘ndajmu u parramu c'u PreHettu", (dobbiamo parlare al Prefetto) gridavano anche i bambini. "Ssi bastardi ‘ndi toccaru i Himmini, (i bastardi ci hanno toccato le donne) e la polizia li protegge? E noi che siamo italiani, non dobbiamo avere la stessa protezione dei neri?" ripetevano donne attempate e braccianti che un tempo con la Cgil combatterono battaglie per la riforma agraria. "Ho visto io dei cotrari colpiti dai neri cadere a terra dal motorino, e gli sbirri a lato che non facevano niente; oggi che regoliamo i conti nostri, perché li caricano nelle volanti e a noi italiani riservano i manganelli?", gridava un bulletto vestito in nero del Movimento Sociale Meridionale, costola scissionista del vecchio Msi. Alcuni avevano esagerato con le ritorsioni: Antonio Bellocco, figlio dell'ergastolano Giuseppe del clan dominante, aveva attaccato i carabinieri che provavano a togliergli dalle mani tre togolesi: arresto convalidato. Un pensionato al Bosco, vicino l'Opera Sila, ha attaccato i migranti con la sua ruspa. La creme de la Creme degli arrestati rosarnesi è però Giuseppe Ceravolo: un precedente per sospetto omicidio della fidanzatina rumena 17enne al capodanno 2008, uccisa a colpi di pistola. Con la sua macchina Giuseppe stava caricando su dei guineani avventuratisi per strada.

Ma come si è arrivati a questa follia? Come, nella città che negli ultimi due anni tendeva una mano aperta ad aiutare, che ora è diventata un pugno chiuso pronto a colpire? Dai pranzi di domenica per 100 immigrati offerti da Mamma Africa (Norina Ventre, 85 anni dell'Unitalsi cattolica) dalle feste della Befana in piazza con torroncini offerti agli extracomunitari, come si è passati alle ronde del quartiere Bosco intorno l'Opera Sila? Come è potuto accadere in un paese ribattezzato la Sesto San Giovanni di Calabria, con un candidato sindaco Pci (Peppe Valarioti) ucciso dai mafiosi e percentuali bulgare di voti a sinistra negli anni '80? Questa è la terra del primo cittadino ‘rosso' Peppino Lavorato, che indiceva riunioni di quartiere per dirimere le controversie tra braccianti locali e migranti. Perché questo scempio, tra la gente della Piana, braccianti solidali nelle lotte proletarie contro i latifondisti, angolo di Calabria dove non vale l'appellativo Cumpari, ma dove ci si apostrofa tutti, anche con gli estranei ‘Oi Fratimeu'. Frati. Meu.
In questa terra, fino allo scorso dicembre, tutti gli estranei erano considerati fratelli. Come in tutto il reggino, fino a poco fa, maghrebini e subsahariani venivano appellati ‘'Cugini''. Gente che viene appena dall'altro lato del mare. Ora non sarà più così. Mai più. I calabresi non dimenticano.

Venerdì la Contrada Bosco Rosarno si presentava con 150 armati di spranghe premute contro l'asfalto, le gambe divaricate, i palmi premuti sul manico, le mascelle serrate, sguardi di sfida nelle pupille dei giornalisti, a gridare "Si ‘ndannu a gghiri ssi bastardi!". Due voci false hanno montato la follia. Giovedì 7, dopo i primi due feriti a pallini, la prima manifestazione dei migranti fa danni materiali, ma senza scontri. Mentre questi disperati rientravano nei loro ghetti, viene ferito un terzo ragazzo, ghanese, e ai migranti viene riferito che 4 di loro sono stati uccisi.

Si scatena la follia. Antonella Bruzzese, 31 anni, viene aggredita in contrada Bosco mentre è alla guida della macchina: ferita all'occhio, costretta a scendere dall'auto con i due bimbi di 10 e 2 anni, sottratta al pestaggio dai vicini rosarnesi accorsi, mentre la vettura viene ribaltata e data alle fiamme. E' la fine. Toccare un familiare, soprattutto donne o bambini, a un calabrese (che ci sia o meno mentalità mafiosa nei suoi pensieri) vuol dire aver passato la soglia. Niente tornerà in ordine finché l'offesa non viene lavata col sangue.
Si diffonde la seconda menzogna mirata a scaldare animi: "Ssi ‘nnimali minaru na gnura incinta i 8 misi chi pirdiu u figghiolu" ripetevano tutti venerdì mattina ai quattro angoli del paese, gli animali sarebbero i migranti, la signora è Bruzzese, che è si incinta, ma non ha mai avuto nemmeno un accenno di aborto spontaneo. Ma tanto basta a scatenare la caccia al negro. Il Ku Klux Clan si è messo in pista e non tornerà a casa. Niente sarà mai più come prima, sulla Piana di Gioja Tauro e nei nostri cuori di calabresi, che finora, in mezzo a tutte le infamie che accompagnano il nostro nome, potevamo almeno mantenere l'onore di essere riconosciuti come popolo ospitale.

Ora i rosarnesi del comitato civico sono contenti: si sono ripresi Rosarno. "Ma non dite che siamo razzisti, sono i negri ad avere esagerato", sbotta un portavoce con fisico da rugbista che ha indetto per oggi alle 16 una manifestazione per "recuperare la nostra reputazione". I clan possono riprendere il loro controllo. I calabresi tornano ad essere ospitali,purché il vostro colorito delle pelle sia roseo, o tutt'al più olivastro. Anche Cristiana, una ghanese residente da anni nel paese erede dell'antica Medma greca e sposata a un suo connazionale, due figli nelle scuole locali, ha dichiarato ieri a SkyTg con accento calabrese "io non me ne vado, sono di qui. Ci sono rosarnesi bianchi e rosarnesi neri". Basta che i nuovi cittadini edmei capiscano quali ordini non vanno infranti. "Non fate quella faccia, giornalista - dileggiano i promotori del comitato d'autodifesa - il casino è finito. Non c'è da essere tristi, veniti e pigghiativi nu CaHè, offriamo noi rosarnesi, ché siamo gente ospitale".

di Gielleu

Fonte: PeaceReporter

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