venerdì 26 febbraio 2010

Haiti, la vera storia del paese più povero di tutto l’emisfero occidentale


Nessuno si è mai domandato come è possibile che metà di un’isola stia relativamente bene, dal punto di vista economico, mentre l’altra metà sia semplicemente il paese più povero di tutto l’emisfero occidentale?

Teoricamente un’isola dovrebbe disporre di risorse naturali divise abbastanza equamente, e non si conoscono isole in cui ci siano fragole, ruscelli dorati e fior di loto da una parte, mentre dall’altra vi siano cave di tufo, zanzare e topi morti.

Perchè allora Haiti è il paese più povero dell’Occidente, mentre a Santo Domingo – l’altra metà dell’isola - la popolazione se la passa relativamente bene, o comunque vive in maniera dignitosa?

Perchè Haiti ha commesso, oltre duecento anni fa, il più grave peccato mortale che si conosca sulla faccia della terra: ha osato ribellarsi all’uomo bianco.
Il filmato è disponibile da una collaborazione con Arcoiris Tv

giovedì 25 febbraio 2010

CUBA: cosa cerca il governo Usa attraverso l'IRI? Un altro Iraq? Un'altra Grenada? Un altro Honduras?


L'IRI è l'Instituto Republicano Internacional creato nel 1983, ed è una ONG nonpartisan, cioè non è affiliata al partito repubblicano . È impegnata nella “libertà e la democrazia” tramite il rafforzamento dei partiti politici, delle istituzioni civiche, delle elezioni aperte, della good governance e della legge. È finanziata per il 99.85% con denaro del Governo statunitense, vale a dire, dai contribuenti. Il Dipartimento di Stato (57%), USAID (33%) ed il National Endowment for Democracy (11 %) costituiscono quasi il totale dei finanziatori.

Solo lo 0.15% viene da donazioni private. Essenzialmente l'IRI è un'agenzia politica del governo degli Stati Uniti che realizza operazioni internazionali. Lavora in 65 paesi ed aveva cominciato nel 1964 in Bolivia (il governo del paese cadde nel maggio di quell'anno), Colombia (predecessore diretto del Plan Colombia), Granada (dopo l'invasione statunitense), Guatemala (nel periodo dei massacri) e Portogallo. Secondo molti, quello che legalmente fa oggi l'IRI attraverso le ONG, è ciò che prima faceva di nascosto la CIA.

Nello specifico, in Honduras ha un programma attivo e la responsabile a Washington di tale piano ha annunciato nell'aprile 2009 che sarebbe stato un banco di prova per portare avanti un cambio di governo data l'impopolarità del presidente Zelaya, avvertendo che ciò sarebbe stato fatto tramite un colpo di stato. È molto interessante vederla ridere mentre dice che, essendo un paese piccolo in una regione poco interessante del pianeta, ciò non importerà a nessuno.

È la stessa logica sottostante l'invasione di Grenada nel 1983 da parte di 10.000 soldati dell'esercito statunitense. Troppo piccola perché qualcuno protestasse. È come l'arrivo dei 16.000 soldati ad Haiti che adesso controllano i porti e l'aeroporto. Troppo piccoli e critici perché qualcuno se ne renda conto.

Tre settimane dopo il golpe in Honduras hanno chiesto al portavoce del Dipartimento di Stato Crowley un'opinione su questo piccolo particolare e lui ha risposto così:

DOMANDA: Il governo (degli Stati Uniti) ha realizzato un colpo di stato legale (in Honduras) ?

CROWLEY: No .

Questo fine settimana due noti leader sociali sono stati assassinati dalle forze golpiste. Roger Bados, leader del Bloque Popular e del Frente de Resistencia Nacional contro il golpe, ha trovato la morte nella città settentrionale di San Pedro Sula. Quest'uomo era anche membro del partito di sinistra , Unidad Democràtica, nonché presidente di un sindacato che rappresenta i lavoratori di una fabbrica di cemento. La sua morte è stata annunciata come parte delle azioni repressive prese dal governo golpista per zittire l'opposizione. Anche Ramòn Gracìa, un altro leader sociale hondureño, è stato ucciso quello stesso sabato pomeriggio dalle forze militari che, salite sull'autobus dove viaggiava, lo hanno fatto scendere uccidendolo e ferendo la sorella.

La logica dell'IRI è quella del Dipartimento di Stato: se sono a favore degli Stati Uniti sono democratici, se sono contro, un golpe destinato a rimuoverli dal potere, è irrilevante, morto più morto meno. È la stessa logica applicata in Iraq, dove sono arrivati nel maggio 2003, appena tre mesi dopo l'invasione anglo americana per “rafforzare la democrazia”. Nel caso dell'Honduras, dove il presidente è stato tirato giù dal letto ed esiliato, non ci troviamo di fronte ad un golpe né secondo il Dipartimento di Stato né secondo l'IRI, la sua agenzia. Il fatto che solo il 35% della popolazione abbia votato è un'inezia per questi agenti della democrazia.

Si è tornati alla logica del “sarà anche un figlio di puttana, ma ricordatevi che è il nostro figlio di puttana” di Eisenhower, (detto di Somoza), ai tempi della dottrina della sicurezza e sviluppo. La differenza è che oggi cambiano il regime mettendo al potere qualcuno che abbia la parvenza di democratico, e ciò che ora fa apparire l'Honduras democratico, è il fatto di non essere allineato con Venezuela e Cuba. È un “buon golpe”, o meglio, “non è un golpe”, come ha detto Crowley. Strictu sensu è un cambio di regime. L'invasione dell'Iraq non è stata un'invasione, ma un “cambio di regime”, un attacco preventivo, ecc. Un “cambio di regime” non è un “golpe”. La carta democratica dell'OSA non permetterebbe un golpe. Si è dato il via alla stagione dei golpe buoni, che in realtà sono cambi di regime, buoni perché sono contro Venezuela e Cuba, come ha sostenuto Fernando Mires nei suoi lavori sull'Honduras.

La domanda è: cosa fa l'IRI a Cuba mentre realizza sondaggi nelle province? Perché il Dipartimento di Stato di Obama va a realizzare inchieste sul cambio di regime a Cuba? Un golpe? Poco probabile. Un'invasione, visto che siamo nelle vicinanze? Controllano gli aeroporti di tutte le coste circostanti, dalla vicinissima Haiti alla Florida, da Palmerola in Honduras a Panama e Colombia. Un'invasione con sbarco di marines? Sembrerebbe assurdo ma l'IRI continua a realizzare diversi sondaggi a Cuba.

Un'inchiesta riportata sul portale dell'IRI dice che dal 12 marzo al 14 aprile 2008, alcuni intervistatori di paesi latinoamericani hanno preso contatti, discretamente, con cubani attivi in aree pubbliche. I questionari sono stati sottoposto ad un totale di 587 cubani adulti e riguardavano i limiti e le prospettive dell'economia ed il funzionamento attuale del regime di Castro. La cosa importante è che il sondaggio rappresentava adulti provenienti da tutta l'isola, divisi per provincia, sesso ed età. È stata realizzata con questionari faccia a faccia e quindi dovrebbe essere un lavoro statistico significativo.

http://www.iri.org/sites/default/files/2008June
5 Survey of Cuban Public Opinion, March 14-April 12,2008—Spanish version.pdf).


Il risultato mostra come poco più del 61% dei cubani voterebbe contro candidati esponenti del Partito Comunista se a Cuba si tenessero elezioni libere e giuste. Più dell'82% dei cubani non crede che le cose vadano bene a Cuba e questo numero è cresciuto di quasi il 10% rispetto allo studio che l'IRI aveva condotto nell'ottobre 2007.

http://www.iri.org/news-events-press-center/news/iri-survey-shows-more-60-percent-cubans-want-democratic-change.

Sono sondaggi quasi semestrali realizzati alla luce del giorno.

Il sondaggio seguente, secondo quanto dicono, è stato realizzato dal 4 luglio al 1 agosto 2009. Un totale di 432 adulti cubani sono stati intervistati sullo stesso tema. La revisione ha un margine di errore di un 5% in più o in meno, ed un livello del 95% di fiducia. L'inchiesta è stata condotta in 12 province cubane. I risultati esprimono che “i cittadini cubani sono sempre più preoccupati dalla situazione economica, più della metà (52%) sono preoccupati per i salari bassi, l'alto costo della vita e le sfide che presenta il doppio sistema monetario dell'isola”. “ Quasi i due terzi (66%) dei cubani non crede che il governo riuscirà a trovare una soluzione ai problemi più pressanti dell'isola”. In materia di diritti di proprietà, “nove su dieci” (il 91%) appoggia la possibilità di comprare e vendere liberamente le case, cosa che ora non è possibile.

http://www.iri.org/news-events-press-center/news/iri-poll-cubans%E2%80%99-confidence-government-continues-fall


Tralasciando il fatto se questi sondaggi siano degni di fede o meno, la domanda è: cosa cerca il governo Usa attraverso l'IRI? Un altro Iraq? Un'altra Grenada? Un altro Honduras? È questo ciò che vuole il contribuente nordamericano durante la crisi? Può un paese nel bel mezzo di una crisi economica della grandezza di quella statunitense darsi il lusso di andare a piazzare degli intervistatori a Cuba per sapere se il mercato dei cellulari crescerà? O forse hanno altri scopi. Possibile che con gli USA che sventolano la bandiera del 13% del PIL di deficit fiscale (del budget pubblico), finanziato dal resto del mondo, possibile che nessuno stato del G20 o del G77, che compra i buoni del Tesoro per avere delle riserve, voglia richiamarli al buon senso? Possibile che non ci sia nessun movimento sociale interno che ne parli? Gli Usa si trovano forse davanti ad un cambio di regime appoggiato dall'interno? È credibile che la cittadinanza cubana appoggi una situazione tanto assurda? O forse è proprio a causa della crisi statunitense che è necessario fare questi sondaggi per sapere quando fare cosa. Come ultima espressione di libertà e democrazia, il link della conferenza stampa in cui la donna responsabile dell'IRI per l'Honduras ride mentre parla del colpo di stato, è stato delicatamente soppresso.

Un'ipotesi

La guerra è il motore dell'economia statunitense che non prende il volo neanche con il 13% del PIL di deficit fiscale. La voce delle spese militari è cresciuta nella prima decade del XXI secolo, mentre la voce riguardante la sicurezza interna si mantiene stabile e quella delle spese generali cala. La guerra non è più una questione di prestigio e potere bensì un affare. Questa è una caratteristica della loro decadenza. È un affare che puntella la politica estera. Alla perdita di leadership, o di egemonia, si accompagna l'uso della forza. Come dice lo scudo cileno: “Con la ragione o con la forza”.

La militarizzazione della politica estera del governo Obama, ad esempio ad Haiti, in Honduras, Colombia e Messico, genera introiti per le imprese vincolate con il settore della difesa. Ma militarizzare il budget conviene in toto. Oggi si è alla ricerca non tanto di vincere le guerre quanto di cambiare i regimi, come in Iraq, e di condurre guerre di logoramento. Un tempo i morti erano prima di tutto gli invasi e poi i soldati invasori.

Oggi, invece, nel mondo del business della guerra, le imprese di sicurezza contrattano mercenari, come è successo ad un ex portiere del mio palazzo a Lima, di nome Moisès, che è andato insieme a peruviani e ad altri reclutati tra gli eserciti di tutto il mondo, in Medio Oriente o dove serve. Moisès è in Iraq. O era. Le reclute sono preparate nei loro paesi d'origine, ma non hanno uno sbocco nel mercato del lavoro dell'economia odierna. Sono carne da cannone. Non c'è un registro dei mercenari, che tra l'altro costano poco ai Blackwaters, oggi Xe Services LLC. In questo modo poi non si hanno le brutte immagini dei soldati statunitensi morti e sepolti con la bandiera che avvolge il feretro. “ Blackwater è un'impresa privata militare. Blackwater Worldwide utilizza grandi istallazioni di formazione e training per fornire soluzioni adatte ai clienti”. Oltre ad avere un esercito, è dotata di una flotta aerea da guerra.

http://www.xomba.com/www_blackwaterusa_com_official_website_blackwater_usa_blackwater_worldwide.


É Blackwater ad incaricarsi della guerra sporca, per esempio.

http://online.wsj.com/article/SB124272991586734137. Blackwater lavora a stretto contatto con il Dipartimento della Difesa (html.http://online.wsj.com/article/SB124272991586734137.html).Sono i paramilitari del Dipartimento della Difesa, sullo stile colombiano, ma legalizzati. Sono definiti come consulenti di sicurezza, benché abbiano aerei da guerra e almeno 20.000 soldati.

http://www.radiocable.com/mayor-ejercito-mercenarios-al-descubierto654.html.


Blackwater, che ha cambiato nome in Xe LLC nel 2007, è o è stata di Carlyle. Carlyle appare nella pagina
http://www.privatemilitary.org/conglomerates.html e, tra gli altri, è di proprietà della famiglia Bush. Così come Arinc che è nello stesso giro e fornisce equipaggiamento http://www.arinc.com/ ed è di Carlyle.

Una guerra di logoramento coinvolge soprattutto i mercenari che la fanno e fa fare utili alle imprese statunitensi che li contrattano. Non bisogna perdere la guerra ma nemmeno vincerla. Se si riesce a controllare il territorio si entra nella seconda fase dell'affare che prevede l'assessoramento alle riforme economiche da parte della Banca Mondiale e la consolidazione democratica. Se si riesce a trionfare, si entra nella fase di ricostruzione, come in Iraq.

Il Premio Nobel per la Pace Henry Kissinger, per giustificare l'intervento criminale in Cile nel 1973, disse “se non controlliamo il nostro cortile di casa, come possiamo controllare il mondo”, solo che oggi non siamo nel 1973 anche se il governo di Piñera in Cile sa di Pinochet. Ci aspettiamo di più dal nuovo Premio Nobel per la Pace anche se la debolezza mostrata finora lascia poche speranze.


di Oscar Ugarteche
Comparso su A SUD

Lambro, il vile attentato incontra il Po


Milano. La vicenda del fiume Lambro, dove ieri ignoti hanno sversato oltre 600 mila litri di gasolio e olii combustibili, aprendo i collettori di collegamento di tre cisterne del deposito della ex raffineria Lombarda Petroli a Villasanta, rappresenta "un gravissimo attentato all'ambiente ed alla salute pubblica".

Lo sottolinea in una nota Stefania Prestigiacomo, ministro dell' Ambiente, annunciando che il Ministero si costituirà parte civile contro i responsabili: "Confidiamo - dice - che le indagini in corso conducano rapidamente all'individuazione dei responsabili contro i quali il Ministero dell'Ambiente si costituirà parte civile".

In questo momento le istituzioni competenti, Regioni, Comuni, Protezione Civile, Autorità di bacino "si stanno prodigando con ogni mezzo in una lotta contro il tempo per cercare di limitare i danni delle centinaia di migliaia di litri di sostanze inquinanti che hanno ormai invaso il Po". Il Ministero dell'Ambiente "segue costantemente" con i suoi tecnici ed il personale del'autorità di bacino l'andamento dell'onda nera che sta inquinando le acque della pianura padana.

"Sosterremo quindi incondizionatamente - conclude - la richiesta di dichiarazione di stato di emergenza, una emergenza che del resto è già in atto. Superata la fase emergenziale il Ministero interverrà per valutare i danni ambientali causati da questo gesto criminale e quindi si procederà rapidamente a disporre gli interventi di bonifica".

E' stato aperto presso la Procura del Tribunale di Monza un fascicolo per disastro ambientale e avvelenamento delle acque per l'inquinamento del Lambro provocato dalla fuoriuscita di oli combustibili dai depositi avvenuta ieri.

FOTOGALLERY da Corriere.it: Clicca!

Tratto da: rainews24.it
Comparso su AntimafiaDuemila

mercoledì 24 febbraio 2010

Di Girolamo, ecco le sue immagini amichevoli insieme a un boss della 'Ndrangheta


Il senatore Pdl Nicola di Girolamo con il boss Franco Pugliese




Il senatore del Pdl nega di aver mai avuto rapporti con la malavita organizzata. Ma "L'espresso" ha trovato le sue immagini amichevoli insieme a un boss della 'Ndrangheta, Franco PuglieseECCO LE FOTO


I fatti contestati non mi appartengono. Non ho mai avuto contatti con mafia, camorra e 'Ndrangheta". Così ha dichiarato il senatore Pdl Nicola Di Girolamo nel corso della conferenza stampa che ha convocato per precisare ai giornalisti la propria posizione in merito all'inchiesta che lo vede accusato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio internazionale e di essere stato eletto all'estero con il contributo determinante di una famiglia mafiosa.Il senatore si è concesso pochi minuti, senza rispondere alle domande che gli venivano rivolte, numerosissime, dai cronisti. "Ho rispetto del lavori della magistratura ma mi riservo di vedere prima gli atti per poter contestare le accuse", si è limitato ad aggiungere.Quell'unica, perentoria, affermazione "non ho mai avuto contatti con mafia, camorra e 'ndrangheta" viene tuttavia smentita da un servizio fotografico pubblicato in esclusiva nel prossimo numero de "L'espresso" e che qui anticipiamo. Il servizio documenta una cena elettorale svoltasi nell'aprile 2008 durante la quale il senatore Di Girolamo è ritratto in atteggiamento amichevole insieme al boss Franco Pugliese e questi, a sua volta, con Gennaro Mokbel (considerato l'ambasciatore delle famiglie mafiose calabresi nel potere politico romano): tutti coinvolti nella maxi inchiesta che vede implicati i vertici di Fastweb e Telecom.

Fonte: L'espresso

Fastweb, Telecom, Pdl, Parlamento, 'ndrangheta, Nicola Di Girolamo, riciclando riciclando fino alle Seychelles


Ecco come il senatore del Pdl Di Girolamo e gli imprenditori arrestati facevano affari milionari. Un gigantesco sistema di riciclaggio di denaro sporco che coinvolge anche Telecom. Ed emergono rapporti con Finmeccanica

DALL'ARCHIVIO del L'espresso La grande evasione (8/11/2007)

Il conto corrente i carabinieri lo hanno trovato alla Barclays Bank, Isole Seychelles, a nome della Waldorf Investment. Dietro quella società, secondo gli investigatori, ci sono due dei pezzi grossi finiti nella rete dei pm di Roma: il senatore Nicola Di Girolamo e Marco Toseroni, entrambi indagati, insieme al altre 54 persone, nella mega operazione su riciclaggio di denaro sporco del Ros e della Guardia di Finanza. Il conto corrente è di quelli pesanti: in pochi mesi ci finiscono dentro 36 milioni di euro. Tutti illeciti profitti guadagnati dalla banda capeggiata da Gennaro Mokbel, che dal 2003 al 2007 grazie alla falsa compravendita di schede prepagate e alla fittizia compravendita di traffico telefonico mai effettuato, ha generato operazioni per 2,2 miliardi di euro. Un riciclaggio spaventoso pari al debito dell'Alitalia, un'affare in cui sono coinvolti tutti: imprenditori, mafiosi, piccole aziende, rappresentanti delle forze dell'ordine, aziende come Telecom, Sparckle, Fastweb (è stato spiccato un mandato di arresto per l'ex aministratore Silvio Scaglia, l'attuale amministratore Parisi è indagato), politici di spicco.
Il senatore Di Girolamo – di cui oggi la procura ha chiesto l'arresto – è uno dei perni dell'inchiesta: dalle intercettazioni e dalle indagini economiche sembra che il suo ruolo sia più che rilevante. La 'ndrangheta avrebbe messo il nome del senatore Di Girolamo sulle schede bianche usate per i seggi destinati agli italiani all'estero per farlo eleggere. Ma il suo nome spunta dappertutto, soprattutto nelle intercettazioni che raccontano come il sodalizio criminale tenta di far rientrare i capitali dall'estero e di investire i guadagni illeciti.

Il riciclaggio
Il problema principale, quando i soldi iniziano ad arrivare a vagonate, è quello di spenderli. Gennaro Mokbel, parlando con uno dei suoi soci, è chiaro. «
Noi stiamo a vive male, però, molto male! Ammucchiamo, ammucchiamo ma non famo mai un cazzo... mo' tocca iniziare a spenderli sti soldi. Massimo, Pinocchio (che secondo gli investigatori è l'amico e socio Marco Toseroni) è convinto che sulle gioiellerie, ha chiamato l'amministratore de Vancleef, ha un appuntamento st'altra settimana...». In effetti, l'organizzazione compra un po' di gioiellerie, negozi di abbigliamento, ristoranti e immobili. Tutti a Roma.

Il nome di Di Girolamo spunta quando c'è necessità di far rientrare i capitali dall'estero. Lo studio dei flussi di denaro è stato complesso, ma per riportare i soldi in Italia vengono usati esperti e avvocati stranieri, spesso titolari di fiduciarie in stati esteri, come tal Mr. Lee, Randhir Ram Chandra, il giapponese mister Takeshi Iwasawa e l'italianissimo Fabrizio Rubini. Rubini è già noto alla polizia: nel 2005 è finito in carcere a Regina Coeli, accusato di aver ucciso il rivale in amore, un geometra di Ostia. Nonostante l'accusa grave e le intercettazioni che inchiodavano lui e l'amante, Rubini è stato scarcerato nel 2006. Sembra si sia rimesso subito in affari. Rubini, commercialista noto della Capitale, è stato socio con Di Girolamo in varie società (Wbc srl, Emmemarine srl, Progetto ristorazione), ma secondo gli inquirenti ora mira in alto: sarebbe lui l'intestatario di un conto a San Marino dove vengono accreditati milioni di euro, soldi che la banda mandava dalle società di vari paradisi fiscali. Nelle giornate in cui arrivavano i bonifici, i due si sentono al telefono. Telefonate criptiche, dicono gli investigatori: Di Girolamo e Rubini dicevano di parlare dei dettagli solo di persona.

Ecco due colloqui tra il senatore e l'uomo accusato d'omidicio volontario, avuti il 30 gennaio 2008 e il 18 marzo 2008:
D: «Pronto»
R: «Nicola scusa è una cosa rapidissima. Mi hanno confermato che tra domani e dopodomani a Rimini mi hanno dato tutto. Tutti i documenti inerenti a quella cosa che ho discusso con Giovanni...io rientrerei giovedì, ma ti trovo per portarveli subito così ve li leggete...»
D: «Io martedì sono già operativo il pomeriggio»
R: «Perfetto»

R: «Ti porto un po' di pezzi di carta, per te».
D: «bene, così riusciamo a reimpostà un po', e niente da domani allora facciamo il punto su questo e su quell'altra cosa, oltretutto questa è un po' una pratica "pilota", perché se va avanti...tutto quello che mi ero fermato di prendere...perchè avevo vari dubbi su Paolo e quant'altro, capisci che dirottiamo tutto qua?»
R: «Assolutamente si, perfetto».
D: «Okay a posto».

L'affare Finmeccanica
Il gruppo a un certo punto decide di investire e punta in alto. Secondo gli inquirenti la banda avrebbe investito circa 8 milioni di euro per compare le quote della Digint srl, una società che dovrebbe produrre software e hardware nata nel 2007 e partecipata da una società anonima lussemburghese (la Financial Lincoln) e dal colosso pubblico Finmeccanica, che ne detiene il 49 per cento. Già. Mokbel e i suoi parlano spesso di Guarguaglini e altri dirigenti dell'azienda.

«Io ieri sera sono stato a cena con uno dei capoccioni di Finmeccanica» spiega Mokbel a un amico «uno dei tre che comandano Finmeccanica. Lui però vive negli Usa, a Washington, è quello che ha firmato l'accordo da sei miliardi... sugli aerei... Finmeccanica, fa gli aerei degli Stati Uniti». A un altro interlocutore, Mokbel ripete che è stato a cena con «il numero tre della terza industria militare del mondo e con due della Cia...Aveva una scorta de quelle che non se possono...armati, un cazzo de marchingegno, m'hanno offerto, non a me, ma tramite sempre l'avvocato Nicola (secondo gli inquirenti si tratta del senatore Di Girolamo, ndr) di aprire una loro agenzia per tutto il centro Asia, per la vendita di prodotti di sicurezza... e prodotti militari... elicotteri Augusta e via dicendo. Ci abbiamo una riunione lunedì».
A un altro personaggio, Mokbel soggerisce di tenere la bocca chiusa sull'affare, perché le possibilità di fare altri soldi sono molte. «Incominci a comprare gli elicotteri Augusta...quanti amici vuoi? Che cazzo vuoi? Che sicurezza vuoi? Che tecnologia vuoi? Questa è una cosa ...che ci apre tutto un altro scenario che manco te lo voglio dì...»

Un gruppeto si incontra a febbraio del 2008, qualche giorno dopo, al Circolo romano "Antico tiro a volo". Ci sono Mokbel, Di Girolamo, altri indagati come Marco Toseroni, Vincenzo Sanguigni, Marco Iannilli e Lorenzo Cola. Toseroni spiega che la società è stata comprata, una scatola vuota, «è una partecipazione dove apparentemente c'è una "delega" da parte di Finmeccanica per la cessione del 51 per cento». Chissà se Guarguaglini e i suoi uomini di questa storia ne sanno qualcosa.

di Emiliano Fittipaldi

martedì 23 febbraio 2010

Il peggiore rom dei loro incubi


Molto interessante la ricerca presentata ormai qualche giorno fa (scusate il ritardo…) alla Camera dei Deputati “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, realizzata da Swg per per la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle regioni e delle province autonome. Come è noto l’area tendenzialmente xenofobica arriva al 45,8%, mentre quella dei tolleranti si ferma prima del 40%. Nella prima sezione i veri estremisti sono il 10,7%, un piccolo gruppo al quale però i ricercatori riconoscono “capacità di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta”. Tra chi ha un atteggiamento aperto, quelli con una mente aperta e serena nei confronti delle interazioni con l’altro sono il 19,4% (quasi ragiunti dal 14% dei “tolleranti”). Ma è proprio questo l’aspetto più interessante dello studio perché – giustamente – i ricercatori non si sono concentrati soltanto sullo straniero (ed è noto che questa inchiesta evidenzia una presenza molto forte del gruppo romeno-rom albanese fobico), ma sulla difficoltà per i nostri giovani di rapportarsi con il diverso da sé. Dunque viene fuori che: è impensabile per i ragazzi tra i 18 e i 29 anni cenare con un rom, tanto quanto con un tossicodipendente. Si può invece pasteggiare con un ebreo, un extracomunitario o con un omosessuale. Se la persona seduta a tavola è musulmana, già il boccone comincia ad andare di traverso. E i vicini di casa? Ok per un ebreo o un omosessuale. Fucili spianati contro rom e (di nuovo) tossicodipendenti. quando si tratta poi di immaginare un proprio figlio fidanzato con una persona diversa da sé le cose diventano ancora più scivolose: ebreo, mmm…va bene. Scoprire che il proprio figlio è omosessuale? E’ considerato difficile. Ma, di nuovo, la fobia scatta quando si pensa a un fidanzato rom o tossicodipendente.

Interessante “accoppiata” nell’inconscio delle nostre giovani generazioni questa tra i tossicodipendenti e i rom: considerata il molteplice e in-consapevole uso di sostanze psicotrope e la sfuggevole dimensione della “dipendenza” nella nostra società cocainizzata, sarebbe interessante dibattere con i ragazzi su quanti di loro assumono inconsciamente degli atteggiamenti che attribuirebbero al peggiore rom dei loro incubi.


di Cinzia Gubbini

Fonte: il manifesto

lunedì 22 febbraio 2010

LA NAVE DEI VELENI, LA MORTE DEI MARI


In Italia, se ammazzi qualcuno hai circa il 65% di probabilità di farla franca. Non poche. Le probabilità sono però maggiori se partecipi ad una strage. Se poi, tra i tuoi soci, ci sono quelli che sono genericamente chiamati “i Servizi” puoi dormire tra due guanciali: dentro e fuori gli apparati statali saranno in tanti, spesso anche insospettabili, a mobilitarsi per difendere le cosiddette “ragion di Stato” e a garantire impunità. È capitato nei decenni scorsi e capita ancora oggi per una strage dai contorni ancora più nebulosi delle “stragi di Stato”. Le stragi di Stato, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, qualcosa di definito l’avevano: il momento in cui venivano realizzate (quasi sempre, l’attimo dello scoppio di una bomba) e il numero delle vittime. Nella strage che raccontiamo, invece, tutto è diluito e vago a parte i morti ammazzati: la giovane giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, il cameraman Miran Hrovatin e il capitano di corvetta Natale de Grazia. Sullo sfondo decine, forse centinaia o migliaia (nessuno può dirlo) di persone scomparse o che scompariranno, magari in un letto d’ospedale.


14 dicembre 1990, sotto un cielo scuro, pochi chilometri a sud di Amantea (una delle più belle località tirreniche della provincia di Cosenza) spunta all’orizzonte una nave. Piove, tira vento, il mare è in burrasca. All’inizio pochi fanno caso al fatto che la nave ha la prua verso terra e viene avanti ondeggiando come un pugile stordito. Spinta dalla corrente, impiega mezz’ora prima di arenarsi sulla spiaggia di Formiciche. Quando s’inclina fragorosamente sul lato sinistro, il traffico sulla statale 18 Tirrenica Inferiore è paralizzato da un pezzo. Tra la folla radunata sul bagnasciuga c’è Teresa. “Ero una bambina e quella nave, bianca e rossa, mi sembrava gigantesca. Mi attraeva e mi metteva paura” ricorda la ragazza che da sempre vive in un borgo poco distante, nella vallata del fiume Oliva. A vedere lo spettacolo ci sono anche Francesco Cirillo e Alfonso Lorelli che allora, giornalista freelance l’uno, insegnante di filosofia nei licei l’altro, sono militanti riconosciuti di una sinistra “rivoluzionaria” che in Calabria è sempre stata più caparbia e radicale che altrove. I loro ricordi si sommano al rammarico di non avere capito subito che, forse, quella nave enorme, che sulle fiancate portava il nome “Rosso” e quello del suo armatore Ignazio Messina, avrebbe potuto essere la “pistola fumante” di una faccenda ancora più enorme. “Era uno spettacolo felliniano, ma la festa durò poco. In quel pomeriggio qualcuno riuscì persino ad entrare nella stiva. Dei ragazzi ne uscirono con degli scatoloni pieni di vasetti di pesche sciroppate. Dalle sei della mattina seguente la nave fu recintata da un cordone di carabinieri e finanzieri” dice Cirillo. “Era vietato fotografare, anche da lontano. A qualcuno che venne sorpreso a farlo dal terrapieno della vicina ferrovia fu sequestrato il rullino. Ricordo di avere visto intorno alla nave un paio d’automobili AFI” aggiunge Lorelli riferendosi alle targhe “Allied Forces Italy” (ritirate per motivi precauzionali dopo l’11 settembre) dei mezzi militari statunitensi delle basi Nato sparse lungo la penisola. Anche degli attivisti smaliziati come Lorelli e Cirillo impiegano giorni per mettere a fuoco quello straordinario evento. Sarebbe bastato sapere che la Rosso altro non era che la “Jolly Rosso” che due anni prima si era guadagnata la fama di “nave dei veleni” per avere rimpatriato, su commissione del governo italiano, 5932 fusti di materiali tossici che una ditta lombarda aveva abbandonato sulle spiagge di Beirut, approfittando del caos provocato dalla guerra civile. O che qualche tempo dopo a Ignazio Messina fosse pervenuta da parte di Giorgio Comerio, ingegnere e faccendiere residente a Lugano, la richiesta di acquisto della nave (che dopo l’avventura libanese era rimasta ormeggiata al molo del porto di La Spezia) per utilizzarla nello smaltimento di rifiuti nucleari, inabissandoli in fondo agli oceani.

Bidoni e tumori
Più che legittimo coltivare sospetti e domande sulla dinamica del naufragio della “Rosso” e inquietudini su quello che succede dopo che si arena. Perché mai, ad esempio, a risolvere la questione viene chiamata la Smit Tak (società olandese specializzata in operazione di bonifica in seguito a incidenti radioattivi), che dopo 17 giorni abbandona l’impresa con un assegno di ottocento milioni? E perché quel viavai di camion soprattutto durante la notte tra il 14 e il 15 dicembre e quel gran operare di ruspe nelle cave lungo il fiume Oliva riferito da molti abitanti della zona? Teresa ricorda di avere visto, mesi dopo, qualcosa che agita ancora i suoi sonni. “C’era stata una piena che aveva danneggiato la briglia dove andavo sempre a giocare insieme con mio fratello. Un giorno notiamo una sostanza melmosa uscire da tre fusti, nascosti in un sarcofago di cemento” dice la ragazza. Nel 2004 Teresa trova il coraggio di andare in Procura a denunciare quell’episodio. A spingerla è una paura più consapevole di quella che ha provato quattordici anni prima sotto la nave. “Nel mio borgo di contadini si sono ammalati finora 18 abitanti su 117. E l’incubo non è finito, visto che i tumori si sviluppano di regola dopo una ventina d’anni dall’esposizione. Posso solo sperare che Dio me la mandi buona e chiedere al governo di dirci la verità e cominciare la bonifica della zona” dice Teresa. Franco Sarago del direttivo calabrese di Legambiente, incontrato durante un sopralluogo nella valle dell’Oliva, ricorda che varie rilevazioni aeree hanno scoperto un innalzamento della temperatura della valle di 5-7 gradi rispetto al resto della regione.


di Guido Piccoli

Fonte:Galatea - European Magazine

L’altra faccia della crisi greca


La forza delle cifre sembra non lasciare spazio a obiezioni o a disquisizioni di orientamento politico-economico. La Grecia è sull’orlo del crack, e non c’è altro da fare che tagliare. Lavoro, stipendi, welfare. Falcidiare tutto per salvare il paese e l’equilibrio finanziario e monetario dell’intera eurolandia.

La responsabilità del dissesto è dei governi di centrodestra, cacciato l’anno scorso dalle urne, ma il centrosinistra ora non può che perseverare con le formule di lacrime e sangue. Eppure, c’è chi si ostina a non pensarla così. E non sono pochi.

A obiettare sono i lavoratori pubblici e larga parte dei privati, a cominciare da agricoltori, camionisti, aeroportuali, infermieri, oltre al grosso degli studenti e dei disoccupati. Il premier socialista Papandreou ha lanciato appelli alla popolazione alla calma, e ai sindacati alla collaborazione “responsabile” in vista dell’emergenza.

Alcune sigle hanno allora chinato la testa, molti altri – i non rappresentati ma non solo – l’ascia di guerra l’hanno invece sfoderata lo stesso, con scene di guerriglia urbana, agitazioni settoriali, università e scuole occupate, strade e trasporti bloccati, fino all’esplosione collettiva nello sciopero generale dello scorso 24 febbraio.

La fotografia delle finanze greche sembra peraltro inequivocabile. Il rapporto tra deficit e Pil è salito a un clamoroso 12.7 per cento - mentre la soglia fissata a Maastricht è al 3 - e il debito è oramai pari al 112 per cento del reddito nazionale.

Insomma la Grecia avrebbe gettato al vento i benefici acquisiti dall’ingresso nell’Euro, nonché gli iniziali sacrifici per aderire ai vincoli europei di bilancio. Uno “sperpero”, insomma, al quale dover ora porre inevitabilmente rimedio con copiosi tagli alla spesa pubblica. La ricetta è questa, giudicata inconfutabile da Atene quanto da Bruxelles, i cui leader nazionali hanno giurato di “non far cadere” il paese, senza peraltro stanziarvi neppure un euro.

Il “sostegno” europeo si è ridotto finora a un tiepido sostegno al drastico piano proposto dal governo greco di riportare le finanze pubbliche entro i paletti del Patto di stabilità già entro il 2012. La Commissione, in altre parole,

raccomanda un pacchetto di riforme strutturali per aumentare l’efficacia della pubblica amministrazione, mettendo in atto una riforma pensionistica e del sistema sanitario, migliorando il funzionamento del mercato del lavoro e del sistema di contrattazione degli stipendi”.

Traduzione: tagli ai servizi pubblici, a iniziare dalla sanità, innalzamento dell’età pensionabile, ulteriore precarizzazione del lavoro e riduzione dei salari.

Ora, non si tratta qui di confutare sul piano teorico siffatta dottrina di politica economica, sebbene oramai fiocchino in tutta Europa, Italia inclusa, i “manifesti” di economisti per la “liberazione dal pensiero unico”. E che di pensiero unico si tratti è confermato dagli stessi Trattati continentali che hanno codificato le strutture dei bilanci e i divieti di intervento pubblico.

Qui però si tratta solo di capire una cosa, ossia perché a quei precetti si stanno ribellando le masse. La ragione, a ben vedere, è piuttosto banale. La “terapia” viene avvertita non come un’inversione di tendenza, tipo “adesso dobbiamo pagare il conto”, bensì come la prosecuzione estrema, la miccia che fa esplodere un paese che, invece, ha già pagato abbastanza. Di “sprechi” ce ne sono senz’altro stati, tra ombre corruttive, retoriche sulla “giovinezza” economica greca sulla spinta dell’emancipazione democratica dai colonnelli dopo il 1974 e soprattutto il trionfo mediatico del cemento con le Olimpiadi del 2004.

Sta di fatto che, a raccontare il contrario di un paese arrancante, sono i dati oggettivi. La Grecia ha conosciuto una crescita annua del Pil, nell’ultima decade, superiore al quattro per cento annuo, ben oltre le medie europee, salendo nella classifica globale della competitività dal sessantaduesimo posto al quarantunesimo.

Dov’è allora il problema? A raccontarlo così sembra che quel boom economico sia avvenuto al prezzo di un eccesso di spesa pubblica. “Cifre gonfiate”, dicono oltretutto a Bruxelles, che ha aperto un’indagine (che coinvolge anche l’Italia) proprio sui dati forniti dagli esecutivi nazionali con la compiacenza di agenzie di rating americane.

Il rigonfiamento coinvolgerebbe peraltro decimali di punto e non smentirebbe la tendenza di fondo. E la tendenza che emerge non è quella di una crescita alimentata dalle uscite pubbliche, bensì al contrario avveratasi “nonostante” i copiosi tagli già portati alle prestazioni sociali.

Il servizio sanitario nazionale è stato di fatto azzerato, tra ospedali chiusi e privatizzati.

L’Università è sempre più striminzita, a numero chiuso e con quote di iscrizione a carico delle famiglie che sfiorano la cifra complessiva di cinque miliardi di euro annui, ingenerando così la maggiore proporzione al mondo (circa il cinquanta per cento) di popolazione studentesca costretta all’estero.

E la ricerca è congelata a un ridicolo mezzo punto percentuale del Pil, a una distanza siderale dagli obiettivi di investimento nella conoscenza fissati dalla celebrata Strategia di Lisbona (e qui si palesa anche la nevrosi europea, che da un lato chiede di spendere, dall’altro di tagliare). E infatti tra un taglio e l’altro le masse, sotto l’ombrello di trionfali ritmi di crescita, si sono pesantemente impoverite, a cominciare dai lavoratori, col fattivo contributo di un’inflazione governata senza controlli con l’arrivo dell’Euro (com’è accaduto in Italia) e di progressive amputazioni nelle garanzie salariali e contrattuali.

Gli occupati greci sono i più poveri d’Europa, con salari reali che ne relegano uno su sei al di sotto della soglia della povertà, la quale tra l’altro coinvolge oltre il venti per cento della popolazione totale, oltre il doppio della media continentale.

Dato ancor più interessante, sempre estrapolato dalle cifre europee: al netto delle prestazioni pubbliche, vi sarebbero percentualmente meno indigenti in Grecia che in Italia. In altre parole, la povertà greca è un prodotto diretto dei tagli al welfare. I ceti deboli, insomma, hanno già dato, e fin troppo.

L’incremento del Pil accompagnato da quello dell’indigenza indica palesemente un enorme trasferimento delle risorse dalle classi meno agiate alle altre. Sicché quel clamoroso sforamento dei limiti di deficit non appare affatto il risultato di alchimie finanziarie legate a eccessi di spesa, bensì del crollo economico delle masse decapitate dai tagli, con l’aggravante di un elite che, dopo il successo dei pur moderati socialisti, è corsa a depositare nelle banche svizzere quasi dieci miliardi di quell’esproprio collettivo.

Fuori dalle logiche del pensiero unico, la crisi greca non sembra dunque altro che un caso esemplare di scontro tra capitale e lavoro, col primo che schiaccia il secondo e ora trova nuova sponda nella logica dell’emergenza, oltre che su un’economia progressivamente deindustrializzata (nonostante i sacrifici salariali), che ha sostituito quasi tutte le attività produttive (scese all’un per cento del Pil europeo) con la rendita turistica, raddoppiando così il deficit con l’estero nell’ultimo decennio. E il piano del governo è chiaro: congelamento generale degli stipendi per quest’anno, decurtazione delle indennità del dieci per cento, nuove tasse su sigarette, alcol e benzina, aumento dell’età pensionabile ed equiparazione entro il 2013 di quella delle donne a quella degli uomini.

Altri sacrifici, dunque, e altri tagli. E un intero popolo è sul piede di guerra, e poco serviranno a placarlo i segnali di orientamento progressista prospettati dal nuovo governo di centrosinistra, quali una riforma fiscale che prevede l’abbassamento dell’attuale soglia di 75mila euro per l’applicazione aliquota più alta (quaranta per cento) e benefici promessi per le fasce inferiori, nonché una legge per abbreviare i tempi della cittadinanza alla popolazione immigrata più falcidiata d’Europa.

Troppo poco, per un popolo a cui viene offerto l’ennesimo aggravio delle politiche economiche che l’hanno costretto in ginocchio. Il virus che viene confuso con la medicina, e continua a essere iniettato. Il governo non può approvare misure salariali, fiscali e pensionistiche che servano a placare gli dei del mercato a danno dei lavoratori”, avverte il presidente del principale sindacato del settore pubblico Papaspyros, che il mese scorso ha indetto assieme a una sigla comunista una giornata di mobilitazione che ha fermato la Grecia.

Poi si sono mossi altri settori, fino allo sciopero generale. Ma la protesta non nasce ora, essendo il culmine di un disagio che da anni suscita proteste nella totalità delle categorie economiche, e manifestazioni spontanee delle periferie urbane lasciate nella solitudine delle sentenze di condanna emesse da quasi tutte le forze politiche, anche a sinistra. Ora quelle scintille sono diventate una ribellione nazionale.

di Alessandro Cisilin - da «Galatea - European Magazine» di marzo, 2010.

Comparso su megachip

sabato 20 febbraio 2010

L'equivoco


« L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto....

.....Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. »

(Paolo Borsellino, Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa 26/01/1989)

Cosa resta del lavoro di uomini come Borsellino,Falcone,Caponnetto,Cassarà,e tanti altri come loro?Difficile dirlo con precisione,se per precisione intendiamo il puntuale ed incontrovertibile riscontro positivo fattuale.La mafia,dopo il duro colpo infertole,ha saputo riorganizzarsi,guardare al futuro,andare avanti.Cosa che,colpevolmente (leggi:proditoriamente) allo Stato è riuscita un pò meno.Se oggigiorno la mafia non è più una sottocultura siciliana,ma un raffinato prodotto da esportazione,un'organizzazione ben rodata con interessi in ogni dove,stabilmente radicata nei territori controllati ed elegantemente vestita di legalità,merito o colpa è stata anche e soprattutto dell'incapacità dello Stato di contrastare efficacemente criminali di giorno in giorno più esperti,più preparati,più "acculturati".
Ora per inettitudine,ora per convenienza.Ma il peccato più grave commesso dai dignitari (più che dignitosi) colletti bianchi della Res Publica,non è stato depotenziare de facto le forze dell'ordine o deficere nella produzione di una normativa coerente e coartante che colpisse a morte I Ragazzi del 416-bis dal punto di vista patrimoniale.Non è stato nulla di materiale.E' stato ben altro.Una sciente e costante depauperazione della lotta culturale alla mafia attuata mediante un meschino disinteresse travestito da impegno con retrogusto ipocrita.Forse atta a mascherare il clamoroso fallimento raccattato,forse a mantenere calme acque in cui tocca navigare a vista.Lo Stato si fà spettatore di attività culturali e realtà associative portavoci di legalità,di costituzionalità e prima di tutto,di onestà,pratica ed intellettuale.Offre il suo patrocinio,sponsorizza l'evento o encomia il collettivo.Ma non produce mai in prima persona.Attraverso una presa di posizione concreta,stabile e leale.Attraverso un insegnamento didattico che permetta di capire fin dall'età del primo apprendimento cos'è la mafia e di scegliere da che parte stare.Attraverso un supporto ai magistrati meritevoli che vada ben oltre l'abbacinante e,ahimè,fine a se stessa,commemorazione post-mortem.Un supporto in-con-di-zio-na-to.Perché la mafia si combatte,non si ignora.Perché la lotta alla mafia deve essere senza quartiere,anche se troppo spesso si ferma a Palazzo.Perchè la mafia è l'antitesi dello Stato,e la partecipazione ad una delle due istituzioni dovrebbe e deve necessariamente escludere a priori l'appartenenza all'altra.Purtroppo è questo che non si vuol capire,o per meglio dire,che fa comodo non capire.Ed è in quest'ottica che il lavoro di questi Uomini ormai estinti,di questa razza atavica di paladini della legge,assume un valore inestimabile.Nell'ottica di formazione di nuove generazioni di orgogliose coscienze riluttanti a vedersi sottomesse da poteri paralleli a quello statale,che continuino a difendere la legalità a spada tratta,ove questa è sinonimo di giustizia e pacifica convivenza sociale.Il lascito culturale di uomini come Borsellino è immenso.Basti dare un'occhiata in rete per rendersi conto del peso etico delle sue parole e della loro attualità.E in uno Stato che ricorda e rivaluta Craxi (nobile statista con la coscienza sporca di miliardi ed il coraggio furbesco di chi non ha altra scelta che passar per martire e fuggire),in quanto
ereditato dai suoi epigoni,ci piace ricordare Paolo all'indomani del suo settantesimo compleanno e fargli i nostri più sinceri e commossi auguri.Perché Paolo vive,checché se ne dica..

"..Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perchè la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà."
Paolo Borsellino 17 Luglio 1992.

A mente fredda,possiamo affermarlo.Non tutto è stato vano.Si può fermare un uomo,ma la forza delle sue idee continuerà a vivere negli altri uomini.Grazie Paolo.

di Matteo Canale Parola

Fonte: Associazione Culturale Pier Paolo Pasolini

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