mercoledì 31 marzo 2010

La Lega razzista di Bossi e gran parte dei minorati - ignoranti padani si sentono minacciati dal buonissimo kebab, ma non dalla 'ndrangheta



Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra.

Ma anche norme ridicole - come quelle sulle panchine - o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori - sono i venditori di cibo etnico.

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli, a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

SE SEI NERO CAMBIA TUTTO

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro - Buccinasco - viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

LA MAFIA NON ESISTE

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

LEGGI CRIMINOGENE

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano

Tratto da: terrelibere.org

Comparso su AntimafiaDuemila

Gelmini, giù quelle tue sporche mani dalla Resistenza


Semplicemente non c'è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell'epoca contemporanea, dall'analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l'inizio della società di massa...«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l'Onu), la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio».

di Alessandra Ricciardi

Fonte: Articolo originale - Italia Oggi

Comparso su roma.indymedia.org

martedì 30 marzo 2010

Nichi Vendola stravince. La vittoria della Buona politica.


Nichi ce l’ha fatta. In un centrosinistra che stenta,c’è una stella che brilla in Puglia, che dimostra che la buona politica è l’unica strada per percorrere una vera alternativa a Berlusconi e al berlusconismo.

Al momento, 3827 su 4003 sezioni scrutinate, i dati danno Nichi al 48,9 contro il 42,1% di Rocco Palese. Una vittoria schiacchiante, una vittoria della buona politica.

In un Italia che si fa sempre più scura, dalla Puglia nasce un arcobaleno pronto ad attraversare tutto il Paese.

Qui in tempo reale lo spoglio delle elezioni in Puglia

Fonte: sinistraecologialiberta.it

lunedì 29 marzo 2010

Questo è un altro Sud. In Puglia riparte la sinistra


Un patto costituente tra politica e popolo. Alla fine della sua lunga campagna elettorale Nichi Vendola racconta cosa è cambiato e cosa può cambiare ancora per la sinistra italiana. A partire dalla «sua» Puglia.
Che cosa è in gioco nel voto di oggi?
C’è una differenza sostanziale tra oggi e cinque anni fa. Nel 2005 il punto cruciale era la crisi della destra pugliese, la ribellione al modello feudale incarnato da Raffaele Fitto. Nel 2005 è Fitto che ha perso, io ero un’incognita,
una suggestione, una possibilità. Stavolta si vota su di me, sul fatto che quella possibilità e quella suggestione si sono incarnati in un’esperienza e in una narrazione che ha reso la Puglia un luogo particolare, dove nelle istituzioni e nella società si può costruire la controtendenza a tutto quello che rappresenta
il berlusconismo. Stavolta è la Puglia il fatto nuovo.
E’ innegabile però che c’è un grande interesse anche fuori dalla Puglia su
di te e la tua storia. Non c’è il rischio di oscurare le pratiche che qui avete
provato a costruire?
Dico sempre che non sono il fenomeno ma l’epifenomeno. Il fenomeno è un Sud diverso da quello degli stereotipi. Il Sud non è soltanto una domanda di modernità e di giustizia sociale. Il Sud è una gigantesca domanda di libertà ed è attraversato costantemente da autentici flussi popolari e libertari. Leggere il Sud con il vecchio paradigma dello «sviluppo ritardato» significa non capire quello che si anima al di là della iconografia livida e mortuaria che si offre di questa parte d’Italia. Dal 2007 la Puglia guida saldamente l’economia del Sud e ora inizia a competere con quella del Nord. L’abbiamo fatto aprendo partite inedite ed epocali come quella con l’Ilva per l’abbattimento delle emissioni di diossina.
A proposito di Nord/Sud. Il successo della Lega alle regionali cosa cambierebbe per l’Italia?
Si aprirebbe un esito drammatico. L’inchiostro dei decreti delegati che tradurranno il federalismo fiscale in tabelle e parametri con cui garantire servizi
essenziali rischia di portare a una secessione materiale, dissimulata ma effettiva. Il problema del Sud è ragionare come macro-territorio, fare sistema,
perfino essere una lobby. Anche il sistema informativo meridionale è totalmente
subalterno a quello del Nord.
Nel tuo libro-intervista con Cosimo Rossi dici che «la domanda fondamentale della politica non è più ‘che fare?’ ma ‘chi fa cosa?’». Che vuol dire? Chi ti critica, per esempio, dice che questo è populismo di sinistra.
Dopo il ‘900 il tema del soggetto politico non possiamo più rimuoverlo. Allora
definire «chi», sperimentando anche forme di «connessione sentimentale» con un popolo, è decisivo. Nel Pd è un problema evidente. Che cos’è il Pd? Chi è il Pd? Il fare invece riguarda la credibilità dell’agire politico. Nel moderatismo della sinistra c’è una scissione importante tra il dire e il fare. La sinistra spesso fa allusioni senza conseguenze. Le campagne elettorali sono tutte di sinistra ma appena finite prevale subito il realismo di corto respiro. Contro tutto questo, oggi, dobbiamo essere molto sperimentali.
Che tipo di esperimento sono allora le «fabbriche di Nichi»?
Sono luoghi politici godibili, che hanno ridotto al minimo il tasso di noia, le gare tra galli che si verificano nei partiti-pollai e la dinamica passiva che ha berlusconizzato la società italiana.
Rimarranno o pensi che tramonteranno con la campagna elettorale?
Lo decideremo insieme, con gli «stati generali delle fabbriche» che convocheremo dopo il voto. E’ un’esperienza troppo nuova e troppo importante
per me. E’ la vera chiave di questa campagna elettorale.
A proposito di «chi», in questi mesi hai lottato con molti protagonisti del Pd. Faccio dei nomi. D’Alema.
Non ho nessun problema con D’Alema. Il punto non sono le relazioni tra persone ma l’inadeguatezza di tutti i protagonisti a sinistra che possono
contribuire a mettere in piedi il «cantiere dell’alternativa». Prima delle primarie
gli spiegai quello che si vede oggi nelle piazze. Il problema non ero io. Il problema è questo popolo che si riconosce in me. Che è portatore di un’idea di buona politica ed è l’ingrediente decisivo dell’alternativa. Senza questo popolo e senza questa connessione, semplicemente l’alternativa non c’è. Il centrosinistra si è andato spegnendo dentro rituali di palazzo. Dentro formule coalizionali o improvvisazioni politicistiche. Per il processo di alternativa abbiamo bisogno invece di uno straordinario patto costituente tra un progetto politico e un popolo. La litigiosità dell’Unione era grave perché figlia di una concezione autoreferenziale di ciascuno e povera della consapevolezza generale che il patto fondamentale non è tra partiti ma tra i partiti e il popolo, soprattutto i giovani. E’ un patto di futuro.
Il sindaco di Bari Michele Emiliano.
Ha detto delle cose importanti. Ha dichiarato la sua ammirazione per la mia capacità di perdonare nonostante tutto quello che mi è stato fatto per mesi.
Il tuo ex vicepresidente Sandro Frisullo che attualmente è in carcere.
Sono ovviamente turbato da questa vicenda, tuttavia ho un grande rispetto
per la magistratura e penso ci siano garanzie sufficienti per potersi difendere.
Francamente, con tutto il dolore, la comunicazione tra noi si è interrotta il 5 luglio dell’anno scorso.
Un tuo successo sarebbe un salto di qualità per Sel ma anche per la sinistra.
Come vedi il tuo futuro politico? Escludi un salto in alto oltre la Puglia?
Piuttosto che parlare di me spero si parli di quello che è accaduto qui. Non
lo dico per eludere la questione. Se questo è un laboratorio lo è per ragioni
sociali e politiche. Allora guardiamoci dentro. Quello che farò da grande non è rilevante. Chi ha visto da vicino questa campagna elettorale forse lo può capire: è stata un intreccio tra una storia politica e una storia d’amore. Almeno io la vivo così, e mi ha dato la forza di sopravvivere al tentativo di macchiare la mia persona e di coinvolgermi in cose impensabili per chi conosce la mia storia.

di Matteo Bartocci

venerdì 26 marzo 2010

La Videolettera di Nichi Vendola per il futuro della Puglia




E' stata una campagna elettorale entusiasmante e coinvolgente. Paese per paese, piazza dopo piazza. L'aria è buona, i sondaggi sono favorevoli. Ma ora contano i voti, la nostra capacità di persuasione. Dobbiamo raccontare la Puglia del futuro, la Puglia della bellezza, la Puglia del grande patto tra impresa, lavoro e cultura, la Puglia che non ha bisogno di inquinamento per creare occupazione. La Puglia che mette un po' di poesia nella politica.

giovedì 25 marzo 2010

Cuba più forte delle menzogne



Un documento del Partito Comunista di Cuba

Con il pretesto della morte di un essere umano, condannato per reati comuni e trasformato in “prigioniero di coscienza” per opera e in virtú dei dollari statunitensi, Cuba viene vilmente attaccata.

La morte di Orlando Zapata Tamayo é stata purtroppo inevitabile, ma la responsabilitá non potrá mai ricadere su coloro che per tre mesi hanno fatto tutto il possibile per salvarlo: i medici cubani formati dalla Rivoluzione. I carnefici, che avrebbero potuto evitarla, sono invece coloro che lo hanno istigato al suicidio e hanno tratto benefici dalla sua morte. Coloro che oggi si rallegrano, sorridono cinicamente ed usano il suo nome per attaccare il popolo cubano.

La Rivoluzione cubana, fin dai primi momenti della lotta insurrezionale contro la dittatura di Fulgencio Batista, é segnata da un incontestabile comportamento etico e di rispetto per la vita umana, comportamento provato con i fatti e riconosciuto da politici ed intellettuali di tutti gli orientamenti ideologici.

Mai un prigioniero é stato torturato, mai si é mancato di curare un combattente nemico ferito. Anche quelle erano armi che hanno reso possibile la vittoria. Un comportamento diverso non avrebbe differenziato i rivoluzionari dai loro nemici ed avrebbe minato la fiducia che il popolo ripose fin dal primo momento sulla sua nuova avanguardia.

I 51 anni di Governo Rivoluzionario, legittimato dalla sua condotta irreprensibile a difesa dell’essere umano e della sue piú nobili cause, ed appoggiato dai suoi processi elettorali in cui il popolo si sente veramente protagonista, prova inoltre che sarebbe impossibile per la Rivoluzione sopravvivere un solo minuto se oltrepassasse il limite che la contraddistingue, se tradisse la propria storia e dimenticasse i suoi principi piú puri di umanitá e solidarietá.

Migliaia di medici, di maestri, di edili e di professionisti cubani hanno dato persino la loro vita per portare la salute, l’istruzione ed il benessere ad altri popoli fratelli ed hanno sperimentato il piacere di servire il prossimo, in qualsiasi circostanza e nonostante le ristrettezze. Questi comportamenti, questa dedizione senza limiti, é frutto dell’opera generosa e pura della Rivoluzione.

Accusare la Rivoluzione cubana della morte di Orlando Zapata Tamayo é una grande menzogna. Farsi scudo con la morte di un essere umano spinto al suicidio per aggredire un popolo nobile e solidale é un grande cinismo ed una vigliaccheria, soprattutto da parte di voltagabbana che rimuginano sulla loro incapacitá di mantenersi saldamente al fianco di una Rivoluzione retta che non tradirebbe mai i dettami del suo popolo.

Il Dipartimento Relazioni Internazionali del Partito Comunista di Cuba respinge le dichiarazioni impudiche provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti i cui rappresentanti hanno chiuso gli occhi difronte ai crimini di lesa umanitá commessi ad Abu Grahib, alle torture nell’illegale Base di Guantánamo, ai voli segreti della CIA ed alle morti giornaliere di migliaia di loro concittadini e di emigranti, bambini ed adulti, sulle loro strade e nelle loro prigioni.

Il Dipartimento Relazioni Internazionali del Partito Comunista di Cuba denuncia il vergognoso complotto tra il grande capitale, i suoi rappresentanti politici ed i suoi asserviti mezzi di comunicazione che cercano di ingannare l’opinione pubblica, travisano la veritá e costruiscono una realtá inesistente, e si appella alla dignitá delle forze politiche del mondo per contrastare la campagna mediatica che cerca nuevamente di intaccare la soliditá e l’etica di Cuba nel campo dei diritti umani.

Piegarsi alla condanna di Cuba e mettere in discussione la sua storia, eludendo i nostri argomenti, quelli veri, contribuirá soltanto a quella campagna manipolatrice che persegue l’obiettivo di distruggere la Rivoluzione.

Il popolo di Cuba continuerá a costruire una societá piú giusta e solidale e continuerá, nonostante il blocco economico e mediatico e gli attacchi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, a collaborare per il benessere degli esseri umani nel mondo, guidati dalle idee dell’Apostolo della nostra indipendenza che ci ha insegnato che per essere forti bisogna impegnarsi per la veritá. Cuba é sincera. Cuba é invincibile.

Dipartimento Relazioni Internazionali del Partito Comunista di Cuba

Fonte: Contropiano.org

mercoledì 24 marzo 2010

Popolo delle Libertà, ovvero "Il triste Gregge dell'Ignoranza più estrema"





Un'inviata davvero speciale alla manifestazione del Pdl che, insieme con Simone Salis, sonda il "popolo azzurro" e scopre di essere di fronte non ad un Popolo delle Libertà, ma ad un gregge recluso nella peggiore delle prigioni, L'IGNORANZA.

Fonte: l'Unità



martedì 23 marzo 2010

Puglia, la locomotiva del Mezzogiorno



Negli ultimi cinque anni la Puglia è diventata, in tanti ambiti, locomotiva del Mezzogiorno. Consulta i risultati del Governo Vendola confrontati con quelli degli anni precedenti e con gli indici nazionali.

Commercio e artigianato - scarica in formato pdf

Fondi europei - scarica in formato pdf

Interventi per lo sviluppo economico - scarica in formato pdf

Poltiche economiche 2005-2009 - scarica in formato pdf

I tempi del POR - scarica in formato pdf


Fonte: nichivendola.it

Acqua, otto milioni di persone l'anno muiono a causa della siccità


ROMA - Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari e di acqua potabile e secondo le stime dell'Onu nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz'acqua. L'allarme viene lanciato in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua. Inquinamento, cambiamenti climatici, sprechi, renderanno infatti ancora più difficile il reperimento dell'acqua potabile. Nel mondo si passa da una disponibilità media di 425 litri al giorno per ogni abitante degli Stati Uniti ai 10 di un abitante del Madagscar, dai 237 litri a persona disponibili in Italia ai 150 in Francia. La stima del consumo medio di una famiglia occidentale è di oltre 300 litri al giorno, ma scende drasticamente sotto i 20 litri per una famiglia africana.

Secondo l'Onu 3.900 bambini muoiono ogni giorno per mancanza d'acqua. La zona più esposta rimane l'Africa: fino a 250 milioni di persone coinvolte e seri rischi per l'area sub-sahariana. Poi, il Medio Oriente dove sono presenti meno dell'1% delle risorse idriche a livello mondiale, mentre il 5% dei Paesi arabi - la regione più arida al mondo - già sono al limite delle risorse idriche. Stando alle previsioni, la popolazione mondiale, ora a 6,6 miliardi di persone, crescerà di 2,5 miliardi entro il 2050 comportando un aumento della domanda di acqua dolce di 64 miliardi di metri cubi all'anno.

La ricerca dei mezzi più efficaci per diffondere e interpretare le notizie sul clima e l'acqua nel continente sarà al centro di una conferenza panafricana a livello ministeriale, che si svolgerà a Nairobi dal 12 al 16 aprile. Promossa dall'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) in partenariato con l'Unione africana, la riunione sarà la prima del genere a svolgersi nel continente. Nella riunione, i ministri africani responsabili della meteorologia affronteranno temi relativi alle questioni legate al clima e alle risorse idriche in Africa, dove "numerosi Paesi", ha rilevato l'0mm, "sono molto vulnerabili davanti ai disastrosi effetti dei cambiamenti climatici".

L'Europa è naturalmente in condizioni migliori, eppure, secondo dati diffusi da Bruxelles, tra il 1976 e il 2006 almeno l'11% degli europei ha sofferto di carenza d'acqua, con un danno per l'economia di almeno 100 miliardi di euro. Storicamente, il problema è più serio nell'Europa meridionale. I Paesi del Mediterraneo ricorrono sempre di più alla desalinizzazione per la fornitura di acqua dolce. Si stima che la Spagna nei prossimi 50 anni raddoppierà il numero dei suoi impianti, che attualmente coprono il fabbisogno di otto milioni di persone al giorno. Anche l'Inghilterra comincia ad affrontare lo stesso problema.

L'indice di stress idrico, che mostra le risorse disponibili in un Paese o in una regione rispetto alla quantità d'acqua utilizzata, vede l'Italia tra i Paesi alle prese con carenze, oltre a Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Malta, Spagna e Regno Unito. Il Mediterraneo poi vede un forte impatto dei turisti sul prelievo di acqua, nel periodo di picco, fra maggio e settembre.

Ma in Italia "si assiste a uno spreco assurdo: le reti sono un colabrodo. Disperdono in alcuni casi anche un terzo della risorsa, mentre sono 8,5 milioni gli italiani che vivono in zone ove l'acqua ha difficoltà ad essere erogata con continuità'', ricorda il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi. Infatti su 383 litri di acqua erogati mediamente per ogni cittadino, solo 278 litri arrivano realmente a destinazione. Secondo la Cia le zone dell'Europa soggette a forte stress idrico "dovrebbero passare dal 19 per cento odierno al 35 per cento nel decennio 2070''.

L'Italia è anche il Paese dell'acqua minerale: secondo una ricerca di Legambiente nel 2008 sono stati imbottigliati 12,5 miliardi di litri di acqua, per un consumo pro capite di 194 litri, più del doppio della media europea e americana. Acqua di sorgente prelevata da 189 fonti da cui attingono 321 aziende imbottigliatrici "che pagano spesso cifre irrisorie per realizzare poi enormi profitti, come dimostra il giro di affari di 2,3 miliardi di euro raggiunto nel 2008".

lunedì 22 marzo 2010

Matteo Messina Denaro: "votate Berlusconi. Se vincono i comunisti ce ne possiamo andare dall'italia"


In una cittadina del trapanese gli uomini del boss stragista Matteo Messina Denaro si appartano in un angolo di un'autofficina e parlano delle direttive del capomafia, dei messaggi che ha fatto arrivare dalla sua latitanza e le indicazioni politiche da seguire. Le microspie registrano le conversazioni. Sono alla vigilia delle elezioni politiche dell'aprile 2006 e Cosa nostra manda in campo i suoi uomini nel trapanese per dar sostegno alle liste di Silvio Berlusconi. La conversazione tenuta segreta fino adesso dalla Procura di Palermo è chiara sulle posizioni politiche dei clan. I pretoriani di Matteo Messina Denaro commentano che sono "finiti i tempi dei comunisti", alludendo ai partiti della sinistra, e per questo motivo i mafiosi si organizzano per contribuire a far tornare il governo Berlusconi. Il centrosinistra guidato da Prodi vince le elezioni con uno scarto minimo di voti sul Cavaliere. Ma a Trapani il successo del centrodestra è netto per entrambe le Camere.

La conversazione dei mafiosi viene registrata la mattina del 6 marzo 2006 e i fedelissimi del capomafia accusato di omicidi e delle stragi del 1993 di Milano, Roma e Firenze, commentano negativamente il ritorno dei 'comunisti'. Sembra una riunione elettorale con i massimi esponenti di Cosa nostra che tifano per il Cavaliere. I favoreggiatori del latitante ripetono spesso che l'eventuale vittoria della sinistra li avrebbe "consumati". Le conversazioni vengono captate dalla polizia di Stato impegnata nelle indagini sulla latitanza dell'uomo che adesso è ritenuto al vertice di Cosa nostra. Le microspie sono piazzate nell'autofficina del fidato Leonardo Ippolito, arrestato lunedì scorso su ordine dei pm della Dda di Palermo. Sono a Castelvetrano, nel cuore del regno del latitante.

Con Ippolito è finito in manette anche Salvatore Messina Denaro, fratello di Matteo, il quale aveva costituito la base operativa dei favoreggiatori proprio nell'autofficina. Ippolito, dopo aver appreso le direttive politiche imposte da Matteo, commenta che "le leggi non sono più come una volta..." e aggiunge che "ora le cose sono cambiate..." e invita gli altri mafiosi a sostenere Berlusconi. L'uomo di cui si fida Messina Denaro insiste sul fatto che "se tornano i comunisti" i mafiosi "possono andar via da Castelvetrano. Anzi ce ne possiamo andare dall'Italia se salgono". E poi conclude: "Prodi, questo babbu! ci consuma a tutti...".


Tra i grandi capi di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro è rimasto uno dei pochi uomini d'onore con alle spalle una tradizione familiare mafiosa che lo ha portato ad essere un leader nell'organizzazione criminale. Anche per questo motivo i mafiosi lo evocano o cercano un contatto anche solo indiretto. E il fatto che la sua latitanza si allunghi di anno in anno, porta nell'ambiente mafioso ad alimentare il culto e la fama di imprendibile. A differenza di altri capimafia, Messina Denaro si preoccupa dei propri uomini ai quali fornisce ogni cosa - anche somme di denaro consistenti - per farli star bene. Il suo grosso giro d'affari illegale è talmente vasto che gli investigatori fanno fatica a ricostruire tutti i passaggi economici sui quali hanno già messo le mani. Compreso il giro di politici collusi. Ma alla base di quello che fa questo boss c'è sempre il rispetto delle regole che la mafia si è autoimposta nel passato.

E proprio su questo punto i favoreggiatori sono entrati in fibrillazione quando hanno scoperto che il fratello di Matteo aveva una relazione extraconiugale con una ragazza di 29 anni. La stessa che era stata fidanzata con l'imprenditore Salvatore Grigoli, già arrestato perché prestanome del boss. Le microspie registrano le reazioni dei mafiosi, i quali commentano pure l'irruzione che la cognata del padrino ha fatto nella villetta in cui il marito incontrava la ragazza, sorprendendo la coppia. Chissà come l'avrà presa Matteo questa violazione delle regole.

di Lirio Abbate

ll grande bluff berlusconiano: L'aquila a pezzi - 4) Una difficile impresa


ll grande bluff berlusconiano: L'aquila a pezzi - 3) Non è proprio una vacanza


domenica 21 marzo 2010

Silvio flop


L'uomo è il più spregiudicato nel campo politico italiano, e quindi mai scommettere a cuor leggero sulle sorti di Silvio. Eppure questa volta i limiti dell'avvenura berlusconiana sono evidentissimi. La prova di forza della piazza è fallita. Lo spettro del suo declino manda odori e segnali fortissimi.

Certo, il cronista del Tg1 ha definito piazza San Giovanni «stracolma». Difficile per lui contraddire l'uomo che comanda a bacchetta il suo direttore, anche quando spara che «siamo un milione».

La piazza era però in versione ridotta, transennata. Se fosse stata piena come un uovo, con cinque persone per metro quadro, avrebbe potuto ospitare circa 150mila persone: il dato poi fornito dalla Questura, ma per l'intero corteo, non per la concentrazione in piazza. Il punto è che non erano affatto cinque persone a metro quadro, neanche presso il palco, mentre c'erano grandi vuoti nel resto della piazza.

Erano insomma 50mila persone, a essere generosi. Ma più di ogni altra cosa era la qualità della partecipazione a rivelare il flop e l'aria da fine impero.

In troppi, fra i pochi manifestanti, non rientravano nello schema dei militanti o portatori d'interessi del blocco sociale del centrodestra. C'erano un po' troppi figuranti, persino certi spaesati ragazzi reclutati tramite liste di lavoratori interinali. O pensionati in gita rimborsata, gratificati dal sentire l'eloquio del venditore di pentole non sul bus ma dal palco e con doppiopetto da premier.

Quelli che non erano figuranti, anche i più cinici, non potevano comunque scaldarsi davanti alla gragnuola di cazzate che sentivano sulla questione delle liste – il cuore della manifestazione - dal loro peraltro adorato Capo. Uno che non sia un idiota o non sia Gasparri semplicemente sa che non è colpa dei sovietici se il Pdl non ha una sua lista a Roma. Le ambizioni di riscrittura orwelliana della realtà possono essere le più megalomani, ma certi fatti hanno una loro durezza incontrovertibile. Uno può recitare per convenienza una parte, può essere lì perché sostiene i suoi candidati e le sue cordate, può tenere famiglia, può stringersi al suo partito in un momento di difficoltà, perché ci tiene. Uno può fare tutto questo. Ma se non gli hanno reciso le connessioni della corteccia prefrontale dell'encefalo tramite la loro asportazione o distruzione diretta, non può credere a quelle cazzate: sa che le liste sono monche per responsabilità del suo partito, e non di altri. Gli basta aver letto con un po' di buon senso i giornali, persino i suoi quotidiani borchiati. E allora rimane tiepidino, vive e applaude alla giornata, e si guarda intorno per capire come si riorganizzerà il suo blocco politico e sociale quando il capo del regime personale dovrà farsi da parte, forse fra poco tempo. E intanto sa che una bugia così palese non la può vivere come un'intima verità. Entusiasmarsi sarebbe proprio troppo.

Non che la piazza sia stata solo questa disperazione. Il Caimandrillo riesce ancora a far scomparire nei media quanto esce dal suo campo.

Mentre discutiamo di questa manifestazione, infatti, altre due – e pure belle imponenti, molto ben riuscite – hanno attraversato Roma e Milano nella stessa giornata del 20 marzo, rispettivamente per dire no alla privatizzazione dell'acqua e per commemorare le vittime delle mafie.
Il Tg1 le ha oscurate: non c'è da stupirsi, c'è solo da guardare in cagnesco il bollettino del canone Rai.
Ma anche le testate non arrendevoli a Berlusconi si sono comunque sintonizzate sulla sua agenda, e hanno messo quelle manifestazioni in secondo piano. Peccato, perché lì non c'erano comparse a gettone. E non c'erano – come è invece accaduto al livoroso corteo del Partito dell'Amore – orribili cartelli che irridevano alla memoria di Borsellino.
Lì c'è un'altra Italia, attenta a un'ideale civico e a un senso di bene comune ancora radicato - la legalità, l'acqua - che i principali media non sanno raccontare e i principali partiti non sanno più rappresentare. Quel mondo c'è, è proprio corposo, e da lì si dovrà ripartire quando le contraddizioni della crisi e il carico della corruzione butteranno giù il sistema della Seconda Repubblica. Il passaggio non è indolore, e richiederà inventiva politica e culturale.

di Pino Cabras – Megachip
Fonte: Megachip

venerdì 19 marzo 2010

Non solo navi a perdere: la ‘ndrangheta e Mani Pulite



Non solo navi a perdere nel racconto di Francesco Fonti. Il primo pentito di ‘ndrangheta alza il livello e svela una fitta rete di intrecci tra politica, grandi imprese e criminalità organizzata. Con la mediazione dei Servizi

«Tutto nasceva da una necessità». Francesco Fonti, il pentito di ’ndrangheta che per primo ha rivelato nel 2005 l’esistenza delle cosiddette navi dei veleni nel Mediterraneo, continua a parlare. E alza il tiro, rivelando uno spaccato dell’Italia nel quale la vicenda degli affondamenti dei rifiuti potrebbe essere interpretata solo come una naturale conseguenza del clima generale. Ma svela particolari che aiutano a capire anche molte vicende della cronaca: «Dopo “Mani pulite”, la ’ndrangheta rimase molto delusa dal comportamento della DC. Cercava nuovi riferimenti politici, nuovi interlocutori attraverso i quali poter esercitare i propri traffici senza problemi. Fu allora che prese la decisione di formare le persone da avviare alla carriera politica. E da inserire in entrambi gli schieramenti». Fonti definisce questa operazione...

come una sorta di «investimento a lungo termine».

In questo modo, aggiunge l’uomo, «risolvemmo un problema politico ed economico. Eravamo sicuri di quello che facevamo.Perché potevamo indirizzare il voto del mondo carcerario e quello degli italiani all’estero, soprattutto in Germania». La politica, dunque. E gli affari. Gli stessi che portavano la ’ndrangheta a lavorare con il gotha dell’industria italiana. «Tutti passavano da noi. Il percorso era lineare. Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco».

La necessità, secondo Fonti, era quella di nascondere i rifiuti di materiale che non doveva apparire. La rivelazione del pentito è quasi sussurrata: «Armi. Destinate al Medio Oriente».

In questo quadro, camorra, mafia e ’ndrangheta vengono interpellate per conoscere la disponibilità ad entrare nei traffici. «La mafia non aveva bisogno di soldi, la camorra non aveva i nostri agganci con l’estero, quindi fu naturale che i primi a entrare nell’affare dello smaltimento dei rifiuti fummo noi della ’ndrangheta», ricorda ancora Fonti. Il pentito già in passato ha fatto qualche nome di politici invischiati nei giri.

Tutti hanno smentito. Se non querelato. È il caso di Ciriaco De Mita, l’uomo con il quale Fonti, sempre stando al suo racconto, trattava il prezzo. «Perché noi, all’inizio, accettammo i dieci miliardi che ci venivano offerti senza battere ciglio. Ci sembrava una somma enorme per un lavoro così facile. Dopo, realizzai che potevamo ottenere molto di più. Così andai dall’ex presidente del Consiglio. Con lui avevo un rapporto confidenziale dovuto a un’amicizia in comune».

L’aspetto organizzativo, invece, era curato dal Partito socialista, «grazie ai rapporti che Craxi aveva in Somalia. In Calabria trattavamo con Lelio Lagorio». Sentito il 14 settembre 2005 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (v. anche qui), l’ex ministro della Difesa ha smentito in maniera netta ogni coinvolgimento: «Questa è una notizia che non esiste. Io non ho mai sentito nominare questo personaggio».

Nel racconto del pentito, il legame tra politica e malaffare è talmente saldo che in occasione del rapimento di Aldo Moro, Francesco Fonti viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca. Gli viene detto di andare a Roma in quanto dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro.

Fonti andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino”. Quest’uomo sarà l’ombra che seguirà Fonti in tutte le sue nefandezze, compresa l’affondamento delle navi dei veleni.

Fonti afferma di aver incontrato durante il soggiorno nella Capitale anche il segretario Zaccagnini al “Café de Paris” di via Veneto. Lo stesso che il 23 luglio 2009 è stato posto sotto sequestro perché riconducibile, secondo la Dia, la Gdf e la magistratura, alla cosca Alvaro.

Fonti ricorda uno Zaccagnini «schifato» da quell’incontro: «è un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi».

Fonti racconta di aver soggiornato circa due settimane a Roma, dove incontrò anche uno dei boss di Cosa nostra, Stefano Bontade. Lo rivedrà poco dopo a Milano. Quando gli riferì che stava entrando in società nelle televisioni private.


di VINCENZO MULÈ

Terra, tratto da: GliItaliani

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