venerdì 30 aprile 2010

Italia,la fabbrica dei tumori: "affondiamo" ancora dentro 32 milioni di tonnellate di materiale contenente amianto

Le quattro balle di lastre ondulate sono pronte per il viaggio. A vederle così, saranno tre metri per due, incapsulate dentro una museruola di cellophane speciale, sembrano un grosso pacchetto regalo bianco: un po' sbilenco perché comprimere i fogli di eternit uno sull'altro non è proprio un inno alla geometria. Ci hanno appena spruzzato su un collante rosso, per evitare la dispersione delle fibre killer. "Questa roba va a Pomezia", nell'unico sito di stoccaggio temporaneo del Lazio, dice Paolo, 41 anni, ex operaio edile, oggi cacciatore di amianto. Tuta, guanti, mascherina. Rimarranno lì pochi giorni. Poi via con i camion, Germania o Francia. "Là l'amianto lo rendono inerte e lo riciclano - spiega Davide Savelloni, proprietario di Assa, azienda romana specializzata nella bonifica di eternit - . Ci fanno le strade. In Italia al massimo si interra nelle poche discariche adatte. Ma i costi sono alti. E ricadono sulle tasche del cittadino che chiama. Quando presentiamo il preventivo, in tanti rinunciano". 

giovedì 29 aprile 2010

Carceri: le parole vuote di Alfano


Era il mese di gennaio quando il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, presentava il Piano carceri per far fronte alla drammatica situazione dei penitenziari italiani. All'epoca il ministro aveva parlato di “quattro pilastri” che consistevano nella dichiarazione dello stato d'emergenza, nello stanziamento di 600 milioni di euro per l'edilizia carceraria, nell'assunzione di nuovi agenti penitenziari e nella presentazione di un disegno di legge contenente due norme. Ed è proprio quest'ultimo, l'aspetto più innovativo del Piano carceri che ha destato l'interesse degli addetti ai lavori, in quanto prevede la concessione dei domiciliari a quanti devono scontare un anno di pena residua e la possibilità della messa alla prova di quei detenuti che hanno compiuto reati punibili fino a tre anni di detenzione.

Chiapas, la vile imboscata dei paramilitari incappucciati




Yyry Jakkola, operatore umanitario di origini finlandesi e Beatriz Cariño Trujillo, direttrice del Centro de Apoyo Comunitario Trabajando Unidos, sono le due vittime dell'imboscata tesa alla carovana di Pace che martedì 27 aprile avrebbe dovuto visitare il municipio autonomo di San Juan Copala, comunità indigena Triqui, stato di Oaxaca, Messico.

La Grecia la prima vittima dell’onda lunga della crisi?


La dirompente crisi della Grecia potrebbe rappresentare un punto di svolta storico per il futuro dell’Europa. Cosa sta succedendo ad Atene? La situazione assomiglia in parte a quella italiana: un’economia guastata da evasione fiscale e lavoro nero, poca flessibilità sociale e grandi diseguaglianze. La crisi internazionale ha colpito molto duramente, devastando i conti pubblici e creando un deficit insostenibile nel breve periodo. Insostenibile per chi?

“Laboratorio pugliese”: coraggiosa e senza compromessi continua la “rivoluzione gentile” di Nichi Vendola nel giorno della scomparsa di Antonio Gramsci

Sono passati 73 anni dalla morte dell’ideologo sardo Antonio Gramsci, uno dei padri fondatori della sinistra italiana; condannato dai fascisti a vent’anni di prigionia ed incarcerato fra il 1926 e il 1937, perché fiero oppositore del regime mussoliniano, Gramsci visse cinque anni di detenzione, dal 1928 al 1933, in una cella del carcere di Turi, in provincia di Bari, dove scrisse i “Quaderni del carcere” prima di spegnersi a Roma, all’età di 46 anni, a causa del deterioramento delle condizioni di salute dovute ai postumi della prolungata e durissima prigionia, alla quale venne sottoposto per non aver abiurato i propri ideali comunisti. Esattamente 73 anni dopo, nasce in Puglia,

mercoledì 28 aprile 2010

Le mamme-signore di Adro, immancabilmente con tacco 12, SUV e cellulare-ultima-generazione con “l’ignoranza innalzata a virtù”

Dopo quanto visto e ascoltato nella puntata di giovedì scorso ad Annozero si è finalmente materializzata quell’orda di razzisti che vive solitamente sopita nelle osterie e che coltiva il proprio personale orticello di odio fra le mura domestiche. Aver avuto una telecamera che riprendesse lo stato d’animo e le idee di quelle mamme è stato un incentivo per lo sversamento di una montagna di bile che va montando chissà da quanto tempo, fomentata da anni di bombardamenti mediatici imposti dal ministero della paura.

Il Governo con il decreto salva-abusi salva la villa del clan


I Graziano, a Quindici in provincia di Avellino, hanno controllato il territorio, dato vita ad una guerra sanguinaria con i Cava e amministrato direttamente il comune. Un comune sciolto due volte per infiltrazioni mafiose e , ancor prima, negli anni '80 azzerato con proveddimento ad hoc dal presidente Sandro Pertini. I sindaci finivano accoppati, ammazzati, eletti mentre erano in galera o prima di finirici. La villa Graziano è il simbolo del loro strapotere. Ora il decreto salva-abusi del governo rischia di fermare nuovamente le ruspe. Un messaggio chiaro a quei cittadini: lo stato vi abbandona di nuovo.

Il cemento depotenziato dei boss



Caltanissetta. In una vasta operazione, denominata “Doppio colpo”, che ha interessato Sicilia, Lombardia, Lazio ed Abruzzo, i carabinieri ed i finanzieri di Caltanissetta hanno arrestato 14 persone e sequestrato sette aziende siciliane operanti nel settore del movimento terra su ordine del Gip di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, su richiesta della Procura. Secondo gli inquirenti i boss mafiosi imponevano la fornitura del calcestruzzo prodotto dalla Calcestruzzi Spa alle imprese aggiudicatarie di appalti pubblici o privati “eliminando scomode concorrenze e consentendo l'espansione dell'azienda bergamasca nel mercato della Sicilia orientale”.

Guatemala, in cerca della verità


Il governo del Guatemala ha consegnato alla magistratura i fascicoli segreti che testimoniano la responsabilità delle truppe del governo golpista di Carlos Castillo Armas, prima, e Alvaro Arzù, poi, nel genocidio perpetrato ai danni della popolazione contadina durante la guerra civile che dal 1954 ha sconvolto il paese per trentasei lunghi anni. 

lunedì 26 aprile 2010

Vendola da Marzabotto a "Che tempo che fa" passando per Monte Sole riaccende "la speranza partigiana" nel giorno della Liberazione


Domenica 25 Aprile Nichi Vendola è stato ospite della trasmissione di RAI 3 “Che Tempo che Fa”, in onda alle 20.10 e condotta da Fabio Fazio, in concomitanza con la partecipazione alla manifestazione nazionale del 25 Aprile a Milano, organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani.
In mattinata è stato a Marzabotto e a Monte Sole dove nel 1944 la violenza nazifascista uccise centinaia di civili, anziani, donne e bambini. "Ricorderò la liberazione dell’Italia dal nazifascismo prima lì, nel tragico teatro di quel doloroso eccidio, e poi parteciperò alla manifestazione nazionale a Milano, organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani. Abbiamo il torto di aver trasformato il 25 aprile in un’immagine oleografica e di aver fatto dei valori della Costituzione un richiamo retorico. Non siamo stati in grado di spiegare alle giovani generazioni che non stavamo raccontando una stagione della nostalgia ma del loro avvenire.

Il 25 Aprile rappresenta lo spartiacque della storia della libertà e l’antifascismo è la bussola con cui oggi più che mai dobbiamo guardare il presente e il futuro perché nessuna conquista di civiltà è al riparo per sempre. Per costruire un mondo di pace occorre, con impegno e passione, promuovere politiche attive di pace, solidarietà, cooperazione e mantenere sempre viva la memoria di un pezzo drammatico della storia del nostro Paese".


domenica 25 aprile 2010

25 aprile 1945-2010 Il Manifesto dei Resistenti


Noi Resistenti abbiamo cominciato presto a guardare in faccia il nostro vero nemico. Eravamo già attivi nella resistenza spagnola che mise in fuga i mamelucchi di Murat e fece impazzire i generali di Napoleone. Ci riconoscerete dipinti da Goya ne "La fucilazione alla montagna del Principe Pio" e nella urla di gioia che accompagnarono la fuga dei francesi nel 1813. Nasce da qui l'onda lunga che ha portato alla Repubblica del '36 e alla resistenza antifranchista fino ai nostri giorni.
Ci siamo aperti la strada con le armi in pugno insieme a Garibaldi, mentre cadeva la Repubblica romana ed Antonio Brunetti - Ciceruacchio per il suo popolo - insieme al figlio Lorenzo cadeva sotto il plotone di esecuzione. Ma, come fece Gasparazzo contadino indomito, non ci siamo fidati dei garibaldini di Nino Bixio che in Sicilia fucilarono la nostra gente a Bronte, ed insieme a Gasparazzo ci siamo dati alla macchia rendendo per anni la vita difficile ai piemontesi, ai nuovi padroni e ai proprietari terrieri.

A metà dell'ottocento ebbero tanto paura delle nostre barricate che il prefetto Haussman dovette rifare Parigi da capo a piedi. Sventrarono i vicoli e costruirono i grandi boulevard come "strade di una caserma opportunamente ampliata" perché i padroni temevano di incontrare in strade troppo strette i Resistenti come Charles Delescluze o Flourens. Venti anni dopo le barricate infiammarono di nuovo la Parigi della Comune e noi Resistenti fummo conosciuti come "Communards". I soldati del gen. Lacombe furono mandati contro di noi a Montmartre, ma si rifiutarono di sparare sul popolo ed alla fine rivolsero i fucili contro il generale stesso, sono formidabili Resistenti coloro che sanno comprendere chi è il vero nemico.
Ci scatenarono contro altri soldati e i cannoni messi a disposizione dai prussiani, ci fucilarono a migliaia o ci deportarono alla Cayenna. Eppure, come disse l'uomo di Treviri - la testa migliore degli ultimi due secoli - "dopo la Pentecoste del 1871 non ci può essere né pace né tregua tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro". Capite adesso perché lo sciopero dei lavoratori in Francia andò così bene anche nel 1995?
Ma noi Resistenti non siamo e non eravamo solo sulle barricate e nelle officine delle grandi metropoli. Nascevamo e crescevamo anche nelle nuove colonie di quello che diventerà l'imperialismo moderno. Eravamo nel deserto algerino e sui Monti dell'Atlante con Abd el Kader che tenne alla larga i turchi e umiliò per anni i legionari del generale francese Bugeaud.
Eravamo nascosti nel pubblico e ci tormentavamo le mani, impotenti in quella occasione, quando gli invasori italiani, nell'ottobre del 1912, fucilarono a Tripoli l'arabo Husein. Ci vollero tre scariche della fucileria del plotone d'esecuzione per vederlo cadere a terra. Husein e i suoi Resistenti avevano fatto impazzire i militari italiani nelle uadi o sulle strade carovaniere. Per rabbia e per rappresaglia gli italiani fucilarono centinaia di persone e ne deportarono 3.053 nelle isole Tremiti, a Ustica, a Favignana, a Ponza e a Gaeta.
"Non ci inganna che si dica un'epoca di progresso. Quel che dicono è invero la peggiore delle menzogne" tuonavano i versi del poeta arabo Macruf ar Rusufi " Non li vedi tra l'Egitto e la Tunisia violare con stragi e massacri il sacro suolo dell'Islam? E non sia addossata la colpa ai soli italiani ma tutto l'occidente sia considerato colpevole".
Nelle colonie pensavano di aver vinto, legando i sepoys alle bocche dei cannoni e facendo fuoco come fecero gli inglesi in India o fucilando e impiccandoci a decine come fecero gli italiani in Libia. Ma gli arabi hanno un cuore indomito e venti anni dopo il Leone del deserto, Omar Al Muktar tornò a seminare il panico tra i soldati e le camicie nere che occupavano la Libia. Il generale fascista Graziani, quello che aveva massacrato con i gas gli etiopi, fece impiccare Omar Al Muktar. Ma il suo fantasma inquieta così tanto gli eredi di Graziani da impedire che in Italia si possa vedere il film che parla della sua storia. Fanno paura anche da morti i Resistenti!!!
Mentre il capitalismo si annunciava con i mercanti, noi Resistenti eravamo già dovunque e da tempo. Avevamo viaggiato sulle loro navi con le catene ai piedi e ai polsi. A cominciare la resistenza furono proprio gli schiavi neri deportati in Brasile che fondarono la loro repubblica a Quilombo e resistettero fino al 1697 contro i colonialisti portoghesi. Cento anni dopo, i nipoti di quegli schiavi, diventati creoli o rimasti neri come i loro antenati, si ribellarono a Bahia, la disinibita città degli incanti e del candomblé cantata dalle pagine di Jorge Amado. Ma eravamo anche più a Nord, eravamo nella selva e sulle Ande con la resistenza di Tupac Amaru. Gli spagnoli lo hanno squartato con i cavalli per smembrarne il corpo ma duecento anni dopo il suo nome ha fatto tremare i governanti corrotti di Lima e Montevideo chiamando alla lotta nella selva e nelle città.
Eravamo a cavalcare al fianco di Artigas nelle grandi pianure della Banda Oriental ed eravamo al fianco del creolo Simon Bolivàr tra selve e paludi per gridare a schiavi, creoli, indigeni e popoli che volevamo una sola nazione, "la Nuestra America. E potevate vederci insieme a José, Antonio e Felipe, senza scarpe e senza saper leggere quando a Morelos Emiliano Zapata lesse il programma che scosse le montagne e mise i brividi ai latifondisti. Tante volte abbiamo resistito, accerchiati dai rurales e dai federales, tante volte li abbiamo umiliati trasformando le sconfitte in vittorie. E ci avete visto anche sessanta anni dopo. Eravamo di nuovo là, nel Guerrero, a Oaxaca, nei Loxichas a fare scudo a Lucio Gutierrez, vendicando con la coerenza tra parole e fatti gli studenti massacrati a Città del Messico o il lento genocidio di indios e campesinos. E venti anni più tardi eravamo tra quelli che dopo il massacro di Aguas Blancas giurarono di fargliela pagare agli assassini.
Eravamo in Bolivia con l'acqua fino alla cintura al guado del Yeso quando l'imboscata dei militari uccise sette di noi tra cui Tamara Burke "Tania". Diciotto giorni dopo nel canalone di "El Yuro" veniva ferito e poi assassinato Ernesto Guevara detto "Il Che" insieme al Chino e a Willy. Quando due anni fa ci siamo rivoltati a Cochabamba contro la privatizzazione dell'acqua, avevano la sua immagine sulle nostre bandiere, la stessa immagine e le stesse bandiere che sventolano sulle terre occupate del Brasile dei Sem Terra, nelle zone liberate dalla FARC in Colombia tra i piqueteros in Argentina. I militari, gli jacuncos o quei perros degli "aucisti", sentono un brivido lungo la schiena quando invece di indios e campesinos impauriti si trovano di fronte i Resistenti.
Ci avrete visto anche più a Nord, ma non ci avete riconosciuto. Eravamo sulle sponde del Rosebud ed avevamo il viso pitturato con i colori di guerra quando insieme al capo Gall abbiamo difeso i teepee degli Hunkpapa e dei Santee dai soldati in giacca blu del colonnello Reno. Li abbiamo battuti e messi in fuga nel giugno del 1876 permettendo così alle altre tribù di sconfiggere il generale Custer a Little Big Horn. Nelle riserve o nella cella di Leonard Peltier ancora si racconta della nostra resistenza.
Ed eravamo ben presenti tra i siderugici dello sciopero di Homestead quando furono messi in fuga gli agenti assoldati dall'agenzia Pinkerton e i padroni dell'acciaio scoprirono che gli immigrati, diventati operai, sapevano unirsi e tenere duro.
E quasi settanta anni dopo i poliziotti bianchi impallidirono quando i nostri fratelli neri opposero resistenza nel ghetto di Wyatt o misero a soqquadro il tribunale di Soledad e le celle di Attica e S. Quintino. George, Dramgo e Jonathan Jackson sono stati un incubo per l'America dei Wasp, bianchi, anglosassoni e protestanti, di conseguenza....razzisti. Mumia Abu Jamal é ancora vivo perché i Resistenti non mollano tanto facilmente, hanno la pelle dura e sanno guardare ben oltre le sbarre della loro cella.
Ma le pagine più belle della nostra storia di Resistenti le abbiamo scritte nel cuore dell'Europa messa a ferro e fuoco dal nazifascismo. Le abbiamo scritte tra le macerie della Fabbrica di Trattori a Stalingrado. "I nazisti, non potendo prenderci vivi volevano ridurci in cenere" ha scritto Aleksej Ockin il più giovane di noi. Insieme a lui ed a noi c'erano Stepan Kukhta e il vecchio Pivoravov veterano cinquantenne. Li abbiamo tenuti in scacco per mesi e mesi e alla fine li abbiamo battuti. La nostra resistenza diede coraggio a tutti gli altri e accese il fuoco che portò le nostre bandiere a sventolare fin sopra il tetto del Reichstag di Berlino. Eravamo invincibili, eravamo gli eredi di Kamo, che fece impazzire la polizia zarista e fornì quanto serviva alla rivoluzione dell’Ottobre. “Il mio insostituibile Kamo” diceva Ulianov preparando il primo assalto al cielo.
Ma eravamo anche a Varsavia, nascosti dopo aver esaurito le munizioni nelle fogne e nelle cantine del ghetto. Eravamo anche lì, insieme a Emmanuel Ringelbaum e a Mordechai Anielewicz che si suicidò per non arrendersi ai nazisti che stavano rastrellando il ghetto in rivolta. Resistenti per sopravvivere alla deportazione e ai campi di concentramento ma anche per riscattare la vergogna dei collaborazionisti dello Judenrat.
Ma eravamo anche nel cuore della Jugoslavia quando sulla Neretva abbiamo umiliato le armate dei nazisti, dei fascisti e degli ustascia croati mandate ad annientarci. Ivo Lola Ribar hanno dovuto ucciderlo e così Joakim Rakovac, ma i Resistenti jugoslavi dimostrarono ai nemici e agli amici che sapevano farcela da soli.
Per anni serbi, croati, sloveni, bosniaci hanno saputo combattere fianco a fianco, per anni abbiamo sfidato la storia tenendo insieme un paese che volevano lacerato. Eravamo pronti anche alla fine del secolo scorso a resistere contro i contingenti inviati dalla NATO ma i dirigenti scelsero altre strade, scelsero la strada che porta in occidente, la stessa che ha mandato in frantumi il nostro paese.
"Banditi" così ci chiamavano in Italia i nazisti e i fascisti ma la gente era con noi Resistenti. Erano con noi i ferrovieri e gli operai di Milano, Genova e Torino, erano con noi i popolani della periferia romana e i contadini emiliani o dell'Oltrepò pavese. C'è una canzone che narra di come ancora oggi i fascisti temano il fantasma del partigiano Dante Di Nanni che gira fischiettando per Milano. "Cammina frut" scriveva Amerigo che fu Resistente sul fronte difficile della frontiera con l'Est. E piano piano eravamo ovunque: Maquis in Francia, partigiani nella pianura belga e olandese o sulle montagne greche.
Tanti di noi si erano "fatti le ossa" nella guerra di Spagna, affrontando le armate franchiste, i legionari fascisti e i bombardamenti tedeschi. Con l'immagine delle rovine di Guernica negli occhi, abbiamo resistito oltre ogni limite, lasciati soli dalle democrazie europee che temevano il nazifascismo ma temevano ancora di più la rivoluzione popolare e l'onda lunga dell'ottobre sovietico. Quando finì la guerra non eravamo tutti convinti che fosse finita veramente. In Emilia-Romagna – come dice Vitaliano che fu partigiano e vietcong - non consentimmo ai fascisti di cavaresela a buon mercato e in Grecia resistemmo con le armi in pugno contro gli inglesi e gli americani che ci volevano, noi che avevamo combattuto contro i tedeschi e gli italiani, servi di un nuovo padrone. I Resistenti di Euskadi non considerano ancora chiusa la partita con gli eredi del franchismo in Spagna. Vi meravigliate ancora perchè in Italia, in Spagna e in Grecia ci sono ancora i movimenti di lotta più forti e decisi d'Europa?
Ma noi Resistenti ci siamo diffusi in tutto il mondo. Eravamo Umkomto We Sizwe, la Lancia della Nazione che i negri sudafricani hanno impugnato per decenni contro il regime razzista, siamo stati i Mau Mau e i fratelli di Lumumba, abbiamo saputo essere poeti come Amilcare Cabral, colpendo, subendo e vincendo il dominio coloniale degli inglesi, dei portoghesi e dei belgi. Ce l'hanno fatta pagare lasciandoci un continente devastato dalle epidemie, dalla fame, dai saccheggi delle nostre risorse, ma nelle terre dell'Africa siamo arrivati dopo, ci prenderemo tutto il tempo che ci serve e poi ci riprenderemo tutto ciò che é nostro, a cominciare dalla dignità.
E poi avete cominciati a vederci ovunque, noi Resistenti. L'arrivo della televisione ci ha mostrato come "barbudos" a Cuba, con la kefija dei feddayn in Palestina e in Libano, piccoli e veloci contro i giganteschi marines, il loro napalm e i loro B 52 nelle giungle del Vietnam. L'immagine del piccolo Truong che scorta prigioniero un marines grande come una montagna ha tormentato i sonni degli uomini della Casa Bianca per decenni. I Resistenti non hanno mai molte cose a loro disposizione, ma per noi, come dice Truong Son "il poco diviene molto, la debolezza si trasforma in forza e un vantaggio si moltiplica per dieci".
Per cancellare questa immagine sono quindici anni che gli americani scatenano guerre contro avversari immensamente più deboli e vincono guerre facili.
Ad Al Karameh, nel 1965, eravamo molti di meno e peggio armati dei soldati israeliani ma li abbiamo sconfitti perchè noi Resistenti siamo fortemente motivati e loro non lo erano. Non lo erano neanche gli eserciti arabi messi in piedi da governi indecisi e spesso corrotti che riuscirono perdere due guerre in sette anni.
A Beirut, ad esempio, nonostante le cannonate della corazzata americana New Jersey abbiamo resistito e abbiamo cacciato via prima gli israeliani e poi gli americani, i francesi e gli italiani e poi lo hanno fatto quelli di noi che erano a Mogadiscio. In Nicaragua eravamo giovanissimi e stavamo mangiando carne di scimmia quando abbattemmo un elicottero e prendemmo prigioniero il consigliere della CIA Hasenfus rivelando al mondo l'aggressione statunitense contro un piccolo e coraggioso paese.
E poi sono arrivate le nuove generazioni di Resistenti, come quelli che hanno cacciato dal Libano del sud gli israeliani o che hanno animato la prima e la seconda Intifada. Le loro pietre pesano come macigni sull'occupazione israeliana e sulla cattiva coscienza dell'occidente. C'erano dei giovani e giovanissimi Resistenti nelle giornate di Napoli e di Genova, uno di essi, Carlo Giuliani, è caduto ma il suo volto da ragazzo si è moltiplicato su quelli di migliaia di ragazzi come lui, nuovi Resistenti che hanno bisogno di sapere, di conoscere, di mettere fine agli inganni e alle rimozioni che li circondano, che sfidano i potenti con la determinazione di Rachel Corrie.
Infine, ed è straordinario, sono sorti dei Resistenti anche in Iraq. Hanno sorpreso molti, soprattutto i loro nemici. Il vecchio Pietro ha riscattato in dieci righe la sua vita di tentennamenti scrivendo che la "Resistenza contro l'invasione è la prima condizione per la pace". I Resistenti sono ormai dovunque, sono diffusi in questo mondo reso più piccolo dalla globalizzazione e più insicuro dall'imperialismo e dalla guerra. E' arrivato il momento di unirli, di dargli una identità comune e condivisa, di riconoscerli e farli riconoscere a chi - da Bogotà a Manila, da Nablus a Salonicco, da Seattle a Durban - si è rimesso in marcia per rendere possibile un altro mondo. Fin quando ha agito la legalità formale delle democrazie è stato possibile disobbedire, ma alla guerra e all'imperialismo occorre resistere, improvvisare e disobbedire non basta più, oltre ai corpi serve la testa e una visione aggiornata della nostra storia. Alla democrazia fondata sulle bombe noi opponiamo il regno della libertà, all’idea di libertà fondata sull’homo economicus noi proponiamo all’umanità il passo avanti della liberazione. Per noi, il poco sta diventando molto, la debolezza si sta trasformando in forza, un vantaggio si sta moltiplicando per dieci. L'epoca delle Resistenze è cominciata.

Fonte: Contropiano.org

25 aprile 2010 - Nichi Vendola - PRESIDENTE del Consiglio per la LIBERAZIONE



sabato 24 aprile 2010

Nichi Vendola: “APRIAMO GLI STATI GENERALI DELL’ALTERNATIVA”


«Ma cos’altro deve succedere perche’ tutti i protagonisti dell’alternativa tornino a discutere in un luogo plurale e aperto?» Osservando la devastazione di Pd e Pdl, Nichi Vendola suona la sveglia al centrosinistra: «Dobbiamo convocare al piu’ presto gli stati generali dell’alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perche’ ormai e’ chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Pensi che la rottura nel Pdl acceleri la fine della legislatura?

Fare previsioni e’ difficile. Di certo la frattura nel Pdl e’ profonda e non ricomponibile. E’ evidente che esistono due destre. C’e’ una destra «americana», liberista ma non liberale in cui Berlusconi e’ il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. Una destra garantista con i «garantiti» e giustizialista con i «giustiziati». E c’e’ invece un’altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. E’ perfino piu’ liberista dell’altra: Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, pero’ e’liberale nel senso che almeno rispetta l’habeas corpus, vuole l’inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicita’ della politica. Tra queste due destre si e’ aperta una partita brutale e di lungo periodo.

E il centrosinistra?

Se pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo. Le nostre identita’ non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. Faccio una critica sommessa: ho capito lo scontro che c’e’ in quello che fino a ieri era definito il «partito di plastica», ma se dovessi dire invece qual e’stata la contesa nel Pd io non lo saprei dire.

Questi due partiti, Pd e Pdl, sono nati due anni fa con ambizioni enormi: la vocazione maggioritaria di Veltroni e il sogno di Berlusconi di rappresentare il 51% degli italiani. Progetti falliti?

Questo bipolarismo e’il prodotto del velleitarismo del Palazzo. Una camicia di forza che ha provato a imbrigliare la transizione senza indirizzarla verso una democrazia più matura. L’Italia vive da troppo tempo in uno stato di crisi permanente e di paralisi. E il deficit di «alternativita’» del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema. La rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd e’clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne e’un esempio la formazione delle nuove giunte regionali.

Cioe’?

Sembra che il Pd non abbia piu’ il problema di «fare politica» ma sia solo un ceto politico che si arrocca. Ma come, abbiamo discusso per un anno sulla latitudine destra-sinistra delle alleanze e oggi non se ne parla piu’?

La liquefazione dei partiti prelude al «big bang» suggestivo evocato da Bertinotti oppure e’solo normale dialettica?

Non so se prelude a niente. So che l’inadeguatezza di tutto il centrosinistra e’segnalata da due fatti clamorosi: una sconfitta cocente e la rimozione della sconfitta. Insomma, il cantiere non c’e’ proprio. Quei problemi «fondativi», di linguaggio e di vocabolario su un’idea di mondo che ho provato a segnalare da una postazione che mi e’preziosa e cara come Sinistra Ecologia Liberta’ sono rimasti una traccia. Anche giusta. Ma senza conseguenze significative. Ma perche’ il Pd raccoglie le firme per l’acqua pubblica e non aderisce al referendum? Perche’ sceglie di stare nella dimensione ideologica e un po’ comica per cui l’acqua e’ pubblica e la brocca e’ privata? Ti cadono le braccia. Come sulla laicita’. O si viene chiamati a una crociata contro la Chiesa oppure si fa finta di niente. La politica viene cancellata e diventa solo un posizionamento puramente simbolico. Che non ha mai conseguenze. Ma lo vogliamo capire che ci sono idee, temi e analisi su cui si deve o-s-a-r-e?

Che effetto ti fa essere l’unica persona di sinistra evocata alla direzione del Pdl? E non come il «comunista» Vendola ma il «governatore» Vendola.

E’ molto gratificante. Tremonti non si misura mai sulle cose reali. Il suo disco incantato e’stato respinto dai pugliesi. Proprio il manifesto ha scritto che in tutta Italia il centrosinistra perde 15 punti rispetto alle europee mentre in Puglia ne guadagna 10. La mia vittoria ha trascinato il centrosinistra.

Chissa’, magari era un riconoscimento tra due candidati premier alle prossime elezioni?

Questa e’ un’estremizzazione e una stilizzazione. Io e Tremonti litighiamo su una cosa di cui non si occupa nessuno e cioe’ il gigantesco trasferimento di risorse dal Sud al Nord. L’egemonia leghista ormai e’ tanto diffusa che la vulgata secondo cui il Sud vive alle spalle del Nord non viene piu’ falsificata nella contesa politica. Neanche quando si basa su dati fasulli. Lo ha ricordato anche Fini: le multe delle quote latte sono state pagate con i soldi del Sud.

Forse Fini lo poteva dire prima. Per te stavolta e’ un problema doppio: sei l’unico governatore del Sud e di sinistra che dovra’ misurarsi con il federalismo.

Mi divertira’ molto vedere i presidenti di Campania e Calabria accorgersi – come ha fatto il presidente della Sicilia Lombardo – del sequestro quotidiano di risorse del Sud operato da questo governo. Si accorgeranno presto che tutti gli ammortizzatori sociali d’Italia e il terremoto in Abruzzo sono stati finanziati con i fondi per il Mezzogiorno.

Secondo Tremonti le «fabbriche di Nichi» sono i tuoi centri sociali…

Tremonti proprio non capisce. Forse perché la cifra dei partiti è la competizione. Nelle «fabbriche» invece si sperimenta la cooperazione e un nuovo civismo: li’ il tema e’ «che cosa facciamo insieme». Erano 150 dopo le elezioni, oggi sono 230. Sono un punto di contatto tra la Piazza e la Rete che merita un interesse approfondito, se non di Tremonti almeno della sinistra.

C’è però qualche ambiguità sul loro rapporto con Sel…

Per cortesia, le «fabbriche» sono autonome dai partiti e anche da Sel. Ma e’ una sciocchezza pensare che io voglia liberarmi di Sel per fare il «partito delle fabbriche». Le fabbriche sono una lievitazione di cose nuove. Sel e’ una formazione che vuole essere la coscienza critica del centrosinistra. Dobbiamo renderla piu’ solida e piu’ organizzata con il congresso di ottobre per rendere piu’ autorevole il nostro discorso sull’alternativa al berlusconismo.

La giunta in Puglia e’ una sfida su cui sarai subito giudicato.

Spero di presentarla martedi’. Il punto per me piu’ significativo e’ la parità di genere: 7 assessori uomini, 7 donne. In Puglia le elette sono solo 3. Di sicuro continueremo sulla strada del «riformismo radicale»: difesa dei diritti e dei beni comuni e lotta contro la poverta’ come strumento di riforma sociale.

E intanto dovrai governare con il consiglio regionale con piu’ imprenditori d’Italia. Come pensi di riuscirci?

La prima cosa che faremo sara’ una legge sul conflitto di interessi. E poi ho accolto la proposta dei radicali dell’anagrafe degli eletti, cioe’ l’elenco pubblico di redditi e proprieta’ di ciascun eletto e di ciascun nominato.

«Ma cos’altro deve succedere perche’ tutti i protagonisti dell’alternativa tornino a discutere in un luogo plurale e aperto?» Osservando la devastazione di Pd e Pdl, Nichi Vendola suona la sveglia al centrosinistra: «Dobbiamo convocare al piu’ presto gli stati generali dell’alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perche’ ormai e’ chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Pensi che la rottura nel Pdl acceleri la fine della legislatura?

Fare previsioni e’ difficile. Di certo la frattura nel Pdl e’ profonda e non ricomponibile. E’ evidente che esistono due destre. C’e’ una destra «americana», liberista ma non liberale in cui Berlusconi e’ il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. Una destra garantista con i «garantiti» e giustizialista con i «giustiziati». E c’e’ invece un’altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. E’ perfino piu’ liberista dell’altra: Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, pero’ e’liberale nel senso che almeno rispetta l’habeas corpus, vuole l’inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicita’ della politica. Tra queste due destre si e’ aperta una partita brutale e di lungo periodo.

E il centrosinistra?

Se pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo. Le nostre identita’ non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. Faccio una critica sommessa: ho capito lo scontro che c’e’ in quello che fino a ieri era definito il «partito di plastica», ma se dovessi dire invece qual e’stata la contesa nel Pd io non lo saprei dire.

Questi due partiti, Pd e Pdl, sono nati due anni fa con ambizioni enormi: la vocazione maggioritaria di Veltroni e il sogno di Berlusconi di rappresentare il 51% degli italiani. Progetti falliti?

Questo bipolarismo e’il prodotto del velleitarismo del Palazzo. Una camicia di forza che ha provato a imbrigliare la transizione senza indirizzarla verso una democrazia più matura. L’Italia vive da troppo tempo in uno stato di crisi permanente e di paralisi. E il deficit di «alternativita’» del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema. La rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd e’clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne e’un esempio la formazione delle nuove giunte regionali.

Cioe’?

Sembra che il Pd non abbia piu’ il problema di «fare politica» ma sia solo un ceto politico che si arrocca. Ma come, abbiamo discusso per un anno sulla latitudine destra-sinistra delle alleanze e oggi non se ne parla piu’?

La liquefazione dei partiti prelude al «big bang» suggestivo evocato da Bertinotti oppure e’solo normale dialettica?

Non so se prelude a niente. So che l’inadeguatezza di tutto il centrosinistra e’segnalata da due fatti clamorosi: una sconfitta cocente e la rimozione della sconfitta. Insomma, il cantiere non c’e’ proprio. Quei problemi «fondativi», di linguaggio e di vocabolario su un’idea di mondo che ho provato a segnalare da una postazione che mi e’preziosa e cara come Sinistra Ecologia Liberta’ sono rimasti una traccia. Anche giusta. Ma senza conseguenze significative. Ma perche’ il Pd raccoglie le firme per l’acqua pubblica e non aderisce al referendum? Perche’ sceglie di stare nella dimensione ideologica e un po’ comica per cui l’acqua e’ pubblica e la brocca e’ privata? Ti cadono le braccia. Come sulla laicita’. O si viene chiamati a una crociata contro la Chiesa oppure si fa finta di niente. La politica viene cancellata e diventa solo un posizionamento puramente simbolico. Che non ha mai conseguenze. Ma lo vogliamo capire che ci sono idee, temi e analisi su cui si deve o-s-a-r-e?

Che effetto ti fa essere l’unica persona di sinistra evocata alla direzione del Pdl? E non come il «comunista» Vendola ma il «governatore» Vendola.

E’ molto gratificante. Tremonti non si misura mai sulle cose reali. Il suo disco incantato e’stato respinto dai pugliesi. Proprio il manifesto ha scritto che in tutta Italia il centrosinistra perde 15 punti rispetto alle europee mentre in Puglia ne guadagna 10. La mia vittoria ha trascinato il centrosinistra.

Chissa’, magari era un riconoscimento tra due candidati premier alle prossime elezioni?

Questa e’ un’estremizzazione e una stilizzazione. Io e Tremonti litighiamo su una cosa di cui non si occupa nessuno e cioe’ il gigantesco trasferimento di risorse dal Sud al Nord. L’egemonia leghista ormai e’ tanto diffusa che la vulgata secondo cui il Sud vive alle spalle del Nord non viene piu’ falsificata nella contesa politica. Neanche quando si basa su dati fasulli. Lo ha ricordato anche Fini: le multe delle quote latte sono state pagate con i soldi del Sud.

Forse Fini lo poteva dire prima. Per te stavolta e’ un problema doppio: sei l’unico governatore del Sud e di sinistra che dovra’ misurarsi con il federalismo.

Mi divertira’ molto vedere i presidenti di Campania e Calabria accorgersi – come ha fatto il presidente della Sicilia Lombardo – del sequestro quotidiano di risorse del Sud operato da questo governo. Si accorgeranno presto che tutti gli ammortizzatori sociali d’Italia e il terremoto in Abruzzo sono stati finanziati con i fondi per il Mezzogiorno.

Secondo Tremonti le «fabbriche di Nichi» sono i tuoi centri sociali…

Tremonti proprio non capisce. Forse perché la cifra dei partiti è la competizione. Nelle «fabbriche» invece si sperimenta la cooperazione e un nuovo civismo: li’ il tema e’ «che cosa facciamo insieme». Erano 150 dopo le elezioni, oggi sono 230. Sono un punto di contatto tra la Piazza e la Rete che merita un interesse approfondito, se non di Tremonti almeno della sinistra.

C’è però qualche ambiguità sul loro rapporto con Sel…

Per cortesia, le «fabbriche» sono autonome dai partiti e anche da Sel. Ma e’ una sciocchezza pensare che io voglia liberarmi di Sel per fare il «partito delle fabbriche». Le fabbriche sono una lievitazione di cose nuove. Sel e’ una formazione che vuole essere la coscienza critica del centrosinistra. Dobbiamo renderla piu’ solida e piu’ organizzata con il congresso di ottobre per rendere piu’ autorevole il nostro discorso sull’alternativa al berlusconismo.

La giunta in Puglia e’ una sfida su cui sarai subito giudicato.

Spero di presentarla martedi’. Il punto per me piu’ significativo e’ la parità di genere: 7 assessori uomini, 7 donne. In Puglia le elette sono solo 3. Di sicuro continueremo sulla strada del «riformismo radicale»: difesa dei diritti e dei beni comuni e lotta contro la poverta’ come strumento di riforma sociale.

E intanto dovrai governare con il consiglio regionale con piu’ imprenditori d’Italia. Come pensi di riuscirci?

La prima cosa che faremo sara’ una legge sul conflitto di interessi. E poi ho accolto la proposta dei radicali dell’anagrafe degli eletti, cioe’ l’elenco pubblico di redditi e proprieta’ di ciascun eletto e di ciascun nominato.


Intervista a Nichi Vendola – portavoce nazionale di Sinistra Ecologia Liberta’ e presidente della Regione Puglia – che appare oggi sul quotidiano Il Manifesto (a cura di Matteo Bartocci)

Comparso anche su nichivendola.it

L'Acqua è pubblica


Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.

Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.

Il decreto Ronchi interviene dunque in un ambito delicatissimo e cruciale per l’interesse pubblico nazionale. Per questa ragione sarebbe stato opportuno che per valutare la congruità del provvedimento si fosse aperta una discussione libera da pregiudiziali e fondata su elementi oggettivi. La letteratura scientifica sugli effetti delle privatizzazioni dei servizi pubblici, del resto, è ormai ampia. Autorevoli studi internazionali mostrano che storicamente le privatizzazioni non hanno assicurato una crescita della quantità e della qualità dei servizi offerti ai cittadini. I medesimi studi inoltre evidenziano che a seguito delle privatizzazioni i meccanismi perequativi si riducono e che le tariffe il più delle volte aumentano, dal momento che i ricavi aziendali devono assicurare non solo la copertura dei costi ma anche un margine di profitto. Ed ancora, diverse analisi rivelano che i meccanismi di liberalizzazione e apertura dei mercati risultano facilmente aggirabili, e che il servizio pubblico locale spesso finisce per assumere i tipici caratteri delle attività protette, che consentono ai capitali privati di godere di profitti elevati nella sostanziale assenza di pressioni competitive esterne. Insomma, il vecchio convincimento secondo cui la privatizzazione dei servizi determinerebbe aumenti dell’efficienza e del benessere collettivo, in realtà non trova riscontro nei dati[1].

In molti paesi di queste evidenze si tiene conto. Fin da prima della crisi - e dopo di essa in misura ancor più accentuata - assistiamo a veri e propri cambi di paradigma, che soprattutto in materia di servizi locali determinano un ampliamento della sfera pubblica. Basterebbe ricordare ciò che è accaduto a Parigi, dove le società private Suez e Veolia, che hanno gestito l’acqua nell’ultimo quarto di secolo, hanno lucrato ampi profitti reinvestendoli nei settori più disparati. I parigini, stanchi di assistere a un continuo peggioramento del servizio e ad una progressiva crescita delle tariffe, hanno chiesto a gran voce la rimunicipalizzazione dell’acqua e il sindaco Bertrand Delanoë ha vinto la campagna elettorale proponendo di tornare alla gestione pubblica dell’acqua.

Il governo italiano si muove dunque in controtendenza rispetto a quanto accade nei paesi più progrediti. Tra l’altro, appare significativa anche la scelta di tempo. Obbligare i comuni a cedere quote di proprietà delle società che erogano servizi pubblici in una fase di generale ribasso dei listini azionari può dar luogo a una vera e propria svendita a vantaggio del profitto di pochi. È preoccupante in questo senso che le reazioni al decreto Ronchi di molti esponenti imprenditoriali siano state improntate al grande apprezzamento per il rinnovato impegno liberista del governo. Soprattutto in una fase difficile e profondamente iniqua come questa, sarebbe stato bene che la parte più viva e lungimirante del mondo imprenditoriale avesse valutato il provvedimento dell’esecutivo con maggior consapevolezza e spirito critico.

A tutto ciò si aggiunge che l’operazione del governo ha anche un carattere fortemente sperequato sul piano territoriale, e ciò evidentemente riflette la “partita” politica - tutta settentrionale - che si è svolta intorno ad essa. Attraverso alcune “soglie”, di competenza dell’Antitrust, il decreto è infatti strutturato in modo tale da far sì che “le briciole” vengono lasciate alle aziende di proprietà pubblica del Nord, per i cui interessi territoriali si è evidentemente battuta la Lega, mentre “la polpa” dei servizi pubblici locali dei principali centri urbani va in appannaggio alle grandi società per azioni e alle multinazionali. In particolare, il Mezzogiorno sembra destinato a cedere pressoché interamente la gestione dei servizi pubblici locali, a cominciare proprio dall’acqua, a grandi imprese esterne al territorio.

Di fronte a questa azione privatizzatrice per troppo tempo le forze del centrosinistra sono apparse inerti, con il Partito Democratico che è risultato manifestamente portatore di interessi al suo interno divergenti, diviso come è tra fautori e critici delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Ora il Partito Democratico annuncia una proposta di legge di riordino del settore che, riprendendo in buona misura le tesi avanzate dal sito lavoce.info[2], sembra ruotare intorno alla creazione di una nuova authority, che dovrebbe controllare una gestione sostanzialmente affidata ai privati. Vengono quindi rispolverate tesi già avanzate in occasione di passate operazioni di privatizzazione. E va da sé che, anche in questo caso, assisteremmo alla creazione di un altro organismo inutile, del tutto impotente rispetto alle multinazionali dell’acqua, al punto che gli esiti rischierebbero di non essere diversi da quelli del decreto Ronchi. Al tempo stesso, altrettanto discutibili appaiono le altre proposte presenti nel centrosinistra italiano che continuano ad avanzare soluzione ibride, che spingono nella direzione del ricorso a società miste pubblico-private o a formule giuridiche di diritto privato. È vero infatti che negli ultimi anni il ricorso alle spa di proprietà interamente pubblica è stato considerato spesso una soluzione utile per limitare i danni della privatizzatrice legislazione vigente (e su questo punto si è sviluppato un dibattito all’interno stesso dei movimenti per l’acqua pubblica[3]), ma questa soluzione non rappresenta certo l’ideale a cui tendere nel momento in cui si tratta di ridisegnare la normativa sui servizi pubblici locali.

Per tutte queste ragioni, i referendum proposti dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, con l’ampissimo tessuto sociale che lo sostiene, vanno nella direzione giusta. L’approvazione dei tre quesiti referendari, infatti, segnerebbe una straordinaria vittoria politica delle forze critiche verso le privatizzazioni e ci riconsegnerebbe una gestione dell’acqua finalmente affidata a un soggetto interamente pubblico.

di Riccardo Realfonzo

Fonte: economiaepolitica

[1] Si rinvia ad esempio agli studi sulle privatizzazioni britanniche, le più studiate. Tra gli altri i contributi di Massimo Florio hanno dimostrato che gli effetti positivi delle privatizzazioni sono stati sempre modesti o nulli per i consumatori e comunque largamente superati dagli effetti individuali e sociali negativi. A riguardo si rinvia al volume di Florio, The Great divestiture. Evaluating the welfare impact of British privatizations (MIT Press) 2004 e al contributo dello stesso autore nel volume a cura mia e di P. Leon dal titolo L’economia della precarietà (manifestolibri, 2008). Si veda inoltre il contributo di Bruno Bosco, “Privatization, reproduction and crisis: the case of utilities”, in corso di pubblicazione in E. Brancaccio e G. Fontana, The Global Economic Crisis. New Perspectives on the Critique of Economic Theory and Policy (Routledge). [2] Il riferimento è ad esempio agli articoli di Carlo Scarpa del 18 novembre 2009 e di Antonio Massarutto del 10 dicembre 2009. [3] In questi anni alcuni comitati hanno sostenuto la possibilità, a legislazione vigente, di sottrarre il servizio idrico all’applicazione dell’articolo 23-bis e della normativa successiva (mediante una delibera del Comune che dichiara il servizio “privo di rilevanza economica”), e quindi l’attribuzione del servizio idrico a un’azienda speciale. Altri hanno ritenuto che a legislazione vigente non sia praticabile la soluzione dell’azienda speciale, e hanno quindi in tal senso auspicato un mutamento del quadro legislativo nazionale. A riguardo rinvio all’articolo di Carlo Iannello in questa rivista (http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lacqua-pubblica-sotto-il-vincolo-della-legge/).

La sottrazione dell'Acqua


In un breve racconto(1), lo scrittore latino-americano Manuel Scorza ha narrato come un giorno i poverissimi abitanti di un villaggio peruviano, trovando una moneta per terra nella piazza la lasciassero lì per giorni, tornando a scrutarla e ad interrogarsi sul suo significato. Nessuno la raccolse e osò appropriarsene; il Sindaco ordinò comunque al popolo di non toccare la moneta. Dopo qualche giorno, passò di lì un ricco dottore, la adocchiò, la raccolse, se la mise in tasca e se ne andò. E' la condizione in cui si trovano miliardi di persone che si vedono scippare beni da coloro che godono di una posizione di forza per poterlo fare, favorita dall'ineguaglianza sociale e dalle sue sponde politiche. John Locke il teorico dello Stato liberale, ne avrebbe gioito, ritenendo la disponibilità dei beni un segno della volontà divina. Del resto difendeva in un sol colpo proprietà, parlamentarismo e enclosures, le recinzioni dei campi aperti, che hanno portato alla distruzione degli usi civici e dei beni comuni, ma anche alla rivoluzione industriale, nei termini in cui il socialismo l'ha descritta e combattuta.
A quel tempo c'era ancora la possibilità di accedere a visioni diverse del mondo.

La sottrazione dei beni comuni

La sottrazione dei beni comuni alle cittadinanze e alle comunità è una pratica che ha ottenuto un impulso poderoso dagli anni Novanta. E' stato un processo inesorabile, parallelo all'infiacchimento delle democrazie e alla rinuncia al confronto paritario tra visioni diverse - e politiche - dei destini individuali, collettivi e del pianeta, a vantaggio del dominio di fatto di lobby finanziarie detentrici di potere reale a tutti i livelli della scala territoriale. Oggi ci occupiamo di acqua, non dobbiamo tuttavia rimuovere la riduzione a merce - sotto gli occhi di tutti e sotto i piedi di ciascuno - di altri beni comuni materiali e immateriali. La persona e la dignità, con la tratta degli organi, degli esseri umani e di bambini, sono scomparse dalla scena dei valori assoluti e inalienabili. La città e la comunità, sviluppatesi per interazione di scambi simbolici e merci, si sono ridotte a identificarsi con quest'ultime. Gli spazi pubblici sancivano la natura della città come bene collettivo. Sono stati chiusi o privatizzati. Il paesaggio e la bellezza erano beni comuni, e in luoghi dove si vedeva sorgere il sole si sarebbe dovuto continuare a veder sorgere il sole. Gli spazi demaniali sono stati via via alienati ai privati o messi sul mercato. La cultura era un bene comune, e avrebbe dovuto rimanerlo maneggiando con cura un settore che è intrinsecamente associato all'identità e alla reputazione collettive.(2) Non è più un bene comune l'istruzione; non è più pubblica, e quel che rimane della "cultura generale" o è asservita a merce o è livellata sui meccanismi di riproduzione sociale per cui il reddito di cui godiamo è, in proporzione, quello a disposizione dei nostri padri. L'emancipazione sociale, fondata sulle pari opportunità, non è più percepita come un diritto fondamentale, ma come ingenuo velleitarismo. Non è più bene comune la politica, da quando i partiti democratici hanno prosciugato il terreno dei valori e dei principi, istruendo classi dirigenti al compromesso cinico, inclini a costituirsi in lobby e hanno partecipato della dimensione più deplorevole della mercificazione del tutto. La privatizzazione dell'acqua cos'è in fondo se non il trasferimento al privato, deciso dalla politica, di quote consistenti di cittadini che si trasformano in clienti? Più si dissolve la percezione della dimensione comune dei beni fondanti una civiltà, più si rafforza lo status di sfruttati o di clienti, dipende da dove si vive.(3) Sfruttati che non hanno voce o clienti che non hanno mai ragione, dovendo trovare le proprie ragioni nella politica che però muore con la morte dei beni comuni e pubblici. E anche per la democrazia suonano a morto le campane.

L'acqua, la vita e la corruzione

Nel rapporto 2008 di Human Rights Watch, dedicato alla violazione dei diritti nell'economia globale, è scritto: "I diritti sociali ed economici, relativi ai bisogni fondamentali di tutti gli individui, inclusi cibo, acqua, incolumità personale, assistenza sanitaria, vestiario, istruzione e dimora, sono stati profondamente intaccati dagli interessi del business." (4) L'accesso all'acqua è uno dei settori in cui l'impatto è più devastante poiché incide a sua volta su tutti gli altri fattori vitali. Negli anni Novanta, una controllata di Enron (compagnia statunitense per l'energia), la Dabhol Power Corporation, dopo aver comprato terreni in India, vi ha gestito interi bacini idrici lasciando a secco interi villaggi. Le sollevazioni delle popolazioni locali sono state puntualmente represse e occultate dai media. In Nigeria, un'impresa petrolifera ha sistematicamente danneggiato raccolti e inquinato l'acqua potabile. La situazione è destinata ad aggravarsi in seguito al massiccio interesse delle multinazionali finanziarie per i terreni agricoli africani; li comprano a prezzi stracciati per riconvertirli alla produzione di biomasse funzionali al mercato delle energie alternative nei Paesi già ricchi. Der Spiegel lo ha definito "nuovo colonialismo".(5) Con una certa usualità di insinua anche il razzismo, come quello che colpisce la popolazione Mapuche in Patagonia. Sul loro territorio, che insiste sull'immensa riserva idrica dell'Acquìfero Guaranì, si sono radicati gli interessi di Endesa, la cui proprietaria è Enel, azionista di maggioranza di Hidroaysèn, impresa aggiudicataria dei diritti sull'acqua in quella zona. L'acqua è distribuita in modo diseguale, pur essendocene in abbondanza, come contesta il Consiglio di Difesa della Patagonia, che ha denunciato le violenze subite dalle donne Mapuche, in prima linea nella battaglia per l'accesso all'acqua.(6) In Honduras molte zone non se la passano meglio. E' inoltre di pochi giorni fa la notizia secondo la quale un immenso bacino idrico sotterraneo, più grande dell'Acquìfero, sarebbe stato individuato nell'Amazzonia brasiliana. C'è da star certi che gli interessi del business globale sono già all'opera. Non sono pochi i contesti in cui gli affari sull'acqua si sono incrociati negli ultimi dieci anni con la corruzione. Nel rapporto 2008, Transparency International la imputa alla debolezza delle governance sia pubbliche che private.(7) E lancia un appello agli stakeholder delle multinazionali dell'acqua perché la corruzione esaspera "i costi economici, politici, sociali, culturali e ambientali dei Paesi in cui l'accesso all'acqua non è un diritto, costringendo la popolazione ad atroci sofferenze". Dal rapporto 2007, l'Africa sub-Sahariana risulta la regione che ne soffre di più, ed è tra quelle la cui popolazione ha il minor accesso alle risorse idriche. La corruzione farà lievitare di circa 48 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni i costi delle iniziative internazionali a garanzia del diritto all'acqua. (8) Per le popolazioni più povere la corruzione si misura anche in termini di vita. Il rapporto 2009 dell'Unesco sull'acqua calcola che 1 miliardo e 200 milioni individui non vi abbiano accesso.(9) L'Unep aggiunge che "un bambino ogni due secondi" muore per malattie legate alla non potabilità dell'acqua che beve o alla sua totale mancanza. «Oltre metà dei letti d'ospedale nel mondo sono occupati da persone che hanno malattie derivanti da acque inquinate». E le previsioni da qui al 2025 sono funeste: più di tre miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere in paesi "water-stressed", in un momento in cui è più scarsa (l'80% del consumo d'acqua avviene nei settori industriali e agricoli).(10) Tra i Paesi "water-stressed" ci potrebbe essere anche l'Italia.(11) Le stime dell'Osce sono anche peggiori: entro il 2030 3,9 miliardi di individui vivranno in grave carenza di acqua e, quando gli abitanti del pianeta saranno nove miliardi, il problema riguarderà la metà della popolazione mondiale, quella della Cina e del sud asiatico in particolare. E' anche accaduto che fossero i governi a denunciare pratiche illegali condotte dai gestori internazionali dell'acqua, come in Argentina. Il presidente Kirchner ha accusato di "pillage" (saccheggio) la Suez, multinazionale francese che opera anche in Italia, a cui il governo aveva privatizzato l'acqua.(12) In Italia, il problema si chiama anche mafia e criminalità organizzata. Sono note le indagini che hanno coinvolto imprese gestori di comparti dell'approvvigionamento idrico sia al sud che al nord. (13)In Sicilia, durante l'era Cuffaro, si era anticipato di tre anni il decreto Ronchi: ai privati, oltre all'affidamento del servizio idrico per 30 anni, è stato accordato più di un miliardo di fondi europei per gli investimenti. Non se ne è visto alcuno.(14) Anche Amiacque, sponsor di questa iniziativa, dovrebbe stare più attenta quando elegge il proprio Presidente.(15)

Un colossale problema politico

Al 5° Forum mondiale dell'acqua, tenutosi a Istanbul dal 16 al 22 marzo 2009 (il prossimo sarà a Marsiglia), non sono riusciti a decidere - sulla base di una ragionevole teoria del Diritto e della Democrazia - cosa sia l'acqua. Si sono limitati a stabilire l'ovvio: è "un bisogno fondamentale". Ben diverso è decretare l'acqua quale bene comune sociale primario. I beni comuni sociali primari sono patrimonio dell'Umanità e una comproprietà universale, la loro garanzia risiede nell'indisponibilità. "La loro disposizione è vietata in assoluto", scrive Luigi Ferrajoli. Per i beni materiali, l'indisponibilità è dovuta ai caratteri di accessibilità, deteriorabilità e irriproducibilità. (16) Tuttavia, la determinazione di un bene comune sociale non è tanto una questione giuridica (non ancora almeno e purtroppo) quanto storico-culturale. La capacità di definire "comuni e inalienabili" alcuni beni vitali è cresciuta con la civiltà e con la consapevolezza che la loro tutela dovesse darsi sia per le generazioni viventi che per quelle future. Civiltà vorrebbe che si pongano limiti alle attività private su questi beni e si imponga il rispetto dei vincoli alla sfera pubblica. Sfera pubblica che tende a ridurli in beni patrimoniali, privatizzandoli, ossia a merci a cui associare un valore di mercato. Quando l'unico valore da associarvi dovrebbe essere quello vitale, e, per questo, coloro i quali si trovano a gestirli dovrebbero essere sottoposti a vincoli inderogabili e strettissimi anche sull'etica delle loro azioni. Bene comune è anche la qualità dell'acqua. Non sempre la disponibilità di tecnologie avanzate (nel millennio scorso si sarebbero chiamati "mezzi di produzione") per la gestione delle risorse idriche si associa al rispetto dei principi. E' di qualche mese fa, la notizia, riportata da Le Monde diplomatique, secondo la quale sussisterebbe il serio pericolo di inquinamento dell'acqua da nanoparticelle nelle metropoli europee. Ci auguriamo che si possa sottovalutare questo allarme, tuttavia, siamo sicuri che la privatizzazione dell'acqua non comporti anche una sottovalutazione tout court di problemi come questi - ove si presentino - dovuta a pure valutazioni di profitto? (17) Un altro esempio proviene sempre dalla Francia e vede il colosso Veolia (ex Vivendi e General de l'eaux) impegnato in megaprogetti per la costruzione di depuratori in Belgio, i quali, bloccatisi per qualche tempo, avrebbero provocato l'inquinamento della Garonna fino a Tolosa.(18) Per rimanere in Lombardia, il recente sabotaggio delle cisterne della Lombardia petroli a Villasanta che ha sversato nel Lambro quantità enormi di liquami oleosi, ha bloccato il depuratore di Monza, con buona pace dei cittadini. La scomparsa dal discorso pubblico e istituzionale dei beni fondamentali come valori può portare alla vendetta perpetrata su beni collettivi primari.
La struttura della imprese globalizzate e il vuoto di regole non infondono fiducia. Le holding dei gestori privati dell'acqua si dedicano anche ad altri brand; anzi, spesso hanno tratto enormi profitti in altri settori e sono nate con altri core business: immobiliare, infrastrutturale, sanitario, rifiuti, dedicandosi ad operazioni tipiche del capitalismo finanziario. L'attuale recessione economica ci insegna che sul lungo termine la speculazione in un settore può produrre crisi a cascata nello stesso e trascinare con sé tutti gli altri. Cosa accadrebbe se una bolla speculativa, simile a quella immobiliare all'origine dell'attuale crisi, scoppiasse portando sull'orlo della bancarotta le holding che hanno in concessione l'erogazione della nostra acqua? Chi ci tutela e a chi dovremo rivolgerci per le denunce civili del caso? Chi sono i proprietari, chi saranno i responsabili? E chi ha gestito la traduzione dal cittadino al cliente, ossia la Politica, di responsabilià non ne avrebbe proprio alcuna e mai? E come la mettiamo con i cartelli che le poche società del settore a volte costituiscono per mantenere i prezzi ad un certo livello? Il Garante della concorrenza ha recentemente multato le società Acea e Suez per aver messo in atto "un'intesa restrittiva della concorrenza nel mercato nazionale della gestione dei servizi idrici". Le lobby, appunto. Che anche se non nascono come tali, tendenzialmente sono portate a diventarlo. E anche nel caso siano "nazionali", ossia italiane, sono comunque private. Del resto dalle cattive gestioni non ci proteggono neppure e sempre le società di diritto pubblico. A2A sta scontando il dissolvimento della Zincar (mission nelle energie rinnovabili) sua controllata che ha prodotto un buco di bilancio di 14 milioni di euro. E' questione di governance, come ha scritto Transparency international.

Il livello cosmopolita

Un altro aspetto critico dell'acqua, intesa come bene comune, è il vuoto nel diritto pubblico internazionale. Un bene comune vitale e primario è universale, le sue garanzie non possono essere lasciate alle vicendevoli tendenze delle postdemocrazie o delle democrazie deboli. Occorre metter mano ad un diritto cosmopolitico e a istituzioni che rispondano solo all'imperativo di proteggere l'acqua quale bene vitale, primario e inalienabile. L'eventualità di un'Autorità civile è stata per esempio presa in considerazione nel febbraio scorso a Tolosa, dove Veolia ha in gestione l'acqua. "La nouvelle autorité gérera les régies municipales, coordonnera le patchwork des 25 communes et pourra contrôler les délégations au privé", si legge in Le monde.(19) E' ancora una eventualità locale, tuttavia questo livello potrà operare nella costituzione di un organismo globale. Lo spunto lo offrono, per esempio, le teorie elaborate dal Premio Nobel 2009 per l'Economia Elinor Ostrom e illustrate nel saggio "Governare i beni collettivi".(20) La Ostrom sostiene soluzioni alternative alla "privatizzazione", da una parte, e al forte ruolo di istituzioni pubbliche e regole esterne, dall'altra. Soluzioni che, secondo il Premio Nobel, sono fondate sulla possibilità di mantenere nel tempo regole e forme di autogoverno di uso selettivo delle risorse. Sviluppa anche una teoria circa le condizioni che devono valere affinché una gestione "comunitaria" dei beni comuni possa durare ed essere sostenibile. La comunità si fa garante della inalienabilità del bene e dei principi che regolano il suo status per la vita delle persone. Ostrom enfatizza l'importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e agite in quanto giuste, non per opportunismo. Le sue indicazioni sembrano efficaci proprio a proposito dell'acqua. Il diritto internazionale, non sarebbe altro per Ostrom che un sistema di governance applicato a un bene comune, poiché per raggiungere un qualsiasi risultato degno, non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra. Le comunità a cui si riferisce Ostrom sono sia quelle locali, sia forme di sostegno mondiale che spesso le prime ottengono nelle azioni di rivendicazione dei diritti primari. Anche il rispetto e l'antirazzismo sono beni comuni non mercificabili, né scambiabili per ottenere un consenso politico alla buona. Ultimamente sono le forme di azione cosmopolita e internazionale ad aver dato la lezione migliore di come un bene primario come l'acqua debba essere salvaguardato insieme al rispetto degli individui, rivendicando anche il principio che a certi beni non dovrebbero essere associati valori finanziari.

Il livello nazionale ed europeo

L'art. 15 del decreto Ronchi, votato dal Parlamento il 19 novembre 2009, che obbliga alla messa a gara dei servizi idrici e la cessione a privati da parte dei Comuni della sovranità sul 40% delle quote di partecipazione delle nuove società - e che in virtù di una sentenza della Consulta dovranno gestire sia reti che erogazione - fa esplicito riferimento alle Direttive europee. Quasi che con quel decreto l'Italia si fosse "messa a norma". Ma la Direttiva chiede ai Paesi membri di indicare quali beni e servizi intendono privatizzare e quali no. Non impone la privatizzazione dell'acqua. Le Direttive (92/50/CEE e 93/38/CEE) chiedono che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato il servizio idrico. Nella Direttiva europea Bolkestein, considerata un atto liberista per eccellenza, a proposito di acqua recita: "La Direttiva non compromette la libertà degli Stati membri di definire quali essi ritengano i servizi di interesse generale." In attesa che un organismo sovranazionale possa essere elaborato, è evidente come si renda necessaria anche in Italia un'Autorità civile di garanzia che operi sulla base di una Costituzione dei beni comuni e che sappia ribadire con autorevolezza a simili interpretazioni della legislazione europea, interpretazione che non dovrebbe essere prerogativa solo della stampa, quanto piuttosto di voci ufficiali.

di Irene Campari
Fonte:
ilprimoamore

Note

1 Manuel Scorza, Rullo di tamburi per Rancas, Feltrinelli 1980
2 Le pratiche del marketing hanno oltrepassato spesso il segno, e probabilmente nessuno si è letto nel frattempo, inclusi gli addetti ai lavori, il saggio di Marc Fumaroli, Lo stato culturale.
3 Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson 2007. Benjamin R. Barber, Consumati, da cittadini a clienti, Einaudi 2010.
4 Hrw, On the margin of profit. Rights at risck in the global economy, february 2008, vol. 20, n. 3(G)
5 Horand Knaup e Juliane von Mittelstaedt, Gli investitori stranieri si accaparrano i terreni agricoli africani, Der Spiegel, 30 luglio 2009, traduzione italiana di Irene Campari in http://circolopasolini.splinder.com/post/21054260
/>6 Paolo Hutter, La battaglia dell'acqua sfida italiana in Patagonia, La Repubblica, 21 febbraio 2010.
"Agua ¿oro azul?"in http://agualicia.blogspot.com.
/>7 Janelle Plummer, Global Corruption Report 2008, 1. Introducing water and corruption
8 World Health Organisation (WHO) e United Nations Children's Fund (UNICEF), 'Water for Life: Making it
Happen', Ginevra, :2005), Wto press.
9 Unesco, Water in a changing world, UN 2009
10 United Nations Development Programme (UNDP), Human Development Report 2006. Beyond Scarcity: Power, Poverty and the Global Water Crisis (New York: Palgrave Macmillan, 2006).
11 Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità, La Repubblica, 22 marzo 2010.
Alessandro Leto, I padroni dell'acqua, Il Secolo XIX, 30 aprile 2009
12 Aziza Akhmouch, De l'utilité politique de l'accusation de "pillage": le cas des multinationales en Argentine, l'exemple de Cordoba, Hérodote, 2009/3 (n° 134).
13 Roberto Galullo, Commento alla relazione del Prefetto Lombardia sulla presenta della mafia a Milano, 11 febbraio 2010. Il riferimento è alle infiltrazioni delle cosche gelesi nelle società che hanno in appalto la manutenzione dell'acquedotto milanese. http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2010/02/esclusivo1-la-relazione-del-prefetto-lombardi-su-milano-la-mafia-esiste-forse-che-s%C3%AC-forse-che-no.html. Per altri spunti a proposito, I. Campari-G.Giovannetti, A cento passi da Buccinasco, Il primo amore, n. 5, febbraio 2009, pp. 153-175. E' recente la vicenda legata all'ex Sindaco di Trezzano sul Naviglio, arrestato con l'accusa di corruzione e continguità con le cosche locali, e presidente di Amiacque, un'azienda pubblica.
14 www.giuseppelumia.it, 21 aprile 2010
15 L'attuale presidente ed ex Sindaco di Trezzano sul Naviglio è stato arrestato poche settimane fa con l'accusa di contiguità con esponenti delle cosche dell'ndrangheta.
16 Luigi Ferrajoli, Principia iuris, Vol. II, Teoria del Diritto.
17 «Eau et nanoparticules manufacturées» Rapporto Afssa (www.afssa.fr/Documents/EAUX-Ra-Nanoparticules.pdf), in Marc Laimé, Eau et nanotechnologies: nouveaux risques pour l'environnement et la santé, Le monde diplomatique, Carnet de l'eau, 25 settembre 2009.
18 Marc Laimé, Accueil du site, Carnets d'eau, Toulouse-Bruxelles: l'axe du mal de Veolia
Toulouse-Bruxelles: l'axe du mal de Veolia, Le monde diplomatique, Carnet de l'eau, 6 gennaio 2010
19 Distribution d'eau: la concurrence s'éveille, les prix baissent, Le monde, 13 febbraio 2010
20 Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio 2006; edizione originale, Governing the commons, Cambridge University Press, 1990.
21 www.acquabenecomune.org

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