martedì 18 maggio 2010

...e, intanto, i parlamentari del PD perseguivano la politica del vitalizio. "E' ora di finirla con questo finto partito"!


E' all'esame della camera una proposta di legge di tre deputati del Pd per garantire i contributi agli amministratori degli enti locali che ora non ne godono. Ma non sono trattamenti di favore, dicono, né vitalizi, come invece è in parlamento e Regioni.
Quando si dice il tempismo. Mentre sugli italiani sta per abbattersi la manovra finanziaria lacrime e sangue da 25-27 miliardi di euro annunciata dal governo, i parlamentari discutono delle pensioni degli amministratori locali. Se ne preoccupano in particolare tre parlamentari del Pd [Maria Luisa Gnecchi, Oriano Giovannelli e Lucia Condurelli], che a novembre dell’anno scorso hanno presentato la proposta di legge n. 2875 per «modificare la disciplina dello status degli amministratori locali, con particolare riguardo agli oneri previdenziali, assistenziali e assicurativi», dice la relazione che accompagna l’unico articolo della proposta di legge, riguardante gli amministratori comunali, provinciali, delle comunità montane. 
Cioè propongono di cambiare il testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali [dlgs n. 267 del 2000] laddove dice «che l’onere a carico dell’amministrazione locale del versamento dei contributi assistenziali, previdenziali e assicurativi ai rispettivi istituti, per le cariche previste dal comma 1 del medesimo articolo, sussiste soltanto nella fattispecie di lavoratore dipendente, collocato in aspettativa non retribuita, nonché in caso di lavoro autonomo». In pratica, sostengono i parlamentari del Pd, «se al momento dell’assunzione della carica il lavoratore dipendente si trova in stato di disoccupazione o il lavoratore autonomo non svolge alcuna attività, per l’ente locale non sussiste l’obbligo del versamento dei contributi e lo stesso dicasi per le quote forfetarie».
La proposta è all’esame della commissione lavoro della camera, che ha accolto tutto sommato con favore il testo, salvo prima sentire il governo sulla «possibile onerosità delle disposizioni», per avere una stima «degli eventuali effetti finanziari». Il ministero dell’economia, sulla base di un parere della Ragioneria generale dello stato, ha risposto con una relazione tecnica che in pratica dà parere negativo, valutando «maggiori oneri pari a 38,3 milioni di euro annui». Alla relazione, discussa in commissione lavoro l’11 maggio scorso, ha ribattuto Maria Luisa Gnecchi, prima firmataria della proposta di legge, facendo presente «che lo scopo della sua proposta normativa è quello di evitare che colui che sia stato eletto presso amministrazioni locali rimanga privo di fondamentali tutele assicurative e previdenziali – soprattutto laddove esso, al momento dell’elezione, sia disoccupato o abbia un basso stipendio – e non certo quello di garantire quei trattamenti di favore, per esempio di natura vitalizia, come accade per le Regioni, a cui fa impropriamente riferimento la relazione tecnica presentata sul provvedimento, che dovrebbe limitarsi a contemplare comuni e province interessati».
Trattamenti di favore in base ai quali sia i parlamentari sia i consiglieri regionali percepiscono un ragguardevole vitalizio, cioè la pensione, dopo aver portato a termine anche solo una legislatura [o abbiano versato in proprio i contributi per completarla]. Forse i tre eletti del Pd dovrebbero chiedersi come mai la Ragioneria ha pensato che la loro proposta di legge si riferisse proprio al vitalizio, così come l’ha interpretata anche Antonello Caporale su repubblicat.it, che scrive: «Dunque, anche i politici delle categorie minori, altrimenti senza alcuna altra arte, hanno diritto alla pensioncina».

Fonte: Carta.org

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