martedì 11 maggio 2010

Ecuador, “Campo Armadillo”: gli indigeni e la Costituzione violati dal petrolio




Sembra che niente possa più sorprendere l'attuale società globalizzata occidentale, abituata quotidianamente a tematiche scabrose come la nanotecnologia, gli organismi geneticamente modificati e altre ancora; non è strano, allora, che la sorpresa venga dalle cose più semplici, da quello a cui riesce impossibile pensare: l'esistenza di altre culture, di altri popoli, di altra gente mossa da idee diametralmente opposte alle nostre.
 È così che, quando in tv passano immagini di popoli che mantengono una vita dove l'“occidente” e la sua influenza non esistono o sono rifiutati, ci troviamo a dover affrontare l'”altro” e il suo diritto a essere diverso.

Si possono considerare i popoli in isolamento volontario in Ecuador come “ciò che è rimasto dei gruppi indigeni amazzonici, un tempo numerosissimi, che, vivendo in tratti remoti e quasi inaccessibili della foresta hanno evitato, già dal tempo della Conquista, ogni contatto con i colonizzatori”. Bisogna considerare, inoltre, che la condizione di isolamento volontario non è il risultato di una condizione casuale o geografica, ma il risultato di una decisione meditata e analizzata, presa in esercizio della libera autodeterminazione dei popoli e basata sulla conoscenza di un contesto ostile e violento. La situazione d'isolamento volontario è, d'altra parte, l'espressione e la concretizzazione del riconoscimento del diritto di possesso e proprietà delle terre e dei territori che  questi popoli occupano.

Ogni governo ha percepito con fastidio la loro presenza perché avrebbero preferito una Amazzonia vuota per poter estrarre in libertà le risorse naturali che si trovano in questa zona. È per questo che, in differenti periodi della storia repubblicana dei paesi dell'America Latina, si è negata l'esistenza di questi popoli e, anche oggi, i loro territori sono contesi e i loro confini sono dettati dalle necessità delle imprese estrattive, più che dalle forme di vita che si trovano nella foresta. In questo modo il genocidio contro questi popoli non è soltanto espropriante delle loro vite e della loro dignità, ma anche delle terre, i territori, le risorse naturali, tutte condizioni indispensabili per la produzione, la riproduzione e lo sviluppo dell'identità e della cultura indigena.

Il destino dei popoli in isolamento volontario segue la storia colonizzatrice dell'umanità e il loro stato di vulnerabilità estrema è traccia degli abusi sùbiti secoli fa e che non possono ripetersi oggi.

Sono gli stati, che apparvero e presero forma quando la cultura di questi popoli già era consolidata nei propri territori, che ora si arrogano la facoltà di riconoscere o meno “diritti” agli abitanti originari. Mettono in discussione la loro esistenza e negoziano i loro diritti sul territorio, da dove iniziano e dove finiscono, i loro diritti sulle ricchezze del suolo o del sottosuolo, il diritto a preservare la loro cultura, la loro lingua e a restare in isolamento. Si sono avuti casi critici in cui, semplicemente e categoricamente, i governi hanno negato l'esistenza di questi popoli e hanno proceduto all'appropriazione delle risorse di queste terre.

C'è anche la minaccia molto concreta della nostra società che vuole assorbire e convertire tutto in articoli d'acquisto o di vendita; le imprese petrolifere hanno cercato di impossessarsi dei ricchi giacimenti di questi territori con strategie diverse; negli anni Settanta la tattica è stata quella dell'irruzione improvvisa, pensando che le armi da fuoco fossero un argomento sufficientemente dissuasivo. Trent'anni dopo poco è cambiato e sono le strade nello Yasuní a essere utilizzate per recingere i popoli Tagaeri y Taromenane.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un sistema economico, politico, ideologico che sembrerebbe inarrestabile, impossibile da combattere o trattenere, un apparato che passa sopra le vite degli uomini e gli ecosistemi naturali senza nessuno scrupolo, nella sua corsa affannosa per appropriarsi delle ricchezze della terra. L'impotenza riempie le braccia dei testimoni che sentono di non avere garanzie valide per trattenere il mostro, che il sistema internazionale dei diritti umani è inutile, che dalla società non si alzano voci con potere sufficiente per pretendere il rispetto della vita.

I progressi in Ecuador in questa materia sono stati lenti, ma ci sono stati. I diritti dei popoli Tagaeri e Taromenane, di origini comuni al popolo Waorani, sono stati recentemente riconosciuti dalla Costituzione del 2008, dopo una lunga lotta del movimento indigeno del paese. Il loro territorio è stato solo parzialmente riconosciuto istituendo la Zona Intoccabile Tagaeri Taromenane, i cui confini sono stati definiti più dagli accordi con le imprese petrolifere del luogo che in risposta ai modelli di mobilità ed insediamento di questi popoli.

Parte del territorio Tagaeri/Taromenae è stato rinominato, per le attività petrolifere in corso, come “Campo Armadillo” ed è un buon esempio della storia contemporanea di questi popoli: lo stato ecuadoriano, pienamente a conoscenza e ben informato dell'esistenza dei clan Tagaeri/Taromenane nel luogo, ha deciso di dare avvio allo sfruttamento petrolifero del campo, sebbene queste attività potrebbero sgnificare il genocidio di questi popoli, ed ha ignorato l'esistenza di garanzie e diritti nella Costituzione del paese, ha ignorato di avere firmato trattati e convenzioni internazionali sui diritti umani e ha ignorato l'esistenza di misure precauzionali emanate dalla Commissione Interamericana per i diritti umani.

Sono accaduti anche fatti violenti ad Armadillo e fuori dalla Zona Intoccabile, dove esistono reali minacce alla vita dei popoli indigeni e per le popolazioni coloni circostanti. Le esplosioni sismiche causate dall'attività petrolifera avrebbero irritato gli abitanti ancestrali, i quali si sono mossi a difesa dei loro territorio, mentre lo stato si soprendeva per qualcosa di “inatteso” senza strumenti adeguati per rispondere e -  quello che è peggio – non appena la notizia è scomparsa dai giornali, il Ministero dell'Ambiente ha emesso una licenza ambientale per la continuazione delle attività petrolifere nella zona.
I popoli in isolamento volontario sono benificiari di misure precauzionali concesse dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani il 10 maggio 2006. Queste misure obbligano lo stato, per l'articolo 1.1 della Convenzione Americana, a rispettare e garantire i diritti umani di tutti gli abitanti del paese, inclusi i Tagaeri-Taromenane ed i restanti Oñamenane.

La nuova Costituzione Politica della Repubblica dell'Ecuador, nell'articolo 57 numero 21, sancisce che “I territori dei popoli in isolamento volontario sono di proprietà ancestrale, irriducibile ed intoccabile, e in essi si vieta qualsiasi tipo di attività estrattiva. Lo stato adotterà misure per garantire la loro vita e far rispettare la loro autodeterminazione e volontà di rimanere in isolamento, assicurando l'osservanza dei loro diritti. La violazione di questi diritti costituirà delitto di etnocidio, che sarà perseguito a norma di legge”.

Dati i fatti suddetti, il governo ecuadoriano deve fermare immediatamente qualsiasi estrazione petrolifera ad Armadillo e nei suoi dintorni. Le risposte che si devono dare sono prevalentemente di carattere sociale, inclusa la riparazione ai danni ambientali già verificatisi, rispettando il modello del “Buen Vivir” e le condizioni di isolamento dei popoli Tagaeri e Taromenane.

(1) Cabodevilla Miguel Angel en PUEBLOS NO CONTACTADOS ANTE EL RETO DE LOS DERECHOS HUMANOS, CICAME, Quito Ecuador 2005 pp 15 

di Nathalia Bonilla
Fonte: alainet.org
Comparso su A SUD
Traduzione di Valentina Vivona

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