martedì 4 maggio 2010

Federalismo fiscale. Ovvero come impoverire i poveri (del Sud) senza arricchire i poveri del Nord



“Federare: unire, unirsi in federazione”. Apri il dizionario italiano e ti chiedi cosa diavolo c’entri il federalismo con lo spezzatino in salsa leghista che che s’apparecchia dalle parti di palazzo Chigi. Eh già, perché con buona pace dei Giobertie dei Cattaneo, il Carroccio s’appresta ad incassare – sub specie fiscale – una vera e propria secessione mascherata, figlia di quella devolution silurata anni fa a suon di referendum.
«La migliore risposta all’anniversario dell’unità d’Italia», ha sentenziato il ministro Calderoli perché la provocazione arrivasse alle orecchie di qualche recalcitrante collega di governo. È noto che nel merito del provvedimento ci sono sensibilità differenti nella stessa maggioranza e che anche nel Pdl risuonano allarmi per la “coesione sociale” in pericolo. Ma Fini o non Fini questo federalismo s’ha da fare. E il federalismo – come insegna il professor Giulio Tremonti, gran tessitore della manovra – o è fiscale o non è. Dunque, con la pistola alla tempia puntata dal Senatùr, il governo sta accelerando per portare a casa l’unica riforma obbligata del suo mandato. E deve fare davvero in fretta, pena la decadenza della delega varata un anno esatto fa dai due rami del parlamento.
Ma cos’è, questo benedetto federalismo fiscale? Tecnicamente è il «coordinamento dei centri di spesa con i centri di prelievo», ossia la devoluzione su base territoriale di tributi e servizi. In termini più prosaici è il marchio a fuoco del primo comandamento leghista: «I soldi del Nord restano al Nord». E quelli del Sud restano al Sud (peccato che non ce ne sono), con l’aggiunta di qualche briciola e l’elemosina di qualche fondo perequativo. Si giungerà alla definizione di parametri standard per costi e fabbisogni e poi ognuno correrà con le proprie gambe: le regioni virtuose saranno premiate e quelle inefficienti saranno sanzionate. Non ci vuole un raduno di premi Nobel per capire che – date le condizioni di partenza – la forbice tra aree ricche e aree povere del paese si allargherà ulteriormente.
I DECRETI
La legge n.42 è stata approvata a maggio del 2009 e ha incaricato l’esecutivo di procedere alla sua concreta applicazione attraverso una manciata di decreti attuativi che ora sono all’attenzione della commissione bicamerale presieduta dall’ex ministro Enrico La Loggia.
Il primo dei decreti riguarda il cosiddetto 
federalismo demaniale. Alla fine di questo mese (o al massimo entro giugno) il governo avvierà la dismissione di una larga parte del patrimonio dello Stato per cederne l’amministrazione a regioni, province e comuni. Questo – secondo lo spirito del provvedimento – per assicurarne la «massima valorizzazione funzionale». Si tratta di una pluralità di beni tra i quali spiagge, fiumi, laghi, corsi d’acqua, caserme, miniere, terreni e immobili il cui valore è stimato attorno ai cinque miliardi di euro. Un capitale che oggi è garanzia di una parte del debito pubblico e che ha già fatto litigare sindaci e presidenti di regione, timorosi di pescare mele marce dal cestino o di vedersi attribuire la fetta meno golosa della torta. L’opposizione ha anche evidenziato il rischio che una “parcellizzazione” di questi beni statali possa spalancare gli appetiti delle clientele e favorire una sorta di regime neo-feudale.
Il prossimo step indicato da Calderoli nella tabella di marcia riguarda l’
autonomia impositiva dei comuni, a cui farà da pendant la riforma fiscale delle regioni. Il ministro leghista esclude un ripristino dell’Ici ma ha in mente una “service tax” che vada a sostituire le nove diverse imposte municipali oggi vigenti, da quelle di scopo all’addizionale Irpef.
Ma il punto più delicato – l’autentico spartiacque che segnerà i confini della nuova mappa federale – sarà la definizione dei costi standard in base ai quali parametrare la ripartizione delle risorse. In pratica il costo standard consentirà di determinare, per ciascun livello di governo (comuni, province, regioni), il fabbisogno di cui necessita un’amministrazione e quindi l’eventuale trasferimento perequativo cui avrà diritto in caso di entrate fiscali insufficienti a garantire i servizi. C’è da distrbuire un “tesoretto” di circa 20 miliardi (di cui due terzi destinati ai comuni). Il problema è che finora manca un quadro chiaro dei livelli essenziali di prestazione. Sanità. Istruzione, Welfare: fino a quale gradino scenderà la nuova autarchia territoriale?
I COSTI
Sul costo dell’intera manovra il governo tace, anche perché nessuno – neppure Tremonti – ha un’idea di quanta mole di denari si muoverà lungo la carrucola dei trasferimenti Stato-enti locali. Si sa solo che all’inizio la riforma affaticherà le casse di via Venti Settembre, che le tasse non scenderanno come auspicato e che i risparmi – se mai davvero ce ne saranno – arriveranno solo a regime. Molti analisti, peraltro, esprimono scetticismo in merito ai presunti vantaggi di questa razionalizzazione e paventano un aumento della spesa all’atto del trasloco o della “riconversione” di uffici, apparati, competenze e risorse in capo alle amministrazioni territoriali.

I TEMPI

Sui tempi di approvazione dei decreti attuativi la Lega ha fretta. E ha ragione. Il pacchetto deve essere pronto entro la fine dell’anno, così da mettere a punto gli ultimi ritocchi e non sforare il limite della delega (21 maggio 2011). Per Umberto Bossi i decreti attuativi sul federalismo «sono pronti e così penso il governo…». Una chiosa dubitativa che da il segno del fastidio leghista per certi ritardi sospetti accumulati durante l’iter dei provvedimenti e che sembrano alludere ad un clima di ostruzionismo nella stessa maggioranza. Il Carroccio vorrebbe liberarsi dei finiani, ma adesso non può concedersi il lusso di una crisi e fa buon viso a cattivo gioco. Quando l’Italia sarà finalmente “federale”, si vedrà.
Fonte: gli ALTRI

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