martedì 18 maggio 2010

I gentiluomini delle fatture


Gli occhi di tutta Italia sono puntati sul continuo turbinìo di notizie riguardante la cricca e i suoi illustri clienti: un po’ perché il gossip sull’intrallazzo piace molto, un po’ perché il vaso di Pandora scoperchiato dalle inchieste sui lavori del G8, sta innescando una vera e propria crisi di sistema entro ed oltre Tevere. Nella lista recuperata nel 2009, a seguito di un’ispezione della Guardia di Finanza in una delle sedi della ditta Anemone, ma divulgata dalla stampa solo pochi giorni fa, c’è buona parte di quella che viene definita “l’Italia che conta” e, se molti di questi nomi sono presumibilmente privi di interesse giudiziario, è un dato di fatto che altrettante figure di spicco delle politica, delle forze armate e del clero hanno usufruito dei servigi e dei favori del costruttore romano.
 Un illustre sconosciuto, fino a pochi mesi fa, che ha preso in mano l’azienda paterna per trasformarla nel massimo catalizzatore di appalti della storia della seconda repubblica. Le fortune di Diego Anemone affondano infatti le loro radici in un passato nebbioso, un passato che nemmeno Luisa Todini - capo degli imprenditori europei nei settori delle infrastrutture ed ora papabile per il ministero lasciato vacante da Scajola - riesce a collocare in quanto, a detta sua, il nome di Anemone non l’aveva mai sentito prima dello scoppio dello scandalo.
La parabola del palazzinaro prende il via nel 2003, anno in cui, secondo la lista emersa da una rocambolesca fuga di notizie, si possono contare ben 151 commissioni; il vero salto di qualità avviene però con gli appalti statali che nell’arco di sei anni arrivano ad essere addirittura sessantacinque. Le anomalie riguardanti i lavori straordinari per il G8 alla Maddalena, la ricostruzione dell’Aquila e le opere per i mondiali di nuoto romani, sono già emersi all’interno dei fascicoli aperte dalle Procure romane e fiorentine. Adesso è il turno della Procura di Perugia che, nell’ordinare i numeri della contabilità sequestrata ad Anemone, ha dato una fisionomia al sistema latente dietro a tutti gli appalti ordinari commissionati; appalti che secondo l’accusa sarebbero frutto di un’interazione diretta con gli allora ministri Scajola e Lunardi, e del salvacondotto della Protezione Civile diretta da Guido Bertolaso.
Si scopre così come Anemone, grazie al “certificato Nos - Nulla Osta Sicurezza” per le convenzioni con le istituzioni d’Interno e Difesa, si aggiudichi due appalti con i Carabinieri della caserma Tor di Quinto a Roma, quattro con il Viminale - tra cui il cantiere di via Zama, sede del Sisde -  ed infine ben dodici appalti per otto caserme della Guardia di Finanza. Che proprio in quest’ultimo corpo Anemone avesse degli agganci tra i generali e i marescialli, e che questi, come il generale Francesco Pittorru - premiato con ben due immobili nel centro di Roma e ora agente dei servizi segreti - non esitassero ad informarlo su eventuali accertamenti a suo carico, è un’evidenza che però non scioglie i dubbi sull’origine delle fortune del costruttore di Grottaferrata.
Sempre nel 2003, Anemone e la sua ditta d’infrastrutture fanno il loro ingresso nei palazzi del Governo: nella lista sono documentati quattro interventi a Palazzo Chigi, uno al Ministero della Pubblica Istruzione, uno al Ministero del Tesoro e uno al Viminale. Le istituzioni richiederanno la professionalità di Anemone altre diciotto volte per arrivare, nel quinquennio 2003-2008, alla bellezza di venticinque interventi in sedi governative. Che da questi servigi siano scaturiti ghiotti appalti pubblici nell’area romana, lo testimoniano i lavori compiti al Policlinico Umberto I, quelli effettuati all’Ospedale Spallanzani e le due commesse per l’Università: la Facoltà di Architettura di Valle Giulia e la Casa dello studente di Latina.

Ad ulteriore riprova del fatto che i rapporti del costruttore con il Vaticano erano poi tutt’altro che schivi, ci sono poi i lavori su sette chiese, quelli effettuati sul lungotevere papalino, e gli interventi a diversi istituti missionari, tra cui quello del Preziosissimo Sangue, identificato dai Ros come una delle casseforti di Anemone. La chiave di volta di questo immenso sistema clientelare risiederebbe proprio oltreTevere, dove la società a responsabilità limitata con soli 26 dipendenti diventa la ditta più gettonata per le opere pubbliche, straordinarie e non. L’amicizia con Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità ed ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, pare spianare la strada ad Anemone che nel giro di pochi anni arriva a decuplicare i suoi ricavi pur non potendo, per dimensione societaria, partecipare a gare superiori ai 5 milioni di euro.
Per arrivare a costruire quell’impero finanziario che è oggi l’Anemone srl, il giovane Diego ha usato una corsia preferenziale fatta di compiacenze sessuali, generose elargizioni e regalìe che richiamano alla memoria - soprattutto per quanto riguarda gli ambienti vaticani - le famose mini-fatture emesse dalla Frasa Spa di Adolfo Salabè, l'architetto coinvolto nello scandalo dei fondi neri del Sisde esploso nel 1993. Come verificato per l’inchiesta sulla cricca, anche allora una ditta edile emise delle fatture dalla cifra irrisoria (100.000 lire circa) per lavori di ristrutturazione in alcune chiese romane, tra cui quella di S.Pietro e Paolo all’Eur.
Anche allora l’uomo in questione era un gentiluomo di Sua Santità, anche allora i nomi emersi dalle indagini coinvolgevano la politica e i servizi segreti. Il sistema di riciclaggio del 1993 non era poi per nulla diverso da quello utilizzato da Anemone: sebbene i prezzi vengano corrisposti per intero, al momento della transazione se ne dichiara solo una parte e la differenza, debitamente depositata in conti off-shore o intestati a prestanome, crea una provvista di liquidità. Nel 1993 la provvista serviva al Sisde, nel 2010 non c’é ancora dato sapere.
Quello che per ora è certo, è che una buona fetta degli introiti illeciti della premiata cricca Balducci-Anemone riposano nelle casse dello Ior. Come consigliere di Propaganda Fide - la congregazione per le opere missionarie che solo a Roma gestisce un patrimonio di 9 miliardi di euro in immobili - Angelo Balducci dispone di un conto nell’impenetrabile banca vaticana ed è molto probabile che parte dei soldi ricavati dalle operazioni illecite effettuate con i servigi di Anemone risieda li, al riparo dalle rogatorie.
Se quindi è ormai chiara la connivenza tra il Vaticano e la famigerata cricca, quello che rimane da chiarire sono i motivi per cui alcune tra le più influenti personalità ecclesiastiche abbiano deciso di sostenere la causa di lucro di due laici come Balducci e Anemone. Un’interpretazione alquanto cinica porterebbe a pensare che gli alti prelati abbiano anch’essi un proprio tornaconto, ad esempio nelle compravendite d’immobili effettuate dal costruttore di Grottaferrata o nei prestiti che Balducci generosamente elargiva ai porporati in bolletta come monsignor Francesco Camaldo.
Come siano veramente andate le cose potrebbe spiegarlo Diego Anemone, che in questi giorni ha cominciato gli interrogatori alla procura di Perugia. La volontà dei magistrati di andare in fondo a questa vicenda, che di fatto ha innescato una crisi di sistema che tocca tutti gli ambienti istituzionali, è però destinata a scontrarsi contro il muro di gomma di San Pietro; un muro che in 64 anni di storia repubblicana ha nascosto e protetto le radici di troppi scandali.
di Mariavittoria Orsolato

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