giovedì 13 maggio 2010

Il porto dell’eterno ritorno (cronaca di un respingimento)


L’interrogatorio nella sala tv di un traghetto. Le domande, le risposte, la stanchezza. Le procedure sbrigate in tutta fretta. La carenza di strutture per fronteggiare una delle crisi umanitarie più gravi - e invisibili - degli ultimi anni per i porti dell’Adriatico. Cronaca del respingimento di Hussan, un migrante che partito da Patrasso, cercava fortuna verso il nord d’Europa nascosto nella stiva di una nave. Intercettato ad Ancona, è stato fatto tornare indietro. Questa è la cronaca di un respingimento, fase per fase, parola per parola. O meglio, è la cronaca di una riammissione, come si dice in gergo tecnico, poiché quella fra Italia e Grecia è una frontiera interna. 
Hussan, un uomo di 33 anni, viaggia a bordo di una nave di linea fra Patrasso e Ancona. Bloccato dal personale di bordo, poi interrogato dalla polizia, è stato ascoltato dagli avvocati del Cir, il Consiglio Italiano per i Rifugiati di Ancona, e quindi respinto in Grecia. Nel corso del colloquio, Hussan dichiara di essere palestinese, nato a Gaza, ma non riesce a fornire nessun elemento, nessun indizio, nessuna dichiarazione spontanea che un aspirante rifugiato potrebbe, dovrebbe esternare per ottenere lo stato di richiedente asilo. Un colloquio che dura una decina di minuti, a bordo della stessa nave su cui l’emigrante arriva. Tempo ulteriore per capire e approfondire non ce n’è. I protocolli istituzionali stabiliscono che «il riammesso» deve tornare indietro sullo stesso traghetto con cui è arrivato, e il capitano non ha tempo di aspettare. Così Hussan ha affrontato quel colloquio cruciale stanco e stravolto, dopo ventidue ore di navigazione nascosto dentro la stiva della nave, forse aggrappato a un tir. Hussan, tradotto da un interprete turkmeno convocato in gran fretta, ha spiegato che cercava diritti e lavoro. Ma non ha parlato di guerra e di bombe e di asilo, non ha pronunciato quelle parole chiave, «magiche» . E così le porte del Bel Paese per lui non si sono aperte. 
Porte molto strette. Ad Ancona, a Gennaio 2010 il Cir ha intervistato 91 migranti, tra cui 7 nuclei familiari e 5 minori non accompagnati, intercettati sottobordo dalla Polmare e dalla Guardia di Finanza. Fra questi sono rimasti in Italia come rifugiati due nuclei familiari e i minori non accompagnati. Gli altri sono stati rispediti in Grecia. Nel 2009 fra i 1497 intercettati dalle forze dell’ordine del capoluogo marchigiano, sono stati ammessi nel territorio 150 migranti: 65 adulti, 78 minori e poi persone con problemi di salute. Gli altri sono tornati indietro, in Grecia, come detta l’accordo fra Roma e Atene del 2001. 
E in Grecia la vita per un immigrato è durissima: botte dalla polizia, nessuna assistenza, possibilità infinitesimali di ottenere asilo e rifugio, carcere. Da Patrasso e Igoumenitsa non resta che ritentare il viaggio, ad oltranza, dentro o sotto i pianali dei tir che viaggiano a bordo delle navi, mimetizzati fra i passeggeri comuni o rintanati in autovetture private.
E’ un flusso di migranti che arriva dall’Afganistan, dall’Iraq, dal Pakistan, dall’Iran, dalla Palestina, paesi in guerra. Persone con alle spalle un viaggio lunghissimo, attraverso le montagne che dividono la Turchia dal Medio Oriente, poi via mare dalle coste turche verso una isola greca dell’Egeo, come Samos o Lesbo. E da lì nei porti ellenici in attesa di un passaggio per l’Europa. Una carovana che non si arresta e che fa del corridoio adriatico la frontiera più incandescente nel sud d’Europa. Nelle mani, quasi sempre, di gruppi criminali che lucrano su questi viaggi della speranza.

Hussan, il respinto 
Il traghetto della Anek Lines, Patrasso - Ancona, approda al molo Da Chio del porto di Ancona alle 13 circa. Mentre l’imbarcazione approda, la Polizia di Frontiera si dispone per i controlli di tir e passeggeri in sbarco. Ci è possibile assistere e filmare le operazioni solo grazie a dei permessi ottenuti dal Ministero degli Interni. 
Da qualche anno una lunga rete di metallo taglia il porto longitudinalmente. Eretta in ossequio alle norme antiterroristiche, di fatto divide l’area marittima degli imbarchi dal resto del porto e della città. Per superarla occorrono precise autorizzazioni.
Si aprono i boccaporti, dallo scafo della nave defluisce una mandria di camion e iniziano gli accertamenti. L’avvocato Sandra Magliulo del Cir presenzia alle operazioni di controllo doganale, come avviene dal lunedì al venerdì, fino alle 17,30 circa. Oltre gli orari di apertura, il Consiglio italiano per i rifugiati è reperibile al telefonino, spetta alla Polizia di Frontiera chiamarlo in caso di necessità. 
Gli agenti controllano dentro i bancali dei tir, fra la merce, guardano sotto i camion per vedere se c’è qualcuno aggrappato. Molti autisti passano indisturbati. Non è possibile controllarli tutti, sarebbe un caos. Gli agenti raccontano che ultimamente il flusso è a singhiozzo. Un giorno capita di trovare 5, 6, 12 migranti, un altro nessuno. Indice che le organizzazioni criminali, dall’altra parte del mare, si stanno sempre più specializzando in viaggi di gruppo. Poi un ufficiale di bordo della Anek richiama l’attenzione della Polmare. A bordo, comunica, c’è un «clandestino». L’hanno trovato rintanato nella stiva. Gli agenti entrano nella nave, viene chiamato l’avvocato del Cir. Il migrante ha dichiarato agli agenti di essere palestinese.
A questo punto fanno entrare anche noi per farci assistere (nella massima trasparenza), alle operazioni, accendiamo telecamera e macchina fotografica e documentiamo tutto. 
L’uomo è in una stanzetta a lato della stiva, appare confuso: prima serio, poi sorride, poi torna pensieroso. Gli agenti lo perquisiscono, gli fanno sfilare la cintura, le scarpe, con se ha un telefono cellulare e una fotocopia quasi stracciata e illeggibile di un documento in arabo.
Insieme al Cir e agli agenti saliamo in coperta. L’uomo, scortato da un poliziotto, sbircia fuori dagli oblò che inquadrano il colle Guasco e il Duomo di Ancona. Non sa dove è arrivato e sta cercando di intuirlo. Poi entriamo in una delle sale-tv del traghetto. Il Cir cerca di raggiungere un interprete al telefono. Ci riesce solo al terzo tentativo. Sono una trentina i mediatori linguistici dello staff di Ancona e lavorano part-time, alcuni sono ex migranti. Ma il traduttore palestinese non è disponibile. Bisognerà accontentarsi di un ragazzo turkmeno, che purtroppo, ci spiega la Magliulo, non può cogliere dall’accento se l’uomo che sta per essere interrogato arriva davvero dalla striscia di Gaza, come ha dichiarato agli agenti. 
Hussan si addormenta sul sedile della nave. E’ stanchissimo, stravolto, si copre gli occhi con le mani. Sembra rassegnato, ma quando arriva il traduttore deve richiamare a sé le forze. Inizia il colloquio, una scena che si ripete ormai quotidianamente, divenuta quasi banale, nei porti dell’Adriatico. Dove da una parte c’è lo Stato, e dall’altra un migrante, un essere umano in cammino da anni. 
L’uomo fornisce le generalità. Data di nascita: febbraio 1977. Nome: Hussan; poi cognome, nome dei genitori e città natale: Gaza. 
Quindi inizia il colloquio, Hussan risponde in arabo ed è tradotto dall’interprete (che indicheremo Int). Si tratta di capire se ci sono gli estremi per inserire Hussan fra i richiedenti asilo. 
Riportiamo tutto fedelmente. 
Cir: «Quando è partito dalla Palestina?» 
Int: «Circa due anni e mezzo fa». 
Cir: «Dove è stato tutto questo tempo?».
Int: «Un po’ in Libano, un po’in Siria e un po’ in Grecia». 
Cir: «Ha le impronte in Grecia?». 
Int: «Sì». 
Cir: «Dove stava andando?» .
Int: «In Belgio». 
Cir: «Ha parenti là?». 
Int: «Ha solo degli amici». 
Cir: «Come mai andava in Belgio?». 
Int: «Perché in Grecia non aveva da mangiare, non aveva sostegno, reddito, perciò voleva andare via dalla Grecia».
Cir: «Ma reddito di che tipo. Di lavoro?». 
Int: «No, nel senso che non ha assistenza sociale... queste cose... non gli danno un ... Dice che è difficile, che non c’è lavoro, non c’è niente da mangiare ...». 
Cir: «Se lui andasse in Belgio, che intende fare?». 
Int: «Dice che va là per cercare lavoro, per trovare un lavoro ... dice non importa dove si dirigeva ...». 
Cir: «Basta che trova un lavoro, via...».

A questo punto l’avvocato Magliulo termina di compilare il verbale. C’è una lunga pausa, e Hussan domanda all’interprete in che città si trova.
«Ancona», gli viene risposto. Poi altre domande. 

Cir: «Ascolta, lui è mai stato in Italia prima di adesso?». 
Int: «No, prima volta». 
Cir: «Lui ha pagato per il viaggio o ha fatto da solo?». 
Int: «Non ha pagato, è salito per conto suo ... s’è imbarcato per conto suo ...». 
Cir: «Senti, come mai non 
s’è fermato prima? In Siria, in Libano o in Turchia?». Int: «Dice che là non ha diritti umani ... non lo so... dice, siamo venuti qua per cercare i nostri diritti». 
Cir: «Ma diritti di che tipo?».
Int: «Qualsiasi diritto che appartiene ad un essere umano, come lavoro, da mangiare, queste cose ...». 
Cir: «va bene».

La banalità del respingimento 
Il colloquio termina così. Usciamo dalla stanza.
Hussan resta inchiodato al suo sedile, e si massaggia le tempie, stanchissimo. Tornerà in Grecia, sulla stessa nave che l’ha portato ad Ancona. 
Perché? Chiediamo.
«Ho cercato in tutti i modi di arrivarci, ma lui ripeteva sempre: casa, lavoro, casa, lavoro.. non ha mai parlato di richiesta di asilo, non ha fatto un racconto dettagliato, non ha parlato di guerra, né di particolari situazioni», spiega Magliulo. 
Dalle sue risposte è emerso solo un profilo troppo generico, il tipico di un migrante economico. 
Eppure, chiediamo, non si poteva scavare di più? Per capire se Hussan conoscesse la guerra, scappasse da essa, e dalla povertà portata dalle bombe che deflagrano da sempre nei territori occupati?
«Non possiamo chiedere nulla troppo esplicitamente ai migranti, ci sono circolari ministeriali che lo precludono - spiega la Magliulo - poi ogni colloquio è a sé, ma noi, come Cir, non potremmo mai domandare esplicitamente a un migrante se vuole chiedere asilo politico». 
Chissà se Hussan, con più tempo a disposizione, minore stanchezza addosso e maggiore lucidità avrebbe raccontato la sua storia diversamente, se fosse riuscito a dare più forma e spessore alle sue esperienze, senza magari dare per impliciti dettagli che per noi occidentali non sono per nulla scontati: la guerra, le bombe, l’assedio.
Tutto si è consumato in mezz’ora, così vogliono i protocolli. E lui può anche ritenersi fortunato: era l’unico da interrogare quel giorno e il Cir era presente.
A volte, soprattutto d’estate, vengono trovati gruppi di migranti numerosi, e i colloqui devono consumarsi in una manciata di minuti a testa. Quando c’è la possibilità di farli. E la nave ha fretta di salpare. Alcuni anni fa un traghetto è ripartito dritto per Patrasso con ancora a bordo la Magliulo e gli agenti della Polizia di Frontiera.
Ma ad Ancona, oltre alle regole, ci sono anche altri problemi. Presso il porto non c’è un centro di prima accoglienza, dove portare i migranti esausti scovati nei tir, per interrogarli con tempistiche e atmosfere più umane. Il più vicino è ad Arcevia, a 80 km dal capoluogo. 
«Da anni chiediamo un CdA all’interno del porto, senza essere ascoltati. Colpa dei problemi economici».
L’anno scorso il Cir ha fatto 800 interviste a migranti irregolari, a fronte dei 1497 intercettati dalle forze dell’ordine. Perché gli altri 700 non hanno avuto la possibilità di essere ascoltati e dichiararsi rifugiati?
«A volte non c’è il tempo di intervenire, perché magari il ritrovamento di uno straniero a bordo avviene a ridosso della partenza della nave, e noi non riusciamo nemmeno a convocare un traduttore. Oppure capita che dei migranti vengano intercettati dalla Finanza, mentre stiamo assistendo a un controllo della Polmare, e dunque sappiamo del loro ritrovamento solo dopo la riammissione in Grecia. Capita anche che vegano scovati a bordo fuori dagli orari di ufficio, e noi siamo informati solo a rimpatri avvenuti, o ne apprendiamo dai giornali. Se avessimo più tempo, riusciremmo ad operare molto meglio, questo è certo». 
Anche il dottor Mario Sica, dirigente della Polizia di Frontiera di Ancona, spiega:
«Al porto spesso ci sono navi che arrivano contemporaneamente, e non è possibile fare controlli paralleli». 
E ancora: 
«Rispetto a tutte le ispezioni che vengono fatte, l’ufficio del Cir non è strutturato a condizioni tali da poter andare alla nostra stessa velocità, ai nostri stessi ritmi». 
Intanto il traghetto della Anek Lines riparte, con dentro Hussan, che tornerà a Patrasso, dove probabilmente, come da routine, verrà chiuso in carcere per qualche giorno, per ritentare, poi, ancora una volta, un nuovo viaggio verso l’Italia e l’Europa, lui come altri migliaia di uomini spinti dal desiderio di un futuro miglior, alla ricerca di pace, lavoro, cibo.


di Marco Benedettelli, Gilberto Mastromatteo

Fonte: il manifesto
Comparso su Meltingpot.org

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