mercoledì 26 maggio 2010

La manovra, la crisi e il Cavaliere dimezzato


Un Berlusca incazzato nero. E questa volta non tanto verso magistratura e stampa. Ma per come si mettono le cose sul fronte economico, con il «fido e bravo» Tremonti che si è fatto senza mezzi termini interprete dell’urgenza di una manovra tutta tagli sfacciatamente iniqua. Dopo che sull’affaire Scajola non è stata possibile nessuna «difesa d’ufficio», come ancora con Bertoladro, e l’iter legislativo sulle intercettazioni si va facendo più accidentato, ora il cavaliere è costretto a rimangiarsi le sue assicurazioni sulla tenuta finanziaria italiana e, soprattutto, deve riconoscere che «abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità» [chi?]. Non c’è che dire: un bel colpo ad uno dei pilastri – insieme a evasione, mafia, corruzione, grandi opere, speculazione ecc. – su cui si è retto finora il largo consenso alla sua politica o, più precisamente, alla sua figura.

La chiave di volta delle sue difficoltà attuali è nell’assicurazione, sua e di Tremonti, che l’Italia sarebbe stata toccata dalla crisi meno, molto meno degli altri e comunque una volta uscitane il disco avrebbe ripreso a girare al vecchio modo. Non si è trattato dell’ennesima favola da telenovela, ma di percezioni diffuse in tutte le classi sociali, dall’imprenditore di vecchio o di nuovo tipo, grande, medio o piccolo, all’auto-imprenditore, dal precario per necessità o per scelta al lavoratore dipendente ancora contrattualizzato. L’hanno pensato e in parte ancora lo pensano tutti perché, pur a diversi livelli, siamo tutti finanziarizzati, e il crollo della finanza non solo ci coinvolge ma mette a rischio il surplus di consumi e, sempre più spesso, pezzi significativi della stessa sopravvivenza. Berlusconi non ha creato il sogno, lo ha interpretato, gli ha dato voce.
Bene, il gioco sta per finire. Berlusca lo dice, anzi lo sussurra con estrema riluttanza sperando di potersi rimangiare tutto. Ma dovrà «metterci la faccia» se non vuole perdere qualche possibilità di rimanere in sella mentre la tempesta finanziaria si approssima. E intanto sbatte la testa, per la prima volta in questa maniera, contro l’asse Tremonti-Lega al punto, sembra, da trovare/cercare sponda nel «traditore» Fini. Comunque sia, il contesto internazionale preme, i mercati esigono risposte e questa volta l’euro è meno un’ancora di salvataggio, come è stato a metà Novanta, che l’ultima sponda per la quale però vanno fatti sacrifici effettivi e ingenti.
Non vuole «macelleria sociale» il premier nazional-popolare. Sa che non è facile – ma poi quanto efficace contro la crisi finanziaria? – raschiare il fondo del barile del lavoro dipendente e tanto meno dei precari – a meno di ricette alla «cilena» ad oggi non praticabili. Potrebbe recuperare risorse significative solo dal «ceto medio», ma qui si dovrebbero aggredire rendite corporative ed evasione fiscale. In questo strato variegato, peraltro, non vi sono solo liberi professionisti, affaristi, ecc. ma anche una massa di piccole aziende le cui simpatie politiche si vanno spostando al nord sempre più verso la Lega e al sud – sotto l’ombrello della sempre più pervasiva criminalità organizzata – verso un’aggregazione ancora molto confusa ma di cui le vicende siciliane rappresentano il campanello d’allarme. In generale, il favore concesso a determinati ceti attraverso commesse «pubbliche» ed evasione ha creato sì una notevole massa di capitali privati – quei «risparmi» che finora hanno ammortizzato in Italia gli effetti della crisi – ma al prezzo di ampliare a dismisura la rendita finanziaria ed edilizia con l’interessato sostegno dei gruppi bancari. Ora, come la vicenda dello scudo fiscale dimostra, non solo questa rendita si tiene ben lontana dall’investimento produttivo compreso quello della knowledge economy [un messaggio in questo senso ai ricercatori e studenti in lotta è quello della Gelmini che propone turismo al posto di scuola e ricerca!]. Non solo servirebbero risorse e capitali per sostenere l’apparato industriale che sta dando segni di vero e proprio collasso con la chiusura di migliaia di imprese e il prossimo esaurimento della cig in deroga. Ma anche quei redditi da rendita relativamente «protetta» rischiano grosso se la speculazione internazionale guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna decide di portare l’affondo, dopo la Grecia, sugli altri pigs europei tra cui l’Italietta. [Attenzione: non si propone qui la becera opposizione speculativo/produttivo, ma banalmente c’è finanza e finanza: Merkel non è Obama, Shanghai non è Wall Street. Bisognerà tornarci su].
Berlusconi sembra dunque destinato a fine corsa a meno di un qualche guizzo imprevisto. Il suo peggior «difetto» è di non essere stato in grado di fare nulla di serio per invertire il declino di un paese che rischia di uscire massacrato dai nuovi equilibri economici e geopolitici in formazione tra una fase acuta della crisi e l’altra che si prepara. Nel mentre i divari territoriali si ampliano e, soprattutto, si divaricano in questo senso anche gli umori della gente comune sempre più spaventata dalla crisi. Infine, la tradizionale «protezione» internazionale offerta dal Vaticano alle classi dirigenti italiote perde di efficacia a misura che la stessa chiesa cattolica è andata dissipando il suo prestigio con lo scandalo dei preti pedofili ed è messa sotto attacco a Washington. Non a caso Berlusca sta sforzandosi di trovare un nuovo protettore a Tel Aviv.
Il punto è che se sono in molti a contendersi l’eredità berlusconiana, questi a loro volta non brillano certo per efficacia di ricette e soluzioni. Anzi, quello che tiene e, in assenza di una reazione sociale seria, terrà su il cavaliere ancora per un po’ è proprio la nullità dell’opposizione. Da tutti i punti di vista e sotto ogni aspetto. Il partito di Repubblica sponsorizza con il maitre à penser Scalfari nientemeno che Tremonti e la sua manovra. De Benedetti, navigato azionista di maggioranza dell’«opposizione» e speculatore incallito, critica Berlino per la sua recente mossa anti-mercati finanziari e finge di non vedere o, ancora più grave, proprio non vede la manovra Usa dietro l’attacco all’euro. D’Alema, ducetto di tutte le sconfitte, già chiama a un governo di salvezza nazionale… Anche il Pd è agli sgoccioli, con i feudi del centro Italia insidiati dal leghismo e le pulsioni nordiste e, specularmente, sudiste dei quadri amministrativi locali. La stessa Cgil si è adeguata, vedi l’esito congressuale, al corso Cisl-Sacconi-Confindustria nell’illusione, subito smentita dalle mosse del governo, di «rientrare nel gioco» sacrificando la Fiom. L’«alternativa» Vendola-De Magistris – pur potendo contare su notevoli simpatie nel popolo di sinistra, viola ecc. – sembra al momento non andare oltre un bacino di consenso al Sud assunto peraltro più come serbatoio di voti che in una prospettiva di mobilitazione effettiva. Sul tema bisognerà spendere qualche parola in più ma una cosa pare certa: non è in vista una riedizione del 2006, il quadro radicalmente mutato ha affossato una certa dinamica movimenti-partito.
Resta la Lega a lucrare sulla situazione. Per Berlusca inizia a diventare parte del problema più che della soluzione. La partita sul federalismo a misura che, e se, si approssimerà ai passaggi più sostanziosi è destinata ad aprire più di una lacerazione non solo con e nel Pdl ma trasversalmente agli schieramenti [v. la posizione critica della Cei]. Si parte dal demanio – e fin qui tutti d’accordo sull’allettante prospettiva di beni da privatizzare – ma si potrebbe arrivare a date condizioni alla spartizione del debito statale. Il punto cruciale è cosa farà la Lega di fronte alla crisi. Da un lato, la stretta operata da Berlino in nome della salvezza dell’euro potrebbe favorirla nell’imporre assetti che rompano con i flussi di spesa verso Roma e il Sud, magari con demagogici appelli anti-finanza sull’onda di quanto ha accennato il governo tedesco. Se l’adesione alla Ue aveva bloccato a fine anni Novanta la spinta alla secessione, oggi paradossalmente la Lega può candidarsi a fare da sponda per un’Europa più tedesco-centrica. E non è detto che ciò non abbia seguito popolare. Dall’altro, permane il nodo difficilmente risolvibile del drammatico sfrangiamento, nella crisi, del tessuto produttivo medio-piccolo del Nord. Un tessuto che un partito profondamente diverso da quello «operaio» di quindici anni fa e notevolmente berlusconizzato quanto a intreccio di affari e rendite nella governance locale e nazionale [v. p.es. appoggio alle lobby del Tav e del nucleare] faticherà a salvaguardare nei suoi assi portanti. Certo, all’immediato la posta leghista sbanca su tutte le altre ma non è detto che il cerino non le resti poi in mano.
Tutto ciò richiede ipotesi di lavoro la cui discussione si farebbe ben a non rinviare. Che cosa si preannuncia realmente? Di che segno saranno le reazioni sociali? E su quale terreno: se inevitabilmente frammentato o con un inizio di proiezione a scala anche europea, si daranno? Per intanto si può dire che un certo «antiberlusconismo» si avvia anch’esso alla fine. E per ora fermiamoci qui.

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