domenica 9 maggio 2010

Mentre Scajola e compari giocano con gli immobili la tragedia greca arriverà anche da noi

Come gli operai incatenati sui tetti o peggio che si danno fuoco al pari dei bonzi la protesta del popolo greco diventa dramma e disperazione. Ora che è certo lo spettro del fallimento dell’economia nazionale - portata alla deriva dalle dissennatezze del Karamanlis speculatore e manipolatore di conti pubblici, al cui sistema anche i Papandreou degli anni passati davano fiato (chi non ricorda il clientelare business olimpico?) – ora che il disavanzo abissale e il risanamento a colpi di sacrifici peseranno esclusivamente sui ceti del lavoro dipendente resta una rabbia che appare impotente. Nell’immenso Centro Commerciale in cui s’è trasformato da decenni il vecchio continente quel lavoro è spesso improduttivo, terziario avanzato si diceva negli anni dei miracoli di plastica, per la Grecia legato a un turismo sempre meno romantico e solo affaristico-aggressivo. Un sistema che non crea meccanismi virtuosi di occupazione stabile, produce raid d’arricchimento e picchi di speculazione per pesci grandi e piccoli pronti a ingozzarsi di pastura e sempre meno abili a nuotare in mare aperto. 

Sull’Acropoli le proteste comuniste additano, giustamente ma un po’ anacronisticamente, i parenti-serpenti d’Europa e allora tedeschi contro greci, in un richiamo storico d’altri tempi. Un panorama che ci auguriamo – ma purtroppo nulla è scontato – eviti di debordare in conflitti etnico-politici fra nazioni sorelle, ma il gioco sporco degli egoismi nazionali, il desiderio di potenza di alcuni, la speculazione della finanza che ha attraversato l’intero tragitto compiuto finora dall’Europa di Maastricht proseguono il corso. Idea bella ma incompleta, l’Unione Europea, lunga a farsi e dai molteplici volti, alcuni assolutamente lugubri perché gestiti dal peggior capitalismo. Non è una novità che l’Europa che taluni governi nazionali, chiamiamoli col loro nome: paraimperialisti e politicamente destorsi, vogliono e realizzano è un’entità capitalista e speculatrice diretta da un sistema bancario che non guarda in faccia i popoli ma li usa a piacimento. Per loro le fasce sociali deboli, abbindolate a chiacchiere, sono polvere al vento. Fino alle conseguenze estreme, decise dalla politica in accordo con l’unico patto militare rimasto in piedi: la Nato. 

Vent’anni fa una cricca di finanzieri e politici alla guida dell’entità sopranazionale europea che voleva crescere e rafforzarsi non ebbe scrupoli nello spingere alle estreme conseguenze la crisi balcanica, scatenare il carnaio fratricida nella ex Jugoslavia, speculare sul crollo dei governi dell’Est per offrire ai propri capitali corsari mercati convenienti nei quali sguazzare. Un business fra l’altro dal fiato corto perché la concorrenza del grande Oriente era dietro l’angolo e proseguiva la sua corsa. Di questi capitani d’impresa, capitalisti grandi e piccini d’Europa che fanno cassa, evadono tasse e fuggono altrove, è ancora pieno il mercato. La loro espressione politica sono i governi di destra, e molta socialdemocrazia sempre pronta agli affari anche i meno nobili legati alla corruzione. Nell’ultimo trentennio in cui l’Europa prendeva un volto più deciso, mentre il capitale più feroce si riorganizzava dandosi nuova rappresentanza politica e strumenti di consenso accattivanti, il ruolo storico della sinistra a difesa della classe, di riforme, diritti dei ceti subalterni implodeva. 

Era stata quella sinistra, pensiamo al Pci e alla Cgil italiani alla fine dei Settanta, che accettava pedissequamente la linea Confindustriale dei sacrifici senza ricevere contropartite su rilanci produttivi futuri. Così trascorsi i momenti critici gli investimenti hanno seguito altre rotte, il vecchio continente è diventato sempre meno produttivo perché i suoi lavoratori, dopo un ventennio di conquiste salariali, rappresentavano una manodopera più costosa e venivano dismessi, riconvertiti, pensionati a cinquant’anni. I gridi di dolore sul malcostume di cassintegrati eterni diventati pensionati hanno definite responsabilità politico-economiche, da noi richiamano il regime democristiano e una sinistra silente e consociata. In Germania, Francia, Inghilterra socialdemocrazie e laburismo diventati sinonimo d’interessi monetari non di difesa del welfare. L’Europa ricca di capitali, che potrebbe rilanciare vigorosamente il Pil dei suoi Stati se i suoi governi e imprenditori fossero virtuosi e meno egoisti distribuendo lavoro vero anziché posti clientelari a basso costo, schiacciano invece le vite delle nuove generazioni con una precarietà assoluta. Cavalcano cinicamente la globlizzazione, incentivando il mercato nero delle braccia e la disperazione dei migranti. 

Le economie flebili e malate del terziario europeo hanno inflessioni linguistiche dell’intero continente, nessuno è al sicuro né tedeschi né francesi che sognano un proprio ‘neuro’ contro il ‘sudo’ in cui si sdoppierebbe l’euro. Il simbolo monetario, che ha ubriacato nei primi anni dando fiato agli speculatori continentali, e ora viene attaccato da quelli internazionali, rappresenta tuttora un’ancora di salvataggio. Gli adiratissimi lavoratori greci hanno tutto il diritto di non sobbarcarsi da soli un risanamento per gli sciali che essi non hanno compiuto ma senza l’euro (non solo i 110 miliardi prestati dall’Ue), senza la moneta unica vivrebbero la catastrofe economica conosciuta tempo fa dagli argentini. E la sorte dei lavoratori ellenici sarà quella che spetta ad altri e a noi stessi, visto che il sistema politico in atto di Zapatero o Berlusconi, da una parte non produce ricchezza perché di fatto non produce nulla, serve solo ad autoalimentarsi, dall’altro fa lucrare i ceti autonomi su quelli dipendenti. Senza nessuna equità fiscale, con sprechi e arricchimenti illeciti e bluffando sui conti pubblici. Mentre Scajola e compari giocano con gli immobili la tragedia greca arriverà anche da noi.


di Enrico Campofreda - ecampofreda@tiscali.it

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