mercoledì 12 maggio 2010

Vivere nel ricordo del fratello Peppino


Intervista a Giovanni, fratello di Impastato

Sono passati trentadue anni da quella notte del 9 maggio del 1978 in cui veniva assassinato Peppino Impastato, emblema della lotta ai soprusi e alle mafie. E soltanto ora, a Cinisi, è stata messa una targa che lo ricorda sulla casa di Tano Badalamenti, il boss della mafia che decise di farlo uccidere. In questi giorni abbiamo incontrato Giovanni Impastato, il fratello di Peppino.
Quest’anno ricorre il trentaduesimo anniversario della morte di Peppino Impastato… cosa vive dei suoi insegnamenti, dei suoi ideali e dove, se ci sono, li ritrova nella società odierna?
Nella società odierna è difficile ritrovare gli ideali di Peppino; nel senso che ci sono delle potenzialità, delle energie e delle persone che lavorano intensamente per cercare di cambiare la realtà nel migliore dei modi però Peppino, la sua storia e il suo percorso erano cose completamente diverse. La similitudine che noi possiamo tirare fuori è quella che circa quarant’anni fa lui già si poneva il problema delle battaglie immediate, tipo quelle contro la speculazione edilizia, che sono grandi battaglie di civiltà e di democrazia. Lui era un militante comunista, di sinistra che però riusciva a vedere la realtà a 360°. C’è una bellissima scena del film “I Cento Passi” dove questo esce fuori; Peppino dice guardando il paesaggio “ma quale lotta di classe..invece della lotta politica, della coscienza di classe bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza; a riconoscerla e a difenderla”; molto rispetto per la lotta di classe, che per un comunista è la Bibbia, però Peppino, già in quegli anni, si poneva il problema di queste battaglie. Il paragone è abbastanza relativo però il suo messaggio è un messaggio forte di impegno sociale, civile e culturale che le nuove generazioni hanno recepito positivamente perché lui era un giovane come loro con tanto entusiasmo e tanta energia.

Ci racconti Peppino come fratello e come vive nel suo ricordo…
Io di Peppino ho tantissimi ricordi, tutti molto belli. Con lui però, tranne che nel periodo dell’infanzia, diciamo che non sono riuscito a respirare e a provare un pò l’emozione del fratello. Io lo incontravo fuori dalle mura domestiche perché periodicamente veniva buttato fuori di casa. Proprio per questo motivo io lo incontravo nei momenti di impegno e di lotta; il normale rapporto tra fratelli è quello di dormire insieme, di mangiare insieme e cose del genere; non voglio fare una distinzione ma Peppino come fratello, sotto certi aspetti, mi è mancato. 
Le sue angosce erano legate soprattutto al fatto che non era riuscito ad avere un legame con il padre e la sua paura era quella di non farcela a cambiare la realtà. Lui si sentiva in un certo qual modo isolato, non riusciva a volte ad esprimersi come voleva ed era angosciato anche perché lui lottava per tante cose e spesso non si sentiva ripagato.

Il suo ricordo più bello di Peppino?
Il mio ricordo più bello è quello di un Peppino scanzonato, allegro, che scherzava e che si divertiva. Di un Peppino con i suoi amici a pescare e a cucinare il pesce proprio lì sugli scogli.

Peppino Impastato vittima di mafia come Rocco Chinnici, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino. Proprio in questa strada si muove la manifestazione di domenica (9 maggio) insieme al Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino… cosa ci può dire a riguardo?
Ringrazio il Movimento delle Agende Rosse che ha aderito a quest’importante iniziativa. Ringrazio anche il Popolo Viola e tutti quei Movimenti come quello contro le mafie, il No Tav, il No Ponte, quello contro la privatizzazione dell’acqua, le tante associazioni di volontariato e tanti altri che stanno dando, tutti insieme, un contributo molto importante. Questa manifestazione ha un significato forte e diverso per un semplice motivo. In base alla legge sulla confisca dei beni della mafia abbiamo ottenuto proprio la casa del boss mafioso Badalamenti e alla fine del corte noi arriveremo davanti questa casa e ne apriremo le porte a tutti.

L’insegnamento più grande che Peppino ci lascia?
L’insegnamento che lui ci lascia è proprio questo suo messaggio di cui parlavo prima ma soprattutto la sua rottura con l’ambiente e con la società dove viveva ma anche con la sua famiglia che, come tutti ben ricordiamo, era di origine mafiosa. L’insegnamento è quello dell’impegno morale e civile a costo di rischiare tantissimo; Peppino è stato ucciso perché amava molto il suo territorio. Ha portato avanti battaglie importanti e non aveva paura di fronte ai tanti rischi.

E nella Sicilia odierna?
C’è molta gente impegnata culturalmente e socialmente per portare avanti queste battaglie. Anche oggi c’è tanta gente coraggiosa che, purtroppo, non ha voce. L’impegno che dobbiamo prendere è quello di cercare in tutti i modi che non venga uccisa un’altra persona come Peppino. Prima di tutto dobbiamo evitare l’isolamento di queste persone coraggiose.

Cosa si sente di dire ai giovani dei nostri tempi? 
Ai giovani dei nostri tempi, in questo momento, mi sento di dire una cosa importante. Bisogna cercare di sconfiggere la rassegnazione perché intorno a me, senza generalizzare, vedo tanti giovani rassegnati. Purtroppo i giovani e le persone rassegnate mi fanno paura perché non hanno bisogno della verità e quando manca questo bisogno non si fa altro che spalancare le porte alla mafia, alla corruzione, al malgoverno e al ricatto morale…quindi evitiamo la rassegnazione.

diDario Caputo

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