venerdì 4 giugno 2010

Aspettando “Rachel Corrie”, liberati tutti gli attivisti


Alle 20 di ieri sera Giuseppe Fallisi Marcello Faraggi, Angela Lano, Manolo Luppichini, Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin e Manuel Zani, i 6 italiani fra i 682 attivisti e giornalisti sequestrati lunedì notte dalle forze armate d’Israele in acque internazionali a 130 chilometri dalle coste di Gaza insieme alle 6 navi della Freedom Flotilla, dopo la strage sulla Mavi Marmaris, non erano ancora potuti partire dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per Istanbul, via Ankara, dove li attendeva il personale consolare italiano insieme agli inviati della Farnesina. Problemi della burocrazia militare, che su un paio si è attardata nelle operazioni d’identificazione nella giurisdizione aeroportuale quando tutto l’apparato “giuridico” del “trattenimento” degli equipaggi della Flotilla era crollato in un soffio dalla sera prima, con lo stesso gabinetto d’emergenza del governo d’Israele ad annunciare l’inversione di rotta dal tentativo d’imporre un’«ammissione di responsabilità» per «violazione illegale dei confini dello Stato» all’espulsione «immediata».
Nel frattempo, dalla mattina di ieri, prima con tre scaglioni di 250 distribuiti verso Ankara e Istanbul come al valico di Allenby con la Giordania, poi con il trasferimento al Ben Gurion dei restanti oltre 400, la prigione di Bersheeba è stata svuotata dagli “internazionali”. Al ponte di Allenby gli attivisti arabi hanno trovato una folla di palestinesi e giordani inneggianti alla libertà di Gaza. Alla frontiera giordano-siriana i quattro cittadini di Damasco della Flotilla, compreso l’88enne Ilarion Capucci, patriarca di Cesarea “indesiderato” a vita da Israele, sono stati accolti da altre folle festanti. Scene simili in Turchia e poi, in serata, per i connazionali rimpatriati, ad Algeri.
Un “giallo” invece è durato per l’intera giornata ed ha riguardato il destino di quattro dei diversi arabi israeliani sequestrati sulla Mavi Marmaris, fra i quali lo sceicco Raed Sallah del Movimento islamico di Israele - frazione Nord. Isolati ed interrogati a lungo, non hanno lasciato Bersheeva fino a quando, in serata, non è stata smentita la notizia d’un procedimento specifico nei loro confronti. Mentre 41 altri attivisti di varie nazionalità, feriti nell’attacco di lunedì notte, al Ben Gurion erano destinati ad arrivare per ultimi, tutti destinati all’imbarco aereo per Ankara.
La questione della Flotilla, comunque, non è affatto risolta. Sia sotto l’aspetto dell’inchiesta internazionale richiesta formalmente dal Consiglio Onu per i diritti umani con voto di larga maggioranza, sia per l’indignazione sollevata nell’opinione pubblica internazionale e la critica trovata in quella della stessa Israele dalla decisione dell’attacco militare, sia ancora per gli elementi a tutt’oggi oscuri sulla dinamica dei fatti: che non riguarda solo il momento dell’assalto, visto che i comandi di Tsahal hanno parlato di «operazioni in grigio», cioè coperte, precedenti, e visto che deputati della Linke tedesca e altri parlano di sabotaggio di almeno due delle navi sin dalla sosta a Cipro. Ma soprattutto, la vicenda non si chiude perché la Flotilla tiene tutt’ora in campo la sua sfida: con la MV Rachel Corrie sulla rotta di Gaza, dopo aver navigato l’altro ieri da Cipro al largo della Libia, carica di storici pacifisti irlandesi e malesi, con la possibilità che altri italiani si ritrovino a bordo nel tratto finale. Con l’avvertimento a Tel Aviv dato dallo stesso primo ministro irlandese a «lasciar giungere a Gaza la nave coi suoi aiuti senza interventi illegittimi e inammissibili». E comunque con la consegna condivisa che «in caso di abbordaggio da parte di navi israeliane non opporranno resistenza e si sdraieranno a terra con le mani alzate». Ma determinati a riportare le autorità israeliane di fronte alle propri intere responsabilità su un blocco che anche i “governi amici” occidentali, adesso, chiedono di rimuovere.

diAnubi D’Avossa Lussurgiu

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