mercoledì 9 giugno 2010

Croazia, la Lotta di Liberazione Popolare dei popoli jugoslavi tra oblio nebuloso e revisionismo disgustoso

Il singolo, ma pure la collettività, ha diritto all’oblio e alla reminiscenza, ma non ha diritto di ribaltare e nascondere premeditatamente i fatti, in modo nebuloso e disgustoso,e di revisionare così la storia. Proprio con questo ci dobbiamo confrontare in Croazia oggi: siamo testimoni di tentativi permanenti e concentrici, da parte delle forze sconfitte nella Seconda Guerra Mondiale, di rivedere la storia seguendo uno schema che ribalta completamente i ruoli e gli obiettivi delle forze in campo, negando i fatti e l’ancora presente ricordo storico.
La Lotta di Liberazione Popolare dei popoli jugoslavi è stata, per le sue dimensioni, per il numero delle divisione nemiche che ha impegnato durante la Guerra, per la forza dei collaborazionisti locali instaurati dai nazifascisti, per la struttura organizzativa e i risultati militari, una lotta più avanzata rispetto agli altri movimenti resistenti all’interno della schiavizzata Europa.

La Lotta di Liberazione Popolare si è distinta dagli altri “classici” movimenti di resistenza, anche per quanto riguarda il suo carattere. Infatti una resistenza nazionale ha l’obiettivo, attraverso i vari aspetti della lotta, inclusa quella armata, di arrecare danni e perdite all’occupante, ma senza l’obiettivo di organizzare, attraverso questa lotta, un nuovo assetto sociale. Un movimento di liberazione popolare ha invece, per sua natura, obiettivi più ampi e lungimiranti. E’ proprio questo il processo che si è svolto durante la guerra nel territorio jugoslavo, ovvero la creazione dei presupposti per il nuovo ordine. Questa “variante” (popolare) di guerra in Europa si è svolta, oltre che in Jugoslavia, in Albania, Grecia e parzialmente in Polonia.

I Partiti borghesi, seppur numerosi, più forti e più grandi, non sono stati in grado di organizzare un simile corso e risultato del conflitto. Questo invece è riuscito ai comunisti, che non erano la forza più numerosa della società jugoslava, ma si la più efficiente, grazie al suo approccio di classe e a un giusto approccio alla questione delle nazionalità.
I risultati della lotta sono stati la riconquista dei territori occupati durante le due guerre mondiali e l’instaurazione dell’ordine socialista a livello socio-economico, mentre sul piano internazionale, un inestimabile contributo alla coalizione antifascista, impegnando come già detto sul fronte jugoslavo un grande numero di truppe dell’Asse.

Dopo la guerra due sono stati gli avvenimenti in qualche modo precursori che meritano di venir definiti epocali.
Innanzitutto l’instaurazione nel paese dell’autogestione, con la quale per la prima volta al mondo è stata realizzata in uno stato l’idea marxista delle fabbriche agli operai e le terre ai contadini. E quando al produttore del plusvalore è stato tolto lo sfruttamento, sia quello del capitale privato, sia quello dello stato centralizzato. Il proletario ha preso così il proprio destino nelle sue mani.
Il secondo avvenimento epocale è stata la creazione del Movimento dei Non-Allineati, iniziato da Tito, Nasser e Nehru, come bilanciamento alla divisione del mondo in blocchi, che ha dato un grande contributo alla pace e ad un’esistenza pacifica tra i popoli. Questo movimento ha contato nel suo momento più acuto ben 126 membri ed ha rappresentato la federazione di paesi più numerosa della storia.

Però, nonostante l’entusiasmo seguente la liberazione dal nazifascismo e lo sviluppo economico del dopoguerra, uno dei più rampanti al mondo, la guerra in Jugoslavia, come è stato dimostrato dagli avvenimenti successivi, non era finita. E non era finita per la ragione che una delle parti – quella sconfitta – non ha accettato né ammesso la sconfitta. Per poter considerare terminata una guerra, infatti, una delle parti deve fare questo passo. Una parte dell’Asse nazifascista, dalle file degli ustascia (i fascisti croati ndr) fuggì dal paese, aiutato dal Vaticano, in paesi dove durante la Guerra Fredda trovò aiuto e appoggio logistico per le proprie azioni eversive dirette contro la Jugoslavia. Il resto degli ustascia è rimasto nel paese, adattandosi alle nuove condizioni.
Il primo importante tentativo di questi di distruggere la Jugoslavia, datato 1971, non è andato in porto, grazie al fatto, tra le altre cose, che Tito era ancora in vita, garantendo una costante di stabilità e coesione. Il loro momento, che hanno colto, si è avverato solo dopo la caduta del Muro di Berlino e i radicali cambiamenti politici che seguirono. Al processo diretto dall’esterno e attuato dall’interno, si arriva alla secessione della Slovenia e della Croazia e poi, seguendo “l’effetto domino”, di tutte le altre Repubbliche.

In Croazia arriva al potere una cricca che a livello ideologico deriva direttamente dagli sconfitti della II Guerra Mondiale, che con una forte spinta revanscista attua una piena revisione della storia. Vengono modificati i programmi scolastici, i nomi delle vie, le ricorrenze degli avvenimenti principali della Lotta di Liberazione Popolare, e poi un pesante “culturocidio” con la distruzione di un’enorme quantità di opere letterarie, non solo politiche, ma pure scientifiche. Particolarmente significativo lo smantellamento e la distruzione dei monumenti socialisti, da 3500 a 4000 in un primo momento; un processo che dura, anche se con minore intensità, ancora oggi. Non è stato risparmiato neppure il monumento a Tito davanti alla sua casa natale a Kumrovec.
Lo scopo dei promotori di queste iniziative era chiara e non confondibile. Occorreva infatti cancellare completamente dalla memoria dei cittadini qualsiasi aspetto che potesse ricordare le condizioni di vita e gli avvenimenti del sistema precedente. Siccome i (nuovi) governanti clerico-fascisti non hanno avuto gli effetti desiderati, hanno utilizzato una strategia differente, ovvero gli attacchi all’impronta scientifica del precedente periodo, servendosi di storici, giornalisti, registi ecc. ovvero intellettuali di ampio raggio che portassero attacchi vili e menzogneri riguardo a tutto quel che fosse jugoslavo, in particolare Tito, il movimento partigiano, i comunisti, le persone che si sentivano ancora jugoslave, e attacchi revisionisti e di mistificazione dei fatti. Per mezzo dei soliti mezzi di informazione (giornali, radio, televisioni) come anche della produzione cinematografica e documentaristica e delle opere letterarie.
L’apoteosi di questa campagna diffamatoria ancora in corso sono i continui e assurdi tentativi di separare l’antifascismo dal comunismo e di equipararlo al fascismo, ovvero sottrarre al partito comunista l’effettiva avanguardia e guida nell’organizzazione della sollevazione armata dei popoli jugoslavi e la piena legittimità nella costruzione della società nel dopoguerra.

di Vladimir Kapuralin *
intervento di Vladimir Kapuralin (responsabile Esteri Partito Socialista dei Lavoratori Croato) al II Festival delle Culture Antifasciste di Bologna

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