giovedì 24 giugno 2010

La desertificazione del cemento

«Secondo i dati Istat, elaborati dal Wwf, in Italia fra il 1990 e il 2005 sono stati divorati dal cemento e dall'asfalto (dunque sterilizzati per sempre) 3,5 milioni di ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell'Abruzzo messi assieme. Il tutto a un ritmo di 244.000 ettari l'anno. In Germania dal '98 il consumo di territorio non può crescere più di 11.000 ettari l'anno». Tutto questo accade in Italia, il Belpaese per antonomasia, la culla del Rinascimento e delle piazze, l'unica nazione al mondo che dei beni artistici e paesaggistici fa la propria risorsa principale. O, almeno, così dovrebbe essere. La realtà, però, è tutt'altra. Ce lo dimostra il dato macroscopico citato in apertura, una delle tante informazioni che è possibile ricavare dalla lettura di La colata , l'ultimo titolo sfornato della prolifica casa editrice chiarelettere (pp. 528, euro 16,60), scritto da un gruppo di giornalisti di diverse testate: Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Marco Preve, Giuseppe Salvaggiulo, Antonio Massari. Sia detto per sgombrare il campo da infingimenti, le più interessanti delle oltre cinquecento pagine del volume non sono quelle che palesemente rientrano in un progetto a tesi. Non sappiamo se - come proclamano gli autori - si possa parlare di un «modello italiano», se gli intrecci tra politica, malaffare e imprenditoria criminale sia un destino incombente sulla testa degli italiani, come se questi avessero qualche colpa antropologica da scontare. Però, se si mettono da parte gli accenti più "travaglisti" degli autori, là dove essi si scagliano contro la politica, indifferentemente di destra o di sinistra, o contro l'onnipresente "casta", rimane una valanga di informazioni interessantissime. Per esempio, su come stanno cambiando le città italiane o sulla realtà sociologica - questa davvero tutta da studiare - delle periferie-satelliti, come il quartiere di Ponte di Nona costruito da Caltagirone a Roma o gli assalti di Ligresti al Parco Sud di Milano. 

«Roma cresce, il suo territorio si ricopre di cemento. Chi cerca casa non ha che l'imbarazzo della scelta. I nomi dei complessi dove trovare la nuova residenza addolcisono l'animo: Eurosky, Centro residenziale Le Ninfee, Giardino di Faonte, Parco degli Ulivi, Le Gardenie, Selva Candida, Colleverde, Monte Migliore, Colle del Sole, Riserva Grande, Parco di Plinio... Nuclei conchiusi in se stessi, autosufficienti, che con la Capitale hanno un rapporto ideale». 

Le pubblicità di vendite immobiliari mostrano volti sereni, paesaggi idilliaci, villette a schiere sullo sfondo di campagne incontaminate, ad appena quindici minuti dal centro (se solo tangenziali e autostrade non si trasformassero in ingorghi quotidiani di lamiera). Interi quartieri sorgono dal nulla in quello che un tempo era l'Agro romano. Per una sorta di globalizzazione dell'insicurezza la cintura di cemento che circonda Roma e le altre metropoli assomigliano sempre di più a certi caseggiati di San Paolo o Rio de Janeiro o ai villaggi per ricchi in Florida. Negli annunci di villette e appartamenti è garantita la sorveglianza 24 ore su 24, ogni famiglia sarà dotata di videocitofono. «I nuovi insediamenti divorano gli spazi intorno al Grande raccordo anulare, anche se gli abitanti inesorabilmente calano. Il piano regolatore del 1965 prevedeva per Roma un futuro con cinque milioni di residenti. E invece erano due milioni 731.000 nel 2007, due milioni 718.000 nel 2008. Ma l'edilizia non si ferma». Si continua a costruire e a riempire gli spazi vuoti. I nomi dei costruttori romani sono noti: Francesco Gaetano Caltagirone, ad esempio, fra i dieci uomini più ricchi d'Italia, azionista di Monte dei Paschi e di Acea, cavaliere del lavoro per nomina del Presidente Napolitano. E' lui che ha tirato su una città-quartiere lungo l'antica via Prenestina, «un budellino intasato con il Far West ai lati». Non è uno scherzo, lì ci abitano ventimila persone, in palazzi costruiti direttamente a lato di uno dei più grandi centri commerciali della capitale, Roma Est, con annessi ipermercati, negozi, ristoranti e cinema. «Un autobus collega il quartiere con la stazione ferroviaria di Lunghezza, dove ancora molta è la strada alla volta di Roma. La filosofia di Caltagirone è questa: tirar su case per la classe media, in lontane periferie. Palazzi senza infamia e senza lode». Sempre la firma di Caltagirone porta la valanga di cemento armato (un milione e 200.000 metri cubi per 12 mila abitanti) tra Laurentina e Ardeatina, zona Tor Pagnotta. Un tempo c'erano i prati. L'unico collegamento col resto del mondo, «un bus che s'infila nel traffico». Poi c'è l'altra colata della Nuova Fiera di Roma, tre milioni di metri cubi su 300 ettari, sui terreni degli altri re della Roma del cemento, i fratelli Toti. «Che non riesce a decollare, perché inospitale, difficile da raggiungere e ben lontana dal centro della città». 

A Milano è tutto un cantiere, «il panorama muta ogni giorno. Nuovi grattacieli cambiano lo skyline sotto lo sguardo confuso degli abitanti, le gru fanno ormai parte del paesaggio. Si costruisce, prima ancora di riqualificare una città che avrebbe tanto bisogno di rimediare ai danni della crescita selvaggia del dopoguerra e della Milano da bere (e da mangiare)». Le cronache del futuro parlano di grandi opere, i grattacieli di CityLife, il megainsediamento di Santa Giulia, la nuova sede della Regione Lombardia. Le ultime aree agricole intorno alla città scompaiono e l'identità padana di Milano è ormai solo un mito del passato. Il Parco Sud è l'ultimo polmone verde, i costruttori invece la considerano una frontiera da superare per costruire. E' in corso una grande battaglia che non è solo urbanistica, «qui sono in gioco l'identità stessa di Milano, le sue radici umane e culturali che affondano anche nella sua campagna». La Casina Campazzo è diventata il simbolo di questa lotta che coinvolge centinaia di agricoltori. 

Potremmo continuare l'elenco con i progetti di autostrade, alberghi, outlet, resort (sui ghiacciai della Marmolada), stadi e autodromi che stringe l'Italia in un cerchio di cemento. Ma gli architetti cosa fanno? Possibile che non abbiano un briciolo di autonomia rispetto ai costruttori che li assumono? «Qualcuno pensa - dice Renzo Piano, uno dei primi cinque esponenti della categoria in Italia - che la professione dell'architetto possa essere simile per esempio a quella dell'avvocato: il cliente ti paga e tu devi fare il suo interesse. Ma non è così. L'interesse di cui l'architetto deve tenere conto è quello pubblico, della città. Noi abbiamo una responsabilità nei confronti degli uomini che nei palazzi e nei luoghi che progettiamo dovranno vivere». Qualche voce libera esiste ancora, come quella di Edoardo Salzano, ribattezzato l'"anarchitetto". Urbanista che per anni ha insegnato pianificazione del territorio, oggi è un punto di riferimento col suo sito eddyburg.it per comitati e studiosi che da tutta Italia contrastano questa colata di cemento su quel bene comune che sono le città e il paesaggio. 

di Tonino Bucci 
Fonte: Liberazione.it 

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