sabato 26 giugno 2010

La Finmeccanica della riconversione?


Nel 1979 viene pubblicato il libro "Corsa agli armamenti e uso alternativo delle risorse: presentazione e analisi della situazione italiana" di Alberto Tridente, Segretario Nazionale F.L.M. L'autore scrive che in quel periodo sebbene l'attenzione fosse fissata sul rinnovo degli accordi SALT fra Stati Uniti e Unione Sovietica, la corsa agli armamenti assumeva caratteristiche preoccupanti e i conflitti si moltiplicavano. Tridente sente che le responsabilità di situazioni drammatiche come quelle presenti nei paesi in cui si usano le armi occidentali per reprimere le rivolte interne (Cile, Nicaragua, Argentina, Sudafrica, ecc) o nei conflitti locali, deve portare a decisioni da parte di tutte le forze politiche e del movimento operaio.

Eppure, coninua, anche in presenza di un simile quadro internazionale, il Partito Laburista in Inghilterra presenta un volume che propone la riduzione delle spese militari e una riconversione dell'industria bellica, scelta motivata dalla scarsa correlazione che esiste tra industria bellica e crescita del reddito nazionale, tra investimenti, occupazione e riduzione di capitali da investire nel resto del'industria. Si coglie così l'occasione per avviare anche in Italia un dibattito fra le forze politiche e sindacali.

In Italia era forte la richesta di pace nei lavoratori e nella società, in particolare la produzione e il commercio delle armi metteva "in discussione la coerenza stessa del movimento operaio e sindacale". Era dunque necessario capire che la strada verso la riconversione dell'industria bellica implicava innanzitutto un serio rapporto fra lavoratori, sindacato e politica, oltre che una capacità di analisi della situazione economica-industriale. Significava studiare le alternative. Significava presupporre gli effetti strategici e politici non solo nazionali ma internazionali di questa scelta.
Nel libro di Elio Pagani "Dalla produzione di armi alla produzione civile: il caso inglese" del 1990 si analizzano le proposte inglesi dal 1974 e il 1977 e le si confronta con le priorità strategiche intervenute negli anni successivi. Il caso della fabbrica Lucas Aerospace rimarrà esemplare come unico tentativo di riconversione attuato dal sindacato a livello di base. Di seguito il cambio di maggioranza che porterà la Thatcher al governo, non solo vedrà un sindacato indebolito e fortemente colpito dalle ristrutturazioni in atto, ma l'Inghilterra entrerà di nuovo in guerra (Malvine) e il piano di riconversione della Lucas fallirà.
Elio Pagani era un lavoratore che aveva dichiarato l'obiezione di coscienza dentro una azienda aeronautica: l'Aeronautica Macchi di Varese. Erano apppunto gli anni in cui i lavoratori dell'F.L.M. portavano avanti il dibattito sulla riconversione dell'industria bellica dentro le fabbriche esigendo anche una coerenza rivendicativa, questa resa possibile grazie all’aumento delle capacità di “controllo operaio” sul processo produttivo e sull' applicazione della parte sulla disciplina e sistemi di relazioni sindacali dei contratti di lavoro.
E' nei momenti di crisi che la possibilità di una riconversione industriale dovrebbere essere più facile, ma sia tentativi dentro la Oto Melara prima sia quello dei lavoratori Aermacchi in crisi dopo la caduta del muro di Berlino, falliscono grazie alle lobby politico-sindacali-militari.
La politica del sindacato nazionale e territoriale nel frattempo cambia direzione e decide la via della sottomissione reale del lavoro al capitale, l'espropriazione del sapere operaio, la riduzione dell'operaio ad appendice della macchina. Nelle fabbriche belliche in particolare accetta la credenza della supremazia della tecnologia bellica e quella della sua ricaduta nei settori civili.
Si può leggere la storia del Comitato per la democrazia e la solidarietà divenuto Comitato cassaintegrati per la pace nel libro scritto dai lavoratori stessi, Elio Pagani, Marco Tamborini e altri "Nuovo ordine militare internazionale: Strategie, costi, alternative" del 1993, in cui si raccontano tutte le iniziative intraprese sino alla loro espulsione dalla fabbrica: "Occorreva insomma riconfermare i contenuti di una battaglia decennale, intensificatasi nei 6 mesi precedenti l'espulsione. Scopo di questa lotta fu anzitutto il tentativo della deriva lobbistica del sindacato". Ci si opponeva cioè alla richiesta di finanziamenti statali destinati all'addestratore militare PTS2000 (diverrà 346), 510 miliardi a favore del programma AMX e EFA, contrapponendo un pacchetto di proposte alternative al massacro occupazionale finalizzato alla sola razionalizzazione della fabbrica.
Ma ci fu un vergognoso boicottaggio nei confronti di chi proponeva queste cose attraverso l'espropriazione della possibilità di parlare in assemblea e con il rifiuto della consultazione dei lavoratori sulle proposte alternative.
Si racconta di questi lavoratori ma con finalità diverse anche nel libro"Problemi e prospettive dei movimenti antagonisti del Novecento: Temi, strutture organizzative e modalità operative" di Giuseppe Gagliano (coordinatore di Strategic Group, network internazionale di politica estera e di studi strategici sorto nel 2000 grazie alla iniziativa di alcuni analisti italiani e stranieri).
http://books.google.it/books?id=OYrErCg5O0sC&pg=PA121&lpg=PA121&dq=lavoratori+aermacchi+riconversione+industria+bellica&source=bl&ots=kh170U_w_G&sig=UTvDptZI-_FkG9uipNPZ1sOjDwg&hl=it&ei=SfQiTL2oNsyWOP7QyfUE&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=6&ved=0CCgQ6AEwBTgK#v=onepage&q=lavoratori%20aermacchi%20riconversione%20industria%20bellica&f=false
La fine del confronto bipolare aveva portato ad una decisa caduta della domanda di equipaggiamenti militari con il conseguente eccesso di capacità produttiva a livello internazionale. Il processo di ristrutturazione avviato dal settore si basava sulla concentrazione in gruppi, sulla loro internazionalizzazione e sulla forte riduzione degli occupati anche di elevata qualificazione. Se negli Stati Uniti la scelta è stata quella di incentivare le nuove tecnologie duali (informatiche, spaziali, ecc), in Europa si era avviato il progetto Konver che prevedeva interventi per favorire la razionalizzazione, la ristrutturazione e la riconversione produttiva delle imprese operanti nel settore della produzione di materiali di armamento.
Ma se altrove si è scelto di attivare e sostenere istituti di ricerca per monitorare l'industria bellica in grado anche di studiare piani di riconversione, in Italia si è preferito chiudere l'Agenzia per la riconversione dell'industria bellica nata nel 1994 grazie alle lotte dei cassaintegrati Aermacchi già menzionate.
In una pubblicazione dell' UCPMA “Riconversione, diversificazione ed ampliamento produttivo delle imprese militari” della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1996 si giungeva alla conclusione che "l’esperienza ha dimostrato la non convenienza ad avviare processi di riconversione perché si trattava di assicurare sostegni ed incentivi ad aziende ormai condannate al declino ed al fallimento, modificandone drasticamente il core business. Il processo, infatti, è stato perfezionato soli in casi sporadici, in presenza di particolari problematiche sociali, e, comunque, con un saldo economico assolutamente negativo e a totale carico dello Stato. Invece, i progetti di diversificazione hanno presentato minori difficoltà, contribuendo a salvaguardare le capacità tecnologiche e produttive nelle aree di eccellenza dell’industria della difesa, favorendo lo sviluppo di nuove iniziative in campo civile, legate a tali capacità. Oggigiorno, poi, la collaborazione tra il settore militare e quello civile è divenuta una politica assolutamente irrinunciabile, perché gli spin-off non sono più a senso unico dal militare al civile, ma soprattutto per contenere i costi di sistemi a contenuto tecnologico sempre più elevato".
Ma cosa significava avviare una collaborazione tra settore militare e civile? Quello che vediamo: l'attuale Finmeccanica.
La definitiva scelta di fare di Finmeccanica l'holding della difesa e sicurezza tramite l'accorpamento delle maggiori aziende dei settori dell'aeronautica, elicotteristica, spazio, elettronica, sistemi di difesa, energia e trasporti.
La proposta di legge del 2006 "Disposizioni in materia di riconversione dell’industria bellica e per la promozione dei processi di disarmo" http://leg15.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/15PDL0009870.pdf rimane lettera morta.
E come lei prima ancora quella del 1987 "Misura per la conversione industriale delle aziende produttrici di beni e servizi per usi militari" http://legislature.camera.it/_dati/leg10/lavori/stampati/pdf/04290001.pdf
Anche la legge 185 del 1990 “Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” approvata grazie ad una vasta campagna di pressione lanciata da diverse organizzazioni della società civile italiana sul tema delle armi, campagna legata anche ad alcuni scandali, quali ad esempio il coinvolgimento di una filiale statunitense di una grande banca italiana nella vendita illegale di armi all’Iraq di Saddam Hussein, non riuscirà a promuovere la riconversione perchè la risposta è sempre la stessa da decenni : "il dovere costituzionale di difesa della patria impone al nostro paese di mantenere un adeguato apparato difensivo, che deve poter contare su autonome capacità produttive dell'industria nazionale. Del pari è evidente che l'apparato industriale, per poter sopravvivere, ha necessità di esportare".
Un prezioso contributo del professor Seymour Melman, docente di ingegneria industriale della Columbia University di New York e premiato per una ricerca sulla conversione dell’industria militare in industria civile (Fabbriche di morte: è possibile convertirle? Editore: Pironti), viene ripreso dai deputati che nel 1987 hanno proposto la legge per la conversione dell'industria bellica. In particolare Roberto Cicciomessere nella sua introduzione "Una storia di pentole" scrive:
Questa ricerca ha affrontato il problema dell’economia militare nel suo complesso e i problemi della conversione (The Defense Economy Conversion of industries and occupations to civilian needs), dei potenziali mercati civili per l’industria militare elettronica (Potential civilian markets for the military electronics industry), dei mercati alternativi per i cantieri navali militari (The conversion of shipbuilding from military to civilian markets), della conversione nel settore nucleare (Conversion of nuclear facilities from military to civilian uses) e della conversione della ricerca militare (The conversion of military oriented research and development to civilian uses), ovviamente negli Stati Uniti. Successivamente, lo stesso staff coordinato da Melman ha prodotto un sesto volume sulle conseguenze economiche della chiusura di basi militari (Local economic development after military base closures).
Il potere e l’impatto dell’industria bellica sulla società sarebbe determinato non tanto dalla dimensione di questa attività in relazione alle altre attività produttive quanto dal suo grado di concentrazione e dalla sua capacità di drenare le migliori risorse umane e scientifiche presenti nel paese. In poche parole il controllo di questo settore industriale è concentrato, almeno negli Usa, nelle mani di pochi gruppi economici che acquisiscono così un enorme potere di pressione sulle scelte del Paese, anche in relazione alla concentrazione delle aziende in determinate aree geografiche, che amplifica la loro capacità di ricatto occupazionale e quindi di incidenza sulle decisioni governative.
Questo settore è poi favorito, in confronto alle altre attività produttive, non solo per le sovvenzioni e le garanzie sulla continuità della domanda fornite dal Governo, quanto per la sua capacità di utilizzare un’alta percentuale di manodopera specializzata e di beneficiare dell’apporto di una larga fetta della ricerca scientifica.
E in Italia? Se si dovesse fare una valutazione dell’industria militare solo analizzando la sua incidenza sul totale dell’attività di trasformazione industriale potremmo subito concludere che la conversione di questa attività non produrrebbe significativi squilibri sul sistema economico. Secondo le più attendibili stime l’occupazione, con l’inclusione dell’indotto, nell’industria bellica italiana non dovrebbe superare le 80.000 unità e il suo fatturato si dovrebbe aggirare quest’anno sui 4.000 miliardi (1), il 50% del quale sarebbe determinato dall’esportazione. L’incidenza quindi dell’occupazione dell’industria militare sul totale dell’occupazione nella trasformazione industriale si aggirerebbe sul 2% e il suo fatturato, rappresenterebbe una percentuale dell’1% (2) dell’intero Pil del 1981.
Da cosa deriva allora il suo enorme potere di incidere sulle scelte, anche di politica estera, del nostro Paese?
Se proviamo a confrontare gli indicatori individuati da Melman scopriamo per esempio che anche in Italia questo settore produttivo è caratterizzato da un’alta concentrazione. Infatti secondo le stime di Fabrizio Battistelli sull’incidenza delle prime cinque aziende di ciascun settore dell’industria militare, queste occuperebbero circa il 45% del totale degli occupati dell’industria elettronica bellica, circa il 64% per la meccanica, 67% per l’aeronautica, 70% per la navale. Il livello più alto di concentrazione è raggiunto nel settore chimico militare dove la Snia occupa più dell’80% della manodopera complessiva impegnata nella produzione militare.
La struttura azionaria di queste aziende ci fornisce altri elementi di verifica delle tesi di Melman: il 58% dell’occupazione nell’industria militare, sempre secondo le stime di Battistelli, sarebbe ripartito nelle aziende a partecipazione pubblica, mentre l’impresa privata si aggiudicherebbe una percentuale maggiore del fatturato.
Particolarmente rilevante è il fatto che il settore aeronautico è quasi monopolizzato dall’area industriale pubblica o semipubblica, in relazione alle forti spese d’investimento necessarie - in particolare - per la ricerca e la progettazione. Infine le caratteristiche peculiari dell’industria militare italiana sono rappresentate dall’alto indice di redditività aziendale riscontrabile in ogni suo settore, dalla stabilità dell’incremento del fatturato e del valore aggiunto che prescinde dai periodi congiunturali potendo beneficiare di una domanda non condizionata dai cicli economici, e dalla »capacità di programmazione dello sviluppo consentita dalla regolarità delle commesse e dalla sicurezza e affidabilità del cliente nazionale .
E, a questo punto, un gioco da ragazzi comprendere come un’attività industriale così »sana , garantita e concentrata abbia anche molto potere, ovvero sviluppi in maniera prioritaria la capacità di garantirsi tutti quei privilegi che le consentono di prosperare. Proprio per queste ragioni si consolida quello stretto intreccio fra struttura industriale militare e amministrazione della difesa emblematicamente rappresentato dalla presenza di un gran numero di alti ufficiali in pensione delle Forze armate nei centri decisionali e commerciali delle aziende belliche. Questo rapporto solidale fra amministrazione della difesa e industria bellica sconsiglia quindi la separazione fittizia fra i committenti e i fornitori e impone, nell’affrontare il problema della conversione, di usare un termine unico, e cioè quello di complesso militare industriale. Le dimensioni reali dell’apparato militare in Italia, dell’azienda bellica, divengono quindi imponenti: gli occupati (tra militari permanenti, di leva, civili che operano nell’amministrazione, addetti all’industria militare sia nel settore della produzione delle armi che in quello che fornisce beni e servizi alle forze armate) superano le 600.000 unità e il »fatturato globale raggiungerà nel 1982, sommando il bilancio della difesa e il valore dell’esportazione bellica probabile, i 12.000 miliardi. Ci sono quindi in Italia circa due milioni di persone, tra lavoratori, casalinghe e figli, che vivono grazie all’esistenza del complesso militare industriale. Con queste cifre, con queste persone, con i loro pensieri bisogna fare prioritariamente i conti quando si parla di conversione e di disarmo.
Melman ci fornisce alcuni spunti per »aggredire e disarticolare questo immenso quanto necessario proposito. Per esempio, un ostacolo alla conversione è rappresentato proprio dalla particolare professionalità, dalle particolari attitudini degli occupati nel settore militare, sia in quello industriale che nell’amministrazione militare.
Come dicevo prima, le industrie belliche sono abituate a produrre al massimo dei costi, delle sovvenzioni e delle facilitazioni in un mercato sostanzialmente garantito. Il prodotto dell’industria bellica è sempre più sofisticato in relazione alle particolari prestazioni richieste. La percentuale di personale tecnico, altamente specializzato è generalmente nettamente superiore a quello delle corrispondenti aziende civili. Se insomma si abbandonasse un’azienda bellica nel mercato civile »libero , questa fallirebbe immediatamente. In particolare i quadri dirigenti di queste aziende sarebbero incapaci di operare in presenza di una forte concorrenza e nella necessità di minimizzare i costi. La riqualificazione dei dirigenti è quindi un’esigenza preliminare ad ogni processo di conversione: »Devono disimparare quello che facevano per il Pentagono afferma Melman.
Problemi ancor più complessi si pongono per il personale militare. La »storia dell’azienda militare può poi semplificare o complicare il processo di riqualificazione e di conversione. C’è infatti una netta differenza fra riconversione e conversione. Per un’azienda »civile che, in relazione alla domanda militare, ha impegnato parte delle sue capacità produttive nel settore bellico o che, comunque ha sempre operato contestualmente nel settore militare e in quello civile, la riconversione è relativamente più facile per la presenza di personale abituato ad operare nel mercato »civile e di tecnologie e di capacità professionali solo parzialmente o provvisoriamente impiegate nella produzione militare.
La conversione di aziende nate esclusivamente per la produzione di sistemi d’arma o che, in ogni caso, operano solo nel settore militare diviene invece particolarmente difficile e costosa. Un’esatta valutazione della convertibilità dell’azienda e del suo costo non può inoltre prescindere dal settore di produzione: quello aeronautico presenta per esempio minori difficoltà di quello meccanico.
Ma vediamo in pratica, nella situazione italiana, quali risultati possono essere ottenuti adottando i parametri proposti da Melman Prendiamo in esame due aziende che occupano gli estremi della tipologia industriale militare indicata da Melman: l’Oto Melara e l’Aeritalia.
Il pacchetto azionario della »Oto Melara Spa di La Spezia è detenuto per il 74,2% dalla Finanziaria E. Breda (Efim) e per il 25,8% dalla Breda ferroviaria (Efim).
Ha una produzione esclusivamente militare (99,4%), sia nei componenti che nei prodotti finiti, ed opera prevalentemente nel settore meccanico, ma sta sviluppando il settore elettronico e missilistico. Produce cannoni navali automatici di piccolo e medio calibro a tiro rapido, sistemi di telecomando per armamenti navali, missili antinave, apparecchiature per il maneggio e il lancio di missili navali antinave e antiaerei a media e lunga gittata, apparecchiature per il maneggio e il trasporto di missili terrestri, artiglierie terrestri di medio calibro e per carri armati, carri armati e veicoli anfibi per trasporto truppe, armamento di carri semoventi, sistemi propulsori per il controllo d’assetto di satelliti artificiali (le artiglierie navali Oerlikon/Oto 35mm binata, 76/62 Oto compatto, 127/54 Oto compatto, l’onice da 105/14, il cannone convenzionale/ nucleare europeo FH 70 da 115mm, il veicolo trasporto truppa Ml 13, il veicolo trasporto truppa e combattimento »camillino , le autoblindo Fiat/Oto Melara 6614



e 6616, il carro armato Leopard, il carro armato OF 40 Oto e Fiat, il missile Otomat, il sistema Lince per il telecomando di armi navali, il lanciatore Albatros, il semovente SP70).

Nel passato, ha avuto una ridotta attività nella costruzione di ingranaggi e cambi per automobili di serie e speciali e per macchine utensili. Ha una partecipazione maggioritaria nella costruzione di una nuova fabbrica a Gioia Tauro per la coproduzione di missili anticarro »Milan . Ha sviluppato con la Selenia e la Contraves il sistema missilistico »Skyguard/Aspide . Gli addetti alla produzione della Oto Melara sono stati,nel 1980, 2.475 (1.431 operai e 1.044 impiegati) per 2.267.000 ore-lavoro complessive (dirette e indirette) e con un indotto di 540.000 ore lavorative pari a 360 unità. Sempre nel 1980, il fatturato globale dell’azienda è stato di 196 miliardi, dei quali 129 per l’esportazione per una quota del 66%. L’azienda afferma di aver pagato 3.548 milioni per l’acquisizione o l’utilizzazione di brevetti o componenti estere e cioè l’11,8% del fatturato militare.
Questi dati, ufficialmente, comunicati alla Commissione difesa della Camera, sono leggermente differenti, ma non sostanzialmente, da quelli pubblicizzati dai documenti ufficiali dell’azienda:
1969 1965 1970 1975 1980
Fatturato (Lire ML) 5.642 12.429 19.248 69.964 211.645
Occupazione 974 1.491 1.424 2.278 2.527
Da queste cifre risulta con evidenza il salto quantitativo del fatturato dagli inizi degli anni ‘70 (che corrisponde anche ad un salto qualitativo nel parziale affrancamento dalla produzione su esclusiva licenza Usa alla progettazione e costruzione di sistemi d’arma di concezione prevalentemente europea o nazionale) determinato dall’incremento della domanda interna, conseguente all’emanazione delle tre leggi promozionali per ciascuna Forza armata, e dalla relativa »esplosione dell’esportazione, connessa all’aumento del prezzo del petrolio, a favore dei paesi dell’Opec (l’Oto Melara stabilisce relazioni commerciali privilegiate con l’Iran, I’Iraq, la Libia, gli Emirati arabi, il Venezuela).
L’Oto Melara conquista inoltre una fetta interessante dei mercati militari dei paesi industrializzati, per la sua specializzazione nella produzione di cannoni,che in questi paesi sono trascurati e soppiantati dai sistemi missilistici.
Ma torniamo ai nostri problemi.
La conversione civile dell’Oto Melara è probabilmente l’impresa più difficile nel panorama delle aziende militari. La sua produzione è concentrata a La Spezia dove »stimola altre attività del settore militare: i cantieri navali di Muggiano, di La Spezia, di Riva Trigoso di Sarzana (Intermarine) che costruiscono naviglio militare armato con i cannoni e i missili dell’Oto Melara, l’arsenale militare di La Spezia dove vengono progettate e riparate le navi militari. E poi l’azienda leader di una serie di altre industrie militari che concorrono alla produzione dei sistemi d’arma e che sono associate nell’»Oto Melara club . Questo »cartello di aziende pubblicizza su tutte le riviste specializzate la sua capacità di fornire ad ogni cliente navi sistemi missilistici, mezzi blindati »chiavi in mano , per l’uso immediato .
Nella provincia di La Spezia circa 20.000 persone lavorano per produzioni militari connesse alla Oto Melara. L’impatto sulla economia locale è quindi enorme così come estremamente complesso si presenta il problema della conversione di una struttura produttiva affermata nel mondo per la sofisticatezza, la velocità e la precisione dei suoi cannoni. Un salto »qualitativo probabilmente irreversibile lo ha compiuto quando ha iniziato, da meno di un anno, la progettazione e costruzione autonoma, senza licenze estere, di una carro armato interamente concepito dalla Oto Melara, l’OF 40, che non sarà venduto alle forze armate italiane ma destinato esclusivamente al mercato arabo. E questa la seconda trasformazione significativa del complesso militare industriale, che dopo essersi affrancato, agli inizi degli anni ‘70, dalla prevalente importazione di materiale bellico dagli Usa, producendo, seppur su licenza, i maggiori sistemi d’arma richiesti dalle forze armate nazionali, ha iniziato, negli anni ‘80 a produrre autonomamente armi destinate sia al mercato interno che a quello nazionale, candidandosi a concorrere con le maggiori potenze industriali per la conquista di fette rilevanti del mercato internazionale militare. Le conseguenze politiche sono rilevanti: con l’autosufficienza produttiva militare il nostro paese ha superato i condizionamenti delle »bustarelle americane della Lockheed che c’imponeva i suoi aerei costruiti a Marietta in Georgia, »guadagnando invece quasi centomila operai della morte che, senza saperlo, ci ricattano e ci spingono verso il baratro della guerra; con la conquista dell’infausto primato di produttori primari di sistemi d’arma, soprattutto nel Terzo mondo, »guadagneremo altri posti di lavoro direttamente dove questi strumenti vengono venduti e usati. La qualità dei condizionamenti e dei »guadagni in questo settore determina anche la qualità dei ministri della difesa: prima Tanassi, adesso Lagorio.
Non è questa una divagazione per sfuggire all’imbarazzante domanda sulle possibilità pratiche di convertire un’azienda come l’Oto Melara,ma un preciso avvertimento sull’urgenza di avviare, a rischio di imprecisioni o improvvisazioni, il processo di conversione prima che i padroni della guerra, magari mentre siamo assorti a studiare, ci mettano davanti al fatto compiuto della conversione progressiva delle strutture civili in strutture militari.
Sgombero subito il campo dalle semplificazioni: non solo le pentole a pressione, ma anche i trattori, le macchine per il movimento della terra, non possono essere costruite economicamente da questa azienda. Mi diceva un operaio: »Il ritmo di produzione di ognuno di questi cannoni per navi da guerra, che devono poter sparare in un minuto 85 proiettili grandi quanto un secchio della spazzatura, del costo di mezzo milione ciascuno, orientando automaticamente, senza l’intervento umano, una torretta di otto tonnellate e brandendo una canna di tre metri, ad ogni colpo, verso un bersaglio mobile distante alcuni chilometri,con l’accelerazione di una Ferrari e l’agilità di una ballerina,tenendo conto del rollio e del beccheggio della nave e delle indicazioni del radar, per un costo di alcuni miliardi, è di alcuni mesi. Ci viene richiesto un lavoro da orologiaio. Non dobbiamo sbagliare, perché i pezzi sono unici e firmati. Dobbiamo lavorare con concentrazione e senza fretta. Del resto anche un piccolo sbaglio costerebbe miliardi all’azienda. E per noi improponibile e impossibile lavorare ad una catena di montaggio per trattori .
Le alternative di conversione, a questo punto, mi sembrano chiare: o radere al suolo l’azienda per costruirne un’altra, come diceva l’ing. Stefanini, oppure procedere contestualmente alla produzione di alcuni prodotti, come ingranaggi di precisione e di grande dimensione e grandi motrici ferroviarie dell’ultima generazione che fanno parte della ragione sociale del maggiore azionista, la Breda, alla ricerca di altre produzioni tecnologicamente corrispondenti a quelle dei sistemi d’arma attualmente realizzati e capaci di creare un valore aggiunto confrontabile con quello militare.
Il racconto della tremenda agilità del cannone »76/62 compatto mi ha fatto venire in mente sia la precisione e la velocità delle prestazioni dei »robot che necessariamente dovranno sostituire il lavoro umano puramente manuale, ripetitivo e nocivo nell’industria, sia l’efficienza straordinaria degli arti umani. Leggo a questo proposito su »Lotta Continua una notizia sulla conversione di una fabbrica militare tedesca, specializzata nei sistemi elettronici di controllo, al settore degli apparecchi ortopedici.



Con ciò mi sembra di poter ipotizzare che il settore che offre maggiori sbocchi alternativi è quello elettronico. Probabilmente la progettazione e la costruzione di sistemi di lavorazione automatica per prodotti di grandi dimensioni è quella che più si avvicina all’attuale attività della Oto Melara.

Ma Melman, in tutta la sua opera di ricerca, ci riporta sempre alla priorità delle valutazioni di mercato su quelle esclusivamente tecnologiche. L’indagine prioritaria è cioè quella relativa all’esistenza di una domanda »civile per prodotti teoricamente realizzabili da una determinata azienda militare. Questa metodologia non tiene conto però solo della domanda già esistente ma anche, e soprattutto, di quella che può essere incentivata dallo Stato con una diversa destinazione delle risorse pubbliche impegnate nello strumento militare. Le stime che, per esempio, Melman elabora negli Usa per il settore elettronico, sia tenendo conto del mercato libero che di quello indotto da incentivi statali, sono le seguenti:
milioni di dollari
Automazione del traffico stradale 20
Automazione ferroviaria 35
Controllo del traffico aereo 130
Comunicazioni per via satellite 30
Educazione 50
Librerie elettroniche 200
Strumenti medici diagnostici e di controllo 52
Protesi mediche 100
Totale 617
Assolutamente inattendibile sarebbe un semplice trasferimento di queste stime al mercato italiano. Convincente mi sembra invece la metodologia di ricerca che dovrebbe essere seguita per accertare le possibilità e le condizioni di convertibilità.
In ogni caso mi pare chiaro, senza eccessive illusioni, che un processo di conversione di un’azienda come la Oto Melara comporterebbe approfondite e complesse ricerche, alti costi e, in ogni caso, il necessario trasferimento di una parte consistente della manodopera ad altre attività. Il costo della pace è alto. Mi sembra anche teoricamente, sbagliato cercare soluzioni occupazionali e produttive nell’angusto ambito della tecnologia bellica: come se limitassimo la possibilità di inserimento nella società legale e nel lavoro onesto dei rapinatori e degli assassini esclusivamente puntando sui poligoni di tiro o sulle armerie.
Sulla totale mobilità dei lavoratori e sulla valutazione complessiva del mercato alternativo civile, Melman fonda praticamente tutta la sua teoria di conversione industriale.
Le premesse di fondo mi sembrano molto convincenti: »Il decadimento dell’industria civile è dovuto ad un processo congiunto di mancanza di ingegni tecnici e di capitale fresco … l’insieme di queste carenze in molte industrie civili ha fatto sì che esse divenissero non competitive . La valutazione critica del carattere parassitario dell’industria bellica, sia in relazione all’ingiustificato drenaggio di tecnici e di capacità di ricerca che in ordine agli incentivi e garanzie statali, spinge conseguentemente Melman a ribaltare le attuali priorità militari non giustificate da effettive convenienze economiche.
Sulla base di queste premesse ricorre nell’opera di Melman la proposizione di »priorità nazionali , determinate sulla base di nuovi parametri, cui dovrebbero riferirsi possibili stanziamenti governativi: istruzione, sanità, nutrizione, servizi comunitari, protezione ambientale, sviluppo e utilizzo delle risorse naturali, urbanistica, trasporti collettivi, etc..
Per concludere il tentativo di valutare alcune ipotesi di conversione civile dell’Oto Melara alla luce delle procedure d’analisi di Melman, devo rilevare che la rigidità dell’occupazione in Italia e la legittima diffidenza dei sindacati verso ogni ipotesi di mobilità determina un ulteriore ostacolo alla conversione industriale. Ma sono sempre legittime queste ostilità verso la mobilità o, invece, troppo spesso sono determinate non solo dalla scarsa affidabilità dei programmi di ristrutturazione ma anche da una visione miope e corporativa dell’attività sindacale? Insomma, difendere ad ogni costo l’occupazione in industrie decotte rappresenta veramente il generale interesse della classe lavoratrice, di quella in cerca di lavoro e in generale della società? Il carattere odioso della produzione militare potrebbe facilitare la rimozione di questi ostacoli corporativi? In attesa che venga avviata una verifica pratica, proviamo ad applicare le metodologie di conversione di Melman su un’altra azienda, l’Aeritalia, che rientra in un settore industriale che dovrebbe consentire risultati più positivi.
Il pacchetto azionario dell’»Aeritalia società aerospaziale s.p.a. è detenuto interamente dalla Finmeccania (Iri). Sorta nel 1969 su iniziativa della Fiat divisione aviazione (esclusa la produzione motoristica), della Aerfer e Salmoiraghi con partecipazione paritetica pubblica della Finmeccanica, al fine preciso di divenire capocommessa italiana per il programma del velivolo europeo MRCA Tornado e azienda leader nel settore aeronautico ad ala fissa, l’Aeritalia si sviluppa progressivamente come azienda a capitale interamente pubblico, in seguito al disimpegno della Fiat connesso al fallimento delle ambizioni civili dell’aeronautica italiana ed europea. Ha una produzione sia militare che civile. Ha realizzato il cacciabombardiere F 104 S, il cacciabombardiere e ricognitore tattico G 91 Y, il caccia multiruolo MRCA Tornado, l’aereo da trasporto biturbina G 222, sistemi avionici e spaziali come lo Spacelab, strumentazione aeronautica, sensori per satelliti, strumentazione ottico meccanica per impieghi terrestri, parti del DC 9 e del Boeing 767. Si è assicurata, con il programma di costruzione del caccia tattico AM X che dovrà sostituire la linea G 91, una commessa di circa 4.000 miliardi per i prossimi dieci anni.
Gli addetti alle produzioni erano, nel 1980, 3.195, dei quali 2.380 operai e 815 impiegati. Le ore lavoro complessive, sempre per il 1980 sono state, nel settore militare, 5.110.000 e l’indotto di lavoro esterno assomma a 1.020.000 ore lavorative. Il fatturato globale, civile e militare, è stato di 277 miliardi, dei quali 212 per l’export, con una percentuale del 76,6%.
Il fatturato militare ha rappresentato il 75,8% di quello globale (209 miliardi) con una quota del 72,4% per l’export (152 miliardi). Sempre nel 1980 la somma pagata per l’acquisizione o la utilizzazione di brevetti e componenti estere ha raggiunto i 95 miliardi, cioè il 23% del ricavo della produzione.
Da queste informazioni fornite dall’Aeritalia non emerge con chiarezza un dato particolarmente rilevante per comprendere le prospettive di conversione: la produzione civile, e cioè la costruzione di parti del DC 9 e del Boeing 767, è realizzata sottocosto e cioè con perdite rilevanti sui costi di produzione. Naturalmente queste perdite sono compensate dai profitti della produzione militare e dai vantaggi conseguenti alle commesse delle grandi multinazionali aeronautiche in ordine alle acquisizioni di tecnologie sofisticate. Ma è questa una caratteristica generale dell’industria aeronautica mondiale, che compensa le perdite del settore civile o copre gli alti costi iniziali di progettazione dei velivoli attraverso i profitti garantiti del settore militare .
Questo per dire che dal punto di vista esclusivamente aziendale un’industria aeronautica con le caratteristiche dell’Aeritalia è »relativamente disponibile a programmi di conversione civile, garantiti sia dall’apertura di nuovi mercati che dall’intervento di copertura dei disavanzi o dei costi di ricerca da parte dello Stato. Per fare un esempio, basta confrontare il costo unitario di un cacciabombardiere MRCA biposto (che costerà al contribuente circa 40 miliardi) con quello dell’aereo da trasporto biturbina G 222 che può trasportare una quarantina di persone al prezzo di circa 10 miliardi.
Stabilito quindi che non vi è un interesse »forzoso da parte dell’industria aeronautica nel costruire velivoli militari, potendo - teoricamente e senza modificazioni rilevanti alla struttura produttiva - realizzare in alternativa aerei per il trasporto o l’uso civile, diviene prevalente nella nostra ricerca individuare i mercati alternativi e gli incentivi compensativi che devono essere promossi dallo Stato.
Poco aiuto ci può dare a questo proposito Melman che si muove in un paese che ha praticamente il monopolio dell’aviazione civile.
Scontati quindi gli errori dell’Aeritalia, e in particolare le responsabilità di Camillo Crociani, che hanno impedito l’affrancamento parziale dell’azienda dalla dipendenza delle commesse militari con l’autoesclusione dal consorzio di costruzione dell’Airbus, per inseguire, con la complicità di Giovanni Leone, folli velleità di leadership militare nel Medio Oriente, proviamo a ricercare le ipotesi di mercato aeronautico che possono essere ritagliate nella situazione monopolistica internazionale.
Ancora una volta, quasi per una prova d’appello, l’Aeritalia deve fare i conti con i progetti di quelle aziende nazionali dei paesi della Cee che hanno ben compreso che l’unica dimensione che consenta loro di essere concorrenziali con i colossi nordamericani e di controllare un bacino di utenza sufficentemente vasto e remunerativo, è quella dei consorzi europei.
Proprio in questi mesi l’Aeritalia, e il Governo italiano, si trovano di fronte a scelte che potrebbero, alternativamente, o pregiudicare per molti anni ogni possibilità di conversione dell’azienda o, invece, aprire una larga porta per il suo ingresso qualificato nel settore dell’aviazione civile.
Mi riferisco alla seconda generazione dell’Airbus, e più precisamente all’»A 320 . Su questo velivolo civile a corto medio raggio si è già aperta una lotta, senza esclusione di colpi, condotta dalla Boeing e dalla Douglas. La posta in gioco è costituita dai circa 2.500 aerei che dovranno sostituire, a partire dalla metà degli anni ‘80, i vari Boeing 737 e 727, i DC 9, ecc.
Il consorzio Airbus (Aerospatiale 37,9% ; Deutsche Airbus 37,9%; British Aerospace 20% ; la spagnola CASA 4,2% ; e le associate senza quota: l’olandese Fokker e la belga Belairbus) ha bisogno di nuovi capitali e il coinvolgimento di altri paesi europei per sviluppare l’A 320 che potrebbe non solo rimpiazzare l’attuale flotta europea di veicoli a corto medio raggio ma inserirsi negli altri mercati oggi monopolizzati dall’industria aeronautica nordamericana. L’ingresso dell’industria italiana nel consorzio consentirebbe poi di raggiungere il cosiddetto »break even point e cioè il livello di vendite a partire dal quale la produzione diviene remunerativa e che, per questo tipo di veicolo, è valutata in 800 unità.
Ma già la Douglas sta tentando di inserirsi nello stesso mercato dell’A 320 e d’indebolire il consorzio europeo con un progetto che vorrebbe sviluppare con l’olandese Fokker. La Boeing non ha ancora rivelato i suoi progetti, ma potrebbe tentare di aggiornare, con qualche altro partner europeo, i modelli in produzione.
L’ingresso dell’Aeritalia nel consorzio rappresenterebbe quindi un punto di forza dell’industria europea e una prospettiva di lavoro civile altamente qualificato per i dipendenti dell’azienda. Ma sembra ancora una volta, che le pressioni della Boeing e della Douglas abbiano il sopravvento e che l’Aeritalia si presti a fare da killer nei confronti del consorzio europeo in cambio di qualche commessa marginale. L’alibi verrebbe ancora una volta fornito dall’indisponibilità del governo italiano a stanziare fondi per questo progetto, essendo già stato dissanguato dai programmi militari Mrca e AM X.
Ci saranno, nelle prossime settimane, forze politiche consapevoli dell’enorme errore che si sta consumando?
Ma andiamo avanti nella ricerca delle altre possibilità di conversione.
Il potenziamento del programma, già avviato dall’Aeritalia, per un aereo da trasporto regionale, il Commuter, di coproduzione italo francese, attraverso adeguamenti della struttura aeroportuale a questa nuova prospettiva di collegamento aereo, potrebbe rendere ancora più allettante un progetto di conversione dell’azienda dal settore militare a quello civile. Un’affascinante ipotesi di soluzione del quesito principale relativo alla creazione di mercati civili alternativi capaci di assorbire la produzione dell’industria bellica ci viene poi offerta dai possibili, anzi doverosi, investimenti statali nel campo della protezione civile, del soccorso delle popolazioni colpite dalla fame e della cooperazione allo sviluppo dei paesi del Terzo e Quarto mondo.
Pensiamo per esempio al terremoto della Campania e della Basilicata e alle centinaia di vittime causate dal ritardo dei soccorsi. Se fosse esistita una struttura efficiente di protezione civile dotata di aerei ed elicotteri per l’esatta valutazione del disastro e per il trasporto immediato dei soccorsi, probabilmente almeno cinquecento persone sarebbero ancora vive.
Così, ancora, un piano di soccorso delle popolazioni che stanno morendo di fame in Africa o in Asia guadagnerebbe efficacia se l’aiuto alimentare, sanitario, infrastrutturale potesse essere recapitato proprio nelle regioni più colpite dalla malnutrizione o dalla malattia. Un limite degli attuali aiuti d’emergenza è infatti determinato proprio dai ritardi nel trasporto dei soccorsi e dalla incapacità, o non volontà, dei paesi riceventi di distribuirli fra la popolazione più bisognosa. Trasferire derrate alimentari o medicinali, spesso con enormi ritardi, nei porti dei paesi ricettori si risolve quasi sempre in un inutile spreco di risorse.
Ritornando all’Aeritalia non è difficile pensare subito a programmi alternativi di produzione di velivoli adatti alla protezione civile e all’intervento d’emergenza nel Terzo mondo. Il G 222 è per esempio un aereo particolarmente adatto per operare in condizioni difficili, perché capace di decollare e atterrare su brevi piste non asfaltate e cioè nelle condizioni tipiche degli interventi di soccorso.
Nessun ostacolo sostanziale si oppone quindi allo sviluppo di programmi di trasformazione di questo aereo da trasporto militare in aereo attrezzato per lo spegnimento degli incendi, per gli interventi medici urgenti e per il trasporto dei soccorsi.
Ma prospettive ben più ambiziose si possono aprire se percorriamo con fantasia il filone dello sviluppo del sud del mondo e quello della rivoluzione tecnologica dell’industria moderna. Il settore elettronico è ancora quello che, almeno nelle previsioni, sembra fornire maggiori possibilità di sviluppo. Jean Jacques Servan Schreiber traccia per esempio, ne »La sfida mondiale , alcuni percorsi attendibili dello sviluppo dell’informatica nei settori della sanità e dell’istruzione. Una caratteristica di quest’uso dell’elettronica è compresa nella capacità di fornire servizi di qualità ad un alto numero di utenti decentrati in vaste aree geografiche. Per assolvere poi a tutte le mansioni di insegnamento mediche, sarebbe necessario moltiplicare il numero del personale scientifico e tecnico.
Se proviamo quindi ad analizzare le cause più profonde del sottosviluppo del Terzo e Quarto mondo possiamo agevolmente attribuire all’assenza di strutture sanitarie adeguate e decentrate e alla mancanza di informazione e di istruzione rilevanti responsabilità in ordine alla stessa mortalità di milioni di persone. Una riprova a tutto ciò viene dalla richiesta unanime da parte dei paesi poveri di trasferimento dai paesi industrializzati non solo di risorse ma soprattutto di tecnologie »dolci .
Queste brevi riflessioni sulle possibilità di sviluppo del settore elettronico dell’industria bellica ci riportano alle conclusioni operative del »Combine shop stewards committee della Lucas (che del resto ha le stesse caratteristiche industriali dell’Aeritalia) e a quelle teoriche di Melman.
Ma il filone della protezione civile e del soccorso e sviluppo dei paesi del Terzo Mondo, decisamente sottosviluppato o sottostimato da Melman come »mercato alternativo, può fornirci spunti ulteriori nella ricerca di ipotesi di conversione di parti significative di quello che abbiamo definito complesso militare industriale. L’organizzazione della protezione civile, la costituzione e l’equipaggiamento di forze di soccorso, gli interventi per il salvataggio dei milioni di persone destinate a sicura morte nel Sud del mondo possono infatti fornire sbocchi alternativi non solo all’industria militare (sia per quella bellica che quella fornitrice di beni e servizi) ma anche allo stesso personale militare e civile delle forze armate.
A questo fine è preliminarmente necessaria una ridefinizione del concetto di difesa e una riclassificazione della minaccia alla sicurezza, che affermi la priorità della difesa civile su quella militare. La sempre più generalizzata convinzione dell’inaccettabilità dei rischi determinati dalla stessa esistenza di un »deterrente militare in continuo sviluppo e dell’urgenza di rimuovere le cause del deterioramento dei rapporti fra i blocchi economici e politici (che in gran parte risiedono negli inaccettabili squilibri esistenti fra Nord e Sud del mondo e nella politica di rapina realizzata dai paesi industrializzati nei confronti di questi ultimi) può forse rendere più proponibile un piano di difesa civile e quindi di conversione delle strutture militari. Preciso che per difesa civile intendo quella organizzazione tesa a salvaguardare la popolazione da eventi calamitosi e da eventi bellici attraverso attività di difesa passiva, di autodifesa e di prevenzione.
La praticabilità di questa strategia »dolce e non traumatica di conversione è confermata del resto dall’accettazione da parte del Governo di un emendamento alla legge finanziaria presentato dal gruppo parlamentare radicale per la »costituzione, equipaggiamento ed addestramento di reparti operativi mobili delle forze armate per il concorso alla protezione civile e il soccorso delle popolazioni colpite in Italia e all’estero, da calamità . Questo nuovo capitolo di bilancio ha una copertura finanziaria di 50 miliardi per il 1981, di 300 per il 1982 e di altri 300 per il 1983. Di particolare rilievo il fatto che i primi 50 miliardi sono stati detratti dai capitoli relativi all’armamento delle forze armate. E quindi un primo esempio concreto di conversione delle strutture e spese militari in strutture e spese civili. Seicentocinquanta miliardi, se ben utilizzati, possono costituire proprio quell’incentivo, quel volano finanziario teorizzato da Melman per convincere forze sociali ed economiche della »economicità dei processi di conversione.
Trasformare le Forze armate in quell’esercito del lavoro ipotizzato da Ernesto Rossi non mi sembra quindi argomento da relegare tra le utopie di chi cerca ostinatamente la pace e il disarmo nei sogni. Ma la distanza fra i sogni e la realtà è da colmare, questo sì, perché purtroppo ancora riempita solo di buoni propositi e di vecchi slogans.
Dall’inizio di queste riflessioni mi sono posto l’obiettivo limitato di capire come sia possibile fondare una teoria della conversione civile del complesso militare industriale, supposta come preliminare ad ogni processo di disarmo, su basi scientifiche.
Mi sembra che i confronti con le altre esperienze in questo settore, e in particolare con quelle sviluppate da Melman, e i piccoli aggiornamenti dettati dalla mia esperienza politica e dalle caratteristiche note dell’apparato militare italiano, abbiano fornito criteri metodologici per elaborare un primo piano di ricerca per l’individuazione di un’ipotesi »scientifica di conversione del complesso militare industriale .
Lo propongo all’attenzione dei lettori nella duplice speranza di trovare sia contributi critici e migliorativi che forze e denari per realizzarlo.
E mia profonda convinzione che senza il possesso di queste e altre armi teoriche e scientifiche sarà difficile »nutrire il nascente movimento internazionale per la pace di altro che delle nostre sconfitte storiche nei confronti del militarismo e della incapacità di contrapporgli un modello organizzativo della società altrettanto efficiente e durevole.
Piano di ricerca
1a fase
Analisi del complesso militare industriale
1. Industria militare italiana (armamenti)
1.1. Censimento dell’industria militare italiana (fatturato, occupati, indotto, esportazione, etc.) ripartito nei seguenti settori:
a) Aeronautico (cellule e motori d’aereo; equipaggiamenti);
b) Elettronico, elettromeccanico, missilistico;
c) Meccanica (comprendente anche alcune industrie metallurgiche);
d) Navale (scafi e motori navali; equipaggiamenti);
e) Chimico (comprendente anche alcune industrie della carta e della gomma).
1.2. Elenco delle principali aziende delle Partecipazioni statali presenti nella produzione militare.
1.3. Occupati nell’industria militare italiana per settore e per proprietà pubblica/privata.
1.4. Fatturato dell’industria militare italiana per settore e proprietà pubblica/privata.
1.5. Fatturato e occupati del settore militare delle aziende pubbliche sul totale delle partecipazioni statali.
1.6. Fatturato e occupati del settore militare delle aziende pubbliche e private sul totale dell’industria italiana.
1.7. Stime delle qualifiche lavorative degli occupati nell’industria militare per ciascuno dei settori.
1.8. Distribuzione geografica e concentrazioni, in relazione ai parametri precedenti, dell’industria militare.
2. Industria civile italiana fornitrice di beni e servizi per le FF.AA.
2.1. (Censimento dei fornitori e appaltatori delle FF.AA. (fatturato, occupati, indotto) ripartito nei diversi settori (alimentare, tessile, chimico, combustibili, automobilistico e trasporti civili, edile, cartario, etc.).
2.2. Fatturato e occupati dell’industria per la fornitura di beni e servizi alle FF.AA. sul totale dell’industria italiana negli stessi settori .
3. Industria estera
3.1. Volume e percentuale dell’importazione di armamenti, beni e servizi negli ultimi cinque anni, ripartita sei settori di cui ai punti 1.1 e 2.1 .
3.2. Valutazione del costo dei brevetti esteri e delle componenti di produzione estera per la produzione degli armamenti nei settori di cui al punto 1.1.
3.3. Censimento delle filiali italiane di aziende militari estere; Fatturato, occupati, indotto
4. Forze armate italiane
4.1. Consistenza del personale militare di leva, volontario, in servizio permanente ripartito per grado, specializzazione, distribuzione nel territorio.
4.2. Consistenza del personale civile ripartito per ruoli, specializzazione, distribuzione nel territorio.
4.3. Censimento degli armamenti in dotazione alle FF.AA.
4.4. Valutazione degli immobili delle FF.AA. e delle aree soggette a servitù militari.
4.5. Valutazione del personale, mezzi e materiale delle FF.AA. utilizzabili per le operazioni di soccorso civile.
4.6. Analisi del bilancio dello Stato per l’amministrazione della Difesa negli ultimi cinque anni ripartito in grandi settori (spese vincolate e spese discrezionali, spese per il personale, spese per gli armamenti, motorizzazione e combustibili, commissariato, genio, sanità, etc.); proiezione decennale.
4.7. Valutazione dei consumi in ambito locale determinati dalla presenza di grandi concentrazioni di militari.
5. Forze armate estere
5.1. Valutazione delle FF.AA. estere presenti nel territorio nazionale.
5.2. Valutazione dei benefici e dei costi della presenza delle FF.AA. estere nel territorio nazionale.
2a fase
Ipotesi di conversione delle FF.AA.
6. Forze armate italiane
6.1. Individuazione delle »minacce alla sicurezza e di alcune esigenza civili per le quali è prefigurabile l’impiego e la conversione dell’apparato delle FF.AA.:
a) Sterminio per fame e sottosviluppo nei paesi del Terzo e Quarto mondo;
b) Calamità naturali; dissesto idrogeologico, rischi industriali;
c) Devastazione ecologica;
d) Sicurezza pubblica (ordine pubblico, sicurezza della navigazione, del volo, etc.); evasione fiscale e delle norme a difesa del consumatore;
e) Aggressione militare.
6.2. Valutazione degli apparati (personale, mezzi, esigenze finanziarie) per:
a) il concorso in operazioni di soccorso delle popolazioni colpite dalla fame e da calamità naturali (reparti operativi, mezzi, equipaggiamenti);
b) il concorso alla protezione civile (reparti operativi, mezzi, equipaggiamenti);
c) il concorso alla tutela del patrimonio ambientale (parchi naturali, controllo della caccia, vigilanza contro gli inquinamenti, forestazione);
d) il concorso alla sicurezza pubblica e alla lotta all’evasione fiscale (sicurezza dei porti, della navigazione, della viabilità, del volo, etc.);
e) difesa civile e difesa popolare nonviolenta.
6.3. Valutazione complessiva del personale e dei mezzi delle FF.AA. utilizzabili per le esigenze di cui al punto 6.2.
6.4. Valutazione complessiva dei costi per la realizzazione degli
obiettivi di cui al punto 6.2.
3a fase
Ipotesi di conversione dell’industria militare
7. Industria militare italiana (armamenti)
7.1. Analisi aziendale di cinque grandi aziende operanti nei settori di cui al punto 1.1 . e valutazione delle ipotesi di conversione della produzione militare in produzione civile, finalizzate alla domanda di cui al punto 6. e ad altre ipotesi di utilizzazione delle tecnologie acquisite; Costi e tempi dei processi di conversione.
7.2. Proiezione dei risultati di cui al punto precedente a tutte le aziende, divise per settori.
7.3. Stima della quantità degli addetti per ciascuna categoria lavorativa esuberanti rispetto all’attuazione delle precedenti ipotesi di conversione.
8. Industria civile italiana fornitrice di beni e servizi per le FF.AA.
8.1. Valutazione della domanda di beni e servizi per le esigenze di cui al punto 6. ripartita nei settori di cui al punto 2.1.
8.2. Stima della quantità degli addetti per ciascuna categoria lavorativa esuberanti rispetto all’attuazione delle precedenti ipotesi di conversione.
9. Nuovi programmi finanziati dallo Stato nei settori della istruzione, sanità, previdenza sociale, sviluppo economico delle aree depresse, protezione ambientale, sviluppo e utilizzo delle risorse naturali, urbanistica, trasporti, ricerca scientifica, aiuti economici all’estero.
9.1. Stima della domanda occupazionale e della spesa.
9.2. Stima del personale dell’industria e dell’amministrazione militari assorbibile dai programmi di cui al presente punto.
4a fase
Ipotesi di conversione del complesso militare industriale
10. Elaborazione di ipotesi di conversione del complesso militare-industriale. Tempi e costi. Valutazione dell’impatto del processo nella struttura economica e sociale dell’Italia. Valutazione politica di un processo di disarmo unilaterale dell’Italia.
5a fase
11. Verifica delle ipotesi formulate nel punto 9. da parte di personalità internazionali del mondo scientifico e politico.
6a fase
12. Eventuale rielaborazione delle ipotesi di cui al punto 9. alla luce delle considerazioni emerse dalla verifica di cui al punto 10.
13. Discussione della ricerca in un convegno internazionale.
***
Avevo già consegnato in tipografia il testo precedente, quando ho avuto la fortuna d’incontrare il prof. Stoppini, ordinario di Fisica Generale all’Università di Pisa, che aveva seguito la ricerca del »Crita sull’Oto Melara, alla quale avevo fatto riferimento all’inizio.
Mi sembra utile riportare alcune parti del colloquio che aggiungono importanti elementi di valutazione al problema della conversione delle industrie belliche e consentono di precisare le mie precedenti valutazioni.
Innanzitutto il prof. Stoppini mi ha informato che la ricerca sull’Oto Melara non si è fermata a quella parte di cui ero già venuto in possesso, ma è proseguita per varie fasi, l’ultima delle quali è ancora in corso di elaborazione.
Nella prima fase della ricerca il Crita ha affrontato la questione del »livello di qualità dei prodotti e dell’Oto Melara in relazione al loro costo e cioè del rapporto prezzo/qualità. E questo un indicatore essenziale per la verifica delle possibilità di conversione civile di una azienda militare. Infatti Stoppini, confermando quanto emergeva con chiarezza dalle analisi di Melman, ha rilevato che queste industrie belliche hanno il privilegio di poter contare sulla quasi assoluta disponibilità degli acquirenti - e cioè dei Governi - a pagare cifre altissime in relazione solo alla »efficienza del sistema d’arma.
Una qualsiasi attività di produzione civile in un mercato libero è invece sottoposta, subordinata alla regola inversa e cioè a quella della minimizzazione dei costi e della massimizzazione della qualità. Uno dei primi problemi della conversione è quindi quello della diversa organizzazione delle procedure lavorative per elevare il rapporto qualità/prezzo.
Nella seconda fase della ricerca sono state individuate le produzioni alternative, compatibili con la struttura aziendale, che potrebbero essere avviate dalla Oto Melara. Nel settore della meccanica fine il Crita ha studiato, su proposte della stessa azienda, due prodotti di conversione: i cambi per automezzi civili pesanti e i cingoli delle macchine per il movimento della terra. Ma il settore più interessante è risultato quello elettronico. Una prima proposta avanzata a questo proposito ai dirigenti dell’Azienda è stata quella della produzione di »Chip universali, cioè microprocessori adattabili per ogni esigenza.
A questo punto è sorta un’altra difficoltà, probabilmente comune alle altre aziende militari, determinata dalla dispendiosità della creazione ex novo di una rete commerciale capillare indispensabile per la vendita di un numero di queste componenti elettroniche sufficientemente remunerativo. Le industrie belliche hanno infatti reti commerciali di dimensioni limitate perché gli acquirenti potenziali sono rappresentati quasi esclusivamente dai Governi. I »piazzisti nel mondo sono poi gli stessi militari che esibiscono alle delegazioni estere o direttamente negli altri paesi la »mercanzia . Per esempio le crociere della flotta navale italiana hanno soprattutto finalità commerciali. L’ultimo incidente ad Abu Dhabi dove è precipitato un elicottero Chinook dell’aviazione leggera dell’Esercito italiano che stava effettuando una dimostrazione per conto dell’Agusta agli emiri arabi, causando la morte di alcuni piloti militari, testimonia la disponibilità delle FF.AA. a svolgere una vera e propria attività promozional e per le singole aziende belliche.
Un altro requisito indispensabile dei prodotti alternativi da proporre all’Oto Melara era quindi costituito dalla loro facile commercializzazione. La scelta si è orientata verso i grandi sistemi che, in relazione alla ridotta produzione, consentissero di superare l’ostacolo della vendita capillare. Anche per questa ragione, ma soprattutto per ragioni di natura concorrenziale, fu scartata l’ipotesi produttiva nel settore dell’Autronica (componenti elettroniche delle automobili).
Il Crita ha poi proposto dodici prodotti civili alternativi fra cui la strumentazione biomedicale per »l’armamento di grandi ospedali »l’Automatic test control , il »process control e cioè il controllo automatico dei processi industriali, i »robot i sistemi di utilizzazione dell’informatica e dell’elettronica per il risparmio energetico, i sistemi di sicurezza in particolare per quanto riguarda gli esplosivi e la loro rivelazione automatica.
La scelta dell ‘Oto Melara si è orientata esclusivamente sulla strumentazione biomedicale, i robot e i sistemi di applicazione dell’informatica e dell’elettronica ai problemi energetici.
Non indifferente alla scelta è stata la valutazione della domanda occupazionale di queste produzioni.
Con l’acquisto da parte dell’Oto Melara del pacchetto azionario della Termomeccanica, una azienda che opera nel settore degli impianti di conservazione degli alimenti a bassa temperatura l’interesse alla produzione di meccanismi automatici di prelievo degli alimenti conservati, anche al fine di ridurre i dispendi energetici e le malattie nel personale causate dal freddo, potrebbe divenire più concreto.
In ogni caso sui tre progetti prima indicati si è concentrata l’attività di ricerca del Crita.
Mi sembra, quindi, che le conclusioni a cui ero arrivato nella prima parte di questo scritto, per grandi e successive approssimazioni basandomi unicamente sulle indicazioni di Melman e sulle scarse conoscenze dell’Oto Melara, coincidano in larga misura con quelle che mi sono state indicate da Stoppini. Diversa è evidentemente la validità teorica delle ultime.
Ma si fa largo la esigenza di non subordinare una ricerca sulla conversione del complesso militare industriale alle sole esigenze economiche di ogni singola azienda. E essenziale cioè poter prefigurare priorità e interessi generali, fra i quali quello del disarmo, da cui far dipendere le decisioni tecniche ed economiche. Non sarebbero per esempio più scartabili tutte le altre proposte avanzate dal Crita all’Oto Melara, in presenza di una attività promozionale e incentivante della domanda di quei prodotti, prima indicati, da parte dello Stato.
Diviene quindi ancor più indispensabile una attività di ricerca finalizzata alla individuazione di un modello di conversione del complesso militare industriale che sia disancorata dalle esigenze particolari e contingenti del complesso militare-industriale che non prescinda, d’altra parte, dalla indispensabile modificazione del sistema politico.
Per finire, questa volta veramente, mi sembra che alcune riserve debba avanzare, in relazione alle ultime riflessioni, sulla eccessiva fiducia di Melman nella possibilità di autoconversione del sistema economico militare, prescindendo dalla necessità di profonde revisioni e conversioni del sistema politico e dello stesso sistema economico civile. Melman pensa insomma che il militarismo sia un »cancro del capitalismo e che vi sia di conseguenza un interesse implicito nelle economie di mercato ad eliminare questo »corpo estraneo costituito dall’industria bellica che gode di privilegi inaccettabili in un sistema di libera concorrenza. Le tristi esperienze italiane che hanno dimostrato le difficoltà di rimuovere i settori parassitari della società e della economia contando solo sulle leggi dello sviluppo del capitalismo, mi inducono a non sottovalutare, anzi a privilegiare, l’intervento sui meccanismi politici. Ma tutto ciò non consente di eludere il quesito centrale di questo libro e cioè la domanda sulla possibilità di avviare un processo di disarmo senza far leva sulle contraddizioni del sistema economico e senza poter contrapporre un modello di conversione civile credibile anche, ma non solo, sulla base delle leggi del profitto.
La lettura dei tre saggi di Melman contenuti in questo libro e, soprattutto, l’avvio anche in Italia di un dibattito e di un impegno scientifico sui problemi della conversione civile, consentirà a tutti noi di sciogliere i complessi nodi teorici sollevati.

di Rossana De Simone *
* ex delegata FLMU Aermacchi e Comitato per la democrazia e la solidarietà/Comitato cassaintegrati per la pace.

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