mercoledì 16 giugno 2010

La proposta di Marchionne non è un’ipotesi di lavoro, è una minaccia, una dichiarazione di guerra

La proposta Marchionne non è un’ipotesi di lavoro, è una minaccia. Anzi, ad essere più precisi, è una dichiarazione di guerra: la guerra del capitale contro il lavoro. Le tesi di Marchionne, infatti, nella loro volgarità, contengono un’evidenza sistemica che va ben oltre il contenuto contingente della minaccia. Perché quando si propone uno scambio tra lavoro e diritti, si afferma implicitamente un’idea del sistema sociale ed economico che reputa, sic et simpliciter, i diritti individuali e collettivi come incompatibili - o comunque in contrasto - con lo sviluppo del modello sociale ed economico del capitalismo, versione light o turbo poco importa.

E quando ci si presenta alla trattativa con governo e sindacati con un out-out tra ritorno al diciannovesimo secolo dei diritti del mondo del lavoro per ipotizzare un ventunesimo secolo dello sviluppo economico, si evidenzia palesemente un’idea delle relazioni industriali non più come asse dialettico su cui costruire sviluppo economico e possibile modernizzazione di un paese, che risponda quindi ad una crescente inclusione sociale, ad un modello di società avanzata, capace di crescere e progredire.
Ci si presenta, al contrario, con un’idea dell’organizzazione del mercato del lavoro che è paradigmatica dell’idea più generale di società. L’agenda prevede di sedersi al tavolo dichiarando lo scontro inconciliabile tra le classi; l’idea dell’economia al servizio della società è ormai dichiarata morta e viene sostituita da quella di una società al servizio dell’impresa. Si dichiara, né più né meno, l’inconciliabilità storica tra diritti e profitti e, indi, tra il profitto e il ruolo sociale dell’impresa stessa.
Tremonti sostiene che la proposta di Marchionne sia la vittoria dei riformisti: i riformisti veri si staranno rivoltando nella tomba. Ha voglia il Ministro dell'Economia a sostenere che si deve guardare all’economia sociale di mercato: è proprio la funzione sociale dell’economia, pur inserita nel contesto del mercato, che viene meno con la minaccia della Fiat. Trattasi, per il padronato italiano, di una scelta strategica: la produzione di beni e servizi riscuote profitti inferiori e più lenti della speculazione finanziaria. Ciononostante non si può smettere di produrre, il core business resta comunque la produzione di beni e servizi. Cosa fare? Il costo del lavoro e la sindacalizzazione dei lavoratori sono i principali problemi: il primo va quindi ricercato al livello più basso, non importa dove; la seconda va ridotta, pezzo dopo pezzo, nel disegno di un gigantesco puzzle di stampo ottocentesco.
La chiamano delocalizzazione, ma si pronuncia esportazione di capitali e allocazione all’estero di risorse, mentre si continuano a prelevare, in patria, solo i generosi aiuti economici di Stato e una normativa fiscale ridicola sui capitali speculativi. Si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite, pagate dalla fiscalità generale con cassa integrazioni e aiuti di Stato. E anche andare a cercare oltre frontiera il costo del lavoro al livello più basso non è sempre così semplice e, soprattutto, non sempre così conveniente in termini di qualità del prodotto. Se si vuole fare sistema, se si vuole cioè continuare ad essere elemento chiave del potere economico ( e quindi politico) in Italia, in Italia si deve tenere la centralità della produzione.
La scommessa diventa quindi un’altra: ripristinare in Italia le condizioni (costo del lavoro e sindacalizzazione) che si trovano all’estero, nei cosiddetti “paesi emergenti”, cioè quelli nei quali il turbo capitalismo rappresenta l’alfa e l’omega del modello sociale. In questo modo, invece di esportare solo la produzione, si possono importare i modelli di organizzazione del lavoro. Risulta così secondario indicare le falle evidenti del progetto di rilancio industriale presentato dall’ad di una Fiat vittima dei suoi errori, figlia prediletta di un capitalismo assistito che l’ha vista, anno dopo anno, avvitarsi sulla sua crisi ben oltre di quanto la crisi del mercato dell’auto inducesse.

La Fiat è un’azienda che non ha né i numeri, né le competenze manageriali, né la solidità finanziaria per realizzare anche solo un terzo di quanto prevede Marchionne. Prevedere, infatti, un milione e mezzo di vetture in più nel solo mercato italiano (che è già sceso del 15% con la fine delle rottamazioni) è pura fuffa. Solo una sostanziale riconversione industriale potrebbe tenerla ai vertici europei. Ma servirebbe un management e un progetto di ampio respiro e non c'é niente di questo all'orizzonte.
La Fiat, però, se in quanto a progettazione e qualità della produzione ha sempre lasciato a desiderare, ha comunque rappresentato egregiamente la prima fila dell’arroganza padronale italiana. Proprio dalla Fiat, storicamente, sono arrivate le spallate più energiche ai diritti del lavoro, ogni volta ritenute necessarie al rilancio di un’azienda che ha fatto pagare ogni sua nuova linea di produzione con migliaia di licenziamenti e miliardi di soldi pubblici per le casse integrazioni. In questo senso è sempre stata l’azienda leader del padronato italiano che aspirava ad un sistema di relazioni industriali privo di obblighi e pieno di supremazia.
Per questo l’accordo su Pomigliano ha anche relativamente a che vedere con il futuro della Fiat e degli investimenti al sud. Il probabile sì al referendum tra i lavoratori, costretti a scegliere tra non lavorare e lavorare per Marchionne, sarebbe l’apripista di una nuova impostazione delle relazioni industriali. Sancirebbe la definitiva uscita di scena dello statuto dei lavoratori e della contrattazione sindacale; certificherebbe il definitivo svuotamento dei diritti costituzionali individuali e collettivi per i lavoratori e la fine di ogni vincolo costituzionale per le attività imprenditoriali.
Anche per questo governo e Confindustria, sostenuti dai media di famiglia, si sbracciano contro l’art. 41 della Carta. Gli risulta intollerabile che l’impresa debba avere un ruolo di responsabilità sociale, che debba essere una parte - e non il tutto - di un modello di società. La Costituzione, figlia della riscossa dell’Italia, è il frutto della mediazione tra interessi sociali diversi, perché contiene un’idea di società plurale e inclusiva. Tutto il contrario delle aspirazioni governative e confindustriali, che si rifanno agli agrari e ai padroni delle ferriere. Cercano di azzerare i diritti di tutti per far prevalere i loro profitti.
Se oggi Marchionne arriva con una proposta che gli rifiuterebbero in ogni altro paese del G-8, è perché nessun altro governo é pessimo come il nostro e nessun'altra opposizione fa ridere come la nostra. Le condizioni della sinistra italiana sono tragiche. E quelle dei sindacati ancor di più, con Cisl e Uil che ormai vivono da anni in assoluta sintonia con i governi di destra e sono scatenate solo nel ruolo di tenori di Confindustria. Fa benissimo la FIOM a dire no, e non importa se il referendum della pistola alla tempia vedrà l’avallo dell’accordo firmato dai sindacati gialli: resistere alla deriva è l’unico modo di piantare paletti che serviranno in futuro.

Dalla dignità del lavoro e dei lavoratori si può e si deve ripartire, se si vuole ricostruire un sistema di relazioni industriali che non venda diritti in cambio di minacce. C’è bisogno di un nuovo patto sociale e di una nuova prospettiva strategica per l’industria italiana che rischia di scomparire sotto globalizzazione ed incapacità manageriale. C’è bisogno di una nuova stagione nelle relazioni industriali. C’è bisogno di un sindacato che ricorsi il suo ruolo e c’è bisogno di imprenditori con idee. Di fuffa e propaganda, di servi e padroni, abbondiamo fin troppo.
di Fabrizio Casari

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