mercoledì 23 giugno 2010

“Laurea=Disoccupazione": ”Cosa resterà di questi “Anni Zero”?


Forse abbiamo toccato il fondo. Ma forse resta ancora da scavare, in questa discesa verso l’abisso. Sinceramente le notizie che arrivano dal “fronte” non sono così rassicuranti.
Due indagini, la prima sulle “Statistiche in Tema di Laureati e di Lavoro”, la seconda di Od&M Consulting, hanno messo nero su bianco ciò che sospettavamo da tempo: un buon tornitore guadagna più di un neolaureato. Il 26,3% dei laureati specialisti incassa infatti -a dodici mesi dal titolo- tra i 1000 e i 1250 euro al mese. Un tornitore: 1303 euro.
Va un po’ meglio, ma di poco, ai laureati triennali: a dodici mesi dal titolo il 23,4% di loro viene retribuito tra i 1251 e i 1500 euro. Quanto un caposquadra… Gli esperti però assicurano: “I frutti si raccolgono dopo”. Certo, dopo aver passato anni sottopagati, alla perenne ricerca di un’assunzione in un mercato del lavoro dove l’85% delle offerte è sommerso, e ci si arriva solo con gli “agganci” giusti, facendo slalom tra stage e contratti a termine…

così anche la prospettiva di un futuro più o meno sicuro appare un po’ meno confortante.
Ma questi sono dati ormai stranoti: quello che forse è un po’ meno noto è come questa situazione rischi -alla fine- di degenerare, con conseguenze devastanti per il sistema-Paese. Un’indagine Deloitte ci avverte: esiste il rischio di una “fuga dei cervelli” dalle aziende italiane. Per la società di consulenza, la riduzione degli organici in atto con la crisi (tagliare per salvare i conti, insomma…), sta facendo perdere capitale intellettuale alle nostre imprese. Al punto che il costo totale della sostituzione di ciascun dipendente perso potrebbe risultare tre volte superiore al salario annuale dello stesso dipendente. L’effetto: i manager che contano sui “senza lavoro” per riempire le future carenze di talenti rischiano di ritrovarsi senza le competenze e la leadership necessaria per cogliere i vantaggi di una economia in miglioramento.
Come se non bastassero i tagli interni alle aziende sul capitale umano, anche la politica ci sta mettendo del suo, con messaggi devastanti: nel Piano di Azione per l’Occupabilità dei Giovani, presentato la scorsa settimana, i Ministri del Lavoro e dell’Istruzione, Maurizio Sacconi e Mariastella Gelmini, hanno fatto risaltare come -nel mondo del lavoro- il diploma renda più della laurea, in termini di occupazione. Tra i diplomati compresi nella fascia “25-34 anni”, l’8% risulta disoccupato, contro l’11,2% dei laureati: questi i dati ministeriali, che riflettono -nella parte sulle retribuzioni- quelli citati in apertura di questo “post”.
Quali sono le conseguenze di tutto ciò? Semplice: se passerà il messaggio “laurea=disoccupazione”, l’Italia del futuro sarà così composta. Una minoranza di laureati competenti all’estero, in ottime e ben retribuite posizioni, una maggioranza di diplomati a occupare posizioni di medio livello in Italia. Al vertice, una classe dirigente mediocre, scarsamente qualificata. Culturalmente, si sta smontando quell’esile zoccolo duro di “élite generazionale”, prodotta dalla fascia educata dei giovani in uscita dalle nostre università. Anziché risolvere con coraggio gli annosi problemi strutturali di questo Paese, per permettere ai giovani di talento di farsi largo ed affermarsi, si sceglie la strada più comoda: “diplomatevi e andate a lavorare presto”, questo il messaggio.
Davvero imbarazzante. L’Italia del futuro l’ha ben descritta Francesco Giavazzi alcuni giorni fa, in un editoriale pubblicato su “Il Corriere della Sera”: “Ai nostri figli trasmetteremo società stagnanti, in cui ciò che conta è dove sei nato, non quanto ti sei impegnato“.
Un’Italia con ancora meno laureati, con una classe dirigente mediocre e incolta: un’Italia senza innovazione, ricerca e sviluppo, che continua a spendere tutte le ultime risorse rimaste nella “old industry”, dove le cosiddette “potenze emergenti” sono pronte a farci le scarpe. “Le nostre imprese piccole (per intenderci, l’ossatura dell’intero sistema-Paese, ndr) sono certamente straordinarie, ma nella concorrenza globale del mondo post-crisi fanno una maledetta fatica”, scriveva Giorgio Barba Navaretti su “Il Sole 24 Ore” qualche giorno fa. Barba Navaretti dimostrava come -pur con un tessuto di Pmi straordinario- l’Italia deve puntare su imprese innovative, capaci di trasformarsi da piccole o microscopiche in medie, anche attraverso sinergie, per adattarsi ai mercati e alla globalizzazione. Il tessuto esiste, ma manca la strategia. E manca -forse- una maggiore propensione all’assorbimento di forza-lavoro qualificata. I laureati, per l’appunto. Meglio se con esperienze internazionali alle spalle.
Loro intanto se ne vanno, lasciandosi alle spalle un Paese dove -per dirla con la Cassazione in relazione all’inchiesta “Grandi Eventi”- prevale un “sistema spregiudicato di relazioni personali“. La fuga inizia ormai fin dall’università: sarebbero circacinquantamila i nostri giovani connazionali che frequentano atenei esteri.
Cosa resterà, di questi “Anni Zero”?… viene da chiedersi. Forse nulla. Solo la storia di un’altra emigrazione. Quella dei “cervelli”.
di Sergio Nava

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