sabato 26 giugno 2010

L'infinita agonia del PD

L'evidente crisi di Berlusconi non trova soluzione per un'altrettanto evidente mancanza d'alternative. Non che manchino volenterosi successori o ipotesi d'ingegneria istituzionale per condurre in porto un'alternativa al fallimentare governo di Tremonti e Berlusconi; il problema sembra essere piuttosto la mancanza di una massa critica attorno alla quale coagulare e sviluppare il progetto.
Tale massa critica dovrebbe in teoria trovarsi dalle parti del primo partito d'opposizione, ma le sue vicissitudini e il suo approssimarsi pericolosamente all'implosione lo mettono fuori gioco, privando così il copione di uno degli attori principali. Il PD è reduce da almeno un paio di notevoli secessioni: quella presto metabolizzata di Rutelli, Binetti e altri cattolici astuti, e quella recentissima del PD siciliano, che ha rivendicato la propria autonomia per sostenere il governo più che fallimentare di Lombardo e della sua MPA e della parte di Forza Italia che è scappata insieme a Miccichè. Idealmente si tratta di guadagni netti per il PD, nella pratica sono invece emorragie che avranno sicuramente effetti sul corpo del partito, già leggerino.

Mosse che agli osservatori esterni possono anche strappare qualche sorriso, ma che inevitabilmente indeboliscono un partito che sembra aver smarrito da tempo la bussola, imbevuto di ex democristiani e di vecchi e giovani funzionari incapaci di vedere oltre la gestione quotidiana del potere. Niente dibattito, niente ideologia, nessuna parola d'ordine riconoscibile, un partito che non vuole essere “di sinistra”, ma rincorrere il mitico centro per diventare uno dei due poli di un bipolarismo che è stato scritto sulla carta e immediatamente sabotato dalla realtà.
Le leggi elettorali che, di porcata in porcata, dovevano assicurare il controllo dei due poli a ristrette élite dai programmi non troppo dissimili, una volta impiantate nella carne della nostra politica hanno prodotto una miriade di partiti dai programmi non troppo dissimili e governati come “famiglie” o, quando va bene, come comitati d'affari, luoghi di mediazione dei conflitti tra oligarchie.
A questo destino non pare sfuggire il PD, che soffre di una evidente dannazione quegli esponenti che (molto educati con Berlusconi, che non va demonizzato) sfogano il loro furor politico nell'affermare politiche spesso reazionarie e nel fare la guerra a sinistra. Non è il PCI del “nessun nemico a sinistra”, è una variabile molto più rozza ed elementare, che spesso si risolve nella promozione di sedicenti economisti i quali, eroici, si caricano sulle spalle l'ingrato compito di spiegare alle masse perché devono sacrificarsi per far stare meglio le oligarchie sopra ricordate.
Non stupisce che in un deserto del genere accada anche che alcuni senatori del PD prendano carta e penna per scrivere al presidente della RAI, Zavoli, per lamentarsi del fatto che le posizioni della FIOM abbiano avuto troppa visibilità nel racconto del conflitto sindacale nella fabbrica Fiat di Pomigliano.
Paradossale per diversi motivi, ma soprattutto perché i firmatari della lettera non si rendono conto che la Fiom, nella sua quasi completa solitudine, rappresenta da sola la difesa di migliori condizioni di lavoro e retribuzioni per i dipendenti di Pomigliano. Sia la FIOM nel giusto oppure no, non si rileva, poiché gode necessariamente di più visibilità di qualsiasi attore od organizzazione del fronte favorevole alla proposta di Fiat, non fosse altro che si parla di decine di soggetti che sgomitano per sostenere l'azione di Marchionne. Non importa in questo caso che gli altri siano molto più rilevanti e rappresentativi di FIOM, interpellata di necessità per ogni discussione del caso mentre CGIL deve dividere lo spazio con una vera e propria folla.
Un po' fa anche tenerezza una lettera del genere, t’immagini i senatori attaccati alla RAI che fremono di sdegno di fronte all'evidente ingiustizia e che poi scrivono “sicuri che queste considerazioni troveranno ascolto in Lei, Presidente, maestro di un giornalismo corretto e imparziale” all'impotente presidente di una RAI che affida l'informazione a Minzolini, Vespa e Paragone.

Probabilmente si tratta di una rituale testimonianza di vicinanza ai sindacati confederati o di una maniera come un'altra di ritagliarsi un po' di visibilità in tempi grami, una cosina con scarse velleità; ma se questi sono i senatori, è perfettamente comprensibile perché il PD sia in continuo e, all'apparenza, inarrestabile disfacimento.
Una sensazione confermata dalle spinte centripete e altrettanto velleitarie di nordisti come Chiamparino o Cacciari, che continua a ribadire che al PD “non capiscono un cazzo” senza riuscire a produrre un'idea che non  sia all'inseguimento di un leghismo che, nella realtà dei numeri, non ha mai sfondato. Non aiutano le nuove generazioni, anche le grandi speranze come Serracchiani si tengono lontane dai temi bollenti, più attente a non sporcare una potenziale carriera di lungo corso che a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Serracchiani, “giovane” speranza del partito agli occhi di molti militanti, in mezzo a tutto questo ha dichiarato che il problema del PD è il simbolo.
Mentre Serracchiani gioca con i pennarelli, che sicuramente i premurosi compagni le hanno subito fornito, il partito sembra un blob informe, un sipario in agitazione dal quale ogni tanto si affaccia Bersani a parlare a nome del partito. Niente di abbastanza solido da costruirci sopra qualcosa, fosse pure un governo tecnico o istituzionale per liberarsi dall'incubo del governo Berlusconi, figurarsi un'alternativa, o anche solo una resistenza, alla narrazione dominante.
di mazzetta
Fonte: AltreNotizie

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