lunedì 14 giugno 2010

Mafia, gladio e droga in versione Turca

Dalla relazione 2009 dell’Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze si rileva il consumo di eroina è in crescita in tutta l’Europa occidentale. Un analogo aumento viene registrato altresì, da fonti interne, in Russia e in altri paesi dell’est, pure in concomitanza con la crisi. E tale trend sembra recare delle significative correlazioni con quanto sta accadendo nelle economie di base dell’oppio, in Afganistan, che ne ospita la maggiore, e in altri paesi. I dati più recenti dell’Unodc offrono al riguardo un quadro piuttosto mosso. Emerge infatti che se le operazioni di contrasto dell’Onu hanno permesso di raccogliere qualche risultato sul terreno, con un calo delle superfici coltivate in alcune province dell’Afganistan e in altri paesi del Triangolo d’Oro, la flessione che l’ufficio delle Nazioni Unite aveva registrato fino al 2007 nei paesi della Mezzaluna d’Oro si è arrestata repentinamente, mentre è andata crescendo, in entrambe le aree, la produttività delle coltivazioni. Da un rapporto dell’ Unodc, Cannabis Survey 2009, uscito nell’aprile 2010, emerge, in aggiunta, che in Afganistan le coltivazioni di cannabis, la droga più consumata in Europa occidentale, hanno registrato un aumento importante, estendendosi a metà delle 34 province del paese, con l’esito di porre in discussione, a partire proprio dall’anno clou della crisi, il primato mondiale del Riz del Marocco.

Non si tratta, come si può ben comprendere, di eventi di poco conto, traducendosi, a dispetto di tutto, in un aumento in assoluto tanto dell’oppio quanto della cannabis, tale comunque da poter soddisfare per intero, e per certi versi incentivare, la domanda europea. Tali trend, in sostanza, potrebbero essere in grado di influire in modo determinante nella geopolitica del narcotraffico lungo tutti gli anni dieci. Con i grossisti afgani e pakistani, legati non di rado, pure per vincoli familiari, agli establishment politici e istituzionali, sono in grado di trarne comunque i maggiori vantaggi le organizzazioni turche, che, in virtù della loro posizione mediana fra i paesi produttori e il mercato europeo, hanno mantenuto per decenni la leadership nel traffico di eroina lungo le vie più remunerative, che scorrono appunto dall’Afganistan. Si tratta di definire allora, sulla scorta dei dati disponibili, le attuali movenze di tali organizzazioni, che dopo il 1996, quando ne sono emersi clamorosamente i rapporti con ambienti di Stato, di cui si dirà meglio oltre, sono state denominate mafia turca.
A fronte delle oscillazioni che sono state registrate negli ultimi anni zero nei paesi del Triangolo d’Oro, i dati ufficiali dei sequestri di narcotici in Turchia, già in ascesa nei primi anni zero, danno conto di un trend coeso e sostenuto, con 13 tonnellate di eroina intercettate nel 2007, 15 tonnellate sequestrate nel 2008, cui si sono aggiunte ben 39 tonnellate di hashish, e 17 tonnellate nel 2009. I dati che emergono dal terreno offrono altresì indizi coerenti, che giustificano l’ipotesi di una evoluzione verso i livelli degli anni settanta-ottanta. L’episodio più rilevato dai circuiti mediatici, perché ha segnato un record storico, è il sequestro di 300 litri di eroina liquida, destinata ai paesi mediterranei, avvenuto nel giugno 2009 a Gurbulak, alla frontiera con l’Iran. Un incalzante iter di operazioni di polizia, su tale fronte, ha percorso comunque l’intero anno, con il clou nei mesi conclusivi quando a Izmir, a ovest nell’Anatolia, sono stati sequestrati 410 chilogrammi di eroina pura, ancora un volta in viaggio verso Occidente. Il 2010 sembra confermare del resto il trend, con tonnellate di oppiacei intercettate lungo i corridoi che dal Van attraversano il paese fino agli snodi di Smirne, Aydin e Bursa, sull’Egeo, da cui la droga viaggia poi verso il vecchio continente, attraverso i varchi della Grecia e dei Balcani.
Riscontri coesi si hanno infine in Europa, che costituisce appunto il mercato più importante dell’oppio a livello globale. Se ne hanno in Spagna, dove nell’agosto 2008 è stata intercettata, fra l’altro, una partita record di tre quintali di eroina introdotta da una organizzazione turca dislocata nei Paesi Bassi. Riscontri si hanno altresì in Francia, dove sequestri significativi sono stati effettuati in diverse aree: dalle coste della Manica, dove passano le partite destinate al Regno Unito, come quella intercettata a Calais nel marzo 2009 di 72 chili di eroina, alla regione alpina che fa capo alla terza città francese, Lione, dove nel marzo 2010 ne sono stati sequestrati 110 chili. Sotto il profilo delle economie criminali, i dati più coesi si registrano comunque in Italia, dove il traffico dell’oppio impegna, per certi versi in modo sinergico, le maggiori holding criminali del paese e, con l’adesione determinante di quelle turche, bande di varie nazionalità, in particolare nigeriane, kosovare e albanesi. Fatti salvi i 60 chilogrammi di eroina intercettati in Campania nell’aprile 2009, nell’ambito di una operazione denominata Viola, lungo le piste di una connection turco-campana che si è avvalsa pure del contributo di gruppi nigeriani, in questo paese non si sono avuti sequestri d’eccezione come in Francia e in Spagna. Nel 2009 e i primi mesi del 2010, nondimeno, il territorio italiano ne è risultato quasi per intero attraversato. E la cosa potrebbe essere sintomatica di una logistica, oltre che di accordi di divisione dei territori.
È stato stimato che la mafia turca controlla circa l’80 per cento del traffico di eroina che affluisce in Europa dal Triangolo d’Oro. Essa estende comunque il suo dominio oltre. Ancora in virtù della posizione occupata, dal Van all’Egeo, essa governa la tratta dei clandestini che dall’Asia, e in parte pure dall’Africa, si riversano in Europa, mentre reca un ruolo non indifferente nei traffici di organi umani e armi. Per i contatti di cui gode con situazioni dei paesi ex sovietici, reca altresì una propria influenza nei traffici di materiali nucleari. Per quanto riguarda i contatti con l’Europa, i cartelli turchi contano di basi importanti in diverse nazioni, a partire da Germania, Inghilterra e Olanda, che nel secondo Novecento maggiormente hanno attratto l’emigrazione del paese. Rapporti strutturali hanno dovuto stabilire comunque con le holding criminali italiane, non tanto per il rilievo che queste hanno acquisito sulla scena internazionale, quanto per ragioni strategiche, giacché l’Italia rimane per i traffici da est e da sud una fondamentale porta di accesso al vecchio continente, insieme con quella bulgara e quella iberica. Le organizzazioni del Bosforo sempre più sono in grado di proporsi, in sostanza, come potenza economica, in grado di dettare condizioni alle banche che, attraverso i nuovi paradisi fiscali, soprattutto in Europa, movimentano il grande riciclaggio. Mantengono altresì salde le basi nel paradiso che negli ultimi decenni del secolo scorso hanno creato a loro misura nell’isola di Cipro, a Lefkose, dove, come già annotato, operano parecchie decine di sportelli off-shore e, amministrati in modo più o meno diretto dall’holding criminale, numerosi casinò.
Si tratta di una realtà criminale che si colloca fra le più facoltose e agguerrite della terra, potendo occupare di fatto una posizione affine e per certi versi speculare a quella deinarcos. Se questi, acquartierati in Colombia e nei paesi confinanti, hanno avuto in effetti buon gioco nel porre la loro egida sul traffico mondiale di cocaina, i boss del Bosforo, conquistate con lo spessore dei loro investimenti le vie dell’oppio, hanno avuto gioco facile nel proporsi quali interlocutori imprescindibili di tutte le mafie occidentali. La ragione per cui i siciliani, i campani, i kosovari, gli albanesi i bulgari e gli stessi russi si sono sempre ben guardati dall’ingaggiare guerre con i turchi, è, probabilmente, che alla fine ne riceverebbero solo danni, giacché si finirebbe con il sabotare la macchina che, con riferimento agli oppiacei e non solo, pone tutto in movimento. Sono le regole operative e i passaggi che regolano da decenni tale linea del narcotraffico a dare conto peraltro di quanto il congegno sia bene organizzato, e di quanto tutte le parti in gioco abbiano da guadagnare dalla stabilità degli equilibri.
Lo stato di cose che si evince dai rilievi degli ultimi anni zero può in effetti accontentare tutti. L’oppio afgano, coltivato per il 60 per cento nella provincia di Helmand, viene venduto dagli stessi contadini a grossisti afgani e pakistani a circa 750 euro al chilogrammo. Entrano poi in gioco le organizzazioni turche, che, dopo averlo acquistato a un prezzo sostenuto, sull’ordine delle diverse migliaia di euro, che possono lievitare fino a 9 mila, lo fanno giungere in Turchia, attraverso il Pakistan e l’Iran. A quel punto l’oppio viene lavorato e raffinato in laboratori del sud-est, nella provincia di Van, sede di forti insediamenti curdi. Trasformato in eroina e in altri oppiacei, viene ceduto quindi a circa 28 mila euro al chilo ai referenti europei, per arrivare sui mercati a circa 45 mila euro. È evidente che se il sistema turco si inceppasse, si avrebbero almeno due effetti diretti: gli approvvigionamenti nei paesi europei non potrebbero più avvenire con regolarità; venuti meno gli accordi di fondo, i prezzi, non più determinati in modo centralizzato, sarebbero soggetti a mutare, con effetti destabilizzanti, se non addirittura paralizzanti. Più di ogni altro è allora l’elemento posizionale a fare la forza dei cartelli del Bosforo, che dispongono normalmente di circa 20 mila addetti, disseminati in tre continenti, per mobilitarne un numero maggiore in periodi di crescita come quello attuale, che, come si diceva, sempre più evoca la stagione d’oro degli anni settanta-ottanta. Ma qual è il passato di questa mafia, che troppo a lungo, malgrado il rilievo assunto dai traffici dell’oppio, è stata sottovalutata, e lo è, in una certa misura, ancora oggi?
Non è il caso di soffermarsi sulla tradizione storica, che risale ai “banditi d’onore” dell’epoca ottomana, comune peraltro a diverse aree del Mediterraneo, e non solo, né sulle consuetudini dell’oppio in Turchia, tollerate per secoli dalle autorità civili e religiose. È opportuno prendere le mosse invece dal 1952, quando, sotto l’egida della NATO, è stata messa su una struttura paramilitare, sulla falsariga della Gladio italiana, per combattere il comunismo, ma anche per tentare di disarticolare il Pkk, il partito armato dei curdi. Tale struttura reclutava alti esponenti del crimine organizzato perché si facessero carico dei lavori più compromettenti, fino all’assassinio. La mafia turca acquisiva così, per conservarlo lungo tutta la stagione d’oro degli oppiacei, un peso del tutto inedito, pure in senso politico, imponendo e ottenendo quale contropartita della propria collaborazione il disimpegno dello Stato di fronte agli affari illeciti che la interessavano, cioè l’impunità. Nel 1980, alcuni mesi dopo il golpe militare, finalizzato, come i precedenti del 1960 e del 1971, a reprimere l’opposizione politica e sindacale, le holding criminali turche, appoggiate dalle istituzioni, hanno potuto riunirsi in Bulgaria per dividere il paese e gran parte della regione mediorientale in zone d’influenza. All’ombra dello Stato e dei referenti atlantici veniva posto in essere quindi un sistema di lunga prospettiva, che tuttavia dopo l’implosione sovietica ha dovuto fare i conti con le nuove situazioni geopolitiche.
Il primo importante snodo si è avuto nel 1990, quando il primo ministro Bulent Ecevit, incalzato dalle opposizioni e dall’informazione, in un’intervista uscita sul quotidiano Milliyet, ha dovuto ammettere l’esistenza della Gladio Turca. In quel periodo, la struttura, venuti meno gran parte dei suoi compiti, per forza di cose era stata sciolta. Ma non del tutto, giacché rimaneva aperto il problema del Pkk di Abdullah Öcalan. È documentato in effetti che dopo tale vicenda, che ha destato interesse in tutti i paesi, ma soprattutto in quelli della NATO, i boss del narcotraffico hanno continuato a collaborare con lo Stato, incaricandosi di omicidi a sfondo politico. Come prima, si è fatto il possibile per evitare che l’opinione pubblica del paese venisse a conoscenza del reale stato delle cose. L’intrigo è uscito tuttavia allo scoperto, per caso, il 3 novembre 1996, quando nella provincia di Susurluk una Mercedes blindata, a causa della velocità altissima, è andata a schiantarsi contro le ruote di un Tir, provocando la morte di tre dei quattro occupanti. Non si trattava di persone di poco conto. Su quella macchina viaggiava, armato e con passaporto falso, il capomafia Abdullah Çatlı, legato all’organizzazione dei lupi grigi. Il secondo occupante era Hüseyn Kocadag, già vice capo della polizia di Istanbul, ex comandante delle teste di cuoio in Kurdistan e direttore in atto dell’accademia di polizia che faceva capo al ministero dell’ Interno. Il terzo, sopravvissuto all’incidente, era Sedat Bucak, deputato del Dyp, partito di governo, e capo di una compagine kurda collaborazionista. Viaggiava infine in quella Mercedes, ancora con passaporto falso, Gonga Us, 28 anni, con trascorsi di indossatrice e forse, al fianco di Çatlı, killer professionista.
Lo scandalo è stato inevitabile. Il ministro dell’Interno Mehmet Agar, tirato in causa dalle confessioni di Sedat Bucak, ha dovuto rassegnare le dimissioni. L’ex ministro della Difesa Oltan Sungurlu ha parlato di “patti con il diavolo” che avrebbero portato al governo Erbakan e la Ciller. Il rapporto ufficiale della commissione d’inchiesta istituita dal presidente Demirel, con ampi poteri, dava conto dei rapporti vigenti fra boss e servizi di sicurezza, specie nelle province del sud-est, dove le Forze Speciali partecipavano al traffico di oppio. Solo quel punto i media, non soltanto del Bosforo, scoprivano la mafia turca, mentre i governi del paese, incalzati dall’opinione pubblica, si trovavano costretti ad adottare provvedimenti di contrasto, che tuttavia, a causa della profondità delle compromissioni, hanno finito con il colpire solo le fasce organizzative e logistiche più compromesse.

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