domenica 20 giugno 2010

Stati Uniti, deriva razzista contro i messicani. Il credito dei migranti nei confronti di Obama è finito

Juan Varela era un immigrato messicano in Arizona addirittura di terza generazione. Aveva 44 anni, era nato negli Stati Uniti come suo padre e viveva nelle vicinanze di Phoenix nell’Arizona che a fine aprile ha approvato le leggi discriminatorie contro gli immigrati che hanno causato il ripudio di una parte importante della comunità internazionale. Era stato suo nonno, al tempo del Plan Bracero, a passare verso Nord la frontiera artificiale di quello che un tempo era tutto Messico. Lo ha assassinato Thomas Kelly, un suo vicino, dopo averlo più volte “invitato” (ci sono almeno sei testimonianze diverse di espressioni razziste di Kelly verso Varela) a tornarsene in Messico. L’omicidio è avvenuto il 6 maggio, appena pochi giorni dopo l’approvazione delle leggi discriminatorie, ma solo dopo lunghe tergiversazioni legali per far passare il delitto come una lite causata dall’alcool, solo il 9 giugno l’aggravante dell’odio razziale è stata rubricata come aggravante.
L’omicidio razzista di Varela contribuisce a creare una sensazione di fastidio e in qualche caso di ripudio verso gli Stati Uniti che sta aumentando negli ultimi mesi nel paese. Complice la porosità della frontiera binazionale e la tragedia del Trattato di Libero Commercio del 1994, che ha costretto ad abbandonare il paese almeno una dozzina di milioni di persone, quasi tutti i messicani hanno oramai parenti e amici dall’altra parte della frontiera. Durante molti anni, perfino durante la presidenza di George Bush figlio e nonostante il muro della vergogna che segna la frontiera fittizia tra i due paesi, hanno continuato a guardare agli Stati Uniti con simpatia e desiderio in maniera sensibilmente maggiore rispetto al resto del Continente.
All’arrivo di Barack Obama tale simpatia si è estesa ancora ma ora, dopo oltre un anno di attesa di una legge che migliori le condizioni dei migranti, il credito appare finito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state proprio le leggi razziali dell’Arizona che, lungi dal dare una risposta ai migranti, li criminalizzano. Dal prossimo 28 luglio chiunque è sospetto di non essere in regola potrà essere detenuto arbitrariamente fino a sei mesi e multato pesantemente prima di essere espulso. È una legge voluta per poter ancor di più conculcare, in un momento di crisi economica, i diritti dei lavoratori migranti impossibilitati così sotto la minaccia dell’arresto e della deportazione a resistere a qualunque abuso dei datori di lavoro.
Nonostante Obama abbia condannato con parole molto dure la legge dell’Arizona “è una legge irresponsabile che contraddice i principi basilari della giustizia statunitense” questa ha fatto esplodere anche verso il presidente la valvola del risentimento rilevata dai sondaggi internazionali PEW. In Messico la quota di abitanti che aveva una opinione favorevole degli Stati Uniti era nel 2000 del 68% per scendere gradualmente dopo l’11 settembre fino al 47% dell’ultimo periodo di governo Bush e risalire al 69% al momento dell’entrata in carica di Obama. Ancora poche settimane prime dell’approvazione della legge discriminatoria in Arizona l’approvazione si manteneva al 62% per passare repentinamente al 44% attuale. Adesso il caso Varela, seguito con attenzione a Sud del Rio Bravo, contribuisce ad aggravare il solco tra i due paesi.
di Gennaro Carotenuto

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