lunedì 7 giugno 2010

Una discarica nella riserva naturale del Vesuvio,...anzi due

Il cartello appeso alla rete di recinzione parla chiaro: "Area d'interesse strategico nazionale: divieto d'accesso, sorveglianza armata". Pochi metri più in là, poliziotti e militari controllano che nessuno s'avvicini o scatti foto. E fa bene, la vigilanza, a scoraggiare gli eventuali curiosi. Perché è desolante lo spettacolo offerto dalla discarica S.a.r.i. (Società agricola recuperi industriali) di Terzigno, 770 mila metri cubi nel cuore del Parco del Vesuvio. A partire dal tanfo che sale e invade le campagne confinanti. 

Poi ci sono le centinaia di gabbiani che, ossessivamente, roteano nel cielo. Infine c'è l'origine di questo incubo alla Hitchcock: il cumulo dei rifiuti urbani che, per legge, dovrebbero essere trattati. "E invece non lo sono affatto", testimonia Pasquale Raia di Legambiente, "ma giacciono con la loro componente organica che genera fluidi e gas nocivi". Il tutto in un'area che non è soltanto Sito di interesse comunitario (Sic), ma anche Zona di protezione speciale (Zps) e riserva Mab (Man and the biosphere) dell'Unesco. 

"Parcumiera", è il neologismo coniato dai 13 comuni che stanno battagliando per difendere quest'angolo di Campania (in corsa, malgrado tutto, per entrare tra le sette nuove meraviglie del mondo). "Il Parco nazionale del Vesuvio", sottolinea il presidente Ugo Leone, "è stato aperto nel 1995 con l'intento di favorire l'integrazione tra uomo e ambiente". Giustamente, considerato che in precedenza questa oasi naturale era marchiata da quattro discariche autorizzate (a Ercolano, Somma Vesuviana, Terzigno e Torre del Greco) e infinite altre clandestine. "Volevamo puntare sull'aspetto geologico e storico del territorio, ma ci ha colpito l'emergenza rifiuti", spiega Leone: "Oltre alla discarica S.a.r.i., inaugurata nel 2008 e già quasi satura, ne è infatti prevista un'altra. Enorme: la più grande d'Europa. E come non bastasse, stanno creando un nuovo collegamento stradale, allargando anche il precedente passaggio".



Una storia tanto grave quanto sconosciuta a livello nazionale. Prima tappa, la legge 123 del luglio 2008, che consente di sfruttare il parco del Vesuvio per "lo smaltimento in piena sicurezza dei rifiuti urbani in Campania". Non conta che la legge 394 proibisca dal 1991 "l'apertura e l'esercizio di cave, miniere e discariche" nei parchi nazionali. E tantomeno è rispettato il decreto presidenziale del 5 giugno 1995, che vieta in modo esplicito la creazione di "nuove discariche per rifiuti solidi urbani e inerti". Per cancellare ogni vincolo, spiega Pasquale Raia, "si è proceduto in deroga. Risultato: oggi il parco del Vesuvio è invaso dai rifiuti. In barba al buon senso e all'interesse comune". 

Parole dure, confermate da un episodio avvenuto il 2 maggio scorso. Protagonista Judith Merkies, capo delegazione olandese degli europarlamentari in visita alla discarica di Terzigno. Dopo avere ascoltato le rassicurazioni di Giovanni Perillo, consulente scientifico della Protezione civile, che illustrava come alla S.a.r.i. il pattume fosse correttamente diviso, la signora ha infilato le mani nell'immondizia. E ha pescato un pezzo di bidone azzurro, la cui etichetta segnalava contenuto nocivo. A quel punto, la capo delegazione ha continuato a frugare, e affiancata da un collega ha estratto alluminio, plastica, un copertone e altri scarti destinati al trattamento differenziato.

"Con simili premesse", commenta Franco Matrone della Rete comitati vesuviani, "si potrebbe ipotizzare un ravvedimento delle istituzioni. Invece no: come niente fosse, si continua a puntare sulla seconda discarica. Da aprire, questa volta, nella cosiddetta cava Vitiello: una voragine di oltre 10 ettari, dov'è previsto che ogni giorno confluiscano 1.500 tonnellate di pattume". 

Abbastanza per scatenare la reazione dei residenti nel parco, che l'8 maggio hanno manifestato al grido di "Vergogna! Vergogna!". Ma anche per spingere gli ambientalisti a denunciare l'arroganza del governo Berlusconi: "La conferenza dei servizi", documenta Legambiente, "si è conclusa il 30 dicembre 2009 con la bocciatura della maxi discarica. Eppure, lo scorso 28 gennaio il Consiglio dei ministri ha dato il suo benestare all'operazione".



Tanta è la rabbia, che i movimenti anti-discarica hanno stampato volantini a lutto per denunciare la "prematura scomparsa del Parco del Vesuvio". E non sono gli unici, a essere allarmati. All'interno della zona protetta lavorano 22 aziende che temono per i loro bilanci: "Si produce un vino noto nel mondo come il Lacryma Christi", ricorda il presidente Leone. "Ci sono i famosi pomodorini vesuviani, i friarielli (un particolare tipo di broccoli, ndr.), per non parlare delle albicocche e altre specialità...". 

Ma accanto a questo patrimonio, fonte di una economia preziosa nella Campania infelix, ecco le ruspe che scavano per garantire l'accesso alle discariche. Una miopia stigmatizzata anche da Pino Capasso, sindaco Pd di San Sebastiano al Vesuvio, nonché presidente della Comunità del parco: "Sommergere di pattume quest'area è irresponsabile", afferma: "Ma altrettanto dannoso è far pagare ai nostri Comuni la raccolta differenziata più del trasferimento in discarica". Così, a suo avviso, "si generano interstizi per l'illegalità. E si rallenta, chissà quanto involontariamente, la nascita di una sensibilità ambientale condivisa".

Discorsi che tornano alla mente qualche minuto dopo, entrando nel comune di Ottaviano. All'improvviso, spunta tra i campi coltivati un ammasso illegale di rifiuti bruciati. Poi incontri una montagna di finte ecoballe, in realtà infarcite di tutto, che marciscono tra le sterpaglie. Poi ancora una collina interamente costituita da terra e rifiuti, che sbucano tra le zolle. E alla fine, ecco una distesa di rifiuti solidi urbani, coperti da una rete verde, stoccati anni addietro in pieno allarme spazzatura. 
"Lì sopra", indica Pasquale Raia, "passa la strada che raggiunge il Vesuvio". Ai turisti è garantito uno splendido panorama.


di Riccardo Bocca

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