domenica 25 luglio 2010

Granata esplode nel Pdl

Botte da orbi nel partitone azzurro, dove esplode il caso Granata. Fallisce la tregua con Fini immaginata dal Cavaliere? Pace solo rimandata, in realtà. Perché Berlusconi non può permettersi nessuna rottura «definitiva» col cofondatore. «Per deporre le armi bisogna essere in due - ragionano dal Pdl - e Silvio si è convinto che Fini non è disponibile perché la nuova postazione gli consente visibilità e rendite di posizione». Premier infuriato e berluscones di nuovo all’attacco, quindi. Obbligato a ricercare la pace aveva teso la mano, ma i finiani hanno risposto picche: il Cavaliere interpreta come un «no» le ripetute «provocazioni» sulla questione morale nel Pdl. 

Silvio, spiegano, pensava a «un’intesa su qualche poltrona che mettesse fine alle polemiche e gli consentisse di rompere l’assedio. Fini, infatti, gli è indispensabile anche per allargare il perimetro della maggioranza e agganciare Casini e Rutelli in un suo governo bis di simil salute pubblica». Il Cavaliere metteva nel conto che i primi a storcere il naso per la «pace obbligata» sarebbero stati, oltre ad alcuni dei suoi, gli ex colonnelli di An. Che, però, giudicando ineluttabile la strada dell’intesa con Fini, si erano già incamminati su quella via avvertendo che non avrebbero permesso una «tregua» giocata sulle loro poltrone parlamentari o di governo. 

Granata e i probiviri
Il fatto è che a mancare, per il momento, l’appuntamento della stretta di mano tra cofondatori sono stati proprio i finiani: il Cavaliere non giudica casuali le uscite di Fabio Granata sui «pezzi» di governo che «ostacolano» la verità sulle stragi del ‘92. Molti Pdl, ieri - Cicchitto, Valducci, Bondi, ecc. - si sono scagliati contro il vice presidente dell’Antimafia. «Coloro che hanno parole durissime e strumentali o vanno via oppure nel partito c'è il luogo dei probiviri dove devono essere giudicati», attaccava Maurizio Lupi. «Attendo che mi convochino, ma sarei felice di andare dai probiviri insieme a Cosentino e a Verdini», replicava Granata alludendo alle inchieste sulla P3. Il premier, naturalmente, pensa a una strategia messa in campo da Fini per logorarlo e costringerlo a una pace da leader dimezzato. Il fatto è che Fini non si fida del Cavaliere e fa sapere che siglerebbe un «patto con lui solo davanti al notaio». 

L’attendismo di Fini
Il Presidente della Camera, in realtà, punta a calamitare verso il «suo» Pdl simpatie anche dal campo elettorale dell’opposizione, proponendosi come alternativa realistica a Berlusconi. Seguendo questa via vuole conquistare «sul campo» la successione. A dispetto di ciò che gli rinfaccia il Cavaliere, però, Fini non pensa di «far fuori» il premier (in combutta con i magistrati). «Siamo leali sostenitori del governo - ha spiegato ieri il finiano Bocchino - e siamo all'interno del Pdl e della maggioranza fino all'ultimo giorno di legislatura; ciò non toglie che il Pdl debba strutturarsi meglio e che la coalizione debba essere meno sbilanciata verso la Lega». E mentre cresce la spinta verso il congresso (ieri Alemanno e altri hanno chiesto di celebrare quelli locali entro il marzo 2010), i pontieri che hanno lavorato per ravvicinare Fini e il Cavaliere (da Moffa allo stesso Alemanno) tornano a chiedere l’incontro tra i due per una pace della quale Berlusconi per primo non può più fare a meno. E che tutti mettono nel conto, malgrado i temporali estivi che vorrebbero il premier intento a preparato un nuovo partito, «senza Gianfranco» e simil Forza Italia. Progetti «divulgati ad arte per mettere paura»? Il premier, in realtà è «a corto di strategia», sa che il governo non incanta e che i sondaggi non lo premiano. Tentato umoralmente dal braccio di ferro, non è certo di poterlo vincere. E sarà costretto a ragionare «più con la politica che con l’umore». Anche per questo mastica amaro ma evita gli scontri con il Quirinale. Per superare le intemperie, però, dovrà rinunciare a fare il «padre-padrone del Pdl e del governo»: per le «colombe» azzurre non ha alternativa.


Fonte: l'Unità

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