venerdì 9 luglio 2010

Il Dragone turbocapitalista e il Grande Timoniere

Il Dragone turbocapitalista deve fare i conti con le forti diseguaglianze sociali e così il fantasma di Mao Zedong salta fuori dallo sgabuzzino.
Un articolo del quotidiano in lingua inglese China Daily del primo luglio riconosce l'esistenza del problema:
la prosperità economica "ha creato anche problemi sociali di diseguaglianza e crescenti differenze di reddito, inducendo sempre più persone a rimpiangere i 'bei vecchi tempi' del presidente Mao."

Il compito di trovare il giusto mezzo tra Mao "grande leader" e "capo autoritario" è dunque lasciato allo storico Xiao Yanzhong, che ripercorre sia gli errori del Grande Timoniere - il Grande balzo in avanti (1958-60), la Rivoluzione culturale (1966-76) - sia i successi: la costituzione della Repubblica Popolare (1949), la nomina di successori che garantissero riforme a lui postume e l'idea di una "rivoluzione permanente" che attraverso la mobilitazione delle masse impedisse al potere - rappresentato da funzionari di partito e intellettuali - di sclerotizzarsi.

E conclude: "La gente parla di Mao non perché desideri tornare alla stagnazione economicae alla follia politica di quei tempi. Vuole una società che garantisca uguali diritti e offra pari opportunità in contrasto sia con l'egualitarismo dell'epoca di Mao sia con la polarizzazione di oggi tra ricchi e poveri".
Praticamente è la linea politica della "società armoniosa" lanciata dal presidente Hu Jintao e l'articolo è da leggersi come l'ennesimo appello perché la si attui.
Ma la Cina sta andando in quella direzione?

Negli ultimi tempi, il dibattito poitico-economico forse più acceso oltre Muraglia riguarda la "tassa sulla proprietà". Attualmente solo le transazioni sono tassate, non esiste un prelievo fiscale su ciò che si possiede, E alcuni cinesi possiedono molto.
Imporre un balzello locale su alcuni beni (si presume quelli di lusso) sarebbe un atto digiustizia sociale e, al tempo stesso, una boccata d'ossigeno per municipalità e province i cui bilanci sono spesso in rosso.
Non solo: una misura del genere metterebbe un freno al boom dei prezzi immobiliari, che traina l'inflazione.

L'idea di tassa sulla proprietà è paradossalmente partita da Shanghai, la città che più di ogni altra ha in passato premuto sull'acceleratore dello sviluppo economico svincolato da ogni considerazione sociale.
E altrettanto paradossalmente, l'altolà è arrivato dal governo centrale di Pechino, guidato dall'"armonioso" Hu: solo l'esecutivo ha il potere di imporla. Punto.
Che succede?

Secondo Adam Wolfe, un'analista di "Roubini Global Economics" specializzato in politica cinese, si tratta di un conflitto tra potentati locali. Negli anni scorsi, la salita al potere di Hu Jintao ha coinciso con la graduale emarginazione della "cricca di Shanghai" del precedente leader Jiang Zemin. Un processo che nel 2008 si è tradotto nella condanna a diciotto annidi prigione per Chen Liangyu, il locale segretario del Pcc.

Oggi gli eredi di Jiang tornano all'attacco mettendo in imbarazzo il governo centrale su un tema di eguaglianza sociale, senza perdere comunque di vista gli interessi della metropoli alla foce dello Yangtze.
Shanghai ha corso troppo, è oggi ipertrofica, non ha più terreni liberi da vendere per fare cassa. Un balzello sulla proprietà permetterebbe di monetizzare quelli ceduti ai privati in passato.

Pechino? La capitale guarda ai funzionari di partito. Quanti di loro hanno accumulato proprietà immobiliari in cambio di concessioni facili ai palazzinari? La tassa li metterebbe in difficoltà e, soprattutto, renderebbe pubbliche ricchezze private ottenute per via politica. E lacorruzione è il nervo più esposto  dell'attuale nomenklatura cinese.
Insomma - sembra dire il governo centrale - tendiamo alla società armoniosa ma senza fughe in avanti. E senza soprattutto fomentare ulteriormente le tensioni sociali, che già provocano decine di migliaia di "incidenti" ogni anno.


di Gabriele Battaglia

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