giovedì 22 luglio 2010

Iraq, il continuo saccheggio delle antiche rovine

DHAHIR, Iraq — Il saccheggio delle antiche rovine dell'Iraq è tornato a prosperare. Questa volta non è il risultato del caos "sono cose che succedono" seguito all'invasione americana nel 2003 [il riferimento è a una frase pronunciata dall'allora Segretario alla Difesa Usa Donald Rumsfeld, a commento dei saccheggi che si erano scatenati a Baghdad subito dopo la caduta del regime ba'athista, nell'aprile 2003 NdT], ma piuttosto dell'indifferenza burocratica del nuovo governo sovrano dell'Iraq. 



Migliaia di siti archeologici – contenenti alcuni dei tesori più antichi della civiltà – sono stati lasciati privi di protezione, consentendo quella che funzionari dell'Ente iracheno per le antichità definiscono una ripresa di scavi sfacciatamente illegali, specialmente qui, nel sud dell'Iraq.
 



Una nuova forza di polizia per le antichità, creata nel 2008 per sostituire i soldati americani che si stavano ritirando, adesso avrebbe dovuto avere più di 5.000 ufficiali. Ne ha 106, sufficienti a proteggere il loro quartier generale, in una villa di epoca Ottomana sulla riva est del fiume Tigri a  Baghdad, e non molto altro. 



“Sono seduto dietro la mia scrivania e sto proteggendo i siti”, dice esasperato il comandante della forza, Generale Najim Abdullah al-Khazali. “Con che cosa? Con le parole?” 



Il fatto di non essere riusciti a fornire di personale e a utilizzare la forza – e i conseguenti saccheggi – riflettono una debolezza più ampia nelle istituzioni dello Stato e nella legge irachena, mentre le forze armate americane continuano a ritirarsi, lasciando dietro di sé una eredità incerta. 



Molti dei ministeri iracheni sono tuttora deboli, intralciati dalla corruzione, dall'incertezza nella divisione di potere e risorse, e dalla paralisi politica che ha consumato il governo prima e dopo le elezioni di quest'anno. 



Nel caso delle antiche rovine dell'Iraq, il costo è stata la perdita non misurabile di reperti della civiltà della Mesopotamia, una storia che i leader iracheni spesso evocano come parte della grandezza passata del Paese – e di quella futura, in previsione di ricerche archeologiche e turismo. 



“Le persone che prendono queste decisioni, parlano tanto della storia nei loro discorsi e nelle loro conferenze”, dice il direttore dell'Ente di Stato per le Antichità e il patrimonio culturale, Qais Hussein Rashid, in riferimento alla difficile situazione della nuova forza di polizia, “ma non fanno nulla”.



Oggi i saccheggi non sono ripresi su scala così vasta come negli anni seguiti immediatamente all'invasione americana del 2003, quando i saccheggiatori – fondamentalmente tombaroli – calarono a frotte da un capo all'altro del Paese, lasciandosi dietro crateri di tipo lunare dove un tempo c'erano città sumere, accadiche, babilonesi, e persiane. 



Ciò nonostante, funzionari e archeologi hanno riferito di decine di nuovi scavi nel corso dello scorso anno, in coincidenza con il ritiro delle truppe americane, che fino al 2009 conducevano azioni congiunte assieme alla polizia irachena in molte zone che adesso vengono nuovamente colpite dai saccheggiatori. La polizia delle antichità dice di non avere le risorse neppure per registrare i saccheggi che vengono denunciati. 



Qui a Dhahir, il saccheggio è palese nei frammenti di civiltà in frantumi – pezzi di ceramica, vetro, e pietra scolpita – sparsi attraverso una distesa di deserto che un tempo era una città commerciale sumera nota come Dubrum. 



Ciotole, vasi, e altri pezzi vengono distrutti e scartati dai saccheggiatori in cerca di oro, gioielli, e tavolette o cilindri cuneiformi che sono facili da contrabbandare e da rivendere, secondo Abdulamir al-Hamdani, ex ispettore alle Antichità della provincia di Dhi Qar. La città più vicina, Farj, è famigerata per un mercato nero di antichità frutto di saccheggi, dice. 



“Per me, per lei, è tutto inestimabile”, aggiunge, “ma per loro è inutile se non possono venderlo sul mercato”. 



Il sito di Dubrum – che si estende per chilometri in una regione scarsamente popolata – è segnato da centinaia di fosse, a volte profonde più di 3 metri – 3 metri e mezzo. Sul fondo di alcune si vede la muratura in mattoni di tombe, che indica che la zona era un cimitero. Secondo Hamdani, le tombe sono gli obiettivi di maggior pregio – sia per gli archeologi che per i saccheggiatori. 



Molte delle fosse risalgono al caos successivo all'invasione, ma altre sono state scavate di fresco. Proprio il mese scorso qualcuno ha utilizzato un bulldozer e ha praticato un taglio profondo circa 60 cm nel deserto, scoprendo i resti in mattoni e bitume di una scala che forse portava a un altro cimitero. I materiali li datano al periodo babilonese nel VII secolo a.C. 



La precisione dei nuovi saccheggi è indice di competenza. “Il ladro è in casa”, dice Hamdani, facendo capire che molti di quelli coinvolti lavoravano nei siti anni fa, quando si facevano gli scavi legittimi, prima della guerra che ha rovesciato Saddam Hussein. 



Un beduino ha segnalato il nuovo scavo alla polizia locale di Dhi Qar, ma gli ufficiali hanno potuto fare poco tranne attirare l'attenzione del pubblico sul problema. 



Il successore di Hamdani come ispettore alle Antichità per la provincia, Amir Abdul Razak al-Zubaidi, dice di non avere nemmeno il budget per pagare la benzina per andare in macchina nei siti saccheggiati di recente. 



“Niente guardie, niente recinzioni, niente”, dice Hamdani. “Il sito è enorme. Si può fare tutto ciò che si vuole” 



Fino alla creazione della polizia delle antichità nel 2008, la responsabilità di proteggere i siti archeologici spettava alla Polizia di protezione federale, creata, equipaggiata, e addestrata dalle forze armate americane. La polizia federale tuttavia protegge anche i funzionari e gli edifici governativi, come scuole e musei. Le rovine, alcune solo pezzi desolati di deserto, erano scivolate in fondo alla lista delle priorità. 



Invece di riempire il vuoto, la creazione della polizia delle antichità l'ha reso più profondo. Le varie forze dell'esercito e della polizia iracheni hanno semplicemente lasciato il problema a una agenzia che di fatto non è ancora operativa, quasi due anni dopo. 



Rashid, il direttore dell'Ente per le Antichità, dice anche che la richiesta dell'agenzia per un budget di 16 milioni di dollari per il 2010 è stata drasticamente ridotta a 2 milioni e mezzo. Gli ufficiali di polizia promessi dal Ministero degli Interni devono semplicemente ancora materializzarsi, nonostante un'ordinanza del Primo Ministro Nuri Kamel al Maliki che risale allo scorso anno. 



“Non tutto ciò che il Primo Ministro richiede ai suoi ministri viene obbedito”, dice Rashid. Un portavoce del ministero degli Interni non ha voluto commentare sullo stato della polizia delle antichità. 



Rashid continua lamentando che in alcune province del sud – fra cui Dhi Qar e Wasit – i saccheggiatori operano con la collusione delle autorità di polizia. “La mano della legge non può raggiungerli”, dice. 



La portata e l'impatto duraturo dei saccheggi in siti come Dubrum potrebbero non conoscersi mai, dato che tanto per cominciare non sono mai stati scavati correttamente. 



Zubaidi, l'ispettore di Dhi Qar, paragona la crisi attuale al saccheggio del Museo Nazionale di Baghdad, un saccheggio sistematico convulso che scioccò il mondo portandolo ad agire. Il destino del museo continua ad attrarre molta più attenzione da parte del governo e dei donatori internazionali.



“La maggior parte dei pezzi che furono rubati dal Museo Nazionale torneranno”, dice Zubaidi. “Ogni pezzo era marcato e registrato”. Quasi la metà dei 15.000 pezzi saccheggiati dal museo sono stati restituiti. “I pezzi che sono stati rubati qui non verranno mai restituiti”, dice. “Sono andati perduti per sempre”. 




di Khalid D. Ali - The New York Times

Khalid D. Ali ha contribuito alla raccolta di elementi


(Traduzione di Ornella Sangiovanni)

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