mercoledì 7 luglio 2010

L'Aquila a Roma nonostante i manganelli di Berlusconi e il sorriso di Bersani

Oggi gli aquilani, a migliaia, sono tornati a Roma: chiedono il congelamento dei mutui e delle tasse, oltre a una serie di misure di sostegno all'occupazione e all'economia inquadrate in una legge che preveda procedure efficaci per la ricostruzione e finanziamenti certi; la sospensione delle tasse che da dicembre dovrebbero ricominciare a pagare al cento per cento (in molti in realtà hanno già iniziato a versarle dal primo luglio). Chiedono anche altre risorse per cinque anni e la successiva restituzione in dieci anni senza interessi, un sostegno all'occupazione e all'economia del territorio sottolineando di non volere "privilegi ma equità e diritti" e "non più propaganda e censura ma corretta informazione".

Quando Sara Vegni - del Comitato 3.32 - dal microfono ricorda le tantissime adesioni alla manifestazione degli aquilani a Roma qualcuno storce la bocca, qualcun altro ringhia o sorride a mezza bocca. Sara cita i 53 (su 59 in totale) comuni del ‘cratere’, le associazioni dei commercianti e degli industriali, le associazioni, alcune forze politiche e poi quando arriva ai sindacati ricorda che anche il Coisp ha dato la sua adesione alla giornata. Sì, il Coisp, il sindacato di polizia… Non devono averlo saputo i colleghi in assetto antisommossa – più che poliziotti si trattava di Finanzieri e Carabinieri, a dir la verità - che intorno alle 11 hanno cominciato a caricare manifestanti e sindaci abruzzesi che cercavano di forzare il blocco di celerini e camionette che sigillava via del Corso e impediva a chi era arrivato una mezzora prima dall’Aquila con 40 autobus di raggiungere, come concordato, Piazza Montecitorio. Un ragazzo ha la peggio, cerca di allontanarsi dalla calca a ridosso del cordone di polizia mentre dalla testa il sangue gli sgorga copioso e gli inzuppa la maglietta. Poco dopo torna, con una vistosa fasciatura, e la maglietta insanguinata in mano, esposta a mo’ di prova. La prova, dice urlando di fronte alle telecamere, che dopo il sangue di chi è morto sotto le macerie quella notte del 6 aprile ora il governo sparge ancora sangue aquilano, quello di chi oggi è venuto a Roma a manifestare per chiedere al governo di iniziare la vera ricostruzione della città, di non costringerla a morire, di bloccare l’imposizione fiscale di una popolazione ridotta allo stremo e che in buona parte è ancora fuori di casa: nei quartieri lager di moduli C.A.S.E, negli hotel della costa, nei camper, nelle case dei parenti.

La giornata è iniziata verso le 10, quando gli aquilani e gli abitanti delle altre località rase al suolo dal sisma avrebbero dovuto arrivare in piazza SS. Apostoli per cominciare una giornata di protesta ribattezzata ‘L’Aquila invade Roma’. Ma a quell’ora in piazza non c’è che qualche aquilano che vive e lavora a Roma, qualcuno che è arrivato con i propri mezzi, qualche giornalista e tanta Digos. Sara Vegni ci spiega al telefono che i 40 pullman partiti alle 7.30 sono ancora sul raccordo anulare, scortati e rallentati da camionette e volanti della Polizia che pretendono che i manifestanti giungano a Roma alla spicciolata… Un inizio di giornata che rende l’idea di come le autorità di sicurezza, evidentemente su input governativo, ha deciso di gestire la legittima e sacrosanta protesta di chi, dopo la tragedia del sisma del 6 aprile del 2009, sta ora subendo la tragedia di quello che viene definito il secondo terremoto: la ricostruzione mancata, la censura e la propaganda, la speculazione, la militarizzazione.

I pullman arrivano in Via dei Fori Imperiali - alcuni vengono dirottati dal raccordo verso l’Appia Antica, e giungeranno a destinazione ancora più tardi - verso le dieci e trenta, e subito i manifestanti sciamano verso Piazza Venezia e poi Via del Corso, con l’idea di sfilare pacificamente in corteo fino a Palazzo Montecitorio. Con loro hanno striscioni e tante bandiere neroverdi, in molti indossano magliette con dichiarazioni d’amore per la propria città. Ma all’imbocco di Via del Corso le forze dell’ordine fanno tappo, la strada e chiusa da alcune camionette messe di traverso e da alcuni cordone di celerini. Cominciano gli slogan e le grida, i manifestanti non riescono a credere che il governo non gli permetta di manifestare, vogliono arrivare a Palazzo Chigi a qualsiasi costo e gli animi si scaldano: ‘Vergogna, vergogna’ gridano, oppure ‘Venduti venduti’. In più di duemila si accalcano sotto il sole spingendo i cordoni, chiedendo di poter passare. Ai giornalisti in molti rimproverano mesi di censura, di bugie, di omissioni. ‘Dove eravate quando alcuni mesi fa, per disperazione, in ventimila abbiamo bloccato la Roma – L’Aquila e nessun telegiornale ne ha parlato?’ urla una signora imbestialita all’indirizzo di alcuni cameramen. Alcuni cartelli e striscioni chiedono la testa di Minzolini. Neanche i sindaci e i vigili urbani armati di gonfaloni – vediamo quello della Provincia dell’Aquila, e tanti altri – possono passare. “La città deve ripartire, ad esempio l’Università, ma gli studenti non torneranno mai se la ricostruzione non procede, e la città morirà. Hanno inaugurato una nuova casa dello studente che può ospitare poche decine di giovani mentre a migliaia sono stati espulsi dalla città dopo il terremoto. Si tratta dell’ennesima inaugurazione-messinscena che nasconde una mancanza assoluta di progetto per la nostra città. Tantissimi soldi sono stati spesi per fare quei moduli C.A.S.E già fatiscenti, altri per puntellare case che dovranno essere abbattute, ma le case che potrebbero essere restaurate e messe in sicurezza velocemente perché scarsamente danneggiate rimangono abbandonate a se stesse, stanno esattamente come stavano il 7 aprile. Il tutto all’interno di un’enorme zona rossa nella quale gli aquilani non possono entrare, da cui sono esclusi. E quella zona rossa oggi ce la ritroviamo anche nel centro di Roma!’. C’è tanta ostilità per i giornalisti ma sono in tanti a voler spiegare, a voler parlare, a voler dire la propria. “Dov’è finito Berlusconi, che fino a pochi mesi fa, quando si trattava di farsi la propaganda elettorale sulla nostra pelle, ogni finesettimana veniva a l’Aquila a farsi immortalare dalle telecamere e dai fotografi mentre visitava i cantieri e consegnava le chiavi dei moduli C.A.S.A ? Ora che ha vinto le elezioni e che le magagne e le truffe stanno venendo a galla non si fanno vedere più né lui né i suoi ministri e tantomeno quel Bertolaso che ha regalato una intera città a una vera e propria cricca di affaristi e speculatori senza scrupoli”.

I manifestanti continuano a spingere, e improvvisamente le camionette sgommano via. A centinaia scattano in avanti, pronti a raggiungere Montecitorio, ma trovano di nuovo i celerini a sbarrargli la strada. Ma ormai il corteo è partito, le manganellate non bastano a fermare la folla che spinge letteralmente via finanzieri e carabinieri e comincia letteralmente a correre verso la meta. Ma più in là le camionette hanno ricostituito la barriera, contro cui va a sbattere il corteo: nuove manganellate, questa volta più violente, con due ragazzi che vengono colpiti alla testa da qualche celerino che usa l’impugnatura di legno e Cialente che becca anche lui qualche colpo. Comincia un nuovo fronteggia mento che dura per quasi un’ora. “I 23 mila studenti che stavano all’Aquila dove li metteremo? Intanto qualche sciacallo protetto dalle autorità aumentano gli affitti e speculano sulle sofferenze della gente” ci racconta un signore visibilmente imbestialito che ogni tanto incita i manifestanti a forzare il blocco. “Gli studenti che si laureano in un deserto economico e civile come quello della nostra città cosa faranno? I becchini? Vedremo di nuovo migliaia di giovani emigrare come avveniva decenni fa e la città morirà così come è morta Pompei, ci faranno fare la fine di Pompei…”.

Molti cartelli sono contro l’inizio di una tassazione che è vista come una beffa nei confronti di una economica ferma e desertificata. “E dove li prendiamo i soldi per pagare le tasse in una regione in cui ci sono un tasso di disoccupazione e di sottoccupazione altissimi? Noi chiediamo quello che è stato già concesso in passato alle popolazioni terremotate dell’Umbria e delle Marche, cioè un periodo di moratoria maggiore prima che inizi di nuovo la tassazione dei cittadini che ancora devono affrontare situazioni di vera e propria emergenza anche se è passato un anno e mezzo dal sisma”. Accanto a noi passa un gruppo di immigrati: maghrebini, est europei, latinoamericani. Anche loro hanno le bandiere verdi-nere e le magliette che recitano ‘I love AQ’. Tanti immigrati senza nome sono stati ripescati da sotto le macerie, alloggiati a caro prezzo in appartamenti fatiscenti hanno ingrossato la lista delle vittime del sisma, e oggi in molti sono venuti fino a Roma per manifestare con gli altri aquilani. Man mano che il fronteggiamento va avanti gli animi si scaldano: “L’A-qui-la, l’A-qui-la!” scandiscono gli abitanti del cratere.

Quando è chiaro che per via del Corso non si può passare alla spicciolata i manifestanti cominciano a scorrere per via di Pietra, cercando di avvicinarsi a Montecitorio. Alcuni rimangono in via del Corso, altri vanno… c’è un po’ di scoramento, in molti non capiscono quale sia la direzione da prendere. Emerge una disorganizzazione sintomo di una mancata gestione unitaria della protesta, in una situazione in cui solo negli ultimi mesi il numero di chi partecipa alle manifestazioni è cresciuto andando al di là di quello sparuto gruppo che denunciava la ricostruzione di facciata del governo e la militarizzazione nei primi mesi dopo il sisma.

 
“Una città ridotta a cimitero, la gente ancora nelle tende o negli hotel a decine di chilometri dalla città, oppure rinchiusi in quei nuovi quartieri ghetto senza servizi e senza socialità dove i tetti volano per il vento e le pareti marciscono per la muffa. Per quasi un anno nelle tendopoli non si potevano fare riunioni e assemblee, non si poteva volantinare, neanche i consiglieri potevano incontrare i cittadini. Alle macerie della nostra città si aggiungono le macerie della democrazia messa sotto i piedi!” denuncia una signora che regge uno striscione.

Una parte dei manifestanti, sotto la spinta del comitato 3.32 e di Epicentro Solidale, cercano di riunire gli aquilani che nel frattempo si sono dispersi nel centro di Roma. A centinaia si radunano attorno a un camioncino munito di amplificazione da dove alcuni attivisti invitano a non disperdersi e a non farsi spaventare dalla militarizzazione della città, e verso le 12.30 parte un blocco stradale di via del Corso, all’altezza di Palazzo Chigi, e di Via del Tritone.

Quando Pieluigi Bersani scende dal Palazzo e offre alle telecamere un sorriso fuori luogo si scatena la contestazione: “Svegliatevi, fatela l’opposizione” gli gridano soprattutto alcuni giovani, altri strillano “Dove siete stati finora? Cosa state facendo per noi?”. I manifestanti accerchiano Bersani, i suoi guardaspalle e alcuni giornalisti che cercano di intervistarlo, alcuni sbattono le pentole o fischiano, “parlate con noi, non con i giornalisti, basta passerelle!”. A una signora chiediamo di spiegarci perché ce l’ha con Bersani e ci dice: “Li abbiamo eletti per difendere i nostri diritti e invece fino ad ora non si sono mossi, anzi hanno abbandonato gli esponenti locali del partito a loro stessi”. Aggiunge un ragazzo: “Non stanno facendo niente, il Pd dell’Aquila è ridotto ad un tendone abbandonato, la provincia dell’Aquila gestita dal PD è quella con più ore di cassa integrazione in Italia”. Bersani, subissato da fischi e grida, ad un certo punto decide di parlare al microfono del camioncino degli organizzatori della manifestazione, e promette battaglie dure e lotte senza tregua. Come lui, poco dopo, anche un ineffabile Pannella che si becca, anche lui, le rimostranze dei manifestanti. “Abbiamo sentito di nuovo da Bersani e Pannella quelle promesse che ci vengono ripetute da mesi… Ma adesso, in questo momento, al Senato, stanno discutendo quella legge finanziaria che contiene il famigerato articolo 39, quest’ennesimo scempio contro gli aquilani e il territorio colpito dal sisma, vogliamo atti concreti e non parole” grida Sara accolta dagli applausi. “Oggi abbiamo dimostrato che non ci fermiamo di fronte a nulla, se sarà necessario manifesteremo ancora, a l’Aquila e a Roma. Non ci fermeremo” conclude un altro attivista prima che il presidio ridiventi corteo e si diriga verso Palazzo Grazioli. Lì di nuovo il passo è sbarrato da centinaia di celerini e camionette, e i manifestanti dopo un lungo braccio di ferro decidono di continuare verso Palazzo Madama. Sarà dura...
 
di Marco Santopadre - Radio Città Aperta

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